Magistratura democratica
Leggi e istituzioni

Il popolo è un nome collettivo

di Michele Passione
avvocato del Foro di Firenze

Con l’articolo di Michele Passione, prosegue il confronto sui temi del dopo referendum iniziato con gli scritti di Dario Lunardon e Marco Patarnello

Prendo a prestito un'icastica espressione di Marta Cartabia, di recente ascoltata in un podcast del Post (Wilson), per provare a dar seguito all'auspicio di Marco Patarnello[1] in questa rivista, che riflettendo sulle ragioni del perché il dialogo si sia interrotto a causa del referendum afferma che «siamo in condizioni di ricucirlo e abbiamo il dovere di farlo», così raccogliendo l'invito espresso da Dario Lunardon[2], sempre qui, secondo cui è «necessario riprendere rapidamente a parlarsi lasciandosi alle spalle le barricate».

Ci provo.

Non credo sia utile, nell'ottica (ri)costruttiva disegnata da chi mi ha preceduto continuare a ribadire le speculari ragioni sostenute dagli uni e dagli altri, neanche dalla prospettiva di sinistra nella quale chi scrive si colloca, quanto piuttosto ragionare attorno ad alcune questioni che mi paiono centrali per provare a riallacciare un filo che tenga insieme gli uni e gli altri, «anche i più convinti della riforma ora naufragata»[3]

Con una riflessione che mi è parsa comprensibilmente centrata (visto l'esito del voto e l'esperienza professionale dell'Autore) sulla magistratura, ma con considerazioni che vorrei provare a trasferire in un campo più largo (ops!), è stato anche affermato da Nello Rossi[4] che «dopo una campagna referendaria nella quale non sono mancati toni feroci e distruttivi ci sono macerie da rimuovere e c'è un popolo da cui occorre ottenere una rinnovata attestazione di fiducia».

Penso sarebbe un errore enorme se la magistratura cercasse la fiducia del popolo, con il rischio di farsi ulteriormente trascinare (anche inconsapevolmente) in una ricerca di legittimazione popolare che non le compete, ma considero piuttosto ed appunto centrale riflettere sull'aggettivo popolare, «ciò che è riferito al popolo, inteso sia come collettività dei cittadini, senza distinzione di classi sociali, sia come insieme delle classi sociali meno elevate, socialmente e culturalmente svantaggiate»[5].

Non è dunque in un'accezione di favor, di gradimento (popolare come ciò che ha grande fama, e gode delle simpatie dei più), sottesa al lemma in questione, che vorrei collocare queste brevi riflessioni, né riducendone il significato alla semplicità, da contrapporre alle cose complesse (la riforma era troppo tecnica, la gente non ha capito, non poteva capire...), né in senso marxista (la concezione del mondo e della vita delle classi subalterne), quanto piuttosto evitare fraintendimenti, che costituirebbero oggi il maggior ostacolo alla ripresa del dialogo, ferme le diversità di opinioni e ragioni che si sono contrapposte. 

Il popolare, infatti, può sconfinare nel populismo, come puntualmente accaduto da entrambe le parti durante l'orribile campagna referendaria appena trascorsa; inutile fare l'elenco, ché mistificazioni di ogni sorta sono chiare a tutti, sol che si voglia riflettere con onestà intellettuale.

Allora cos'è, che bisognerebbe fare?

«ln nome del popolo italiano»[6] non è solo la formula (che a me non piace) che precede la lettura della sentenza, che tuttavia sembra destinata ad un pubblico ristretto di destinatari (principalmente le parti processuali), quanto una bussola che serva a orientare la rotta, e non a deviarla verso lidi improbabili; orientare però, a questo serve una bussola, non a stare fermi.

E' dunque necessario rifuggire dal rischio dj una tirannia della maggioranza, prediligendo piuttosto la via di un «costituzionalismo collaborativo, che superando le sterili contrapposizioni tra volontà popolare e garanzie costituzionali, tra democrazia e costituzionalismo, tra governi e corti, possa tracciare la via per ricomporre conflitti che rischiano di lacerare il tessuto democratico [...] nel nostro ordinamento quest'idea di democrazia costituzionale è scolpita nel secondo comma dell'art. 1 della Costituzione, quando afferma che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. E' la Costituzione che detta le forme» della sovranità popolare - dosando le forme rappresentative e quelle partecipative o dirette - e ne detta i limiti»[7].

Si è ripetutamente ricordato in questi mesi quanto affermato da Piero Calamandrei[8] durante i lavori dell'Assemblea costituente a proposito del ruolo che deve tenere il Governo durante lo svolgimento dei lavori (quei lavori, fondativi): «quando l'assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti; estraneo del pari deve rimanere il governo alla formulazione del progetto, se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell'assemblea sovrana».

