Magistratura democratica
Magistratura e società

Del potere, del giudizio e dell'intelligenza artificiale: Tzimtzum, un romanzo atipico

di Ilario Nasso
consigliere della Corte d'appello di Reggio Calabria

Riflessioni a partire dal libro di Antonio Salvati (Castelvecchi, 2024)

La recente approvazione della legge delega al governo in materia d’intelligenza artificiale (di cui al ddl 1146) ha fatto tornare d’estrema attualità – qualora abbia mai smesso di esserlo – il tema del rapporto tra intelligenza artificiale e giustizia: anche se, probabilmente, sarebbe più corretto cominciare a parlare di rapporto tra IA e giudizio[1]

Il secondo romanzo di Antonio Salvati - dal titolo (volutamente?) misterioso: Tzimtzum. I giudici riluttanti, edito da Castelvecchi - fornisce spunti di riflessione sull’argomento, ma lo fa ribaltando in modo originale il punto di vista.

Arricchito da una notevole prefazione di Moni Ovadia, questo riuscito ibrido tra romanzo distopico e saggio sull’interpretazione giuridica parte, infatti, dal modo in cui noi – ossia la società odierna – sembriamo guardare all’uso dell’intelligenza artificiale nelle aule di giustizia: ai bisogni apparentemente soddisfatti da tale impiego, ai vuoti dei quali lo stesso sembra caricarsi, alle storture di cui esso intende farsi risolutore.

Soffermandoci ancora sul titolo, apprendiamo quanto esso sia anche – e soprattutto – un romanzo sul terribile potere insito nel giudicare, e sul grado di consapevolezza circa tale terribilità, da parte delle donne e degli uomini ai quali la relativa funzione è affidata.

Tzimtzum, infatti, è un'antica parola ebraica, il cui significato letterale è "ritrazione" o "contrazione", e viene utilizzata originariamente nella Kabbalah per descrivere la creazione del mondo, in un modo diametralmente opposto a quello raffigurato nella nostra tradizione culturale (basti pensare alla Creazione di Adamo di Michelangelo).

Secondo questa visione, infatti, Dio avrebbe dato vita al creato non con un atto d’imperio – e quindi di potere – bensì attraverso una minima (ma essenziale…) autolimitazione, ritraendosi quanto basta per lasciare all’uomo lo spazio occorrente a permettergli di determinarsi mediante il proprio libero arbitrio e – dato essenziale – nella piena responsabilità delle proprie azioni.

Un potere assoluto, quindi, il quale – però – racchiude in sé la consapevolezza del limite come attributo essenziale: esattamente come accade – e deve accadere – a chi, su di un piano ovviamente diverso, è – tuttavia – chiamato a esercitare un analogo, tremendo potere, come quello di giudicare nelle aule d’un tribunale[2].

Tzimtzum è anche un avvincente romanzo distopico la cui trama è strutturata su diversi piani di lettura.

La storia si svolge in un futuro indefinito, ma percepibile come non troppo lontano dai nostri giorni, e si dipana all’interno di un edificio unico, dalle chiare connotazioni kafkiane: una Fortezza, allo stesso tempo tribunale e prigione, costruita sul modello del panopticon di Jeremy Bentham (riecheggiante, per esempio, il carcere di Santo Stefano a Ventotene). 

La società di questo luogo innominato vive felice, contrariamente alla tradizione letteraria distopica, grazie alle regole di una nuova Procedura.

Quest’ultima è nata sulle ceneri di una Rivoluzione senza armi, la quale – dopo tanti tentativi falliti, descritti da Salvati (giudice del lavoro, ben avvezzo all’affastellarsi di riforme e controriforme in spazi temporali minimi) con tono amaramente ironico – è riuscita finalmente a garantire certezza alla giustizia.

Il metodo utilizzato per raggiungere uno scopo tanto ambizioso è quanto mai drastico: giudici e avvocati sono stati aboliti, e i vecchi tribunali sostituiti da un sistema infallibile, non più affidato all’essere umano bensì a un algoritmo imperscrutabile (onnisciente al pari di un Divino, aleggiante lungo tutte le pagine del romanzo). 

