Due premesse necessarie, a scanso di incomprensioni ed equivoci.
La prima. L’ho detto e scritto prima della fine di questa terribile campagna elettorale, con un briciolo di ottimismo (che non guasta mai): la vittoria del sì non avrebbe aperto le porte a spedizioni punitive contro Giudici e Pubblici Ministeri, la cui indipendenza e autonomia (che rimanevano costituzionalmente garantite) i Magistrati stessi avrebbero saputo preservare e dimostrare, com’è nella tradizione di questo Paese; la vittoria del no non avrebbe trasformato (non trasformerà, a questo punto) il processo penale in uno strumento più autoritario di quel che, inevitabilmente e per sua stessa natura, già è.
La seconda. Ero e sono convinto che la separazione delle carriere sia una giusta e condivisibile ambizione per chi coltiva l’idea di un processo penale (più) liberale, da affidare a un Giudice che sia – anche dal punto di vista ordinamentale – realmente e definitivamente terzo rispetto alle parti (pur mantenendo la comune appartenenza all’apparato statuale con il Pubblico Ministero). La separazione delle carriere era (ed è), in quest’ottica (che non ha alcuna pretesa di verità assoluta), attuazione e sviluppo dei principi del giusto processo sanciti dall’art. 111 cost.
Ed è proprio questa seconda premessa, che mi induce a un’ulteriore, generale, considerazione: ciò che più ha ferito chi, come me, ha sostenuto la Riforma in questa prospettiva, è stato l’essere additato da più parti come un nemico della Costituzione.
Certo, non mi nascondo dietro al testo, prescindendo dal contesto (per usare l’efficace endiadi che si è fatta strada in questi mesi) che ha portato all’approvazione parlamentare di questa Riforma costituzionale, perché le critiche al metodo coglievano senz’altro nel segno: la decisione della maggioranza di Governo di imporre a colpi di fiducia la Riforma non è stata particolarmente edificante e meritoria. Ma l’esautoramento del Parlamento a opera delle maggioranze governative (o dei Governi in quanto tali, anche quando “tecnici”) è una degenerazione in atto ormai da alcuni decenni nella forma di governo disegnata dalla costituzione repubblicana.
Se a questo aggiungiamo che la giustizia è stata ed è nel nostro Paese – da Tangentopoli in poi, soprattutto dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi – forse la questione politicamente più divisiva si spiega (ma non si giustifica) l’iter parlamentare di approvazione della Riforma.
L’errore di metodo e alcune scelte (sbagliate) nella revisione dei meccanismi di designazione dei componenti dei due Consigli superiori della magistratura (meno, francamente, dell’Alta Corte) hanno indotto in molti a dubitare delle reali intenzioni della maggioranza parlamentare, la quale – anziché fugare i dubbi – ha ben pensato di alimentarli ulteriormente, con una serie di uscite pubbliche francamente inaccettabili; uscite che forse hanno determinato in molti, che pur condividevano alcune scelte di fondo della Riforma (in primo luogo proprio la separazione delle carriere), a votare alla fine contro l’approvazione delle modifiche.
Ma se questa è una delle possibili letture dell’esito referendario, vista da chi – con molte difficoltà – ha provato a sostenere un sì tecnico al merito della Riforma, vi è un dato che credo possa essere registrato positivamente da coloro che, in entrambi gli “schieramenti”, hanno avuto ed hanno davvero a cuore la difesa dei diritti.
Quel dato è che – al di là delle opinioni politiche di ciascuno – una larga parte dell’elettorato vittorioso del “no” (secondo alcune rivelazioni statistiche, oltre il 60%), si sia determinato a ciò perché spinto dal desiderio di non modificare la Costituzione, vista come insieme di garanzie.
Ed è questo, io credo, il “bicchiere mezzo pieno” per tutti coloro – Magistrati, Avvocati, Studiosi del processo – che autenticamente e da sempre ritengono che il faro del proprio operato e del proprio agire sia esattamente, principalmente e sempre il rispetto della Costituzione.
Questo atto di fiducia nella Costituzione Repubblicana – che ha mosso dal torpore dell’astensionismo una percentuale inaspettata di cittadine e cittadini, in netta controtendenza rispetto alle ultime tornate elettorali – dev’essere salutato con favore anche da chi sperava in un esito diverso.
