1. Il “miracolo italiano” del 22 Marzo, una delle pagine migliori della Storia ultracentenaria dell’associazionismo
Non è necessario avere una prospettiva temporale “storica” per definire “miracolo italiano” la clamorosa vittoria del NO al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 sulla devastante riforma degli assetti costituzionali della giurisdizione proposta dal Governo di Giorgia Meloni.
Che il referendum fosse davvero un bivio della storia nazionale lo hanno capito bene il 60% degli elettori che sui due fronti sono andati a votare. E la sonora bocciatura di una riforma che dietro la truffa delle etichette della separazione delle carriere puntava alla distruzione del governo autonomo della Magistratura, a modificare l’equilibrio tra Esecutivo e Giudiziario e ad aprire un’autostrada ad altre modifiche costituzionali sulla via della costruzione di una autocrazia elettiva con i poteri concentrati nel Governo e in un suo “Capo” è stata la razionale scelta di una maggioranza anche istintivamente e sentimentalmente legata alla Costituzione e la cui progressiva “rivelazione” (costante nei referendum costituzionali del 2006, 2016, 2026) ha mostrato ormai come il “patriottismo costituzionale” in Italia sia non una formula politologica ma una realtà anche trasversale a posizioni politiche, ceti, aree geografiche.
Ora si deve guardare al futuro. Ma farlo riflettendo su come questa grandiosa vittoria della Costituzione sia stata resa possibile non solo evita sensi di colpa rispetto a quanti si sono impegnati ma è utile per capire come muoversi ora.
L’associazionismo giudiziario non avrebbe potuto fare meglio, sia in campagna elettorale, sia nella gestione più immediata della vittoria.
Approvata la riforma, e raccolte in Parlamento le firme per andare al referendum da parte della stessa maggioranza che l’aveva approvata (alla ricerca di un plebiscito evidentemente ritenuto esito sicuro), il Fronte del NO, dopo essere stato tutt’altro che Fronte e aver buttato a mare un mese e mezzo dei tre di cui all’art. 138 Cost. nella quasi totale inerzia probabilmente dovuta alla diffusa sensazione di dover vanamente andare a fermare il treno con le mani, si è improvvisamente acceso e subito incendiato con l’inizio il 19 dicembre della raccolta delle 500.000 firme promossa dal mai abbastanza lodato Comitato dei Quindici, capace di vincere i timori di un flop nella raccolta e di forzare le paure di molti di intestarsi una campagna perdente: da quel momento ANM, Comitato “Giusto DireNo”, Comitati locali spontanei, Comitati di avvocati per il No, partiti politici (PD, 5Stelle, AVS), CGIL (quest’ultima con un ruolo propulsivo alla fine decisivo, che ha confermato come sia l’ultima vera organizzazione politica nazionale esistente nel nostro Paese), e con loro centinaia di magistrati e avvocati, hanno dato vita ad una diffusa corale sinfonica campagna elettorale, in ogni sede mediatica e soprattutto “fisica”, che ha finito per coinvolgere l’Accademia, personalità della cultura e dello spettacolo, la galassia femminista ed LGBTQ+, il mondo cattolico dalle gerarchie alle parrocchie, i giovani della generazione Gaza in cerca di valori forti su cui mobilitarsi. E a restare nella memoria collettiva non solo nostra di magistrati saranno i 4-5000 tra incontri e dibattiti svoltisi un po’ ovunque e fin nei paesi e nei contesti più remoti e minimali, in cui magistrati per la più parte estranei all’attività associativa hanno sentito il bisogno di incontrare i cittadini, di farsi da loro sentire, vedere, interrogare. Alla fine una campagna davvero dai Cento Fiori, in cui l’ANM e tutto l’associazionismo giudiziario hanno saputo fare poca televisione, evitare trappole risse e scontri diretti, scegliere di investire le poche risorse oltre che sui social media in pubblicità in luoghi fisici affollati (stazioni, autobus) alla ricerca soprattutto dei voti di chi negli ultimi anni non ha mai votato. Una campagna elettorale in cui i gruppi tutti – le famigerate correnti al centro degli attacchi – bene hanno saputo “sparire” dietro l’Associazione lasciandole la scena (con MD a tenere infine nel suo Congresso coraggiosamente ma forse un po' temerariamente fissato ad una settimana prima del voto una postura elettorale assolutamente “low profile”, di sicuro lontana da quella che il Fronte del SI poteva augurarsi). Incentrandosi la campagna più sulla mobilitazione territoriale che sull’occupazione mediatica, focalizzando gli argomenti non sui tecnicismi della riforma, non sul suo testo ma sul suo contesto, e su un concetto di fondo tanto semplice quanto assolutamente centrato sullo “zoccolo duro” dei temi a referendum (“vorreste giudici che dipendono dalla politica?”), tanto centrato da suscitare non per nulla reazioni scomposte, risultate idonee solo ad amplificarne l’efficacia.
Un piccolo grande capolavoro, giovatosi, va detto, delle clamorose - e che rimarranno storiche - gaffes ed esagerazioni del fronte avverso (nonché, è doveroso ricordarlo, dell’intervento in plenum al CSM del Presidente Sergio Mattarella dopo gli insulti all’Istituzione Consiglio, e della ripetuta pubblica difesa del corretto operato della Sezione disciplinare operata dal Vicepresidente CSM Avv. Fabio Pinelli).
Non meno efficace è stata la gestione della vittoria.
Nonostante il valore per una volta davvero “epocale” del risultato referendario, nonostante si fosse appena concorsi a scrivere una delle pagine migliori della ultracentenaria storia dell’associazionismo sconfiggendo una campagna spesso denigratoria e di gravissima delegittimazione della Magistratura tutta da parte anche di tanti soggetti istituzionali, l’ANM e i Comitati in ogni loro istanza, i gruppi tutti, i singoli associati anche i più mediaticamente esposti, tutti hanno saputo mantenere fin dalle prime ore successive allo spoglio equilibrio nei commenti, sobrietà e compostezza nelle uscite pubbliche e nei comportamenti (ne è testimonianza il fatto che i media del fronte del SI si sono dovuti ridurre per giorni a continuare a sottolineare un unico singolo episodio di collettiva manifestazione di gioia avvenuto in un Tribunale, destinato a restare riservato se non fosse stato filmato e con evitabile leggerezza inoltrato sul web).
