Magistratura democratica
Leggi e istituzioni

L’esercizio di realismo che serve a vedere il bicchiere mezzo pieno

di Elisabetta Tarquini
consigliera della Corte d’appello di Firenze

Con il contributo di Elisabetta Tarquini, prosegue il confronto sui temi del dopo referendum iniziato con gli scritti di Dario Lunardon e Marco Patarnello
 
 

Intendo questa rubrica come un invito a riprendere il dialogo sui temi della giustizia soprattutto tra chi nelle aule di giustizia ci lavora. Premetto che io sono, ormai inguaribilmente data la mia età, un’ottimista. In questa occasione però non mi riesce facilissimo. Per quanto è accaduto nel passato appena trascorso, ma soprattutto per quanto mi pare stia accadendo oggi e perché penso che, per ricucire un dialogo interrotto, occorra certo determinazione, ma anche una necessaria dose di realismo, che è fatto pure di consapevole memoria.

E facendo memoria delle cose, è un dato che la campagna elettorale, particolarmente quella che si è svolta sui social (un pezzo importante dell’informazione delle persone), sia stata feroce, con eccessi certamente da entrambe le parti. Tuttavia, cercando, per quanto mi è possibile, di essere obiettiva, mi sembra che una qualche differenza tra i due schieramenti ci sia stata su questo specifico punto. E mi pare questa: gli eccessi nella comunicazione e nel discorso pubblico del fronte del no sono stati riferibili, quasi sempre, a posizioni di singoli (per quanto certamente molto visibili), che, pure quasi sempre, dichiaratamente, parlavano per se stessi. Al contrario quella del sì è stata, nel suo complesso (e salvo eccezioni, queste sì, singole) e per scelta dei soggetti collettivi che l’hanno animata, una campagna contro, contro la magistratura e contro l’associazionismo giudiziario. Lo è stata, non solo a opera del governo e dei partiti che hanno promosso la riforma, il che, per quanto incongruo al ruolo istituzionale, non era inatteso, visto come la riforma era stata costantemente invocata a ogni decisione sgradita, ma anche da parte di settori dell’avvocatura, riuniti all’interno di alcuni comitati per il sì. Penso per dire all’incredibile episodio della denuncia, presentata contro il comitato per il No per il contenuto di un manifesto elettorale, proprio da un avvocato, presidente di un comitato per il sì. Una cosa mai vista prima e soprattutto, per quanto mi sembra rilevante qui, accompagnata dalla rappresentazione, discretamente generalizzata, da parte dell’avvocatura favorevole al sì, della posizione del No - secondo cui la riforma avrebbe aumentato il controllo della politica sulla giurisdizione - non come un’opinione, criticabile come ogni altra, ma come un falso, come propaganda ingannevole (tralascio gli argomenti pseudo tecnici utilizzati per sostenere questa curiosa idea, perché il punto non sarebbe nemmeno la loro pochezza). Ma ancora più generalmente, da parte di molti settori dell’avvocatura che sosteneva il sì, è stata messa in dubbio la stessa legittimità dell’intervento della magistratura associata nel dibattito pubblico sui temi referendari. Ciò in contrasto con le decisioni delle Corti internazionali sul diritto, anzi sul dovere, dei magistrati e delle loro associazioni di intervenire a difesa della loro indipendenza, se ritengono che essa sia minacciata e, per restare più terra terra, in palese contraddizione con le lodi sperticate in cui quegli stessi settori dell’avvocatura si profondevano verso i magistrati che sostenevano pubblicamente il sì. La campagna dell’avvocatura per il sì è stata peraltro particolarmente aggressiva proprio sui temi (il sorteggio, l’alta corte) su cui la riforma governativa si differenziava da quella proposta nel 2017 da Ucpi, per quanto nel 2019, nel pieno dello scandalo Palamara, le camere penali avessero bollato come contrario a ogni elementare regola democratica un sorteggio assai meno radicale di quello previsto dalla riforma su cui abbiamo votato. Invece in questa occasione si è scelto, da parte di Ucpi e di settori dell’avvocatura, non solo di accettare un pacchetto confezionato da altri prendere o lasciare, ma di sposarne entusiasticamente le ragioni anche sui punti che fino a ieri si erano disprezzati. Il che è avvenuto, essenzialmente, rappresentando in maniera sistematica i gruppi associativi della magistratura praticamente come centri di malaffare, guidati da pochi intrallazzoni che avrebbero tenuto al laccio una maggioranza di poveri mentecatti, costretti a pietirne la benevolenza anche solo per vivere tranquilli  la loro vita professionale (un penalista autorevole, presidente onorario del comitato per il sì costituito dalle camere penali ha detto, in più occasioni pubbliche, che era necessario votare sì per liberare i magistrati dalla tessera del pane delle correnti e l’idea della liberazione, suo malgrado, della magistratura da se stessa, privandola del diritto di voto nell’organo di governo autonomo, era molto diffusa e apprezzata nei profili social di tanti avvocati pubblicamente impegnati per il sì). Una posizione questa che dimenticava la lunga e onorevole storia dell’associazionismo dei magistrati e per la verità anche la pregressa, proficua collaborazione, particolarmente di alcuni gruppi associativi della magistratura, con Ucpi su vari temi, dal carcere, al diritto penale minimo. Evidentemente, in quei tempi più felici, le associazioni forensi non avevano, dei gruppi della magistratura associata, la stessa idea di organizzazioni poco meno che illecite che hanno diffuso durante la campagna elettorale.

