1. Un diritto penale proteiforme, dalle molte e mutevoli sembianze
Diciamolo subito: è stato laborioso e complicato ricostruire, in questo numero della Trimestrale affidato alle cure di Andrea Natale, la fisionomia del diritto penale che la maggioranza di destra ha prodotto negli anni dell’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
La difficoltà del lavoro collettivo svolto sta nel fatto che si è di fronte a un diritto penale proteiforme, dalle molte e mutevoli sembianze.
È un diritto penale del nemico, che sceglie come bersagli della repressione penale quanti vivono nel disagio sociale, gli irregolari, i dissenzienti, i protestatari, gli alternativi e, naturalmente, i migranti. Assumendo una posizione di rigore estremo nei confronti della marginalità sociale, dei reati di strada e di tutte le forme di azione politica e sociale che fuoriescono dai binari della più stretta legalità formale.
È un diritto penale dell’amico, declinato, come sottolinea Alessandra Algostino «in senso classista e autoritario», che attua la depenalizzazione dei reati dei colletti bianchi e introduce tutele privilegiate per le Forze di polizia, così veicolando «l’immagine dello Stato come autorità». Mostrando indulgenza verso illegittimità, abusi e devianze dei detentori del potere e introducendo nel processo penale sempre più complesse e sofisticate garanzie che, però, saranno utilizzabili solo dai soggetti culturalmente ed economicamente forti e meglio difesi.
È un diritto penale di segno neocorporativo, utilizzato con grande e spregiudicata flessibilità per inviare messaggi rassicuranti a particolari settori della popolazione, a categorie professionali, a segmenti delle istituzioni, anche allo scopo di coprire il vuoto di effettive iniziative di protezione che richiederebbero impegni seri e concreti in termini di uomini e mezzi, più che vacue e stentoree “grida” repressive.
È un diritto penale della perenne emergenza, generato da una decretazione d’urgenza ormai giunta al parossismo e divenuto meccanico riflesso condizionato di risposta agli allarmi lanciati dalla cronaca nera e alle ansie ingenerate nella popolazione da media troppo spesso a caccia di sensazionalismo.
È un diritto penale massimo, per il suo gigantismo e per la proliferazione delle fattispecie, delle aggravanti, degli aumenti incontrollati delle pene, in frontale contrasto a quel “diritto penale minimo” che da tante parti, anche a destra, si continua ad invocare.
È un diritto penale erratico, asistematico, imprevedibile, che ha definitivamente abbandonata la strada del tradizionale orientamento “di law and order” per divenire reazione impulsiva al malessere sociale, incurante dei canoni di coerenza, di razionalità giuridica e di ragionevolezza che soli possono garantire l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale.
Infine, per l’effetto congiunto di queste caratteristiche, il diritto penale di questi anni è anche un diritto dell’insicurezza giuridica e sociale.
Insicurezza giuridica, in primo luogo, perché molte delle nuove fattispecie incriminatrici sono indeterminate e perciò creeranno pericolose incertezze tra i cittadini e gli operatori del diritto.
Insicurezza sociale, inoltre, perché invece di “strade illuminate” e di presidi umani e tecnologici idonei a proteggere i cittadini contro il crimine si affida tutta la deterrenza alla proliferazione dei reati e all’elevazione delle pene, mentre si moltiplicano, incessanti e martellanti, le aggressioni che mirano a indebolire la magistratura, che è il primo agente della legalità repubblicana.
2. La politica penale fa da pendant ai progetti autoritari della maggioranza di governo
In definitiva, siamo di fronte a un diritto illiberale che rappresenta l’esatto pendant dei progetti autoritari di revisione della Costituzione repubblicana coltivati dalla maggioranza di destra che governa il Paese.
Parliamo di progetti chiari, scoperti, esibiti, che puntano da un lato all’accentramento del potere nella figura di un Presidente del Consiglio dei ministri “pigliatutto”, eletto direttamente dal popolo, e, dall’altro, a una riduzione dell’indipendenza del Giudiziario da realizzare anche grazie alla rinascita della corporazione e della gerarchia interna.
Saranno queste tendenze, accentratrici e verticistiche, a vincere nell’Italia del prossimo futuro, investita – al pari di altri Paesi dell’Occidente – da un’onda di destra che si è diffusa tanto nel Paese dominante, gli Stati Uniti, quanto in molti Stati europei sinora di sicura tradizione democratica?
E sarà davvero l’autoritarismo la risposta più naturale e meglio accolta dalle opinioni pubbliche dei Paesi democratici al lungo elenco di “paure” – degne di un romanzo di Stephen King – che le turbano: la sostituzione etnica, la minaccia della criminalità, l’insicurezza economica, e via dicendo?
Nell’assoluta incertezza su “come andrà a finire” la fase inquieta che attraversiamo, nutriamo una sola soggettiva certezza: non è il tempo delle posizioni defilate, attendiste, di comodo.
