1. Se dovessi definire questa esperienza referendaria con una parola, direi: risveglio. A fronte di un Parlamento (rectius: di una maggioranza parlamentare) addormentata davanti alla riforma (per volontà o per ordine) il popolo sovrano (i rappresentati) ha insegnato ai rappresentanti come si fa politica: con la partecipazione. Nell’antica Grecia, com’è noto, gli idioti (idiòtai) erano coloro che non partecipavano alla vita pubblica. L’attività dei Comitati referendari (di entrambi gli schieramenti) e l’alta affluenza al voto hanno dimostrato che la maggioranza dei cittadini non è fatta di idiòtai. Si tratta di un’importante rivelazione, in un mondo che, sempre di più, tende a considerare il popolo come un gruppo di idioti (nell’accezione, questa volta, moderna del termine).
Quindi il primo grande risultato del referendum è proprio questo: l’esercizio della sovranità popolare quale forma di primazia politica di fronte a un Parlamento (rectius: una maggioranza parlamentare) inadempiente. Perché se è vero che la sovranità popolare «si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», allora va da sé che, di fronte a un Parlamento che modifica la Costituzione attraverso un metodo che costituisce la negazione ontologica dell’esercizio (mediato) della sovranità e della funzione dialettica che gli è coessenziale, il popolo deve riappropriarsi in via diretta, per quello specifico caso, della sovranità, esercitandola nel modo proprio delle democrazie: il confronto.
I Comitati hanno fatto proprio questo.
Ora si tratta di guardare avanti, di proseguire in quest’opera di partecipazione pubblica dal basso, forti, noi operatori pratici del diritto, della competenza di chi sa come funziona la giustizia e come dovrebbe (meglio) funzionare.
Prima che di contenuti però, a mio avviso deve parlarsi di metodo. E’ importante cercare di riformare la giustizia ma è altrettanto importante decidere, prima, con quale metodo la si vuole riformare. L’individuazione del metodo passa a mio avviso dalla capitalizzazione di ciò che abbiamo imparato con l’esperienza referendaria: stare insieme, pur nella differenza dei ruoli. Non basta parlarsi, bisogna stare insieme. Lo stare insieme – al di là di tanti altri benefici – esprime l’unità di intenti verso un medesimo obiettivo. Parlarsi e basta non ha lo stesso valore. Anche i nemici ogni tanto si parlano, stare insieme è ben altra cosa.
Per riformare la giustizia bisogna sentirsi parte della stessa famiglia (la giurisdizione) in una logica (non oppositiva ma) costruttiva. Dire che avvocatura e magistratura stanno dalla stessa parte (come gli avvocati del No hanno spesso ripetuto in questa campagna referendaria) passa quindi dalla individuazione di contesti stabili comuni che, senza che ciascuno ovviamente rinunci ai propri, costituiscano un costante e periodico momento di incontro dialettico in prospettiva riformatrice: come una famiglia i cui membri lavorano fuori sede e si ritrovano nei fine settimana.
Servono – mi si passi l’espressione – dei pensatoi comuni o, per dirla in maniera più elegante, degli Osservatori, dei Laboratori stabili di cui facciano parte non solo gli operatori pratici classici del diritto (magistrati, avvocati, cancellieri) ma più in generale i giuristi. Sarebbe sbagliato, ad esempio, non includere i Notai, certamente utili quando si parla di riforma della giustizia civile, che ha ad oggetto spesso e volentieri la contrattualistica. Sarebbe altrettanto sbagliato non includere giuristi italiani che lavorano in Unione europea, perché riformare la giustizia ignorando, come purtroppo è molto diffuso, la normativa sovranazionale e i relativi obblighi di conformarvisi porterebbe a una riforma sbagliata. Ma sarebbe sbagliato anche non pensare di includere giuristi stranieri, che assicurerebbero una dimensione comparativa utilissima in prospettiva riformatrice. Da ultimo, ma non per importanza, sarebbe sbagliato non includere gli accademici puri, giuristi teorici che personalmente considero fondamentali.
Tutto questo significa raccogliere l’eredità del referendum perché significa difendere, di nuovo, la Costituzione, attraverso una squadra qualificata che sia in grado di darLe competente attuazione in molte parti che, in materia di giustizia, non l’hanno ancora avuta compiutamente: la ragionevole durata del processo, il diritto di difesa, l’umanità della pena, l’uguaglianza economica e sociale, per citarne solo alcune, che passa anche dal dare a tutti le stesse opportunità di accesso alla giustizia.
Credo inoltre che il referendum abbia lasciato un’altra eredità da non sprecare: la (maggiore) comprensione delle ragioni degli altri. Mi riferisco in particolare, in questo caso, ai magistrati e agli avvocati. Sarebbe miope non valorizzare le ragioni degli altri. In questo senso a mio avviso la campagna referendaria è anche stata un utile bagno di umiltà reciproca (per chi si è voluto immergere) che non dobbiamo dimenticare di ripetere con periodicità.
I promotori di questa riforma costituzionale avevano all’inizio la (corretta) convinzione che avrebbero vinto grazie al clima di generale sfiducia della gente verso la giurisdizione (nella quale ricomprendo sia la magistratura sia l’avvocatura). L’intuizione era politicamente spregiudicata ma intelligente, perché questo clima effettivamente c’è e noi avvocati, spesso, lo leggiamo già nelle espressioni dei volti dei nostri assistiti. Non va negato, sarebbe un errore anche sottovalutarlo: il No alla riforma non è stato un Si a questa giustizia che, va detto, è insoddisfacente, per le ragioni in cui ognuno crede.