Davanti al livore e al rancore con cui il ferito e sorpreso Fronte del SI ha continuato la campagna elettorale con altri mezzi vaneggiando di una vittoria del NO prodromica a ritorni al processo inquisitorio e ad una vendicativa Repubblica giudiziaria e di una ANM ora addirittura legittimata leader dell’opposizione politica, identico il mantra ripetuto ovunque dal NO vincente: nel bel documento approvato dal CDC il 28 marzo, in interviste, articoli, uscite pubbliche, non si sono stilati Bollettini della Vittoria, si è rifiutato ogni corporativo trionfalismo ribadendosi anzi la convinzione che il NO non è stato, se non in minima parte, un atto di fiducia alla Magistratura, bensì il rifiuto di un intuito rischio di grave stravolgimento della Costituzione, e si è immediatamente rivolto lo sguardo al futuro e formulato l’invito alle forze politiche a 360 gradi e all’Avvocatura a riprendere un civile e dialogante confronto sulle riforme necessarie per rendere più efficiente il servizio Giustizia, al contempo ribadendosi, come già in campagna elettorale, che autonomia ed indipendenza della Magistratura non sono prerogative di casta ma strumenti funzionali ai diritti dei cittadini e al controllo di legalità, e che se c’è una lezione dettata ai magistrati da questo referendum è quella di continuare ad aprirsi ai cittadini, a guardare fuori dai palazzi di giustizia, e di non disperdere la quota di fiducia e di credibilità recuperata presso molti settori della società civile.
Sempre sostanzialmente silenti i gruppi dietro la voce dell’associazione, l’elezione immediata e all’unanimità del nuovo Presidente Anm, l’altrettanto immediata convocazione – oltretutto sulla spinta “dal basso” della magistratura più giovane -- di una Assemblea Generale dell’Associazione già per il 16 maggio con al centro appunto le riforme da farsi hanno infine continuato a restituire l’immagine di una ANM unita, coesa sui valori fondamentali, consapevole del suo ruolo e dei limiti del suo ruolo, in fase di rinnovo generazionale.
Se il tutto fosse stato frutto di una regìa unica, sarebbe stata una regia da Oscar. Il fatto che regìa non vi sia stata, che vi sia stata una “convergenza del molteplice”, è indice di consapevolezze diffuse e fa ben sperare per il futuro.
2. La nuova fase. Le elezioni CSM, il primo banco di prova per l’associazionismo post 22 marzo
Superato il tornante della Storia, presa al bivio la strada giusta, siamo sempre nel mondo di prima, con tutti i suoi problemi.
Nella efficace gestione del successo referendario, si è altresì ribadita all’infinito la volontà di riprendere il cammino dell’autoriforma: dei comportamenti, e di quei meccanismi che sono nella competenza del CSM ed in generale dell’autogoverno.
Vasto programma. E complicato, poiché le chiacchiere stanno a zero e poiché sicuro effetto della vicenda referendaria sarà che l’attenzione del mondo politico e dell’opinione pubblica su quello che la Magistratura andrà a dire e soprattutto andrà a fare sarà massima, e più alta che in passato.
L’associazionismo dei magistrati – ce lo ha detto la campagna elettorale – sarebbe senz’altro sopravvissuto anche alla sconfitta referendaria. Ora dovrà dimostrare di saper sopravvivere alla vittoria, e per fatti concludenti.
Il destino è cinico e baro : neanche il tempo di godersi l’esito referendario – e soprattutto: di dare al confronto interno il respiro e quindi anche il tempo necessario – che ad ANM e correnti si para davanti il più ingombrante e difficile dei banchi di prova di ogni volontà rinnovatrice: le elezioni del prossimo Consiglio Superiore della Magistratura, elezioni cui in Magistratura nessuno ha dedicato sinora ogni benché minima riflessione politica, sia perché evidentemente ogni impegno materiale ed intellettuale è stato negli ultimi tempi assorbito dalla campagna referendaria, sia si crede per la diffusa convinzione che alla fine avrebbe comunque prevalso il SI e che ci si sarebbe ritrovati nel magico mondo del sorteggio.
Come era scontato che fosse, anche perché il sorteggio dei componenti CSM era effettivamente il punto focale della riforma e lo strumento principale della perseguita distruzione del governo autonomo, la propaganda del Fronte del SI si è incentrata sul correntismo, meglio sulle “degenerazioni correntizie” nelle nomine di direttivi e semidirettivi e nella gestione del disciplinare, sullo “scandalo dell’Hotel Champagne” evocato ormai al di fuori di ogni dimensione spazio temporale come una riassuntiva suggestione delle peggiori nefandezze di un CSM infine definito “paramafioso” dal Ministro Guardasigilli: per il NO, il fronte più difficile da difendere, con le ragioni di non facile divulgazione del pluralismo associativo e della rappresentatività del CSM grazie alle aggregazioni di magistrati.
E’ quindi certo che le elezioni per il rinnovo del CSM verranno seguite e lette dall’opinione pubblica anche non pregiudizialmente ostile come la cartina di tornasole delle capacità di rinnovamento della Magistratura, e assai prevedibilmente con l’esclusivo metro della capacità dei gruppi (e dei loro dirigenti) di allentare il controllo sulle candidature ed il rapporto con gli eletti, di aprirsi ai colleghi non iscritti o comunque non schierati con una delle correnti, di selezionare candidature credibili meglio se autorevoli, di ben individuare le criticità nel funzionamento del Consiglio trovando soluzioni adeguate.
3. Elezioni CSM, le regole della partita: la legge elettorale, le sue regole strutturali
L’attuale Consiglio scade il 25 gennaio 2027. In assenza di proroghe, le elezioni devono tenersi “entro tre mesi dallo scadere del precedente Consiglio” e quindi al più tardi domenica 25 ottobre 2026 (art. 21 comma 1 l. 24.3.1958 n. 195 come emendata dalla legge 71 / 2022).
Con questi tempi pare assai difficile prevedere che il Parlamento possa varare una riforma lampo della legge elettorale approvata per le scorse elezioni con legge 17.6.2022 n. 71, novellando gli artt. da 22 a 27 della legge 24.3.1958 n. 195. Di certo, il Governo e la sua maggioranza con la legge costituzionale appena bocciata nelle urne si sono dimostrati capaci di imporre al Parlamento in tempi rapidi testi blindati, di certo potrebbero a tal fine disporre con legge ad hoc una proroga dell’attuale C.S.M., ma ad aprile 2026 si tratta di scenario che appare improbabile, anche se riaffiora sempre l’illusoria convinzione – alla base di tutte le leggi elettorali degli ultimi decenni -- che con una legge elettorale si possano cancellare i “corpi intermedi” di una Comunità politica (intesa senso lato) che voglia continuare a riconoscerne la funzione.
E allora, le regole della partita da considerare per valutare ciò che andrà a fare l’associazionismo nel suo complesso sono quindi allo stato quelle dettate dalla legge elettorale attuale.