Si dirà però che questo è il passato e che il suo bello è proprio che sia passato. Mi riesce difficile credere che sia così semplice. Non si tratta solo della difficoltà di risanare ferite ancora recenti, ma di guardare realisticamente all’elaborazione del risultato elettorale da parte dei diversi gruppi. E guardando a questo, non sarei così sicura che la postura di almeno parte (temo non esigua) dell’avvocatura che ha sostenuto il sì sia di disponibilità alla ripresa del dialogo. Mi sembra infatti sia discretamente diffusa e pubblicamente manifestata (è piuttosto chiaro, ancora una volta, soprattutto dai social) tra gli avvocati che hanno sostenuto il sì, l’idea che il no abbia prevalso in sostanza perché oltre 14 milioni di italiani sprovveduti si sono fatti ingannare dalla propaganda menzognera di quella specie di Spectre che sarebbe l’ANM, che, anche grazie a mezzi economici rappresentati come enormi, avrebbe assunto un ruolo di soggetto politico del tutto indebito. A parte la faccenda dei soldi, che fa ridere (non c’è altra parola) chiunque abbia partecipato alla campagna elettorale per il comitato Giusto dire no, che sa bene quanto si sia sempre dovuto fare i conti con i limiti dell’autofinanziamento, è una posizione che non sembra confrontarsi particolarmente con i risultati dell’analisi dei flussi elettorali. Da quelle analisi emerge infatti con chiarezza che il no ha vinto in tutte le grandi città e in tutti i capoluoghi di regione, nessuno escluso e si è affermato in misura crescente con il crescere del titolo di studio degli elettori e delle elettrici. L’analisi del voto offre quindi, a chi voglia guardare ai fatti, qualche elemento per dire che gli elettori e le elettrici, anche se, come è comprensibile, non completamente a conoscenza dei dettagli tecnici della riforma, siano stati, in misura crescente con il crescere degli strumenti culturali, per ragioni varie, a loro disposizione, non di meno consapevoli delle finalità e dell’esito complessivo della riforma stessa, come del resto rappresentati da chi, tra le forze politiche, l’aveva promossa e l’avrebbe attuata. E che quindi siano stati molto meno sprovveduti di chi li rappresenta come tali e che ha creduto (e a quanto pare continua a credere) che esponenti di primo piano della maggioranza di governo, quando esplicitamente indicavano nella riforma lo strumento per “ricondurre” presunte ingerenze della magistratura, parlassero completamente a vanvera e fossero in effetti garantisti inconsapevoli. 

