Magistratura democratica
Controvento

Referendum: come è stata vinta “una battaglia persa”. Ma ora nessuna miope esultanza corporativa

di Nello Rossi
direttore di Questione Giustizia

Come è stata vinta una battaglia persa

“E’ una battaglia persa, bisogna darla”. E’ con questo spirito e con una fortissima volontà di testimonianza in favore della Costituzione che cittadini e magistrati si sono mossi agli inizi della campagna referendaria, quando le speranze di una vittoria del “no” erano considerate da tutti praticamente inesistenti. 

Meritano perciò di essere ricordate le mosse che hanno consentito di rovesciare - o, come direbbe elegantemente il Ministro Piantedosi, di “sovvertire”- le aspettative di una vittoria plebiscitaria del “sì” coltivate dalla maggioranza di governo. 

Innanzitutto la scelta decisa e coraggiosa dell’ANM di promuovere tempestivamente la costituzione di un Comitato che fosse parte attiva nella campagna referendaria con il compito di rappresentare ai cittadini la reale fisionomia della riforma costituzionale, le sue falle, le sue insidie, i suoi inganni. Scelta alla quale si è subito accompagnata la costituzione di altri comitati impegnati ad opporsi al disegno di stravolgere il dettato costituzionale sull’assetto della magistratura: il Comitato della società civile ed il Comitato degli avvocati per il no. 

Poi, la battaglia giuridica per ottenere che il referendum fosse fissato in una data rispettosa dei termini previsti dalla Costituzione (il 22 e 23 marzo, appunto) e non indebitamente anticipato agli inizi di marzo come preteso dal Ministro Nordio. Una questione su cui questa Rivista ha immediatamente preso posizione con ampiezza di argomenti, raccogliendo una attenzione eccezionale per un piccolo foglio come il nostro[1]

Ancora: l’entrata in campo di quindici cittadini che hanno accettato il rischio di promuovere la raccolta firme per la promozione del referendum, ottenendo una forte e incoraggiante risposta popolare – il rapido raggiungimento di oltre cinquecentomila firme – che ha dato alla campagna un impulso ed un respiro sino a quel momento assenti. 

Nel commentare questa iniziativa Questione giustizia non ha potuto fare a meno di ricordare il folgorante aforisma di Bertrand Russell: «Gli innocenti non sapevano che la cosa era impossibile e quindi la fecero», a significare che l’innocenza politica dei promotori si è rivelata più intelligente e lungimirante di ogni inerzia e di ogni scetticismo degli “avveduti”. 

Infine, e soprattutto, una campagna referendaria diretta e appassionata, fatta di contatti con i cittadini e di migliaia di incontri, a volte in sale affollate, a volte dinanzi ad un pubblico ristretto, che hanno fatto la differenza rispetto al battage dei grandi mezzi di comunicazione nei quali è stato prevalente il favore per la conferma dell’operato del governo. 

 

Ma ora nessuna miope esultanza corporativa

Dopo la vittoria del no nel referendum, la magistratura - che è una realtà riflessiva - dovrà ragionare a lungo tanto sulla vicenda istituzionale che oggi si chiude quanto sui molti problemi della giustizia che restano aperti ed irrisolti. 

C’è da dolersi che, per effetto del referendum, l’attenzione della politica, della magistratura e dei cittadini sia stata così a lungo distolta dai temi cruciali della giurisdizione: la lunghezza dei processi penali e civili, la costante disattenzione per la giustizia civile, la farraginosità delle procedure, i ritardi nell’innovazione tecnologica, le questioni del personale. 

E’ ora di tornare a lavorare in queste direzioni facendo proposte ed accettando il confronto aperto sulle cose che nella giustizia non funzionano e che devono essere cambiate. 

Anche se ci sono molte e comprensibili ragioni di sollievo per l’esito del referendum non potrà esserci, tra i magistrati, nessuna miope esultanza di segno corporativo. 

Il perché del sollievo è facile da capire. 

Non ha prevalso la vergognosa falsificazione della storia della magistratura, rappresentata come un eterno caso Palamara. Contro la verità ed a dispetto delle tante innovazioni propugnate e volute dagli stessi magistrati per rendere più trasparente la giurisdizione: dalla pubblicità del processo disciplinare ai meccanismi di assegnazione automatica degli affari, dalla tutela dell’indipendenza interna all’attuazione rigorosa del principio del giudice naturale. 

Non ha convinto la maggioranza dei cittadini la rappresentazione caricaturale del governo autonomo della magistratura, concepito solo come un “nominificio” e visto come luogo di permanenti “scambi”, occulti e vergognosi. Una caricatura così grottesca che allontana dal percepire i reali difetti – che pure vi sono – nel funzionamento di un organo come il CSM che non si limita a nominare, ma amministra, organizza, consiglia, tutela, giudica. 

Non ha attecchito il disprezzo per i gruppi associativi, sprezzantemente definiti dalla presidente del Consiglio come la “mala pianta” delle correnti sulle orme del suo maestro repubblichino, Giorgio Almirante che per primo, nel 1971, presentò una proposta di legge di revisione costituzionale per introdurre il sorteggio dei membri togati del CSM. 

Infine non è passata, tra i più, l’immagine più ingannevole e truculenta venduta nel corso della campagna di una magistratura che “libera arbitrariamente i colpevoli” e “tiene in galera altrettanto arbitrariamente gli innocenti”, sbagliando sempre e comunque a danno dei cittadini, vittime designate di una giustizia impazzita. 

Detto questo, sbaglia di grosso chi ha sostenuto che una vittoria del no scatenerà “deliri di onnipotenza” o alimenterà l’orgoglio corporativo dei magistrati. 

Al contrario occorrerà prestare la massima attenzione alle ragioni di insoddisfazione verso il servizio giustizia ed alle critiche di tutti i cittadini (anche i più convinti della riforma ora naufragata) mostrando che la magistratura non è un grumo corporativo, non è una casta ma un insieme di persone che ricavano la loro legittimazione dalla preparazione professionale e dalla dedizione ad un difficile lavoro. 

Dopo una campagna referendaria nella quale non sono mancati toni feroci e distruttivi ci sono macerie da rimuovere e c’è un popolo da cui occorre ottenere una rinnovata attestazione di fiducia. 

Perché è su questa fiducia che si fonda la giurisdizione. 


 
[1] N. Rossi, Quale data per il referendum confermativo del 2026? Una questione di principio, in Questione giustizia on line del 10.12.2025.

23/03/2026
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