Magistratura democratica
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Intervento di Enrico Grosso all'assemblea dell'ANM del 16 maggio 2026 *

di Enrico Grosso
professore ordinario di diritto costituzionale nell'Università di Torino, presidente del Comitato "Giusto dire NO"

È per me un piacere e un onore prendere la parola alla vostra assemblea nazionale, a quasi due mesi dalla celebrazione del referendum. 

Consentitemi, in due parole, di provare a tracciare il mio personale bilancio di una campagna che ha offerto uno straordinario esempio di democrazia e di partecipazione popolare che questo Paese non viveva da molti anni. Una campagna che ho vissuto accanto a molti di voi, e che ha coinvolto, insieme alla maggior parte della magistratura italiana, centinaia di migliaia di cittadini delle più diverse convinzioni politiche, estrazioni sociali, esperienze professionali. È stata, per tutti coloro che l’hanno vissuta, una esperienza travolgente ed entusiasmante, a tratti esaltante, che ha unito tutti sotto la bandiera unificante della difesa della Costituzione. E lasciatemelo dire, per chi, come me, da quarant’anni ha fatto dello studio e dell’insegnamento ai giovani della costituzione l’oggetto quotidiano della sua vita professionale, oltre che il suo impegno civile, si tratta della soddisfazione più grande, soprattutto se penso che proprio le giovani generazioni sono quelle che con maggiore passione ed entusiasmo hanno dimostrato, nella campagna e poi nelle urne, il loro attaccamento alla Costituzione e la consapevolezza dell’importanza della sua difesa e della sua valorizzazione. 

Siamo riusciti a coinvolgere l’opinione pubblica in modo inusuale e addirittura inaspettato, e abbiamo scoperto che per molti cittadini, forse addirittura inconsapevolmente, la difesa della costituzione è ancora un valore irrinunciabile, un ancoraggio sicuro cui aggrapparsi nell’era dell’incertezza e della paura, nel tempo in cui la relativizzazione e la messa in discussione della maggior parte dei valori e degli assetti nelle relazioni sociali, politiche, istituzionali, internazionali, cui eravamo abituati sin dal Dopoguerra sembrava (e per molti versi continua a sembrare) inarrestabile e incontenibile. 

Erano anni che non si vedevano così tante persone in carne e ossa, disponibili a uscire di casa e ad affollarsi, in ogni città e paese d’Italia, in un teatro, in una sala parrocchiale, in un circolo culturale, per informarsi e discutere faccia a faccia, per riappropriarsi della loro socialità ed esercitare di nuovo, davvero, i loro diritti di partecipazione democratica. Sotto questo profilo, ragionandone a mente fredda, la campagna referendaria è stata un vero capolavoro che, nell’epoca dei social media e della pretesa alienazione individualistica di massa, resterà nella storia di questo Paese, e verrà osservata come un “case study” in tutte le scuole di scienza politica.

Tre, mi sembra di poter dire, sono state le chiavi su cui si è giocata la vittoria, a prescindere dagli errori e da alcune clamorose scivolate di cui si è reso protagonista il fronte del sì, e di cui abbiamo potuto giovarci (scivolate che però, da sole, non potrebbero spiegare, tantomeno giustificare, il dato di una rimonta dai -25 punti di novembre ai +7 di marzo). Alla prima ho già accennato: abbiamo messo al centro del dibattito pubblico l’idea che la Costituzione è patrimonio di tutti, bene comune della repubblica, e come tale va curata, preservata, eventualmente cambiata ma sulla base di procedure che assicurino il massimo consenso e la massima convergenza di tutte le diverse articolazioni del pluralismo politico e sociale. E che tra i principi costituzionali che più grave e pericoloso sarebbe mettere in discussione vi è quello di autonomia e indipendenza della magistratura, presidio che serve a garantire davvero che “la legge sia uguale per tutti”, oltre ogni naturale tendenza del potere politico di abusare degli strumenti di cui dispone. Siamo stati capaci di imporre questa narrazione, facendo capire all’opinione pubblica quale fosse la vera posta in palio della consultazione, al di là e a prescindere da ogni tecnicismo. 

