Ci siamo. Domenica e lunedì prossimi andremo a votare per il referendum costituzionale. Non è previsto un quorum, ma mi auguro che la partecipazione al voto sia consistente, perché si tratta di confermare o meno le modifiche a sette articoli della Costituzione. La “Casa” di tutte e tutti noi, approvata dalle madri e dai padri costituenti con 88% di voti favorevoli.
Certo non tutto ci soddisfa di questa campagna referendaria a partire dal metodo seguito per arrivare a questo Referendum: da un lato tempi molti serrati, assenza di dibattito parlamentare e di modifiche del testo inizialmente proposto nonostante le criticità da più parti segnalate nel corso delle audizioni informali alla Camera e al Senato; dall’altro un quesito iniziale proposto da gruppi parlamentari che non indicava nemmeno gli articoli della Costituzione oggetto di modifica, emersi solo grazie al quesito proposto da 15 cittadini che hanno promosso un’ulteriore richiesta di iniziativa popolare ed hanno raccolto 500.000 mila firme, per far conoscere il contenuto effettivo della legge di revisione costituzionale sottoposta a referendum, sviluppare, con i tempi necessari, la campagna referendaria e sollecitare una partecipazione consapevole dei valori sottesi alla riforma.
Ora sappiamo quali sono le modifiche della Costituzione per le quali siamo chiamati a votare alla consultazione referendaria.
Bisogna ringraziare di cuore quei cittadini e quelle cittadine perché grazie alla loro iniziativa è partita una campagna di informazione che si spera possa portare a un voto partecipato e veramente consapevole.
Il tema non è purtroppo di immediata percezione e alcune modalità di confronto non hanno certo aiutato la sete di conoscenza di chi non si rassegna agli slogan, agli argomenti gridati e spesso falsi.
E’ vero che oggi i tempi e le modalità dell’informazione sono mutati e si sono molto diversificati dal passato, ma non possiamo sottovalutare le tante fake in circolazione, la violenza e le volgarità di alcune vignette (basti vedere quella ultima della Camera Penale di Cosenza dove un ascia -che rappresenta simbolicamente la riforma – divide in due il corpo di un magistrato), il ribadire con ostinazione affermazioni smentite da dati oggettivi. Ad esempio, nonostante si continui ad affermare che oggi i magistrati non pagano mai per i loro errori, i dati forniti dal Consiglio Superiore della Magistratura e di recente esposti, in più sedi, dal Vicepresidente Pinelli e pubblicati anche su questa Rivista[1], dimostrano proprio il contrario. Nel nostro sistema non c’è una giustizia domestica tanto che il Ministro della Giustizia ha, di fatto, condiviso le decisioni emesse dalla sezione disciplinare se si considera che ha impugnato solo il 4,2 % delle sentenze di assoluzione emesse.
A ciò si unisce la delegittimazione continua che proviene dalle altre Istituzioni e che ha spinto il Presidente Mattarella a intervenire per la prima volta in un plenum ordinario del Consiglio il 18 febbraio 2026 per ricordare «Il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura…..e soprattutto, la necessità e l'intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione.…. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell'interesse della Repubblica[2]».
Ma gli attacchi alla magistratura sono proseguiti e la Presidente del Consiglio ha voluto, da ultimo, ulteriormente incendiare gli animi affermando, nel corso di una manifestazione di FdI tenutasi il 12.3.2026 al teatro Parenti di Milano, «se stavolta non passa (la riforma) ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà. Antagonisti che devastano senza alcuna conseguenza giudiziaria, figli che vengono strappati alla madre perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco».
Eppure gli stessi proponenti di questa riforma sanno bene, e lo hanno dichiarato in più occasioni, che essa non incide in alcun modo sull’efficienza della giustizia, sui tempi dei processi, sulle carenze di mezzi e di persone, sugli errori giudiziari, sulla riduzione delle riparazioni per ingiusta detenzione, cioè su tutto ciò che servirebbe per far funzionare la macchina giudiziaria, tutelare i diritti dei cittadini e garantire la legalità anche verso i “potenti”.
Delegittimazioni ripetute della magistratura, provenienti da più figure politiche-istituzionali, che colpiscono nel profondo quei tanti magistrati che ogni giorno cercano di assicurare giustizia arrabattandosi tra leggi farraginose, risorse minime (al Tribunale di Milano vi è la scopertura di oltre il 50% di cancellieri), sistemi informatici del tutto inadeguati alla complessità della giurisdizione.
Una chiamata al voto che sollecita sempre più la pancia e la rabbia di chi ascolta, accusando la magistratura di ogni possibile nefandezza. Una rabbia che si impone sulla ragione e che si ritrova plasticamente nelle dichiarazioni della capa di gabinetto del Ministro della Giustizia, dott.ssa Bartolozzi, che partecipando a un dibattito su una emittente televisiva siciliana, ha affermato con vemenza: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione».
Parole che tristemente risuonano in un territorio che conosce ben altri terribili plotoni di esecuzione!
Una campagna elettorale dove un deputato di FdI, Aldo Mattia, in un incontro pubblico, aringa chi lo ascolta e lo applaude a utilizzare ogni mezzo per far votare SI, anche il solito sistema clientelare[3].