L’imputato entra fiducioso nel carcere-tribunale, per trovarvi – all’interno d’ogni cella – un letto, un tavolo, una finestra e un vecchio telefono, dal quale apprenderà la sentenza, non più scritta ma comunicata da una Voce: il suo Giudice. 

Questa Voce è incensurabile perché non è – per l’appunto – umana, ed è proprio questo il motivo per cui le sue decisioni sono considerate indiscutibilmente giuste da tutti i cittadini: felicemente accomunati, questi ultimi, da quella fiducia nella "disumanità tecnica" di una giustizia così amministrata, ma persa da tempo nei confronti di quella “che c’era prima”[3]

Tra le righe di un passaggio particolarmente importante nel dipanarsi della trama appare evidente anche l’interesse dell’autore per il tema della fiducia nel diritto, la quale si sostanzia addirittura in un personaggio niente affatto secondario – un professore universitario, non a caso – il quale ricorda proprio l’autore di importanti e recenti considerazioni su di un argomento tanto attuale[4]

Le celle della Fortezza ospitano quattro personaggi: le rispettive storie, pur essendo completamente diverse tra loro, si scopriranno inaspettatamente incrociate. 

Vicende amare, ma in certi passaggi anche ironiche e autocritiche: specie quella che riguarda uno di loro, costretto a una forma di autoprocesso, il quale acquista rilevanza del tutto particolare, se si pensa alla circostanza per la quale il romanzo è – appunto – opera di un magistrato.

Lo stile narrativo di tali vicende – pur adattandosi alle particolarità di ciascuna di esse (un drammatico confronto rimandato per troppo tempo, una confessione imbarazzante, un delitto irrisolto e una fuga infinita) – è sempre diretto, quasi rarefatto e mai compiaciuto: come a non tollerare l’attesa intercorrente fra la lettura e la comprensione (soprattutto emotiva)[5].

In comune a tutte loro, il fatto di rappresentare – da angolature diverse – uomini messi di fronte al più duro dei processi: quello a se stessi.

A fare da contraltare, una voce – forse quella dello stesso giudice algoritmico, forse no: il mistero si svela solo nelle ultimissime pagine – la quale sembra avere in odio l’intero genere umano.

Le battute finali – con un colpo di scena spiazzante, costruito in maniera opposta alla conclusione di 1984 di Orwell – svelano tutta l’architettura complessiva del romanzo: moltiplicando gli spunti di riflessione e le domande, destinate inevitabilmente a moltiplicarsi, assumendo la forma di risposte diverse per ogni singolo lettore. 


 
[1] Argomento discusso approfonditamente sotto molteplici punti di vista nel corso della V edizione di Parole di giustizia, tenutasi a Urbino/Pesaro il 24-25 ottobre 2025 con le considerazioni introduttive di Alessandro Bogliolo e relazioni di Juan Carlos De Martin e Alessandro Colombo sul tema La società del controllo. Tecnologie, big tech e intelligenza artificiale. Sul tema, di particolare interesse le considerazioni di L. BREGGIA, https://www.questionegiustizia.it/articolo/sprigionare-l-umanita-del-diritto-una-riflessione-in-tempi-disumani. Per un’analisi della ricaduta della sempre più larga diffusione degli strumenti basati sull’IA sulla formazione dei giuristi, A. CLEMENTE, https://www.questionegiustizia.it/articolo/la-formazione-dei-giuristi-ai-tempi-dell-intelligenza-artificiale

[2] La consapevolezza dell’inscindibile – e spesso quasi insopportabile - nesso tra giudizio, potere e responsabilità aleggia nelle pagine del libro sin dalla citazione iniziale, e cioè dalle famose parole di Marlon Brando/Colonnello Kurtz in Apocalypse now: «È il voler giudicare che ci sconfigge».

