Magistratura democratica
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Diario di un giudice (di Dante Troisi, nuova edizione, Sellerio, 2012): cosa ci dice dell’oggi un libro di 70 anni fa? Proviamo a rispondere intervistando tre magistrati

di Luigi Marini
già magistrato e segretario generale della Corte di cassazione

Il dibattito attorno Referendum sulla magistratura ha riportato d’attualità il volume che Dante Troisi scrisse agli inizi degli anni ‘50 dello scorso secolo con il titolo Diario di un giudice.

Pubblicato in parte e a puntate su Il Mondo di Pannunzio e poi uscito nel 1955 nella collana Gettoni gestita da Elio Vittorini per Einaudi, il lavoro fu immediatamente apprezzato da molti; assai meno da Titta Madia, parlamentare ex fascista, che accusò Troisi di diffamazione dell’ordine giudiziario. L’allora Ministro di Grazia e Giustizia Aldo Moro chiese al Procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma di esercitare l’azione disciplinare; prontamente accolta, la richiesta si concretizzò in due atti di incolpazione portati all’attenzione di un tribunale costituito per l’occasione, mancando ancora il CSM. Nonostante la difesa di Alessandro Galante Garrone, Troisi fu condannato alla censura, una sanzione pesantissima in termini di vita professionale e carriera. Come afferma Andrea Camilleri nella postfazione del libro, «la sentenza voluta dalla corporazione era già scritta». 

Il volume contiene racconti e riflessioni di un giudice che, tornato in Italia nel 1947 dopo una lunga prigionia, esercita nel tribunale di una piccola città del centro Italia, identificabile in Cassino. Sarebbe interessante ripercorrere la descrizione che i tanti episodi compongono del contesto sociale di quegli anni, fatto di miseria, incultura, superstizione, violenza spesso gratuita, diffusissima contro le donne, di perbenismo; ma non è questo il tema. 

Certo, quel contesto di povertà e di “provincia” torna spesso quale retroterra del lavoro del giudice (a proposito, Troisi ignora quasi del tutto il lavoro del pubblico ministero, che raramente ha un ruolo attivo in aula o si discosta dal compito di chiedere la condanna dell’imputato). Ad esempio, l’ambiente di “provincia” viene richiamato spesso con riferimento all’attività dei difensori, che in quel circuito ristretto, in cui contano molto i rapporti personali, si prendono “cura dei giudici”, ne conoscono idee, gusti e debolezze, li blandiscono e spesso si rapportano con costoro a seconda dell’esito delle decisioni.

Troisi non manca di dimostrare sensibilità umana e attenzione alle condizioni delle persone di cui narra. Qualche esempio? A pag. 33, «In aula l’imputato è così solo che non si stenta a riconoscerlo». A pag. 44, narra di una notte insonne in cui, invece del giornale, prende in mano il fascicolo di un processo del giorno successivo (in genere solo il presidente del collegio conosceva tutte le carte) e scopre informazioni sulla vita e la persona dell’imputato che lo portano a scrivere «… così B.R. ora riacquista proporzioni umane, la sua azione da giudicare non è più isolata, astratta, ma dentro una vita che ignoriamo e che non cureremo di accertare». Molto bella la lettera che il detenuto G.Z., ex soldato tratto nuovamente in arresto il giorno stesso della scarcerazione, scrive a un amico, uscito dal carcere il giorno precedente, per raccontare il proprio impatto con la realtà al momento del rilascio: «… tu sai com’è stato per me, dopo diciotto mesi passati in cella, trovarsi improvvisamente in mezzo alla gente: la gente c’è e non c’è, le voci ti fanno vento e ti pare di non reggerti, i piedi sembrano gonfiarsi di colpo. Io dico si dovrebbe uscire poco alla volta, non tutto insieme il carcere alle spalle e una strada affollata e un sole oggi che ho pensato non fosse inverno per i borghesi» (pag. 68). Un passaggio quanto mai attuale.

Ma quella del giudice è una sensibilità umana profondamente condizionata tanto dalle proprie vicende familiari quanto dalla modalità in cui la sua professione si esercita.

L’accusa di offesa al prestigio della magistratura fu mossa a Troisi perché «in alcuni degli episodi narrati presenta(va) la funzione di giudice come un mestiere esercitato senza alcuna idealità e senza alcun peso di responsabilità». Inutile dire che il racconto è uno sguardo amaro su un mondo giudiziario spento, che agisce spesso in modo disattento alle persone e alle loro ragioni. L’intreccio continuo fra episodi della vita sociale e momenti di vita interna al tribunale crea nel lettore una profonda interazione fra i due mondi, che sembra invece del tutto assente nella cultura e nel lavoro dei giudici. Troisi ci conduce progressivamente nelle vite dei giudicandi; con racconti scarni egli riesce a portare alla luce le miserie delle classi marginali, soprattutto nelle campagne dove molti episodi narrati si collocano, ma anche le pulsioni, le povere astuzie, l’assenza di comprensione delle regole giuridiche e dell’autorità verso la quale, tuttavia, provano timore e deferenza. Tutto questo non entra, però, nei processi decisionali dei giudici, ora distratti, ora conformisti.