Ma a parte questo dato, mi sembra piuttosto evidente che una simile considerazione (o non considerazione) per le scelte degli elettori non sia esattamente l’atteggiamento più utile a comprendere le ragioni di una sconfitta significativa e a riprendere un dialogo con gli altri attori del processo. Se senza dubbio la magistratura deve trarre dall’esito referendario occasione di una profonda riflessione interna, perché il fatto che non sia passata una pessima riforma non significa che vada tutto bene così, forse analoga riflessione potrebbe essere utile anche all’avvocatura che ha sostenuto il sì. Se non altro potrebbe essere il caso di farsi qualche domanda almeno sulla scelta di aver contribuito fattivamente a una campagna di delegittimazione della magistratura con pochi precedenti e che non serviva a niente, se non a produrre le macerie su cui dovremmo ricostruire oggi. Ma la riparazione di lacerazioni profonde, la ripresa di un dialogo interrotto, per essere effettiva, ha bisogno - se si vuole far uso di quel necessario realismo di cui dicevo all’inizio - di una precondizione, che non è certamente l’abiura delle proprie posizioni, da parte di nessuno, ma il riconoscimento della dignità e legittimità degli argomenti altrui sì. Questo riconoscimento deve esserci da parte della magistratura, che non può nascondere e nascondersi di avere contribuito alla sfiducia che i, comunque tanti, voti per il sì esprimono, con una gestione spesso inadeguata del governo autonomo e con la chiusura che ha molte volte frapposto anche a critiche non irragionevoli (quanto a questo, magari con l’attenuante di esservi stata spinta anche da un trentennio di accuse di politicizzazione, puntuali a ogni indagine o sentenza sgradite al potere del momento, dai calzini azzurri del processo Mondadori, alla famiglia del bosco di oggi). Ma un riconoscimento analogo deve esservi da parte dell’avvocatura associata che ha sostenuto il sì, a partire dal riconoscimento del diritto (del resto fondato solidamente sulle norme sovranazionali) dei magistrati e della magistratura associata a intervenire nel dibattito pubblico, quando ritengano messa a rischio la propria indipendenza, che se ne condividano o meno le posizioni e quindi dal riconoscimento di quelle posizioni come opinioni legittime, per quanto, come è logico, liberamente criticabili, non come ingerenze indebite di un abusivo soggetto politico. In altri termini quello che non può mancare, se ci interessa ricominciare a parlarsi senza ostilità, ma anche senza infingimenti, è la disponibilità a riconoscersi reciprocamente come attori in buona fede di un servizio decisivo per la vita delle persone, parimenti legittimati a discuterne anche pubblicamente, in presenza di quel popolo nel nome del quale si pronunciano le sentenze. Quel popolo (o quella comunità, che è una parola che mi piace di più) di cui è indispensabile, per tutti gli attori della giurisdizione (non solo per la magistratura), avere, non il consenso, ma la fiducia sì.

 

Gli articoli di Marco Patarnello, Dario Lunardon, Michele Passione, Cataldo Intrieri e Franco Moretti sono disponibili su QG online ai link che seguono:

D. Lunardon, Il bicchiere mezzo pieno: la Costituzione di tutti, in Questione giustizia, 26.3.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/ancora-sul-bicchiere-mezzo-pieno-si-e-persa-la-capacita-di-ragionare    

M. Patarnello, Ancora sul bicchiere mezzo pieno: si è persa la capacità di ragionare, in Questione giustizia, 1.4.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-bicchiere-mezzo-pieno-la-costituzione-di-tutti    

M. Passione, Il popolo è un nome collettivo, in Questione giustizia, 09.04.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-popolo-e-un-nome-collettivo    

C. Intrieri, Il 23 marzo 2026, in Questione giustizia, 10.04.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-23-marzo-2026 

F. Moretti, Referendum: come e da dove ripartire, in Questione giustizia, 11.04.2026, https://www.questionegiustizia.it/articolo/referendum-come-e-da-dove-ripartire 

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