Magistratura democratica
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Referendum: qualche domanda a un difensore. Breve intervista di Luigi marini al Prof. Avv. Luca Mario Masera

a cura di Luigi Marini
magistrato e segretario generale della Corte di cassazione

Due osservazioni introduttive.

Gli argomenti portati a sostegno della riforma Nordio-Meloni relativamente alla c.d. separazione delle carriere si concentrano sulle relazioni fra i soggetti processuali, affermando che il giudice può essere “terzo” solo se pubblico ministero e difesa sono realmente posti sullo stesso piano. In molti replicano che tale obiettivo, ricordiamo di natura processuale, è già stato raggiunto dopo la c.d. Riforma Cartabia e poteva essere rafforzato con legge ordinaria, senza incidere sull’architettura costituzionale. Riteniamo che moltissimi fautori del SI dimentichino che il nostro pubblico ministero non è solo “parte” nel processo penale (e parte pubblica con doveri di azione e di imparzialità diversi e maggiori rispetto a quelli che spettano all’avvocato che assiste l’indagato o la vittima), ma è un organo che ha come mandato la custodia della legalità e un ruolo di garanzia pubblica. Lo dimostrano la sua presenza attiva nelle cause civili che riguardano soggetti deboli e quelle che riguardano vicende societarie di rilevanza collettiva. Lo dimostrano, ancora, il ruolo pubblico e non di parte che spetta alla Procura generale presso la Corte di cassazione, anche nei giudizi civili, e il ruolo di coordinamento, e non di azione, che spetta alla Procura nazionale antimafia.

Ridurre il dibattito sul pubblico ministero al solo ruolo processuale appare un’operazione errata sul piano logico e di sistema, essendo evidente come la Riforma impatti sull’intero impianto dello stato di diritto e incida sui fondamenti del garantismo penale.  

Un secondo aspetto che deve interrogarci è l’atteggiamento di molti sostenitori del SI che militano nelle fila dei giuristi: costoro proseguono sulla via intrapresa trenta anni fa e continuano a utilizzare argomenti che non si misurano con i cambiamenti radicali che la politica da qualche lustro conosce e che questa Riforma incarna. Chi guarda alla riforma del ruolo processuale del pubblico ministero come unica lente sulla realtà è certamente coerente con posizioni assunte da lungo tempo (la c.d. battaglia epocale di cui le Camere penali sono portavoce), ma parla di un mondo che non esiste più. La politica del confronto e del dialogo è tramontata e questa politica che schiaccia gli avversari sui nemici e adotta sistematiche risposte penali contro il dissenso è pienamente riflessa nella riforma di cui parliamo. Avere sommato alla distinzione delle funzioni la de-strutturazione del CSM e la sottrazione allo stesso del controllo disciplinare in favore di un inedito giudice speciale (l’Alta Corte) ha dato luogo a un “pacchetto” aggressivo, che sfrutta le posizioni della parte più vocale dell’Avvocatura penale per agganciarvi le posizioni di chi gestisce il denaro pubblico e di chi intende in modo regressivo la legge e la sua interpretazione. 

La natura aggressiva della Riforma si manifesta con chiarezza tanto nella natura partigiana e non dialogante del testo e del percorso parlamentare, lontanissimi dallo spirito che caratterizzò la nascita della Costituzione, quanto nei modi e nei toni della propaganda a sostegno del SI. Il fatto che alcuni rappresentanti del NO cadano nella trappola, nulla toglie all’aggressività originaria dei rappresentanti della maggioranza e dei mezzi d’informazione che la sostengono.

Se questo è il contesto in cui riteniamo si collochi la Riforma costituzionale, proviamo a porre alcune domande al Prof. Luca Masera, un docente universitario che si misura anche nelle aule di giustizia come difensore.

 

Nella sua attività di docente e in quella di difensore percepisce quella mutazione autoritaria della politica che abbiamo richiamato poco sopra, a partire dalla spinta alla concentrazione del potere reale nel Governo a scapito del Parlamento e in conflitto coi poteri di controllo?