Necessario, si crede, ricordarne le regole strutturali, restringendo l’analisi, per quel che qui interessa, all’elezione dei componenti “togati”.
Con la legge promossa dal Ministro Marta Cartabia – già a suo tempo appellata Marta-rellum -- portati a venti i componenti eletti dai magistrati e a dieci i “laici” eletti dal Parlamento, per i componenti “togati”, si è previsto: a) un collegio unico nazionale per eleggere due componenti che esercitano funzioni di legittimità in Cassazione e relativa Procura Generale, maggioritario, in cui vengono quindi eletti i due candidati più votati; b) due macrocollegi territoriali pure binominali maggioritari per eleggere cinque magistrati che esercitano funzioni di pm presso uffici di merito e presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, in ciascuno dei quali vengono eletti i due candidati più votati nonché il “miglior terzo” tra i due collegi per percentuale di voti presi sul totale degli aventi diritto al voto; c) quattro macrocollegi territoriali binominali maggioritari per l’elezione di otto magistrati con funzioni di merito o destinati alla Cassazione ex art. 115 R.D. 12 / 1941, in ciascuno dei quali vengono eletti i due candidati più votati; d) un collegio unico nazionale definibile come “virtuale” in cui vengono eletti cinque magistrati con funzioni di merito o destinati alla Cassazione ex art. 115 R.D. 12 / 1941, con ripartizione proporzionale dei seggi.
Per tutti tali collegi, si viene eletti a prescindere dal genere di appartenenza. Non ci sono c.d. quote di risultato.
I collegi territoriali vengono composti ogni quattro anni con decreto del Ministero della giustizia, aggregando “in continuità territoriale” Distretti e se del caso Circondari “o uno o più uffici”, con la prioritaria finalità posta dalla legge di garantire che abbiano “corpo elettorale” in composizione “tendenzialmente” equivalente. Agli effetti del “corpo elettorale”, i magistrati di legittimità e che “esercitano funzioni presso uffici con competenza nazionale” (in primo luogo quindi Cassazione e relativa Procura Generale) “sono conteggiati” nel Distretto di Roma, i fuori ruolo nel Distretto dove lavoravano prima del collocamento fuori ruolo.
Nel collegio nazionale per i componenti di legittimità così come in ciascuno dei macrocollegi territoriali per componenti magistrati/pm e giudici di merito devono esserci almeno sei candidati, “e ogni genere deve essere rappresentato in misura non inferiore alla metà dei candidati effettivi”. Ammesse le candidature dall’Ufficio Elettorale Centrale presso la Cassazione nominato dal CSM, se non si raggiungono tali soglie, si integrano le candidature “volontarie” con un sorteggio “in seduta pubblica” tra i magistrati eleggibili nel singolo collegio che in precedenza entro un dato termine non si siano dichiarati al CSM indisponibili ad essere candidati in tal modo (“l’estrazione avviene da elenchi separati per genere, in modo tale che sia raggiunto il numero minimo di sei candidature e sia rispettato l’indicato rapporto tra generi” e a tal fine i magistrati eleggibili sono estratti a sorte in numero pari al triplo di quelli necessari per raggiungere il numero minimo di sei o per assicurare l'indicato rapporto tra i generi.
Per il collegio unico nazionale di legittimità possono candidarsi solo magistrati della Suprema Corte e della relativa Procura Generale. Per i collegi territoriali per magistrati/pm e per giudici di merito ci si può candidare solo nel collegio nel cui ambito vi è l’Ufficio in cui si esercitano le funzioni. Per candidarsi, ed è norma di grande rilievo, non servono più le firme di presentatori in numero da 25 a 50 necessarie per la legge precedente. Basta una dichiarazione dell’interessato.
Quindici componenti su venti sono quindi eletti in collegi maggioritari binominali (come si è detto, con il recupero di un “miglior terzo” nei collegi in cui si eleggono magistrati requirenti).
Accanto a tali collegi, si è voluto poi introdurre un collegio “virtuale” in cui cinque seggi vengono ripartiti con metodo proporzionale, nella configurazione del quale si è posto un rilevante correttivo al fatto che la candidatura sia in sé un fatto individuale. Nei soli quattro collegi per giudici di merito è previsto che il singolo candidato, con una formale dichiarazione entro trenta giorni prima delle elezioni, possa “collegarsi” “con uno o più candidati dello stesso o di altri collegi” sempre per giudici di merito. “Ogni candidato non può appartenere a più di un gruppo di candidati collegati e il collegamento non opera se non è garantita la rappresentanza di genere e non è reciproco tra tutti i candidati del gruppo” (peraltro, qui basta che la rappresentanza di genere sia “garantita”, non si ripete che “ogni genere deve essere rappresentato in misura non inferiore alla metà dei candidati effettivi”).
Di fatto vengono così rese possibili, per i giudici di merito, delle “liste”. Evidentemente, non necessariamente riferibili alle “correnti”, dal momento che possono formarsi tra candidati individuali.
Il collegamento è appunto funzionale nella legge alla ripartizione con metodo proporzionale dei cinque seggi di questo collegio “virtuale” nazionale per giudici “di merito”. Infatti, eletti con metodo maggioritario gli otto componenti di cui ai quattro macrocollegi territoriali (in ciascuno, i due più votati), per ripartire i cinque seggi “proporzionali” si calcola innanzitutto il totale dei voti conseguiti nei diversi collegi da ciascun candidato non collegato ad altri candidati e da ciascun gruppo di candidati collegati, per ciascun gruppo di candidati collegati detratti i voti dei candidati del gruppo che – arrivati nel loro collegio primi o secondi – sono stati eletti nel loro collegio col maggioritario (con un meccanismo pensato evidentemente per dare tutela ai candidati non collegati e ai gruppi di candidati collegati che non hanno avuto eletti nei collegi con il meccanismo maggioritario). Così ottenute le “cifre elettorali” utilizzabili per la ripartizione dei seggi tra non collegati e gruppi di collegati,, si divide la cifra risultante dalla loro somma per cinque (il numero di seggi da assegnare), così ottenendo il “quoziente-base”. Si attribuiranno quindi i seggi a seconda dei quozienti pieni colti da ciascuna “lista” di candidati collegati o dal singolo candidato non collegato, e a seguire, per i seggi non assegnati con i quozienti pieni, i seggi vengono assegnati a seconda dei maggiori resti (e nel caso residuale di “parità di resti”, a seconda del “maggior numero di voti” e per ultimo “per sorteggio”).