Vero; ma a chi non ha perso occasione di riprendere le parole del giurista bisognerebbe ricordare l'esistenza della VII Disposizione transitoria e finale della Carta, che ancora attende di essere superata, e ancora àncora l'ordinamento giudiziario a quello fascista, difforme dalla Costituzione (ma qui mi fermo, perché altrimenti sovverto la premessa da cui son partito, e la promessa di tenere conto del punto di vista altrui, senza riaprire il conflitto). Tirannia della maggioranza sarebbe tuttavia anche la pretesa di ignorare un diffuso malcontento espresso dal voto di chi ha sostenuto le ragioni della riforma, sull'assunto che fosse una controriforma e che le cittadine e i cittadini si sono espressi. Nel testo citato lo stesso Calamandrei scriveva di «deputati circondati da ironico disprezzo», e del resto la logica delle "Costituzioni di maggioranza" non è invenzione di oggi, ma del 2001 .

A me pare dunque che occorra cercare di andare oltre quel perenne conflitto tra politica, magistratura e società civile[9], e liberarsi da posizioni preconcette, ben sapendo che «la giustizia è stata ed è nel nostro Paese [...] forse la questione politicamente più divisiva»[10].

Forse è vero che «il referendum ha scavato un solco enorme anche tra coloro che pure avevano un linguaggio comune per potersi parlare»[11], a partire dai valori fondativi della Costituzione, e devo qui confessare che più di ogni altra cosa a ferirmi è stata l'accusa di esser di essa dimentico. Non solo; per mesi ho ascoltato amici di sicura fede democratica, tutti di area progressista, magistrati, professori, cittadini informati, riferirsi a me e a noi (che pubblicamente abbiamo sostenuto il sì, argomentandone le ragioni, le nostre) con l'espressione "tu non capisci", invece che "non ti capisco", così muovendo da una preconcetta superiorità morale tipica di una certa sinistra (della quale faccio parte), che mi sforzo ogni giorno di rifuggire.

Non so dire se la mia (la nostra) fosse un'immoralità necessaria[12], né se ora la guerra è finita[13], ma mi piace pensare a una Giustizia riparativa che avvicini le parti che si sono divise non nell'ottica di un compromesso o una mediazione, ma di una capacità di tener conto dei reciproci punti di vista, riconoscendo ad ognuno la piena legittimazione, senza facili sovrapposizioni di ruoli ed ambigue collocazioni politiche. 

La Giustizia è tante cose, e merita uno sforzo costante; tutti siamo chiamati a dare una mano per migliorarla, giacché «l'ordinamento costituzionale di maggior successo è quello che favorisce la collaborazione».

 

La Giustizia è tante cose e merita uno sforzo costante; tutti siamo chiamati a dare una mano per migliorarla, giacché «l'ordinamento costituzionale di maggior successo è quello che favorisce la collaborazione».[14]

 

Gli articoli di Marco Patarnello e Dario Lunardon sono disponibili su QG online ai link che seguono:

D. Lunardon, Il bicchiere mezzo pieno: la Costituzione di tutti, in Questione giustizia, 26.3.2026: https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-bicchiere-mezzo-pieno-la-costituzione-di-tutti 

M. Patarnello, Ancora sul bicchiere mezzo pieno: si è persa la capacità di ragionare, in Questione giustizia, 1.4.2026: https://www.questionegiustizia.it/articolo/ancora-sul-bicchiere-mezzo-pieno-si-e-persa-la-capacita-di-ragionare   

 

 

[1] M. Patarnello, Ancora sul bicchiere mezzo pieno: si è persa la capacità di ragionare, in Questione giustizia, 1.4.2026.

[2] D. Lunardon, Il bicchiere mezzo pieno: la Costituzione di tutti, in Questione giustizia, 26.3.2026.

[3] N. Rossi, Referendum: come è stata vinta "una battaglia persa". Ma ora nessuna miope esultanza corporativa, in Questione giustizia, 23.3.2026.

[4] N. Rossi, cit.

[5] Enciclopedia Treccani.

[6] N. Triggiani, "ln nome del popolo italiano"? Spunti di riflessione sul linguaggio della sentenza penale, in Diritto penale contemporaneo, 4.11.2016.

[7] M. Cartabia, Custodi della democrazia. La Costituzioni, le corti e i confini del politico, Egea, 2026. 

[8] P. Calamandrei, Come nasce la nuova Costituzione, 1947, in Costituzionalismo.it, Fascicolo 3, 2015.

[9] M. Flores, M. Franzinelli, Conflitto tra poteri. Magistratura, politica e processi nell'Italia repubblicana, il Saggiatore, 2024. 

[10] D. Lunardon, cit.

[11] M. Patarnello, cit.

[12] M. Nobili, L'immoralità necessaria. Citazioni e percorsi nei mondi della giustizia, il Mulino, 2009.

[13] Baustelle, La guerra è finita, 2005.

[14] Bobbit, Constitutional fate. Theory of the Constitution, Oxford University Press, 1982.

09/04/2026
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