La traccia che unifica i racconti sul lavoro giudiziario non è affatto nascosta dall’autore e si chiama carrierismo. Tutto il lavoro del giudice è vissuto sotto la pressione delle regole e dei rapporti personali che condizionano la propria carriera.

Cominciamo dal capoverso che chiude il libro: «Domani sarò a Roma, ad assistere per la prima volta a un’udienza della Corte Suprema di Cassazione: mi dicono che se ne esce soggiogati, definitivamente posseduti dalla brama di avanzare nella carriera e sedersi in quell’aula». Un’impresa difficile, a quei tempi, soddisfare quella brama in una magistratura retta ancora da una gerarchia di stampo militare (i magistrati si distinguevano ancora per gradi). E torniamo all’inizio del volumetto, all’arrivo del nuovo presidente del tribunale, che sollecita il massimo impegno perché «i superiori non ci amano, non ci stimano, ci accusano di pigrizia…»; le stesse frasi pronunciate dal precedente capo ufficio e che si spiegano perché “per ottenere il trasferimento in una sede ambita e avanzare nella carriera, i capi devono unire alle aderenze la prova che senza di loro la giustizia in questo posto sarebbe andata alla deriva. Siamo in una fortezza in cui ogni tanto cambia il colonnello; il colonnello è promosso generale, un nuovo colonnello viene a sostituirlo e i dipendenti restano strumenti della stessa ambizione di diventare generali” Pag.13). I giudici si sentono, dunque, “dipendenti” che servono a far avanzare il loro capo ufficio. E che dire del richiamo alle “aderenze” che servono per fare carriera? Si legge a pagina 28 del collega C., trasferito a sede più importante «dopo un’appassionante gara con molti altri concorrenti, battuti dall’intervento a suo favore di un ministro; la sua potenza pare aumentare la tristezza del commiato».

I riferimenti all’importanza della carriera sono continui nel corso del racconto e si dirigono in due direzioni. 

La prima è verso l’alto e parla del conformismo e della prudenza verso i capi e dei capi verso i “superiori”, cioè i magistrati di grado più alto (Cassazione inclusa) e i politici che contano. Gustoso il racconto di pag.51: «Appena arriva in ufficio, il presidente si precipita in cancelleria; gli tremano le mani mentre fruga nella posta per accertarsi se vi sono lettere del “superiori”…. Vive infatti con la paura continua non già di non sapere fare il giudice, ma di non riuscire gradito in qualcosa al superiore». Altrettanto il racconto a pag. 57, in cui il presidente decide di chiedere istruzioni su un rinvio collettivo delle udienze e di «chiamare Roma» e si accosta all’apparecchio con «il viso istintivamente atteggiato a ossequio per l’ufficio superiore».

La seconda direzione illumina la vita quotidiana del giudice nei rapporti, per così dire orizzontali. Il timore di non essere graditi e le regole delle promozioni entrano, infatti, a far parte della cultura individuale, delle relazioni personali e dell’azione professionale. «Ogni giorno si discute della carriera che via via passano gli anni è la preoccupazione dominante; passano gli anni e diminuisce il coraggio che spesso è inversamente proporzionale al grado. Lentamente si diventa quasi tutti burocrati, specialisti e l’ufficio è la piazza d’arme in cui sta per arrivare il comandante: il comandante controlla se le scarpe sono pulite, il vestito stirato, la faccia senza segni di barba … si bada al quieto vivere, al non aver fastidi per avanzare nella gerarchia» (pag. 118).

Del resto, come afferma, nella medesima pagina, un collega dell’autore, i giudici si distinguono in legittimi e illegittimi: «i primi trovano il terreno spianato dalle tradizioni di famiglia, dalle conoscenze, dagli intrighi con le forze politiche; i secondi arrancano con il solo bagaglio di un’esperienza maturata in sedi disagiate». Le fila dei magistrati erano ancora composte per la stragrande maggioranza da figli delle classi sociali dominanti, dai nobili all’alta borghesia, e quindi culturalmente prossimi ai governanti centrali e locali, per cui il condizionamento della loro azione non richiedeva spesso alcuna pressione esplicita. Per non dire poi, di quanti magistrati erano rimasti al proprio posto dopo aver esercitato nel ventennio fascista garantendo fedeltà al regime. In questo contesto, scrive Troisi, «La magistratura è ancora un tabù; i giudici debbono essere considerati degli intangibili ministri della divinità, e soltanto a membri dello stesso ordine è permesso, con le cautele necessarie perché la voce non giunga all’esterno, muovere non dico critiche ma esprimere sommessi pareri» (pag. 77). In sostanza, ai giudici si chiede di obbedir tacendo.