Tante altre dichiarazioni potrebbero ricordarsi, ma quelle citate, ultime in ordine di tempo, sono più che sufficienti a dimostrare che abbiamo assistito ad una campagna referendaria violenta e volgare, nonostante in discussione vi siano questioni essenziali per la democrazia che avrebbero meritato un confronto in grado di orientare le cittadine e i cittadini fin dal dibattito in Parlamento per proporre al Paese una legge di riforma costituzionale approvata da una maggioranza amplissima in cui tutti avrebbero potuto comunque riconoscersi.
Si è scelto il metodo opposto e nella campagna referendaria si è molto spesso abbandonata la strada del confronto corretto e delle argomentazioni e si è investito sulle fake, sulle falsità rispetto a dati oggettivi, sulla sollecitazione della rabbia, su comunicazioni mediatiche violente e volgari, inquinando spesso i confronti per alimentare la propria fazione ma nel contempo allontanando i cittadini e le cittadine dalla partecipazione al voto.
Una deriva pericolosa per uno Stato di Diritto, che preoccupa tanti.
Non è casuale la dichiarazione rilasciata lunedì dal senatore a vita Mario Monti nell’ambito di una intervista al Corriere della Sera, in cui ha affermato di votare No «perché non si depotenzi lo Stato di Diritto e i suoi presidi, nell’erronea convinzione che sia quello l’ostacolo a governare meglio».
Pericolo che i magistrati in questi mesi hanno evidenziato nel corso dei molteplici dibattiti, cui, con grande generosità e nel rispetto dell’interlocutore, hanno partecipato.
In quelle sedi in molti abbiamo segnalato che solo una lettura unitaria della riforma consente di cogliere l’obiettivo di indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e di riscrivere i rapporti tra poteri dello Stato. La separazione delle carriere - che spinge molti avvocati a votare SI[4] - è in realtà un mero diversivo, essendo l’indebolimento del Consiglio Superiore della Magistratura, attraverso il suo sdoppiamento, la creazione dell’Alta Corte e l’individuazione dei membri togati attraverso il sorteggio secco, il vero cuore della Riforma.
Mantenere inalterata la formulazione dell’art. 104 Cost., che prevede l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere, non è sufficiente, essendo una mera declamazione astratta priva di adeguati strumenti di garanzia (come il Consiglio Superiore della Magistratura) per renderla effettiva. Non dimentichiamo che molti Paesi non democratici prevedono tale proclamazione astratta a cui però non fa seguito l’esistenza di presidi per farla effettivamente rispettare (Russia, Cina, Cuba, Iran e Corea del Nord).
Indipendentemente dall’esito del voto, una esperienza positiva comunque resterà da questa campagna referendaria e sarà quella di essere usciti, noi magistrati e magistrate, dai palazzi di giustizia e di essere entrati in contatto con le cittadine e i cittadini per spiegare l’organizzazione della magistratura e la Riforma.
Personalmente ho privilegiato luoghi di dibattito contenuti, ove le persone potessero presentare i propri quesiti e i propri dubbi, ho verificato la grande voglia di conoscere il mondo della magistratura la cui organizzazione è spesso un mistero, ho risposto a interrogativi sulle correnti, sul loro valore e sulla loro degenerazione, sul ruolo e importanza del Consiglio Superiore della Magistratura e sull’Alta Corte. Ho portato dati fondati anche sulla mia esperienza personale[5] e non ho nascosto le criticità esistenti e la necessità di lavorare per il loro superamento, anche in caso di vittoria del No.
Il volto di una magistratura che dialoga, che apre i palazzi, che non si rifugia nel proprio ruolo, che ammette ciò che non va e prova a ragionare di ciò che veramente servirebbe per far funzionare la giustizia, aiuta sicuramente, chi senza pregiudizi, deve scegliere come votare.
In fondo, come abbiamo potuto constatare in questi mesi di campagna referendaria, le italiane e gli italiani amano la Costituzione e tendono a preservarla.
Buon voto quindi, si spera oltre gli slogan!
[1] https://www.questionegiustizia.it/articolo/i-veri-dati-della-giustizia-disciplinare-del-csm
[2] https://www.questionegiustizia.it/articolo/intervento-del-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-in-occasione-del-plenum-del-consiglio-superiore-della-magistratura
[3] «Avete gli argomenti per poter discutere ma se non dovesse servire, utilizzate anche il solito sistema clientelare: non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti».
[4] Soprattutto quelli aderenti all’Unione Camere Penali nonostante nel 2019 ritenessero il sorteggio «una autentica umiliazione delle regole democratiche e dei principi costituzionali sull’elettorato attivo e passivo».
[5] L’appartenenza di pubblici ministeri e giudici a un ordine giudiziario unico e non frammentato è un autentico «fiore all’occhiello» della nostra Carta Costituzionale a cui guardano molti altri Paesi europei – così Margherita Cassano nel corso dell’audizione alla Camera dei Deputati- e le osmosi tra le diverse funzioni andrebbero incentivate e non «punite». La mia esperienza professionale ultratrentennale mi porta, infatti, a ritenere che la giustizia non ha bisogno di separazione ma di una maggiore cultura della giurisdizione. Le ultime riforme, in particolare la 150/2022, ci dicono sempre più che servirebbero pubblici ministeri capaci di vestire l’abito del giudice per una corretta valutazione del materiale probatorio acquisito nel corso delle indagini, esercitando l’azione penale solo quando “sussiste una ragionevole previsione di condanna” , diversamente operando con richieste di archiviazioni e di proscioglimento.