Magistratura democratica
Leggi e istituzioni

Il referendum e il recinto costituzionale dei valori comuni

di Mariarosaria Guglielmi
presidente MEDEL

Mariarosaria Guglielmi interviene nel dialogo avviato con gli scritti di Dario Lunardon e Marco Patarnello sui temi del dopo referendum 

Nel percorso che ha portato all’approvazione della riforma c’erano già tutte le premesse per una campagna referendaria che molti sostenitori del Si hanno presentato agli elettori e cavalcato come l’imperdibile occasione per chiudere la partita con una magistratura “nemica del popolo”. 

La prova di intemperanza istituzionale, vinta in Parlamento “sbaragliando” gli avversari ed escludendoli dal confronto sul merito della riforma, è maturata in una nuova ma già lunga stagione di attacchi alla magistratura caratterizzata – oltre che da quella istituzionale - dall’intemperanza del linguaggio, che dalla campagna referendaria ha ricevuto solo ulteriore slancio e potenza mediatica. Con tutta evidenza, non una mera questione di stile comunicativo: piuttosto un cambio di paradigma per l’intensità e il livello degli attacchi contro le decisioni giudiziarie e la delegittimazione della funzione giurisdizionale, dell’istituzione-Consiglio Superiore della magistratura e, da ultimo, della libertà individuale e collettiva dei magistrati di prendere la parola e di associarsi. E se le parole sono pietre, quelle lanciate ripetutamente in questi ultimi anni verso i giudici, con l’accusa di infedeltà al proprio mandato e di svolgere con le loro decisioni un ruolo di opposizione politica, hanno mirato dritte al cuore della giurisdizione e alla fiducia che i cittadini devono avere nella sua imparzialità. 

In questo clima da “resa dei conti” e di pericolosa delegittimazione del ruolo stesso della giurisdizione, in un intervento pubblicato su questa rivista poco prima dell’avvio della campagna referendaria[1], esprimevo il mio auspicio e le mie aspettative: ritornare nel dibattito con l’Avvocatura - «baluardo dei diritti, delle libertà e dello Stato di diritto» e per questo oggi, nelle democrazie alla deriva, come i giudici, dovunque sotto attacco[2] – al necessario confronto sui complessi contenuti della riforma e sulla sua vera posta in gioco, offrendo anche ai cittadini strumenti di comprensione e motivi di riflessione per un voto consapevole, lontano dagli slogan e dagli argomenti falsi e gridati[3]; ritrovare nel dialogo, anche con l’Avvocatura schierata per il Si, la volontà e la capacità di confronto sullo scenario aperto dalla riforma e sulle sue ricadute rispetto agli equilibri essenziali per la nostra democrazia. 

Una sfida che non immaginavo certo facile, considerando la radicale diversità di posizioni già emersa sulla valutazione degli effetti e rischi della riforma, e la scelta dell’Avvocatura per il Si di cambiare posizione rispetto a uno dei punti più dirompenti, rappresentato dal sorteggio: una scelta per me sorprendente e incomprensibile, dopo le nette parole con le quali proprio l’Avvocatura ne aveva colto perfettamente l’essenza anche culturale e politica di «autentica umiliazione delle regole democratiche e dei principi costituzionali sull’elettorato attivo e passivo»[4]

Nel confronto con le ragioni per il Si, avrei voluto rappresentare i miei timori e quelli della magistratura europea[5] per una riforma che intendeva rimuovere o svuotare gli attuali presidi costituzionali per l’indipendenza della giurisdizione, senza sostituirli con altrettanto solide garanzie e senza attenzione a ciò che richiede l’attuale contesto di crisi globale dello stato di diritto: l’esperienza vissuta da Medel in questi anni di regressione democratica, che ha colpito anche paesi membri dell’Unione europea, ci ha dimostrato che gli interventi sui Consigli di Giustizia e sull’assetto del Pubblico Ministero, servono come punto di attacco strategico per modificare gli equilibri istituzionali a vantaggio del potere esecutivo e per assicurargli una presa sulla giurisdizione. 

Di fronte alle incognite e ai rischi della nuova Corte per il disciplinare, alla prospettiva di un Consiglio superiore privato di questa competenza cruciale, indebolito e umiliato dalla scelta dei componenti magistrati con il pallottoliere, mi sarei aspettata un fronte unitario e compatto a difesa delle prerogative e delle caratteristiche essenziali per la funzione del Consiglio, garante della giurisdizione indipendente di cui l’Avvocatura è componente essenziale: non un “affare di magistrati” ma un organo cardine per la tenuta dello stato di diritto, che riguarda tutti.

Dall’Avvocatura tutta, donne e uomini della parola libera e che grazie alla parola libera difendono i nostri diritti e le nostre libertà, mi sarei aspettata una presa di posizione forte per la “nostra” libertà di associarci e di prendere la parola. 

Non immaginavo un dialogo a senso unico né di chiusura “difensiva” perché- come altri hanno già ricordato -il confronto fra magistrati e avvocati deve mettere “il dito nella piaga” dei tanti problemi della giustizia e portare ad una assunzione di responsabilità rispetto agli impegni per affrontarli e contribuire a risolverli. 

Come ha scritto l’avvocato Franco Moretti, «per riformare la giustizia bisogna sentirsi parte della stessa famiglia (la giurisdizione) in una logica (non oppositiva ma) costruttiva»; dire «che avvocatura e magistratura stanno dalla stessa parte (come gli Avvocati per il No hanno spesso ripetuto in questa campagna referendaria)»[6] e stare dalla stessa parte ha significato tenere in piedi il «recinto comune» per portare avanti, nella difesa di valori condivisi e di principi non negoziabili, il difficile e aspro confronto sui contenuti di una riforma costituzionale e sul significato di un «passo irreversibile» per la nostra democrazia, offrendo a tutti i cittadini un’alternativa rispetto al campo di «battaglia» voluto da alcuni, buono solo per poter assestare colpi bassi all’avversario. 