[3] «La Rivoluzione aveva definito i criteri per ottenere finalmente una giustizia efficiente, efficace e, soprattutto, priva di errori. La Procedura li aveva definiti e formalizzati. E la Voce inumana, il suo vero, nuovo, infallibile Giudice ne era diventato lo Strumento. Non più udienze infinite, non più contraddizioni tra diversi giudicanti, ma una semplice linearità capace di ristabilire la fiducia nella Giustizia e, con essa, un nuovo ordine sociale»: così M.ANDRONICO, nella sua approfondita recensione https://finnegans.it/tzimtzum-i-giudici-riluttanti-di-antonio-salvati-articolo-a-cura-di-michele-andronico/

[4] Il riferimento è a T. GRECO, La legge della fiducia. Alle radici del diritto (per una recensione di un saggio capace di generare un interessante dibattito sul tema, https://www.questionegiustizia.it/articolo/ripensare-le-fondamenta-del-diritto-a-partire-dalla-fiducia).

[5] «In TzimTzum, I giudici riluttanti, le piccole, autentiche storie dei protagonisti – subordinate alla nuova Storia, al sistema modellato dalla Procedura, la nuova forma del pensiero – divengono frammenti di un’architettura narrativa polifonica, caleidoscopica. Così come, nel gioco di specchi di questo strumento, ogni immagine si muove e si appoggia alla successiva, costruendo un cosmo di figure instabili, strettamente interconnesse e dipendenti tra loro, l’autore, nel romanzo, realizza una simile magia: la vita, fallibile, incompiuta e imperfetta dei protagonisti, reclama a gran voce un giudizio umano altrettanto fallibile e, per questo, perfettibile; il giudice  non può essere un sistema incondizionato, perfetto, ma colui che respirando vocalizza la sentenza e, soprattutto, proviene dallo stesso cosmo esperienziale punteggiato di timori, paure, errori e dubbi degli uomini che, ogni giorno, deve giudicare»: così C. PASSI, https://www.readactionmagazine.it/2024/08/10/tzimtzum-i-giudici-riluttanti/ 

08/11/2025
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La tutela dei minori nella dimensione digitale: l'esperienza australiana

I rischi a cui gli utenti più giovani possono essere esposti usando i social portano a interrogarsi sull’opportunità di vietarne l’uso prima del raggiungimento di un’età sicura.
Il tema, oggetto in Italia di un disegno di legge in corso di esame parlamentare, è stato affrontato in Australia con l’Online Safety Amendment (Social Media Minimum Age) Act 2024 che modifica l’Online Safety Act del 2021. 
La legge, entrata in vigore nel dicembre 2025, vieta l’uso dei social ai minori di sedici anni mediante un sistema completo: un divieto, un obbligo di fare in capo alle piattaforme, ma anche una sanzione, un’autorità di riferimento con poteri giudiziali concreti, determinazioni ministeriali tempestive e vincolanti, linee-guida aggiornate, siti user-friendly, rapporti frequenti sulle attività svolte.
La legge australiana contiene regole chiare e accessibili, osservabili dalle piattaforme e comprensibili a chi (genitori e figli) può percepire una parziale restrizione della propria libertà di espressione, educazione, comunicazione, tuttavia necessaria in un bilanciamento di interessi.

25/05/2026
Tra algoritmi e organizzazione della giustizia: l’Ufficio per il processo come laboratorio di nuove professioni pubbliche di mediazione tra diritto e intelligenza artificiale

Il contributo esamina le trasformazioni organizzative e professionali indotte dall'introduzione dell'intelligenza artificiale negli uffici giudiziari italiani, con particolare attenzione all'Ufficio per il processo (UPP) come laboratorio di nuove professioni pubbliche ibride. L'analisi prende le mosse dal quadro normativo vigente - in primo luogo il Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act) e la Legge n. 132/2025 — per ricostruire gli obblighi di AI literacy, il principio di human oversight e i requisiti di trasparenza e certificazione dei sistemi algoritmici applicati al contesto giudiziario. Attraverso una classificazione per livelli dell'impatto dell'IA sui compiti degli addetti UPP, il lavoro individua le attività ad alta automazione, quelle a supervisione mista e quelle non automatizzabili, mettendo in luce come proprio queste ultime - la valutazione critica degli output algoritmici, la data stewardship e il ragionamento giuridico su fattispecie complesse - definiscano il valore aggiunto irrinunciabile della componente umana.
L'articolo evidenzia altresì i limiti strutturali del modello organizzativo attuale: la perdurante assenza di una chiara identità professionale del funzionario UPP, le carenze dell'ordinamento professionale del 2010 e della bozza di riforma del 2025, nonché la frammentazione della contrattazione collettiva in materia di reskilling e certificazione delle competenze digitali. Viene proposta l'introduzione di competenze trasversali obbligatorie - AI literacy, supervisione algoritmica e data governance - articolate per famiglia professionale.
Il confronto con esperienze europee (Francia, Spagna, Portogallo) conferma la convergenza verso un ecosistema di supporto alla giurisdizione sempre più integrato con strumenti di IA generativa, suggerendo per l'Italia l'evoluzione verso uffici per il processo plurali e differenziati, capaci di valorizzare le diverse professionalità disponibili. In conclusione, si sostiene che l'UPP rappresenti il luogo naturale di attuazione del principio di human oversight, a condizione di investire in formazione interdisciplinare e in una governance integrata tra Ministero della Giustizia e CSM.