Assegnati in tal modo i seggi “proporzionali”, per la legge “nell’ambito del medesimo gruppo di candidati collegati sono eletti coloro che hanno ottenuto nel loro collegio la percentuale più alta”, calcolata non sui voti validamente espressi ma sul totale degli “aventi diritto al voto” nel collegio (scelta che appare voler neutralizzare eventuali differenze tra collegio e collegio nell’astensionismo, nelle schede bianche, nelle nulle).
Di grande rilievo, il fatto che non sia previsto un numero massimo di collegamenti possibili, ad esempio corrispondente al numero massimo (13) dei magistrati “di merito” da eleggere con i quattro macrocollegi più quello “virtuale” (o ad es. nel doppio o nel triplo di tale numero). Possibili quindi “liste” anche assai lunghe, o lunghissime, alla caccia di una cifra elettorale la più alta possibile, e dei seggi “proporzionali”.
4. Il sistema elettorale e la sua prova alle elezioni del 2022. I risultati, in sintesi. I rischi connessi ad una riforma
Il sistema istituito per le elezioni del 2022 non è il migliore dei sistemi possibili (si resta convinti che il migliore sia un sistema proporzionale puro per liste in collegio unico nazionale – come già per la legge elettorale del 1975 – e ciò avuto riguardo al fatto che in CSM non si pone un problema di governabilità ma di massima possibile rappresentatività del pluralismo in Magistratura e che sono preferibili meccanismi che da un lato non rendano possibili maggioranze precostituite e dall’altro evitino i localismi di collegi maggioritari ristretti).
Non è il migliore, ma non è neanche il peggiore, dei sistemi possibili.
Come si rilevò già all’epoca, e riprendendo quell’analisi, la legge 71 / 2022, con i suoi collegi binominali e con il collegio “virtuale” a ripartizione proporzionale poneva le basi, per il Consiglio, del pluralismo possibile in quella temperie politica (le legge venne infatti discussa ed approvata in un clima ostile alla Magistratura assai simile a quello della campagna referendaria appena conclusasi, in cui si discuteva di responsabilità civile diretta dei magistrati, in un clima in cui altissimi furono i rischi di opzioni distruttive per il Consiglio, in un clima che vide il fatto inedito ed emblematico dell’esplicita indicazione di porre fine al “controllo correntizio” sulle elezioni quale obiettivo primo della riforma addirittura nella Relazione Illustrativa al disegno di legge; un clima, che senza sorprese avrebbe potuto portare o al c.d. sorteggio temperato, vale a dire all’elezione su una platea di candidati sorteggiati in numero superiore agli eleggibili, da taluni erroneamente ritenuta costituzionalmente legittima, o anche ad un sistema di soli collegi maggioritari uninominali che avrebbe potuto produrre un CSM “monocolore”, espressione di un solo gruppo, uccidendone il pluralismo e la rappresentatività).
Con una soluzione chiaramente di compromesso tra sistema totalmente maggioritario e sistema totalmente proporzionale, come si è visto si crea con la legge 71 cit. una “riserva” di proporzionale, ed anzi una riserva di proporzionale a tutela rinforzata delle minoranze, riconoscendosi il valore del pluralismo e della presenza in Consiglio di formazioni rimaste minoritarie nei collegi binominali maggioritari, il tutto innestandosi però su un sistema, e come deroga e palliativo ad un sistema, che è invece, per i tre quarti dei consiglieri da eleggere, largamente e strutturalmente maggioritario, e che rende sempre oggettivamente possibile almeno sulla carta la formazione in Consiglio di due grandi “blocchi” di rappresentanza sovradimensionata rispetto a quella effettiva, laddove ciascuno di essi si dimostri in grado di esprimere una forza anche minimamente rilevante purché presente ovunque su base nazionale, con effetti tanto più rilevanti se in presenza di un voto per il resto frammentato tra tanti candidati: “blocchi” che con grande facilità possono arrivare ad essere di sei-sette componenti, o anche più ampi, pur magari essendo espressione, ciascuno, in ipotesi, di non più del 15-20% dei voti, però sufficiente a far arrivare i candidati sempre primi o secondi nei singoli collegi. Sistema, che può poi facilmente vedere uno dei blocchi maggioritari, magari composto da otto-nove consiglieri, fare stabilmente maggioranza in Consiglio con un coeso e numeroso gruppo di componenti laici, di affine orientamento culturale e politico (o espressione di forze politiche diverse ma accomunate dalla finalità di pesare in modo decisivo, e nello stesso segno, nelle scelte consiliari), con l’effetto di ridurre di molto il ruolo dei consiglieri espressione delle componenti rimaste minoritarie, anche se magari rappresentative di percentuali rilevanti di elettorato.
Per altro profilo, avuto riguardo alla necessità di non favorire “eccessivi localismi” (come si esprimeva la Relazione Illustrativa) il sistema della legge aveva ed ha il merito di non cedere al mantra di promuovere, in illusoria ritenuta funzione “anticorrentizia”, con collegi uninominali piccoli, il voto del mitico “collega della porta accanto” (figura oggi davvero “ideologica”, e anacronistica, attesa l’ampiezza dei Distretti e le odierne possibilità di comunicazione che annullano le distanze), e di prevedere che il collegio per i componenti di legittimità sia nazionale, che quelli per i componenti pm siano solo due, e solo quattro quelli per i giudici di merito, creandosi così dei macrocollegi, che se non eliminano certo attenuano di molto i rischi che i localismi abbiano un peso decisivo nella scelta di consiglieri che devono poi occuparsi dei problemi della giustizia con sguardo ellittico e “nazionale”.
Le elezioni del settembre 2022 hanno confermato tali pregi e difetti della legge.
I risultati vedono la sostanziale tenuta delle aggregazioni associative “storiche”, e danno gli esiti in larga parte previsti e probabilmente perseguiti dagli estensori della legge, innanzitutto appunto nella determinazione, in Consiglio, di due “blocchi” principali, uno di rappresentanti di Magistratura Indipendente, uno di rappresentanti di AREA-Democratica per la Giustizia.
Con riguardo all’elezione dei componenti togati, e nella prospettiva della prossima consultazione e delle valutazioni da compiersi, è’ utile riportare a questo punto i dati essenziali (fonte: il verbale di scrutinio dell’Ufficio Centrale Elettorale della Cassazione).
Le candidature (come detto, individuali) sono nel complesso 87.