Ho partecipato alla campagna referendaria e ne ho seguito con grande coinvolgimento gli sviluppi. Devo ammettere che l’aspetto più difficile per me da accettare è stato dover constatare la mancanza di una difesa ferma, che mi sarei aspettata anche dall’Avvocatura per il Sì, del diritto dei magistrati di partecipare al dibattito democratico, dei valori e della storia dell’associazionismo giudiziario e della istituzione consiliare. Nulla di tutto questo è stato risparmiato nel calderone del furore propagandistico e mediatico. Ma tutto questo non appartiene ai magistrati: è parte della nostra storia e del nostro patrimonio di esperienze e nessuna inclemente critica rispetto alle storture e alle cadute del presente o di un recente passato, può rischiare di azzerare credibilità e legittimazione delle istituzioni. 

Queste dinamiche sono segno dei tempi di grave sofferenza per lo stato di diritto, e oggi più che mai l’Avvocatura resta dovunque a presidiare, anche con costi personali, il primo fronte per la difesa dei suoi valori. 

Come altri prima di me, esprimo la convinzione che ritrovare il filo del dialogo sia necessario ed urgente. Il confronto fra magistratura e avvocatura è ciò che strutturalmente richiede il nostro ruolo: non un è fatto di sensibilità culturale o di maggiore apertura di alcuni settori della magistratura e dell’avvocatura, ma il metodo della democrazia, il riconoscimento della reciproca legittimazione ad essere interlocutori credibili sui temi della giurisdizione, e può essere l’argine forte a difesa della cultura dei diritti e delle garanzie contro i rischi della deriva populista. 

Recuperare in fretta le occasioni perse e la spinta per la riflessione sui tanti problemi della giustizia è un nostro preciso compito e dovere: è un costo enorme quello che i cittadini pagano per il suo stato di sofferenza e siamo noi, magistratura ed avvocatura, i primi interlocutori dei cittadini “in cerca di giustizia”. 

E’ urgente riprendere a lavorare insieme, e insieme a tutta la comunità dei giuristi, per i bisogni di una giustizia che possa garantire sempre una tutela effettiva ed imparziale dei diritti e delle libertà di tutte le persone. E, nel riprendere le parole dell’avvocato Dario Lunardon[7] che ha dato avvio al nostro dialogo evocando le opportunità rappresentate dalla «Costituzione di tutti», nonostante le «mancanze» lasciate dall’aver preso vie diverse, dobbiamo rinunciare ognuno alla propria pretesa di «interezza» che, come quella persa dal Visconte dimezzato di Calvino, allontana dalla conoscenza e dalla saggezza.

 

Gli articoli di Marco Patarnello, Dario Lunardon, Michele Passione, Cataldo Intrieri, Franco Moretti e Elisabetta Tarquini sono disponibili su QG online ai link che seguono:

D. Lunardon, Il bicchiere mezzo pieno: la Costituzione di tutti, in Questione giustizia, 26.3.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-bicchiere-mezzo-pieno-la-costituzione-di-tutti     

M. Patarnello, Ancora sul bicchiere mezzo pieno: si è persa la capacità di ragionare, in Questione giustizia, 1.4.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/ancora-sul-bicchiere-mezzo-pieno-si-e-persa-la-capacita-di-ragionare 

M. Passione, Il popolo è un nome collettivo, in Questione giustizia, 09.04.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-popolo-e-un-nome-collettivo     

C. Intrieri, Il 23 marzo 2026, in Questione giustizia, 10.04.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-23-marzo-2026  

F. Moretti, Referendum: come e da dove ripartire, in Questione giustizia, 11.04.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/referendum-come-e-da-dove-ripartire  

E. Tarquini, L'esercizio di realismo che serve a vedere il bicchiere mezzo pieno, in Questione giustizia, 13.04.2025, https://www.questionegiustizia.it/articolo/l-esercizio-di-realismo-che-serve-a-vedere-il-bicchiere-mezzo-pieno 

 

 
[1] M. Guglielmi, "Questi giudici devono andarsene", https://www.questionegiustizia.it/articolo/questi-giudici-devono-andarsene 

[2] M. Guglielmi, "Questi giudici devono andarsene", cit.

[3] E. Maccora, Note sparse sulla campagna referendaria e sul dovere della magistratura di scendere in campo e fornire elementi per un voto oltre gli slogan, https://www.questionegiustizia.it/articolo/note-sparse-sulla-campagna-referendaria-e-sul-dovere-della-magistratura-di-scendere-in-campo-e-fornire-elementi-per-un-voto-oltre-gli-slogan 

[4] Riforma Bonafede, prescrizione, separazione delle carriere: il punto della situazione secondo l'U.C.P.I., https://www.camerepenali.it/cat/10066/riforma_bonafede,_prescrizione,_separazione_delle_carriere_il_punto_della_situazione_secondo_lucpi.html   

[5] Dichiarazione di MEDEL sulla riforma costituzionale della magistratura in Italia, https://www.questionegiustizia.it/articolo/dichiarazione-di-medel-sulla-riforma-costituzionale-della-magistratura-in-italia 

[6] https://www.questionegiustizia.it/articolo/referendum-come-e-da-dove-ripartire 

[7] https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-bicchiere-mezzo-pieno-la-costituzione-di-tutti 

15/04/2026
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