23/05/2026
Digitalizzazione della giustizia, intelligenza artificiale e autogoverno. Il ruolo del Csm

L’articolo affronta il tema della digitalizzazione e dell’uso dell’intelligenza artificiale applicata al mondo giudiziario, con uno sguardo rivolto alla normativa nazionale e sovranazionale. Vengono analizzate le delibere approvate dal consiglio superiore della magistratura, con alcune riflessioni critiche da parte dell’autrice in relazione alla legge delega di recente approvata in tema di AI e alla prossima piena operatività del regolamento europeo 1689/2024

22/05/2026
La responsabilità disciplinare del magistrato in caso di indebito ricorso all’intelligenza artificiale

Il contributo esamina il possibile rilievo disciplinare dell’uso indebito dell’intelligenza artificiale da parte del magistrato, muovendo dalla distinzione tra responsabilità disciplinare, deontologia e valutazione di professionalità. L’analisi ricostruisce il quadro normativo primario delineato dal d.lgs. n. 109/2006, sottolineando la tipicità degli illeciti disciplinari e l’impossibilità di far coincidere la violazione di regole etiche o deontologiche con l’addebito disciplinare, salvo espressa previsione legislativa. Su tale base, il lavoro considera la normativa secondaria introdotta dal CSM con le Raccomandazioni dell’8 ottobre 2025 sull’uso dell’IA nell’amministrazione della giustizia, evidenziandone la funzione orientativa e cautelare, specie con riguardo ai sistemi non certificati, alla protezione dei dati e alla necessaria supervisione umana. Nella parte conclusiva, l’articolo individua le principali fattispecie disciplinari potenzialmente rilevanti in caso di ricorso improprio all’IA, con particolare riferimento all’indebito affidamento ad altri di attività proprie del magistrato, alla motivazione apparente, alla grave violazione di legge per negligenza inescusabile e all’inosservanza di direttive organizzative e informatiche. 

21/05/2026
L’IA nella giustizia: un bilanciamento possibile fra innovazione e democrazia

L’impiego dell’intelligenza artificiale (IA) nell’amministrazione della giustizia rappresenta una delle trasformazioni più rilevanti per i sistemi giuridici contemporanei, incidendo sul rapporto tra innovazione tecnologica, autonomia del giudice e garanzie dello Stato di diritto. Il contributo analizza criticamente l’uso dell’IA in ambito giudiziario, evidenziando come l’introduzione di sistemi algoritmici non si limiti a un supporto tecnico, ma influenzi le condizioni stesse dell’esercizio della funzione decisionale. Dopo aver distinto le applicazioni di IA a carattere meramente procedurale da quelle che incidono sull’attività valutativa e interpretativa, l’articolo si concentra sui rischi emergenti legati ai sistemi di IA generativa e agentica, quali opacità, bias, variabilità degli output e capacità persuasiva. Tali elementi possono compromettere il libero convincimento del giudice, producendo forme di influenza cognitiva difficilmente rilevabili e potenzialmente incompatibili con i principi di indipendenza e responsabilità. Il lavoro approfondisce inoltre il tema del “pensiero artificiale” e delle dinamiche di manipolazione e polarizzazione informativa, mostrando come il problema non consista nella sostituzione dell’operatore umano, bensì nella trasformazione del contesto cognitivo e decisionale in cui il giudice opera. In risposta a tali criticità, viene proposto un approccio di IA ibrida, che integri modelli statistici con componenti simboliche e logiche, al fine di rendere il diritto computabile senza irrigidirne la dimensione interpretativa. Infine, l’articolo esamina la catena di responsabilità dell’IA e il ruolo della pubblica amministrazione, sottolineando la necessità di una governance strutturata, di requisiti di spiegabilità e di un controllo umano effettivo. La conclusione sostiene che solo un bilanciamento consapevole tra innovazione e prudenza può consentire all’IA di rafforzare, e non indebolire, la legittimità democratica della giustizia.