Nei collegi binominali maggioritari per l'elezione di magistrati che esercitano le funzioni di giudice presso gli uffici di merito dei 60 candidati complessivi si collegano tra loro, agli effetti del collegio unico nazionale “virtuale” per l’elezione di cinque seggi col proporzionale, ben otto gruppi di candidati : uno con otto candidati collegati espresso da Magistratura Indipendente (con 3 eletti), uno con otto candidati collegati espresso da Unità per la Costituzione (con due eletti), uno con sei candidati collegati espresso da AREA-DG (con tre eletti), uno con sette magistrati collegati espresso da Magistratura Democratica (nessun eletto), uno con sei candidati collegati espresso da Autonomia ed Indipendenza (nessun eletto), ed altri tre gruppi di candidati collegati espressi al di fuori delle correnti (seppure uno espressione elettorale del gruppo d’opinione denominato “Articolo Centouno”), rispettivamente di nove, sette e due candidati (tutti senza eletti nei quattro collegi). Sette i candidati non collegatisi tra loro.
Nel collegio unico nazionale per l'elezione di due magistrati che esercitano le funzioni di legittimità, con 9157 aventi diritto al voto, con 768 schede bianche e 187 nulle, con 6956 voti validi espressi, e nove candidati, vengono eletti Paola D’OVIDIO (M.I.) con 1861 voti e Antonello COSENTINO (Area-DG), con 1226 voti. Significativamente distaccati gli altri, dagli 816 voti del terzo arrivato, ai 210 dell’ultimo.
Nel collegio n. 1 per l'elezione di due magistrati che esercitano le funzioni di giudice presso gli uffici di merito (Distretti ricompresi nelle Regioni PIEMONTE, VAL D’AOSTA, LOMBARDIA, VENETO, TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI-VENEZIA GIULIA), 2281 aventi diritto al voto, con 1779 voti validi espressi (93 schede bianche, 51 nulle), e diciassette candidati, vengono eletti Maria Luisa MAZZOLA (M.I.) con 558 voti e Maria Francesca ABENAVOLI (AREA-DG) con 182 voti, con gli altri candidati che vanno dai 172 del terzo arrivato ai 5 voti dell’ultimo.
Nel collegio n. 2 per l'elezione di due magistrati che esercitano le funzioni di giudice presso gli uffici di merito (Distretti ricompresi nelle Regioni LIGURIA, TOSCANA, UMBRIA, LAZIO, Cassazione e Procura Generale), con 2338 aventi diritto al voto, 89 schede bianche e 58 nulle, con 1905 voti validi espressi, e 15 candidati, vengono eletti Bernadette NICOTRA (M.I.) con 636 voti, Marcello BASILICO (AREA-DG) con 352 voti, con gli altri candidati che vanno dai 238 voti del terzo arrivato ai 3 voti dell’ultimo.
Nel collegio n. 3 per l'elezione di due magistrati che esercitano le funzioni di giudice presso gli uffici di merito (Distretti ricompresi nelle Regioni EMILIA-ROMAGNA, MARCHE, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, SARDEGNA), con sedici candidati, 2339 aventi diritto al voto, con 72 schede bianche, 68 nulle e 1930 voti validi espressi, vengono eletti Edoardo CILENTI (M.I.) con 430 voti, Roberto D’AURIA (Unità per la Costituzione) con 357 voti, con gli altri candidati che vanno dai 244 del terzo arrivato ai 5 voti dell’ultimo.
Nel collegio n. 4 per l'elezione di due magistrati che esercitano le funzioni di giudice presso gli uffici di merito (Distretti ricompresi nelle Regioni PUGLIA, BASILICATA, CALABRIA, SICILIA), con dodici candidati, 2199 aventi diritto al voto, 72 schede nulle, 141 schede bianche, 1653 voti validi espressi, vengono eletti Genantonio CHIARELLI (AREA-DG) con 324 VOTI, Antonino LAGANA’ (Unità per la Costituzione) con 244 voti, con gli altri candidati che vanno dai 241 voti del terzo arrivato ai 18 dell’ultimo.
Passando ai due macrocollegi per l’elezione di magistrati con funzioni inquirenti, nel Collegio n. 1 (Distretti ricompresi nelle Regioni PIEMONTE, VAL D’AOSTA, LIGURIA, LOMBARDIA, TRENTINO-ALTO ADIGE, FRIULI-VENEZIA GIULIA, VENETO, UMBRIA), con dieci candidati, 4619 aventi diritto al voto, con 64 schede bianche e 3 nulle, e 975 voti validi espressi, vengono eletti Eligio PAOLINI (M.I.) con 986 voti e Roberto FONTANA (presentatosi come “indipendente” dai gruppi) con 675, terzo più votato Mario PALAZZI (AREA-DG) con 621 voti, con gli altri candidati che vanno dai 462 del quarto più votato fino ai nove dell’ultimo.
Nel collegio n. 2 per elezione di magistrati inquirenti Distretti ricompresi nelle altre Regioni), con otto candidati, con 4538 aventi diritto al voto, 3371 voti validi, 461 schede bianche e 104 nulle, vengono eletti Marco BISOGNI (Unità per la Costituzione) con 974 voti, Dario SCALETTA (M.I.) con 729, con gli altri candidati che vanno dai 686 di Maurizio CARBONE (AREA-DG, che viene eletto come “miglior terzo”) ai 249 del quarto, ai 27 dell’ultimo.
Nel collegio “virtuale” unico nazionale per l’attribuzione dei cinque seggi con metodo proporzionale, sommati i voti validi conseguiti da tutti i candidati - collegati o meno -, e decurtata tale somma del numero dei voti conseguiti dai candidati collegati eletti in ciascuno dei quattro collegi, residuava il valore di 4184, che, diviso per cinque (i seggi da attribuire), indicava in 836,8 il quoziente pieno per ottenere un seggio.
Sottratti al totale dei voti ottenuti da ciascuna “lista” di collegati i voti conseguiti dai candidati di quella lista eletti nel maggioritario perché arrivati tra i primi due del collegio, si procedeva quindi ad assegnare i seggi in base ai voti a tal fine per ciascun gruppo utilizzabili.
Solo un gruppo (il gruppo di Magistratura Democratica), con 879 voti, otteneva un seggio con quoziente pieno (eletta Domenica MIELE, nel suo collegio con la percentuale più alta - calcolata sul totale degli aventi diritto al voto - rispetto a quella ottenuta negli altri collegi dagli altri candidati a lei collegati).
Gli altri quattro seggi venivano attribuiti con i maggiori resti (e in concreto con lo stesso criterio tra i candidati collegati della stessa “lista”), via via al gruppo pubblicamente appoggiato da “Articolo CentoUno” con 621 voti (eletto Andrea MIRENDA), al gruppo di Unità per la Costituzione (592 voti, eletto Michele FORZIATI), al gruppo di Magistratura Indipendente con 491 voti (eletta Maria Vittoria MARCHIANÒ), al gruppo di AREA-DG con 461 voti (eletto Tullio MORELLO) (i collegati di Autonomia e Indipendenza restavano fuori con 385 voti, gli altri due gruppi di candidati estranei alle correnti riportavano 346 e 279 voti).