La seconda chiave, legata alla prima, è stata la capacità di affrontare temi complessi con semplicità ma contemporaneamente con sobrietà e serietà. Dopo esserci faticosamente conquistati tempi e spazi che all’inizio volevano negarci, siamo riusciti a spiegare agli elettori, le ragioni di principio per cui ci opponevamo a una riforma che era – innanzi tutto – la messa in discussione di alcuni principi costituzionali di fondo, e non – come erroneamente veniva sostenuto – l’introduzione di mere modalità organizzative dell’ordinamento giudiziario. Abbiamo trattato gli italiani da adulti, come avevamo promesso. E la forza tranquilla delle nostre buone ragioni ha cominciato a fare breccia, anche sugli slogan sempre più semplificati e beceri che ci venivano opposti.

La terza chiave ha a che fare con le modalità con cui la campagna è stata condotta. La sua capillarità, la capacità con cui siamo riusciti a raggiungere, personalmente e direi quasi “fisicamente” i cittadini. E in questo, mi piace particolarmente sottolinearlo in questa sede, un ruolo straordinario e – nuovamente – inaspettato lo hanno avuto centinaia e centinaia di magistrati, che si sono messi generosamente in gioco esponendosi e prendendosi sulle spalle il compito e la responsabilità di difendere non – come qualcuno ha malignato – qualche loro privilegio corporativo, ma l’interesse collettivo alla difesa di quei principi costituzionali, con un impegno civile commovente e davvero fuori dal comune, che ha consentito di organizzare o comunque partecipare a oltre 5000 dibattiti, incontri, iniziative in ogni più recondita località del paese, incontrando persone, cui siete stati capaci di spiegare, con parole semplici che hanno alla fine fatto breccia, che quando è indebolita l’autonomia del potere giudiziario dal potere politico i cittadini vedono drasticamente ridursi gli spazi di tutela dei loro diritti. E che quindi quella riforma riguardava essenzialmente loro, e non voi.

Ebbene.

Alla fine della campagna, e a risultato acquisito, credo che il legittimo entusiasmo per lo scampato pericolo e la legittima soddisfazione, anzi la fierezza, per il grande lavoro svolto, non deve farci dimenticare l’ampiezza e la complessità dei problemi che abbiamo davanti, e non deve impedirci di ascoltare le domande di cambiamento da cui, a prescindere dal risultato referendario, il “sistema giustizia” continua ad essere investito. Domande cui la magistratura non può sottrarsi. 

La riforma Nordio è stata respinta perché la maggioranza dei cittadini ha capito che non serviva a risolvere i problemi della giustizia, ma quegli stessi cittadini (sia i 14,5 milioni che hanno respinto la riforma, sia i 12,5 milioni che, non dimentichiamolo, l’hanno invece approvata: anche a costoro, che sono tanti, si debbono delle risposte) ci hanno recapitato in massa un messaggio preciso: in ordine al funzionamento della giustizia permane una forte e profonda insoddisfazione. Di quei problemi i cittadini sono perfettamente consapevoli, e comunque ne sono vittime. 

Oggi la magistratura italiana si è forse riconquistata sul campo un credito di fiducia, e un conseguente patrimonio di legittimazione, che però non va sprecato. Che non deve restare effimero.

Se i nodi critici non saranno affrontati, o se quei problemi saranno sottovalutati, presto questo credito sarà disperso. 

Nei mesi scorsi il comitato giusti dire no ha costruito una interlocuzione assai feconda con la società civile, con l’avvocatura, con il mondo dell’università, su cui credo sia giusto continuare a lavorare, nella consapevolezza che la risoluzione dei problemi che investono l’organizzazione giudiziaria dipende ovviamente in parte dalla disponibilità delle altre istituzioni, e in particolare del governo e del parlamento, a tornare a investire risorse umane e finanziarie in un comparto che è stato sistematicamente impoverito e definanziato negli ultimi decenni. Ma dipende anche dall’impegno dei magistrati e dalla loro disponibilità a mettersi in gioco e in discussione. È necessario continuare a dimostrare, con la pratica del confronto e della discussione, attenzione e sensibilità alle questioni che coinvolgono quotidianamente il rapporto tra i cittadini e la giustizia. Ciò costituisce, a tacer d’altro, un modo per rafforzare la fiducia che i cittadini devono continuare a riporre nell’istituzione giudiziaria (nonostante i sistematici tentativi di delegittimazione di cui l’istituzione è stata irresponsabilmente oggetto nel corso della campagna referendaria).