Ma questa identificazione della maggioranza dell’elettorato votante (che pur rimane numericamente soltanto di 6 persone su 10 aventi diritto) con il testo costituzionale, pur estremamente positiva, non può e non deve far diventare la Costituzione repubblicana un monolite sacro e intoccabile, perché finirebbe per svilirne la portata.
Meuccio Ruini, Presidente della Commissione dei 75 incaricata di redigere il testo della carta costituzionale, nella seduta pomeridiana del 22 dicembre 1947 disse: «Questa Carta che stiamo per darci è, essa stessa, un inno di speranza e di fede. Infondato è ogni timore che sarà facilmente divelta, sommersa, e che sparirà presto. No; abbiamo la certezza che durerà a lungo, e forse non finirà mai, ma si verrà completando ed adattando alle esigenze dell’esperienza storica. [...] E così avverrà; la Costituzione sarà gradualmente perfezionata; e resterà la base definitiva della vita costituzionale italiana. Noi stessi – ed i nostri figli – rimedieremo alle lacune ed ai difetti, che esistono, e sono inevitabili».
Alla Costituzione non possiamo e non dobbiamo guardare come a un testo sacro, perché faremmo torto innanzitutto a chi la scrisse, che bene e consapevolmente tratteggiò i meccanismi della sua revisione, comprendendone e prevedendone la possibilità di un suo completamento e adattamento.
Ma sia essa la Costituzione immodificata dal referendum dei giorni scorsi, sia essa la Costituzione che verrà un domani riformata nel rispetto dell’art. 138 cost., è essa la carta dei nostri valori, riferimento interpretativo delle leggi ordinarie dello Stato, misura della costituzionalità o meno di queste ultime.
In questa attività l’Avvocatura (o, quantomeno, una buona parte di essa) ha sempre svolto il suo imprescindibile ruolo, sostenendo posizioni che hanno consentito un progresso complessivo dell’ordinamento giuridico dello Stato repubblicano, coltivando interpretazioni e proponendo questioni che hanno poi consentito ai Giudici di sollevare questioni risolte dalla Corte costituzionale in modo da consentire una lettura realmente progressista delle norme costituzionali: dalle norme incriminatrici alle norme processuali, passando per la disciplina dell’esecuzione penale (limitando l’attenzione al processo penale), gli Avvocati hanno saputo sempre guardare alle norme costituzionali con grande attenzione e vivo (non ossequioso) rispetto.
Io spero che le discussioni (anche accese) di questi mesi di campagna elettorale, non ci impediscano – Avvocati e Magistrati, Studiosi e Operatori del diritto – di continuare in quella strada, fatta di dialoghi e confronti: una strada che abbiamo sin qui percorso assieme e che può, io spero, trovare nell’esito referendario non una scelta contro qualcosa o qualcuno, ma nuova forza per una Costituzione sempre viva e attuale.
In chi (pur esigua minoranza, va detto) ha sostenuto la Riforma nella prospettiva che ho richiamato sopra, mai è mancato il rispetto per la nostra Costituzione Repubblicana.
In questi giorni ho visto che in molti – tra i sostenitori del no – hanno citato la bellissima canzone La storia di Francesco De Gregori: «E poi la gente (perché è la gente che fa la storia) // quando si tratta di scegliere e di andare, // te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, // che sanno benissimo cosa fare».
Io invece ho pensato a un altro brano di De Gregori, Sempre e per sempre, sperando di non sembrare troppo “romantico”: «Sempre e per sempre tu // ricordati // se mi cercherai // Sempre e per sempre // dalla stessa parte mi troverai // E con le stesse scarpe camminare // per diverse strade // o con diverse scarpe // su una strada sola».
Non abbiamo indossato, in questi mesi, le “stesse scarpe” e abbiamo senz’altro imboccato “strade diverse”, ma oggi – come ieri e come domani – “dalla stessa parte” ci troverete, se quella parte è quella dei diritti. È quella della Costituzione.
È da lì che, nel massimo rispetto dell’esito referendario, occorre ripartire. Per fare in modo che ciò che di buono c’è stato in questi mesi – anche se non è molto – non venga perduto.
Sono troppo ottimista? Forse. Ma la Costituzione, proprio come diceva Meuccio Ruini nelle parole qui sopra riportate, è innanzitutto un inno di speranza.
E, in questi tempi bui, ritrovarci in ciò che unisce e accomuna (la Costituzione di tutti), è quantomai necessario per riprendere e proseguire il percorso.