Occorre restare saldamente sul fronte dei principi liberali e democratici in politica e dell’Illuminismo e dell’umanità nel campo del diritto penale.
Sapendo cogliere ansie ed inquietudini dei nostri concittadini, ma cercando di offrire risposte diverse da quelle indicate da un Governo che, proprio sul terreno delle istituzioni e del diritto penale, sta mostrando il suo volto più aggressivo ed estremista.
E continuando tenacemente a indicare alternative praticabili e cure intelligenti e mirate di contro alla indigeribile e fallimentare ricetta della destra: riempire i fogli della Gazzetta Ufficiale di più reati, di più pene, di più vuote minacce di repressione e accentrare la maggior quota di potere politico possibile nell’Esecutivo e nel Premier.
È impossibile ripercorrere, nei limiti di un editoriale, tutti i temi affrontati in questo fascicolo della Trimestrale.
Basterà ricordare che il numero spazia dalla cornice costituzionale entro cui si colloca – o, meglio, con cui collide – la nuova legislazione penale alle questioni della sicurezza.
Dalle politiche penali dell’immigrazione alla multiforme dimensione del carcere.
Dalle innovazioni del processo penale alla disciplina dei reati contro la pubblica amministrazione.
Argomenti eterogenei, certo, ma da studiare insieme per fissarli su di un unico supporto come altrettante tessere destinate a comporre il variegato mosaico della politica del diritto penale della destra.
Operazione, questa, nella quale sta il pregio e il peculiare valore di questa riflessione collettiva.
3. Due notazioni: una sconsolata e una ottimistica
In chiusura di questo editoriale, una notazione sconsolata e una ottimistica.
Enunciamo per prima la ragione di sconforto.
Duramente criticato dagli studiosi di diritto penale e dalla magistratura progressista, il “diritto penale della destra” prodotto in questi ultimi anni ha suscitato solo una iniziale reazione di dissenso dell’avvocatura rappresentata dall’Unione delle Camere penali, reazione che si è poi via via stemperata per ragioni di tattica politica.
Una parte dell’avvocatura è, infatti, apparsa letteralmente abbacinata dalla promessa della separazione delle carriere e dalla prospettiva di avere di fronte una magistratura divisa e indebolita dalla revisione della Costituzione. Oltre che molto interessata all’idea di veder crescere, in uno con la proliferazione dei reati, garanzie processuali fruibili (solo) dai clienti più abbienti.
Che dagli attacchi forsennati a tutti i giudici – civili, penali, internazionali, di legittimità – autori di provvedimenti sgraditi non possa venire alcun vantaggio per l’avvocatura è dimostrato da molti segnali istituzionali che dovrebbero essere agevoli da cogliere per chi guida l’Unione.
Qui basterà citare solo il Ministro Salvini, che, irritato per una decisione giudiziaria riguardante quattro migranti, ha chiesto, con tono sprezzante: «Ma i migranti avevano l’avvocato sul barcone?».
A dimostrare che non ci può essere vero rispetto e reale apertura alla funzione del difensore in un contesto di acuta insofferenza e di aggressione alla giurisdizione.
Vi è anche però, come avevamo preannunciato, una ragione di ottimismo, beninteso non per la magistratura, ma per il Paese.
Il 10 dicembre scorso si è costituito il Comitato nazionale “Avvocati per il No”, con il fine di sensibilizzare l'opinione pubblica sulle ragioni che giustificano il “No” alla riforma costituzionale della magistratura in previsione del prossimo appuntamento referendario.
Il presidente del Comitato, Avv. Franco Moretti, ha affermato che è «di fondamentale importanza chiarire che non tutta l'avvocatura è favorevole alla riforma e che esistono avvocati che non sono disposti ad apporre la propria firma su una modifica della Costituzione che, sfruttando l'illusione di una giustizia più giusta, determinerà un'alterazione dell'equilibrio fra i poteri dello Stato a vantaggio della politica e in danno delle persone».
Tra la tutela del potere e la tutela delle persone, ha aggiunto il presidente Moretti, «gli avvocati hanno la missione morale di scegliere sempre le persone. Per questo crediamo che il “No” sia il voto giusto, anche per chi è a favore della separazione delle carriere: perché la separazione non può essere ottenuta a qualunque costo e men che meno al costo di infettare lo Stato di diritto e i contrappesi tipici dell'equilibrio democratico liberale».
Sapevamo già che non tutta l’avvocatura italiana era riunita sotto la bandiera delle Camere penali e che non condivideva le finalità della revisione costituzionale e i toni truculenti e distruttivi impressi dall’UCPI alla campagna referendaria.
Ma l’esplicita rivendicazione di un diverso punto di vista e la presenza di un’altra voce dell’avvocatura rappresentano un fatto importante, destinato a segnare i mesi che precedono il referendum costituzionale, nel corso dei quali si moltiplicheranno le denigrazioni dell’operato della magistratura e le aggressioni al ruolo della giurisdizione.
Nello Rossi
Dicembre 2025