Molto dipenderà dalla vostra capacità di “autoriforma”, dalla vostra capacità di non chiudervi corporativamente, di evitare l’autoreferenzialità del vostro agire, di non pensare che la vittoria referendaria vi esima dal fare i conti con i problemi che permangono, e dunque di mettere anche in discussione il vostro modo di interpretare e gestire il governo autonomo.

Una parte delle critiche che vi sono state rivolte negli ultimi anni, anche se agitate strumentalmente nel corso della campagna referendaria a fini propagandistici, traevano linfa da, e alla fine trovavano giustificazione, o comunque spiegazione, in comportamenti, nell’esercizio complessivo dell’autogoverno, obiettivamente molto discutibili. Tutto ciò va, genericamente e forse semplicisticamente, ma non senza ragione, sotto il nome di “correntismo”. L’ho ripetuto molte volte: il correntismo è la malattia degenerativa dell’associazionismo giudiziario. Quest’ultimo trova la sua origine storica e la sua piena giustificazione costituzionale nella legittima aspirazione a distinguersi e riconoscersi nella compresenza di diverse opzioni ideali, valoriali, culturali, e contribuisce ad alimentare e arricchire il dibattito pubblico e, in definitiva, il progresso complessivo della società. Non è pertanto affatto contrario a tale principio, ma è anzi in qualche modo presupposto dal primo comma dell’art. 104 della Costituzione, che i magistrati possano associarsi liberamente al fine di promuovere e diffondere la propria declinazione di quei valori di riferimento, nella cui cornice si manifesta il ruolo costituzionale del giudice nell’ordinamento. L’associazionismo ha permesso di adeguare la figura del magistrato al contesto costituzionale entro cui la sua funzione si cala, e ha ampiamente contribuito alla compenetrazione dei principi costituzionali nel complesso dell’ordinamento giuridico.

Orbene, il c.d. “correntismo” intossica il valore del pluralismo giudiziario quando la contrapposizione tra le componenti (e al loro interno) cominci ad avere, quale principale terreno di scontro, non la battaglia delle idee ma la mera lotta per il potere (dentro la magistratura), o il rapporto con il potere (fuori di essa). Il correntismo è la degradazione delle componenti associative della magistratura a opachi centri di potere e non ha nulla a che fare con il pluralismo delle idee. Il pluralismo dell’ordine giudiziario degenera in “correntismo” (esattamente come la democrazia dei partiti degenera in “partitocrazia”) quando le articolazioni di quel pluralismo perdono la loro vocazione ideale, trasformandosi in consorterie dirette a garantire ai propri aderenti la protezione più efficace.

Era tutto ciò ad essere alla base di molte delle critiche – magari anche strumentali, ma fondate su un nucleo di verità che sarebbe un grave errore ignorare o dimenticare – che ci venivano rivolte durante il dibattito referendario.

Ebbene, a quelle domande voi continuate ad avere il compito e la responsabilità di rispondere. In parte con le prassi, e dunque con la capacità di una autoriforma, ma in parte anche con qualche modifica ordinamentale. Prassi e riforme ordinamentali che non possono non investire anche il funzionamento dell’organo di governo autonomo, la trasparenza delle sue pratiche e delle sue modalità decisionali, le sue scelte organizzative, e ancora, il sistema delle valutazioni di professionalità e quello delle sanzioni disciplinari, di cui tanto si è parlato nel corso della campagna referendaria.  

Se qualche proposta di riforma ordinamentale su tali aspetti arrivasse proprio da voi, sarebbe un bel segnale per dimostrare al paese che la magistratura è sempre pronta non solo, genericamente, “al dialogo”, ma a mettere in discussione serenamente se stessa.

Concludo con un’ultima considerazione. La questione che più di tutte ci ha impegnato e ci ha fatto discutere durante la campagna referendaria è stata quella del sorteggio dei componenti togati al CSM. Noi abbiamo combattuto strenuamente il principio stesso del sorteggio, in nome del valore costituzionale dell’elettività come strumento di legittimazione dell’autogoverno e di garanzia effettiva del principio di autonomia e indipendenza. 