Riassumendo, e come da previsioni.
Una ampia platea di candidati, in totale 87, un numero che integra una ampia ed articolata “offerta” elettorale, molto lontana da quella negli anni prodotta dalla legge precedente, alla fine sfociata in elezioni con candidati in numero quasi corrispondente a quelli da eleggere, in un caso come si ricorda quattro candidati pm per quattro seggi.
Un Consiglio Superiore con alla fine sette componenti espressi da Magistratura Indipendente, sei da AREA-DG, quattro da Unità per la Costituzione, uno da Magistratura Democratica, due eletti al di fuori delle “liste” dei gruppi : esito che presenta criticità in punto di rappresentanza di genere (sei donne, quattordici uomini, a fronte di una Magistratura in cui le donne sono ora maggioranza), un esito che – come volevasi dimostrare -- denota il sistema come ad effetti prevalentemente maggioritari e quindi (in parte anche rilevante) distorsivi della effettiva rappresentatività delle forze in campo (per fare un esempio, e prendendo a base i 7267 voti validi espressi nei quattro macrocollegi binominali “di merito”, il gruppo di MD con 879 voti dati ai suoi candidati ed il 12,09% di percentuale alla fine elegge, e solo nel proporzionale, un solo consigliere, il gruppo di AREA-DG con 1319 voti dati ai suoi candidati e il 18,15% elegge, complessivamente, sei consiglieri), ma un esito che in ogni caso è lontanissimo dal CSM “monocolore” che avrebbe potuto essere partorito da un sistema di soli collegi uninominali maggioritari, avendo portato ad un Consiglio in cui il pluralismo dell’associazionismo è comunque rappresentato dalla presenza di consiglieri di quattro correnti diverse (cinque, se vogliamo qualificare Andrea MIRENDA rappresentante del gruppo “Articolo Centouno”), e di consiglieri “indipendenti” perché espressamente presentatisi al di fuori di formalizzati collegamenti di corrente.
L’analisi dei risultati delle elezioni del settembre 2022 evidenzia quindi, in sintesi, che la legge è sì idonea a favorire i due gruppi che nel dato momento storico elettorale sono più forti e con un consenso “nazionale” perché più o meno identico nei vari Distretti e quindi nei macrocollegi e nel collegio unico di legittimità, è sì idonea a produrre distorsioni in punto di rappresentatività dei complessivi orientamenti effettivamente espressi dall’elettorato (vizio ineliminabile dei meccanismi ad effetti prevalentemente maggioritari) ma ha dato nel complesso buona prova, nel garantire comunque un significativo grado di pluralismo al Consiglio, ad esito di un meccanismo elettorale che, fondato come è su macrocollegi ed anche su due collegi “nazionali”, certo non strizza l’occhio al “localismo”, favorendo invece l’emersione di candidature espressione di proposte programmatiche o comunque di visioni ampie e appunto “nazionali” dei problemi della giustizia e non di cordate di distretto o magari di singolo Ufficio.
Un esito complessivo, quello del 2022, da considerare attentamente, da chi, nel nostro associazionismo, anche col meritorio intento di mediare con le persistenti pulsioni del fronte risultato sconfitto al referendum, voglia proporre in questa primavera 2026 riforme della legge elettorale in vista dell’appuntamento del prossimo ottobre.
Attesi gli orientamenti prevalenti nell’attuale Parlamento ampiamente mostratisi nella campagna referendaria, in parte oltretutto anche trasversali a maggioranza ed opposizione, se si ha prioritario riguardo per la rappresentatività del Consiglio proporre oggi di mettere mano alla legge elettorale, in vista di riforme che oltretutto visti i tempi ristretti non potrebbero probabilmente essere figlie di adeguata ponderazione e di un adeguato confronto tecnico, appare un esporre il rinnovo del Consiglio al rischio di un dibattito sul tema ancora intossicato dalle scorie dello scontro referendario e ad una ennesima riforma che, naturalmente sempre “per contrastare le degenerazioni correntizie”, molto facilmente potrebbe portare a sistemi comunque regressivi rispetto all’attuale, e magari a far rientrare dalla finestra – con l’incostituzionale sorteggio temperato – quel sorteggio sconfitto nelle urne.
Davvero ben altri sono i temi, e le riforme, che l’associazionismo giudiziario tutto deve proporre al mondo politico, sulla scia del successo referendario.
4. Il percorso verso le elezioni CSM 2026. La tentazione dell’immobilismo. Le possibili direttrici per mostrare una tensione reale e concreta al rilancio dell’Istituzione Consiglio, dentro una nuova rivendicazione del valore e del ruolo del pluralismo associativo
A gennaio 2025 le elezioni per il Comitato Direttivo Centrale dell’ANM (che si tengono con sistema proporzionale per liste su collegio unico nazionale) hanno confermato la persistente tenuta dei gruppi storici: 6855 i votanti, l’81,57% degli aventi diritto al voto, consensi al 30,12% per Magistratura Indipendente, al 26,30% per AREA-DG, al 22,75% per Unità per la Costituzione, al 15,7% per Magistratura Democratica, con ArticoloCentoUno al 4,43%. Risultato assai significativo, a dimostrare il riconoscimento di ruolo che i gruppi continuano a ricevere, soprattutto se si pensa che solo dal 2019 al 2025 il corpo elettorale si è notevolmente rinnovato ed ampliato, con 1650 pensionamenti e circa 2400 ingressi.
Anche le elezioni per i Consigli Giudiziari dell’aprile 2025 (per quanto meno leggibili nei risultati per la diffusa presenza di particolarità locali nelle liste e nelle candidature) non hanno determinato terremoti del panorama associativo.
Tali esiti, con la tenuta del consenso da parte più o meno di tutti i gruppi “storici” (con la sola attuale scomparsa rispetto al 2022 di Autonomia e Indipendenza), potrebbero consigliare molti, ed in particolare i due gruppi più forti, incassata la vittoria referendaria del NO, e a fronte del permanere della legge elettorale del 2022, di non innovare nulla nel percorso elettorale, puntando ad una riedizione dei risultati del 2022, magari per effetto di un affinamento delle strategie elettorali (in particolare, puntando a presentare nei quattro macrocollegi di merito liste di magistrati collegati molto lunghe, per aumentare le chance di seggi nel collegio “virtuale” per l’assegnazione dei cinque seggi proporzionali). Il tutto, in un’ottica “chiusa”, di corrente.