Il clima appena sintetizzato informa inevitabilmente i rapporti fra i giudici dell’ufficio e le scelte che sono chiamati a fare. Si legge a pag.51 che «il giovanotto» sotto processo avrebbe potuto forse cavarsela se la causa non fosse stata chiamata per ultima; «Ora è tardi, non abbiamo tanta voglia di discutere e ci accodiamo al presidente che ha molto riguardo per la proprietà privata». E che dire del fatto che «Il giudice Sara mi dà sempre la destra sebbene io sia avanti di soli tre posti nella graduatoria dell’anzianità nel mestiere. Chissà com’è esigente con quelli che vengono dopo di lui» (pag. 75). Già, perché ho dimenticato di ricordare che la lettura più assidua dei giudici «s’intitola Ruolo di anzianità del personale di magistratura ed elenca tutti i funzionari della giustizia con l’età, il grado, la sede in cui esercitano, ecc. Da questo grosso volume dalla copertina celeste, risulta l’anzianità e quindi l’autorità di ciascuno di noi sugli altri; consente di misurare il tempo che manca per avanzare nella gerarchia» (pag. 211).

Mi fermo qui, tralasciando tante frasi illuminanti, come quella dell’onorificenza militare che consente di scavalcare alcuni colleghi nella gerarchia, apparendomi sufficiente il quadro tracciato. Una magistratura gerarchica, divisa rigidamente per gradi, controllata dalla Corte di cassazione che decideva sulle promozioni, influenzata dagli appartenenti al potere politico, chiusa in se stessa e intollerante di critiche e deviazioni rispetto al lavoro quanto più possibile improntate al quieto vivere, al non dare fastidio ai superiori e ai potenti.

Poi, la Costituzione cominciò a essere attuata. La Corte costituzionale emise la prima sentenza nel giugno 1956 e il CSM tenne la prima adunanza nel luglio 1959. Ma l’onda lunga della vecchia magistratura durò a lungo ancora, come dimostrano i tempi necessari perché la magistratura rinnovata iniziasse ad applicare l’art.3, comma 2 della Costituzione.

Abbiamo sentito il bisogno di comprendere meglio questa fase di passaggio e di interrogarci su cosa significherebbe oggi il ritorno a logiche che chiedono ai magistrati di non interrogarsi sul lavoro dei colleghi, di non occuparsi dei processi legislativi in corso, di non assumere posizioni pubbliche, di evitare interpretazioni formalistiche della legge, e così via. Ma anche su cosa significherebbe il ritorno a logiche che demonizzano i gruppi associativi, le c.d. correnti, dimenticando che è stato proprio il pluralismo di quei gruppi, con le sue profonde differenze di vedute e il confronto fra le stesse, a far crescere la cultura della magistratura e dell’intero Paese. Se oggi la magistratura italiana è rispettata e ammirata in tutto il mondo, lo si deve al felice connubio fra le garanzie che la Costituzione le offre e le qualità culturali e professionali che la caratterizzano e che trovano una forte radice nella vita associativa e nella consapevolezza del ruolo svolto che si sono sviluppate nei decenni. Leggere le correnti soltanto con la lente di ingrandimento delle nomine consiliari è un errore imperdonabile.

Per comprendere meglio tutto questo, abbiamo interpellato tre magistrati che, entrati in servizio negli anni ’60 e all’inizio anni ’70, hanno vissuto in forma diversa quella stagione: Beniamino Deidda, Renato Rordorf e Gabriella Luccioli, una delle otto donne che per prime superarono il concorso aperto finalmente anche a loro e assunsero le funzioni nel 1965. Le loro risposte saranno pubblicate singolarmente nei prossimi giorni.

 

Queste le domande: 

1.  Rispetto al racconto di Dante Troisi, che ambiente hai trovato quando hai iniziato il tuo servizio?

2.  Si comprende dal diario di Troisi che la Costituzione era del tutto al di fuori dell’orizzonte di valori dei giudici e dal loro lavoro quotidiano. Le cose erano cambiate al tuo arrivo?

3. Quando ha preso corpo lo sforzo (di parte almeno) dei magistrati per dare corpo alla Costituzione nel lavoro quotidiano? E i pubblici ministeri come si rapportavano a questi processi culturali e interpretativi?

4.  Puoi farci capire l’importanza dell’associazionismo che iniziava a crescere tra i magistrati? E perché solo alcuni i magistrati sono dipinti come “politicizzati”? 

5.  Come reagì il sistema alla “democratizzazione” della magistratura? Io vedo tre diversi aspetti: a) la critica delle decisioni dei colleghi;  b) l’interpretazione delle leggi costituzionalmente orientata; c) la partecipazione al dibattito pubblico e le consonanze con i partiti politici e le forze sociali.

6.  La crescente complessità delle leggi, il peggioramento della loro qualità tecnica e l’ingresso nel sistema della legislazione europea quanto hanno inciso, secondo te, nel ruolo che la magistratura ha assunto nel Paese?

7.  Ultima domanda, inevitabile, sul referendum: tra i tanti, quale consideri il rischio principale che la riforma porta con sé? 

18/03/2026
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