20/05/2026
L'elefante nella stanza del diritto civile

L'intervento di Giulia Marzia Locati al XXV Congresso nazionale di Magistratura democratica Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro (Roma, 13-15 marzo 2026)

13/05/2026
Una giustizia efficiente è possibile

Il referendum ed il suo esito hanno fatto emergere una domanda diffusa di giurisdizione efficiente, rapida e trasparente. Occorre sfatare luoghi comuni che popolano il dibattito sulla giustizia e partire dal suo attuale stato che non è all’anno zero e denota costanti progressi, anche stimolati dal PNRR giustizia. La proposta ruota attorno a cinque parole chiave: formazione, specializzazione, organizzazione, innovazione e semplificazione, considerate leve interconnesse di un progetto pluriennale. Sul piano formativo serve un’alfabetizzazione digitale diffusa, una formazione specifica dei dirigenti e percorsi di specializzazione strutturati per magistrati e avvocati, superando il modello del giurista generalista. In tema di specializzazione occorre passare ad una geografia giudiziaria policentrica, con tribunali dotati di specifiche vocazioni per materia, sportelli digitali di prossimità e percorsi professionali coerenti, evitando il ritorno ai “tribunali sotto casa”. Sul versante organizzativo va ripensata la magistratura onoraria con un reclutamento serio, compensi dignitosi e limiti temporali certi, e vanno valorizzate managerialità, ruolo della dirigenza amministrativa e una leadership collegiale di ufficio. La diarchia nella governance tra CSM–Ministero è ormai in crisi a fronte di altri soggetti quali la Scuola della magistratura ed il CNF, ma soprattutto alla nuova centralità che ha assunto l’informatica. La proposta è di una governance più articolata e meglio coordinata, con momenti istituzionali di raccordo, poli giudiziari territoriali e un’agenzia autonoma per digitale e IA nella giustizia. IA generativa che ha enormi potenzialità per gestione dei processi, analisi del contenzioso, organizzazione degli uffici e supporto redazionale. Potenzialità però depresse da un monopolio ministeriale conservativo e debole, oltre che incapace di valorizzare i progetti locali e universitari sviluppati in supporto all’Ufficio per il processo. La semplificazione dovrebbe partire dalla riduzione di burocrazia amministrativa, dall’unificazione delle piattaforme telematiche e dalla costruzione di un vero rito digitale, civile e penale, unico, elastico e coerente con le tecnologie. La carenza di risorse è purtroppo endemica: carenze di organico per magistrati e personale amministrativo, ritardata e solo parziale stabilizzazione degli addetti all’UPP, edilizia giudiziaria e digitalizzazione sottofinanziate, oltre all’assenza di un serio recupero di entrate potenziali (pene pecuniarie, spese e sanzioni processuali, confische, Fondo Unico Giustizia) che potrebbero rendere il sistema parzialmente autosufficiente. Andrebbe perseguito un programma scandito da obiettivi, monitoraggi e interventi mirati sugli uffici più in difficoltà, la stabilizzazione e riorganizzazione dell’Ufficio per il processo e il lancio controllato di sperimentazioni di IA in rete chiusa. Il filo conduttore è la scelta tra l’ennesima pseudo riforma simbolica e a fini di propaganda e una vera riforma condivisa, fondata su dati, investimenti mirati e un deciso cambio di passo del Ministero, per rendere come primo obiettivo efficienza e qualità della giurisdizione, in linea con il segnale venuto dal referendum.

14/04/2026