Ma non possiamo nasconderci che le modalità di elezione del CSM sono ancora, nonostante le numerose riforme che hanno interessato il sistema elettorale, un nervo scoperto su cui rischia di giocarsi la credibilità dell’ordine giudiziario proprio nel momento in cui esso ha giustamente rivendicato, e si è visto riconoscere dalla maggioranza dei cittadini, il diritto a scegliere, e a non vedersi imposti dalla sorte, coloro che sono chiamati all’alto compito di difenderne in concreto l’autonomia e l’indipendenza. Anche quello delle elezioni, allora, diventerà un banco di prova della vostra capacità di scegliere davvero personalità dotate della necessaria competenza e idoneità all’esercizio delle delicatissime e complesse funzioni cui sono destinate, e di meritare davvero la legittima aspirazione del pluralismo giudiziario a manifestarsi pubblicamente e in modo responsabile, evitando o riducendo il rischio che l’assunzione di decisioni delicate come quelle che hanno ad oggetto la carriera dei magistrati diventi puro e semplice esercizio di potere.

Poi vi sarà tempo, e occorrerebbe in effetti tempo, per discutere di una nuova legge elettorale che sostituisca quella, pessima, oggi in vigore. Nella consapevolezza che nessuna riforma delle regole funzionerà mai se non è preceduta, accompagnata e seguita da una adeguata riforma delle teste (cioè delle prassi e dei comportamenti), alla legge elettorale va assegnato un compito non irrilevante: quello di aiutare la magistratura associata a riorganizzare sé stessa, a ripensare il proprio ruolo, e di promuovere, nei singoli magistrati, una spinta ad immaginare, a loro volta, in modo diverso il proprio rapporto con la realtà associativa nel momento dell’espressione di quel voto. 

Non è certo questa la sede per approfondire l’argomento, né è immaginabile che una discussione di questo genere possa aprirsi a pochi mesi dall’elezione del nuovo Consiglio. Ma penso che si dovrà tornare a dibattere di un sistema che sia capace, ad un tempo, a) di rappresentare adeguatamente il pluralismo culturale presente all’interno della magistratura, b) di valorizzare la naturale configurazione del potere giudiziario come potere diffuso, diffuso nella sua complessità funzionale, territoriale, culturale, di sensibilità, di genere …, ed infine c) di favorire una selezione che promuova i candidati sulla base delle loro specifiche qualità personali (di ordine intellettuale, professionale, morale), in modo da rendere più probabile che l’organo nel suo complesso saprà esercitare adeguatamente la delicata funzione costituzionale cui è chiamato. Un buon sistema elettorale deve facilitare la selezione di consiglieri in grado di salvaguardare la propria indipendenza, e in tal modo l’indipendenza dell’intero ordine che li ha designati, anche nei confronti delle associazioni che li hanno candidati o comunque alle quali facciano riferimento. 

Qui, lasciatemelo dire per concludere, ripongo grande speranza nelle generazioni più giovani di magistrati, che con tanto entusiasmo e tanta passione hanno difeso in questi mesi i principi costituzionali sotto attacco, ma che più di tutti, oggi, si aspettano che la magistratura non si richiuda in se stessa e sfrutti l’occasione che le è stata data per uno slancio in avanti. Per chi crede nelle buone ragioni, anche di ordine costituzionale, del pluralismo culturale nella magistratura, e per chi ritrova nella storia dell’associazionismo giudiziario la conferma di tali buone ragioni, è proprio questo il momento, dopo un evento che ha consentito alla magistratura di riacquistare credibilità e consapevolezza, per mostrare di essere disponibili all’apertura verso quei cambiamenti che il risultato referendario non ha certo reso meno necessari. È una grande occasione di crescita, di rafforzamento, di rilegittimazione complessiva delle istituzioni, che sarebbe davvero un delitto sprecare.

[*]

Il video dell'intervento qui riportato è disponibile a questo link https://www.youtube.com/watch?v=Ftmwwv5zm58 

19/05/2026
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