Prendendo spunto dalle riflessioni del mio amico e compagno di viaggio[1] Dario Lunardon, proverò a fare qualche considerazione che ci aiuti a guadagnare la ripresa di un dialogo e di un ragionamento comune. Dal mio punto di vista, infatti, il bicchiere mezzo vuoto è il rischio della scomparsa di un linguaggio comune.
Premetto subito che, pur non condividendola, rispetto sinceramente la convinzione di quanti ritengano giusta la battaglia per la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. A mio modo di vedere, anche in questa parte la riforma era fatta pericolosamente male, ma ora non è ciò che importa: la vediamo diversamente, ma è alle spalle.
Anche se nessuno può sapere a cosa, esattamente, avrebbe aperto la porta la vittoria del SI, ciò che mi sembra importante mettere a fuoco -ma solo come premessa per recuperare il ragionamento comune- è la cifra retriva e corporativa che aspetti centrali della riforma recavano con sé. Cifra che una parte dell’avvocatura - e segnatamente le Camere Penali- ha ignorato, a mio avviso tradendo sé stessa e la propria vocazione. Mi riferisco, ovviamente, al sorteggio, autentico elefante nella stanza. Ma anche ad aspetti decisivi che caratterizzavano la cosiddetta Alta Corte[2]. La nuova figura di PM, per come realizzata, costituiva grande ragione di allarme per i diritti dei cittadini e rischiava di introdurre in questo organo una vera e propria “cultura della preda”. È questo bilancio che ci ha diviso ed è a questa cifra che il Paese ha stato risposto di NO, non a qualsiasi cambiamento.
Giustamente Dario Lunardon ha segnalato un altro aspetto importante di questa vicenda: il metodo che ha caratterizzato il percorso di revisione costituzionale. Ciascuno dei due fronti ha contribuito ad esacerbare il confronto referendario e diciamo che su questo possiamo reciprocamente assolverci o, meglio ancora, dobbiamo entrambi autocondannarci[3]. Ma il carico di responsabilità per questo scivolamento va interamente sul capo di chi ha inteso portare a compimento una riscrittura della Costituzione senza alcuna possibilità di confronto e di dialogo nella sede parlamentare propria. Questo ce lo dobbiamo dire con franchezza. È vero che il Parlamento è da tempo esautorato della sua centralità, ma qui si discuteva della riscrittura della Costituzione! Peraltro, di una parte importante: l’equilibrio fra i poteri dello Stato. Cosa può seguire ad un metodo politicamente inaccettabile?
Comprendo che i sostenitori del SI si addolorino di essere stati, talvolta, additati come nemici della Costituzione, ma cosa dovremmo dire noi magistrati, additati in quanto tali come i veri nemici del Paese e del diritto? E non da qualche secondario protagonista in eccesso d’entusiasmo…
Non ripercorrerò, dunque, l’invito a guardare il contesto, perché sono convinto che anche il testo (di cui il metodo, peraltro, fa parte) basti a spiegare ampiamente le buone ragioni di questo voto.
Il referendum ha scavato un solco enorme anche fra coloro che pure avevano un linguaggio comune per potersi parlare. Le riflessioni di Dario Lunardon sulla Costituzione sono il punto da cui ripartire per ritrovare quel linguaggio comune. Al di là delle peggiori aspettative, le nostre strade si sono riempite di macerie che dobbiamo al più presto sgombrare. La vittoria del NO al referendum non significa che tutto deve restare così e sarebbe un errore crederlo, così come sarebbe un errore credere che sia una vittoria della magistratura: è stata una vittoria dei cittadini e della Costituzione. Concordo sul fatto che la Carta costituzionale non debba essere un testo immodificabile, ma la sua eventuale modifica necessita di chiarezza di obiettivi e di direzione, ma soprattutto di discussioni leali e a viso aperto.
La giustizia ha molti mali e su fronti diversi, che non sono sul versante costituzionale. È il momento di affrontarli. Dalle parole di Dario emerge evidente che almeno il contesto è chiaro a tutti e questo ci fa capire quanto sia necessario riprendere rapidamente a parlarsi lasciandosi alle spalle le barricate. In questa epoca, la centralità del diritto rischia di cedere il passo alla centralità della forza e la comunità dei giuristi ha il dovere di ritrovare rapidamente il proprio linguaggio comune, lavorando sulle molte cose comuni che la legano. Avendo chiaro dove e perché questo dialogo si è interrotto, siamo in condizione di ricucirlo e abbiamo il dovere di farlo.
[1] Non ci sono poteri buoni: Fabrizio De André e il potere giudiziario, dialogo fra Marco Patarnello e Dario Lunardon, estratto dall’iniziativa della Camera Penale di Livorno, pubblicato su questa rivista online il 12/7/2025.
[2] La composizione con soli magistrati della Corte di cassazione riproponeva l’idea di un’alta magistratura che credevamo accantonata insieme alla cultura che la esprimeva; l’esclusione della possibilità di proporre ricorso in cassazione, solo per i magistrati, non solo creava una vera antinomia costituzionale, ma consolidava l’idea di un vero tribunale speciale, ancor più in quanto accompagnata dall’assenza di un presidio costituzionale intorno alle maggioranze interne ai collegi.
[3] Invero, talune espressioni provenienti da cariche istituzionali sono andate oltre qualsiasi limite, ma non è ciò che interessa in questa sede.
L'articolo riprende ed espande le riflessioni avviate con l'articolo di D. Lunardon, Il bicchiere mezzo pieno: la Costituzione di tutti, pubblicato su Questione giustizia online, in data 26/03/2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-bicchiere-mezzo-pieno-la-costituzione-di-tutti