Sarebbe un grave errore.
Innanzitutto, perché sarebbe appunto un modo di muoversi attento solo al proprio particulare.
In secondo luogo, perché gli appena evidenziati risultati al CDC 2025 a ben guardare rendono contendibili tutti i collegi binominali maggioritari ed incerta la sicura riaffermazione negli stessi dei candidati di almeno uno dei due gruppi più votati nel 2022, potendo consigliare in alcuni collegi candidature comuni (e ciò sia in presenza del rilevato grande rinnovamento del corpo elettorale, sia per il fatto che il voto istituzionale per il Consiglio è cosa assai diversa da quello associativo spesso figlio di logiche diverse, sia per il fatto che la grande mobilitazione dei giovani magistrati in occasione del referendum è fatto sopravvenuto che non è detto non abbia conseguenze sugli assetti associativi pregressi, magari producendo nuovi gruppi o nuove candidature individuali, e sia ancora perché ulteriore incognita viene dalla vasta e significativa platea dei magistrati, circa 6-700, che nel 2022, a ridosso dell’esplodere delle vicende del 2019, non si espressero se non con schede bianche e nulle, in un chiaro rifiuto degli assetti e delle liturgie associative esistenti).
Ma soprattutto, l’immobilismo sarebbe un grave errore perché, come si è detto, le elezioni per il rinnovo del CSM dell’autunno 2026 verranno seguite come il primo banco di prova da un lato dell’effettiva capacità dell’associazionismo di proseguire (per molti: di partire) sulla strada dell’autoriforma e del rilancio della sua ragion d’essere, e dall’altro della volontà di mantenere quella apertura all’esterno, quel confronto con gli utenti del servizio giustizia che tanti frutti ha dato non solo in vista della vittoria del NO al referendum ma anche nel recupero da parte dei magistrati di credibilità e di fiducia presso i cittadini finalmente incontrati fuori dei palazzi di Giustizia.
Decisivo, agli occhi dell’opinione pubblica, sarà sia l’esito delle elezioni, sia il percorso con il quale ci si arriverà.
Ad essere valutata, che piaccia o no, sarà soprattutto la capacità dei gruppi che si presenteranno, e soprattutto delle correnti “storiche”, se non a navigare in mare aperto almeno a confrontarsi pubblicamente ed anche al di fuori della corporazione su proposte idonee a risolvere le criticità della vita del Consiglio (innanzitutto inerenti le passate degenerazioni sulle nomine di direttivi e semidirettivi), e soprattutto la loro disponibilità a rompere i rigidi schemi con cui si sono affrontate le precedenti consultazioni, ogni gruppo ragionando esclusivamente del proprio specifico risultato.
Come nel 2022 – quando la legge elettorale fu approvata a metà giugno per elezioni da tenersi il 18 settembre, con il periodo feriale di mezzo – c’è purtroppo poco tempo per ragionare, e soprattutto per fare. Ed è evidentemente un serio handicap, le novità vere in politica avendo spesso tempi di maturazione non brevi.
Non c’è tempo, ad esempio, in vista di una partecipata selezione delle candidature, per organizzare, con tempi che consentano un effettivo confronto, consultazioni “primarie”, così come fattosi in passato peraltro con risultati assai minori di quelli che ci si riproponeva: “primarie”, che per quanto le si possa “aprire”, restano peraltro in ogni caso riferibili a candidature poi esclusivamente di gruppo.
Come dare un segnale di novità?
Seppure sarebbe a prima vista il gesto di più ampia novità immaginabile, un grave errore strategico sarebbe per l’associazionismo pensare ad un ritiro completo delle correnti dalla competizione, ad un “lasciar fare”, per le candidature, allo spontaneismo degli elettori, a voler dimostrare di voler recidere il legame tra gruppi e Consiglio.
Un errore strategico, ed una grave contraddizione (con resa culturale alle ragioni del Fronte del SI), perché sarebbe sì un gesto di rottura, ma con tutta la cultura storica dell’associazionismo e per ultimo con la postura tenuta gli scorsi mesi da ANM e gruppi in campagna referendaria nel combattere con forza il sorteggio quale mezzo per distruggere l’autorevolezza, la rappresentatività, la stessa funzionalità, ed il protagonismo istituzionale del Consiglio.
Sono poi maturi i tempi, dopo la storica vittoria referendaria, perché – finalmente non più sulla difensiva e in subalternità a quella che possiamo definire “la cultura dell’apoliticità della Magistratura” -- si passi finalmente a sostituire la narrazione del correntismo come tutto-il-male-del mondo con la rivendicazione del valore della storia dell’associazionismo e del suo pluralismo, del ruolo avuto dallo stesso nei decenni nell’attuare nell’ordinamento giudiziario i valori costituzionali, nel far crescere la cultura professionale e la consapevolezza del ruolo dei singoli magistrati, e alla fine nel modernizzare e migliorare la qualità della giurisdizione. Dovendosi passare altresì a chiarire una volta per tutte che le correnti non hanno mai praticato l’opaco “collateralismo” a partiti politici spesso loro attribuito bensì che sono figlie delle diverse opzioni politiche che ci sono dietro a tutte le scelte e tematiche professionali e ordinamentali e ovviamente anche trasparente portato delle sensibilità culturali e politiche che i cittadini-magistrati non possono non avere. E ancora, che sono corpi intermedi ineliminabili da tecnicalità elettorali, anche a base aleatoria.
Solo, perché non appaia solo una vacua operazione di propaganda, e un voler stravincere dopo la vittoria del NO, tale rivendicazione nel percorso elettorale dovrà necessariamente accompagnarsi alla dimostrazione all’opinione pubblica tutta di uno sforzo in atto, di una tensione al voler superare i presupposti primi delle degenerazioni dello scandalo-nomine, presupposti primi che sono stati negli ultimi lustri lo sclerotizzarsi dei gruppi in poco partecipate mere macchine elettorali in mano a pochi oligarchi, le poco trasparenti procedure di selezione dei candidati, la selezione di consiglieri non sempre all’altezza del ruolo e quindi spesso fatalmente al servizio di notabili e capi-cordata anche estranei all’Istituzione Consiglio.
La chiave si crede allora sia quella – dentro una rivendicazione della storia migliore del pluralismo associativo quale bambino da salvare gettando la sua acqua sporca - di dare un segno di rinnovamento vero, sia nell’elaborazione di proposte al legislatore che limitino il carrierismo in Magistratura e che siano frutto di un pubblico e aperto confronto fuori e dentro la Magistratura, sia nell’altrettanto pubblica e trasparente elaborazione di precisi programmi per il prossimo Consiglio e per la gestione delle sue ineliminabili discrezionalità, sia nelle modalità della selezione delle candidature.
