Magistratura democratica
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L'elefante nella stanza del diritto civile

di Giulia Marzia Locati
giudice del Tribunale di Torino

L'intervento di Giulia Marzia Locati al XXV Congresso nazionale di Magistratura democratica Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro (Roma, 13-15 marzo 2026)

Oggi vorrei parlare dell’assenza, intesa come mancata presenza all’interno delle aule di giustizia, dei tribunali, delle corti di appello, dei corpi delle persone. 

Quelli che dovrebbero essere i protagonisti del processo civile (le parti, gli avvocati, i giudici) sono spariti, evaporati. 

A ciò hanno contribuito due fattori: 

1.      Da un lato, la necessità di rendere la risposta giudiziaria più veloce: il fattore tempo non è più un elemento sussidiario, che sta in secondo piano e presuppone che la risposta sia in primo luogo giusta, conforme al diritto, accettata socialmente perché adottata all’esito di un procedimento in cui la collettività si riconosce, ma il fattore tempo è diventato un elemento che sta insieme agli altri, sullo stesso piano, e che a volte è anzi predominante; 

2.      Dall’altro lato l’epidemia di Covid, che ha reso impossibile frequentare per un periodo le aule di giustizia e che – a distanza di 4 anni – lascia i suoi strascichi con la normativa adottata in via eccezionale che è diventata però la regola: mi riferisco evidentemente alla trattazione da remoto e alla trattazione scritta. 

Ebbene, questi due fattori si sono combinati tra loro: ci si è resi conto che la trattazione cartolare e quella da remoto facevano “guadagnare tempo” e nel giro di pochi mesi ci siamo abituati a fare a meno della materialità del processo. 

Questo fenomeno è giunto a completa maturazione quando si è deciso di assegnare su base volontaria e dietro corrispettivo economico la trattazione di cinquanta cause aggiuntive, assegnate a un giudice che sta a centinaia di chilometri dal giudice naturale, dalle parti e dai difensori, e che decide appunto astraendosi completamente dal territorio e dal contesto in cui quella causa è maturata. 

Tutto ciò ha però un prezzo: la presenza fisica, la possibilità di interloquire con le parti e con le difese, la possibilità di spiegare che cosa sta accadendo, in che cosa consista e come funzioni un processo, sono tutti elementi che contribuiscono a creare un legame tra il giudice e le persone che ha di fronte. La presenza fisica è l’unico strumento per creare una relazione di simpatia, inteso nel senso etimologico del termine: sun pathos, ossia provare emozioni insieme. 

Simpatia, intesa in questo senso, non solo tra il giudice e le parti, ma anche tra il giudice e gli avvocati e tra gli avvocati tra loro.

Ecco allora che l’attività di rendere giustizia potrà concretamente essere, per chi la vive, un’esperienza comprensibile, ricondotta nell’alveo della conoscibilità e della razionalità perché se ne è fatta un’esperienza concreta. 

Il Giudice viene riconosciuto – simbolicamente e plasticamente – come colui a cui ci si affida perché al termine di un’esperienza diretta di vita dica chi ha ragione e chi ha torto e qual è la verità. 

Ma cosa accade se la giustizia si priva sistematicamente (e non solo in casi eccezionali) di questa esperienza? Se diventa un’attività mediata da uno schermo o, peggio ancora, di sola lettura? 

Se le parti non esistono più per noi? E cosa accade - specularmente - di noi, della nostra attività, se non esistiamo più per loro? Quello che facciamo diventa un qualcosa di esoterico, misterioso, non comprensibile perché fuori dalla loro esperienza. Il simbolo non si concretizza e rimane lontano, incomprensibile perché non percepito. 

In questi mesi tutti noi abbiamo preso parte ad incontri sul referendum costituzionale, e molto spesso ciò che interessava davvero le persone era comprendere, al di là degli aspetti della riforma, in che cosa consistesse il nostro lavoro. E in tanti mi hanno chiesto di non smettere proprio adesso, di trovare il tempo, anche in futuro, per andare tra la gente e rendere comprensibile la nostra attività. Mi pare una cosa giusta, perché credo nel valore di essere parte di una collettività e di una comunità, e perché Magistratura democratica fa della «prossimità sociale», come ci ha ricordato il Segretario nella sua relazione, la cifra della sua identità. 

Ma credo che prima di questo – a monte – dovremmo essere capaci di ritornare ad una presenza in quello che è il nostro luogo di lavoro. 

Nei tempi antichi il giudice andava presso le comunità e rendeva giustizia in loco, e rimarginava la frattura là dove si era creata. 

In tempi più recenti i giudici del lavoro facevano le ispezioni sui luoghi di lavoro (attività prevista dal codice di rito), e questo aveva un valore immenso per chi ci lavorava: era lo stato che si prendeva la briga di accertarsi delle reali condizioni di lavoro, di comprendere in prima persona che cosa fosse capitato, come stavano realmente le cose. 

Dobbiamo chiederci cosa rimane ora di questa fisicità e che prezzo stiamo pagando la sua mancanza, per la sua assenza e per la nostra assenza. Perché il rischio è di celebrare i processi più velocemente, ma di rendere impossibile per le parti fidarsi di noi – intesi come singole persone fisiche – così che alla fine, quando qualcuno proporrà di farci sostituire da un computer, nessuno noterà la differenza. E non perché non ci sia differenza (perché quella è ineliminabile) ma perché gli utenti della giustizia non avranno visto altro che un computer. 

13/05/2026
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