Siamo poi scesi tra la gente. Scendere tra la gente ha significato ascoltare la gente: scendere da una posizione privilegiata. Dovremo continuare a farlo, altrimenti il popolo – che abbiamo visto non essere fatto da idioti – penserà che siamo andati da loro solo perché ci servivano i loro voti, se lo ricorderà e, alla prima occasione, si regolerà di conseguenza. Ci dobbiamo tornare con lo stesso rispetto con cui ci siamo andati in occasione della campagna e con l’umiltà di chi (magistrati e avvocati) deve sempre ricordare di svolgere una delicatissima funzione a servizio degli altri.
L’occasione e il modo per farlo potrà essere anche quello di coinvolgere la gente, ogni tanto, nei pensatoi di cui parlavo prima, perché sarebbe assurdo parlare di riforme della giustizia senza ascoltare i destinatari di queste riforme, coloro che fruiscono della giustizia (non è possibile fare una seria riforma della giustizia civile se non si ascoltano, ad esempio, gli imprenditori, italiani e stranieri, in merito alle difficoltà che hanno nel rapportarsi con l’amministrazione giudiziaria italiana e nell’ottenere giustizia, a tutela delle proprie imprese e dunque anche dei dipendenti).
2. Serve poi che magistrati e avvocati riacquistino fiducia reciproca, nella convinzione che, insieme, sono fortissimi a tutela delle persone. Oggi ancora di più, proprio grazie all’esito referendario. Dopo circa trent’anni di delegittimazione della magistratura da parte di una certa politica, l’esito referendario ha costituito uno strumento di (nuova) legittimazione, nella maniera più solenne perché proveniente dal popolo sovrano dal quale qualcuno voleva farla processare e condannare con il Si. Un Si che, nella lettura che una certa parte ne avrebbe dato, avrebbe significato Si a quella narrazione secondo la quale quando i giudici censurano la politica lo fanno perché vogliono fare essi stessi politica. Il No ha significato, invece, che questa narrazione è archiviata per volontà popolare e che tutti sono sottoposti alla legge, così come le regole classiche dello Stato di diritto prescrivono.
Secondo uno schema (direi) riuscitissimo di nemesi storica l’esito referendario ha portato al risultato esattamente opposto a quello ricercato da trent’anni, dando conto del fatto che i cittadini sono perfettamente consci che è necessario avere una magistratura non delegittimata, che li difenda anche da coloro che vorrebbero delegittimarla.
Necessità che, per stare al mio ambito, riguarda anche l’avvocatura: perché – al di là di quanto potrebbe pensarsi – una magistratura indebolita rende debole anche l’avvocatura, nella misura in cui il magistrato indebolito è un magistrato meno libero, anche, in determinati casi, nell’aderire a quanto prospettatogli dall’avvocato. Con la conseguenza che la (nuova) legittimazione della magistratura ad opera di questo esito referendario (ri)legittima anche l’avvocatura e quindi legittima (di nuovo) la giurisdizione, della quale l’avvocatura è parte.
3. Se coglieremo questa vittoria referendaria non solo come uno scampato pericolo ma anche come un’occasione per cambiare rotta, avremo fatto un’opera meritoria. Perché la riforma della giustizia, prima che dalle modifiche normative, passa dalla rinnovata disponibilità degli operatori della giustizia stessa ad inaugurare una stagione migliore.
Con il No al referendum la maggioranza degli elettori ha detto: a) che non vuole la separazione delle carriere; b) che non vuole lo spacchettamento del CSM; c) che non vuole che la giustizia disciplinare dei magistrati sia affidata a un giudice speciale.
Questo è acquisito; è acquisito cioè che tutto questo non va fatto e che a questo punto non può essere fatto.
Per sapere cosa va fatto (molto c’è da fare) le singole realtà associative devono discutere al loro interno per poi confrontarsi con gli altri protagonisti in quei pensatoi di cui parlavo in apertura, per offrirlo al legislatore.
Guai però se questi pensatoi diventassero delle élite autoreferenziali sorde alle esigenze delle persone. Guai cioè se operassero secondo schemi ideologici inutili sul piano empirico perché non capaci di dare maggiore tutela agli interessi per i quali le persone si rivolgono al giudice.
Sarebbe un fallimento totale e il popolo sovrano, che con la grande affluenza al voto ha dimostrato di non essere né idiòtes né idiota, lo ricorderebbe.
Gli articoli di Marco Patarnello, Dario Lunardon, Michele Passione e Cataldo Intrieri sono disponibili su QG online ai link che seguono:
D. Lunardon, Il bicchiere mezzo pieno: la Costituzione di tutti, in Questione giustizia, 26.3.2026: https://www.questionegiustizia.it/articolo/ancora-sul-bicchiere-mezzo-pieno-si-e-persa-la-capacita-di-ragionare
M. Patarnello, Ancora sul bicchiere mezzo pieno: si è persa la capacità di ragionare, in Questione giustizia, 1.4.2026: https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-bicchiere-mezzo-pieno-la-costituzione-di-tutti
M. Passione, Il popolo è un nome collettivo, in Questione giustizia, 09.04.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-popolo-e-un-nome-collettivo
C. Intrieri, Il 23 marzo 2026, in Questione giustizia, 10.04.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-23-marzo-2026