Abbiamo o no sostenuto e soprattutto praticato in campagna referendaria l’uscita dalla torre d’avorio, l’apertura all’esterno, l’incontro con i cittadini e le loro associazioni, con l’Accademia, con l’Avvocatura, con il sindacato, la Politica, il giornalismo più attento alle dinamiche istituzionali? Sosteniamo di dover continuare a praticare questo metodo di confronto e di ascolto del “punto di vista esterno”? Abbiamo sostenuto che le soluzioni per la Giustizia fossero ben altre che quelle proposte dalla riforma costituzionale Meloni-Nordio? Bene. C’è il tempo per convocare da parte dell’ANM entro luglio, o al massimo a settembre, una grande assemblea nazionale di ascolto, una tre giorni di Stati Generali della Giustizia, invitando tutti tali attori e tutte tali Istituzioni della nostra società civile ad incontrarci e a presentare a noi come al legislatore istanze, proposte ed aspettative per migliorare sia la giurisdizione sia la vita e la funzionalità del Consiglio Superiore e del governo autonomo in senso più ampio: la diversità delle proposte, il loro provenire anche da fuori della Magistratura, innerverà la diversità delle proposte programmatiche che le correnti presenteranno ai magistrati-elettori, a sottolineare che non di collateralismi si tratta ma di solide diversità di vedute in un campo, quello della Giustizia, che non prevede scelte “neutre”, “indifferenti” ai valori in gioco.
Abbiamo o no sostenuto in campagna referendaria davanti ai cittadini che lo scandalo delle nomine non è una buona ragione per sorteggiare i componenti CSM, e che la via, al di là di una autoriforma “culturale” nostra, è quella di intervenire sulle norme che scatenano in Magistratura un letale carrierismo? Che le correnti incentrino le loro proposte innanzitutto sui criteri di nomina e prima ancora sul ruolo della dirigenza giudiziaria, sia come proposte al legislatore che come proposte di modifica delle Circolari consiliari.
Abbiamo o no sostenuto in campagna referendaria davanti ai cittadini che le carriere non vanno separate per mantenere il PM nella cultura della giurisdizione, e che la “terzietà” del Giudice rispetto alle tesi delle Parti non è un problema ordinamentale, ma di norme processuali e di cultura del Giudice? Incentriamo allora il confronto elettorale sui fondamentali temi della Scuola e più in generale della formazione e sulle riforme processuali che possano rinforzare la “terzietà”, le garanzie, i tempi del processo, in sintesi sui temi che, abbiamo sostenuto, la schiforma non andava neanche a sfiorare.
Abbiamo o no sostenuto che a differenza del consigliere sorteggiato il consigliere eletto è tenuto a rendicontare agli elettori e al gruppo che lo ha mandato in CSM? Che i gruppi e i singoli candidati formulino e presentino allora dei programmi che non siano dei documenti sull’universo mondo ma dei documenti per precisi punti “caldi”, fatti non di temi e problemi, ma di possibili soluzioni agli stessi, rispetto ai quali si possa quindi agevolmente effettuare ex-post una verifica di coerenza tra il detto ed il fatto.
Abbiamo o no sostenuto che l’obiettivo “culturale” del sorteggio degli eletti al CSM era, al di là dell’umiliazione dei magistrati, quello, in un ritorno agli Anni Cinquanta, di far rivivere la Magistratura come una corporazione indifferenziata di burocrati di profilo impiegatizio in cui “uno vale l’altro”, che hanno in comune solo interessi sindacali in senso stretto, che non hanno titolo ad interloquire sulle grandi opzioni che riguardano il loro lavoro? Abbiamo o no sostenuto che per le elevate funzioni che devono svolgere vi è una specifica professionalità del consigliere superiore che non tutti i magistrati possiedono, che accanto ad uno specifico “sapere” e ad uno specifico “saper fare” serve uno specifico complesso “saper essere” per affrontare le funzioni consiliari? Abbiamo o no sostenuto, a ragione, che a fare un buon consigliere parte di un Consiglio forte è la conoscenza teorica dell’ordinamento giudiziario e la pratica e l’esperienza dei suoi meccanismi che ne viene fatta negli Uffici collaborando con i Dirigenti, stando tra i colleghi, lavorando nei Consigli Giudiziari, nella formazione, nel “lavoro sociale” che in Magistratura si fa con MOT, giudici onorari, tirocinanti, e ancora lavorando in ANM e nei gruppi, nel confronto pluralistico e maturando l’attitudine tutta politica a mediare e poi scegliere? Dall’opinione pubblica viene da più parti rappresentato come migliore il profilo del consigliere che non ha frequentato i Palazzi della Politica con dati fuori ruolo di diretta collaborazione con la Politica e a nomina fiduciaria? Bene, teniamo conto di questi argomenti usati, e che si presentino e si appoggino candidati – anche magari non iscritti alle correnti - con tali caratteristiche, e che per quanto loro compete le correnti tornino a selezionare una classe dirigente sempre degna di questo nome, presentando come candidati e poi portando al Consiglio personalità professionalmente e culturalmente autorevoli, dal curriculum senza incarichi fuori ruolo non strettamente tecnici, e dal profilo emergente soprattutto dal lavoro giurisdizionale e ordinamentale di qualità, profili capaci per tali ragioni di diventare magari candidati comuni a più gruppi.
E’ poi infine innegabile, e oggettivo, che accanto a tutto questo, anche il parallelo fiorire di candidature “forti” estranee ai gruppi storici, o espressione di nuovi gruppi, avrebbe di per sé l’effetto di una realtà in movimento, e in rinnovamento.
Servirebbe una ulteriore “convergenza del molteplice”.
Non “tradire” la vittoria referendaria, e l’apertura di credito alla Magistratura che, almeno in parte, la vittoria del NO testimonia, è per i magistrati il dovere primo dei prossimi mesi e anni: nel governo autonomo, e prima ancora ovviamente nelle aule di giustizia, un compito di lungo termine e di lunga lena, che certo non riguarderà solo le elezioni del prossimo Consiglio.
Ma su tale strada in questo passaggio elettorale già conterà tanto mostrare se non grandi e immediati risultati almeno una reale e dall’esterno percepibile tensione collettiva alla ricostruzione della credibilità sia del governo autonomo sia del valore dell’associazionismo e del suo pluralismo interno. Per restituire questa tensione, non ci sono tecnicalità elettorali disponibili. Come sempre servono fatti, scelte politiche, comportamenti individuali e collettivi.