“Mutazione autoritaria” è un termine molto forte, che spaventa, ma purtroppo temo sia la definizione adeguata dello sviluppo che sta prendendo (non solo in Italia) la politica dei Governi di destra nei confronti di tutte le istituzioni che pongono dei limiti all’attuazione del programma di governo. È un percorso che viene da lontano, e per quanto riguarda il nostro Paese il contrasto con la magistratura è stato lo sfondo comune a tutto il ventennio berlusconiano che ci siamo lasciati alle spalle. Ora con il referendum si può portare a compimento il percorso, ma l’obiettivo è sempre stato chiaro: chi viene posto al Governo del Paese dal confronto elettorale deve poter agire senza limiti, le istituzioni di garanzia (ed in primo luogo la Magistratura, tutte le Magistrature: pensiamo all’attacco durissimo alla Corte dei conti quando ha segnalato le lacune contabili del progetto relativo al ponte di Messina) devono orientare le loro decisioni in modo da non ostacolare i programmi di chi è al governo. La Presidente del Consiglio è stata chiarissima nel gennaio scorso, in occasione della scarcerazione dei manifestanti arrestati nel corso di manifestazioni in cui vi erano stati episodi di violenza nei confronti delle forze dell’ordine: la magistratura deve “lavorare nella stessa direzione” del Governo, altrimenti il sistema non funziona, e questo impedisce di garantire la sicurezza dei cittadini. Nella sua semplicità, questo pensiero è però un elemento centrale di quel “mutamento autoritario” da cui siamo partiti. Nel periodo fascista, i magistrati (tutti i magistrati, requirenti e giudicanti) seguivano in modo pedissequo i desiderata del Governo: nessun processo per le violenze delle forze di polizia ed i casi di corruzione dei vari gerarchi, mano durissima nei confronti di ogni forma di dissenso (sino alla creazione dei ben noti Tribunali speciali per gli oppositori politici). Dire che la magistratura deve andare “nella stessa direzione del governo” significa dire (come se fosse una semplice affermazione di buon senso, come usa spesso la Presidente Meloni) che i magistrati, come ai tempi del fascismo, non devono mettere i bastoni tra le ruote, e la tutela dei diritti fondamentali e delle garanzie processuali non deve impedire al Governo di realizzare le proprie politiche: se non è una “mutazione autoritaria” quella che il Governo sta esplicitamente perseguendo, non saprei proprio come definirla.

 

Se la risposta è positiva, trova che la sua percezione sia diffusa fra i difensori o, invece, esistano approcci molto diversi legati al settore in cui esercitano la professione e/o alla visione politica di ciascuno?

Più che il settore di attività, credo sia decisiva la visione politica. L’avvocatura è ovviamente un corpo sociale composito, e molti avvocati che sono elettori di questa maggioranza molto probabilmente non saranno d’accordo con questa lettura del momento politico. Bisogna però anche aggiungere che, specie tra gli avvocati penalisti, che vedono da vicino cosa significhi in concreto l’atteggiamento muscolare di questo Governo nei confronti delle manifestazioni di dissenso, molti che pure sono ideologicamente molto lontani dalla sinistra sono critici rispetto all’uso del diritto penale fatto da questo Governo. D’altra parte, ormai le linee della politica penale di questo Governo sono chiare: sempre più carcere e nuovi reati per i marginali e per chi protesta, mani libere per i colletti bianchi che delinquono (l’abolizione dell’abuso d’ufficio al riguardo è esemplare): al di là delle opinioni politiche, è difficile che un avvocato penalista condivida questa impostazione. 

 

Lei ha maturato esperienze pratiche nei procedimenti che riguardano migranti e richiedenti asilo. Sappiamo che questa è una materia dove le politiche governative sono particolarmente aggressive all’interno di una narrativa pubblica che presenta i migranti come una realtà tout court illegale e pericolosa. I magistrati professionali devono affrontare leggi complesse e, talvolta, caratterizzate da forzature che impongono interpretazioni costituzionalmente orientate. Crede che questo sforzo di rispetto della legalità costituzionale incontri approvazione e rispetto tra i difensori?

Direi assolutamente di sì. Da anni lavoro con Asgi, un’associazione composta da più di 400 tra avvocati, accademici, operatori legali che operano nel settore dell’immigrazione: Asgi ha preso posizione a favore del No, perché chi lavora a tutela dei diritti dei migranti non può non avere ben presente il ruolo centrale che ha avuto la magistratura (nazionale ed europea) nel cercare di garantire il rispetto dei diritti fondamentali nel contesto di politiche sempre più securitarie e aggressive. La materia dell’immigrazione è il terreno in cui si osserva in modo più evidente l’insofferenza di questa maggioranza verso l’idea che esistono diritti che non sono nella disponibilità di chi governa, perché tutelati dalla Costituzione o dalla normativa europea. D’altra parte, è ovvio che sia così, perché si tratta dei diritti degli “altri”, si può dire al cittadino-elettore che tutto ciò non lo riguarda, che i suoi diritti non sono in discussione; ma lo stato di diritto o vale per tutti, o nessuno può dirsi al sicuro. Dovendosi confrontare quotidianamente con le normative sempre più draconiane in tema di immigrazione, chi lavora in questo ambito è in una posizione privilegiata per apprezzare il ruolo insostituibile svolto dalla giurisdizione per evitare che si arrivasse nei confronti dei migranti alle oscenità d’oltre-oceano. In Europa non c’è l’ICE perché c’è un sistema di controllo giurisdizionale che ha sinora impedito tali aberrazioni; senza tale cornice democratica, molti degli attuali Governi europei non vedrebbero l’ora di replicare le gesta trumpiane.

 

Un diverso settore dove le medesime logiche si propongono sembra essere quello della “sicurezza”, intesa come ordine pubblico. Quello che stiamo vedendo sono pressioni preventive e accuse successive ai magistrati e giudici che si ostinano a tutelare i diritti degli indagati nel rispetto della Costituzione e in applicazione delle norme dei codici. Noi non siamo sorpresi del silenzio di molti penalisti e dei c.d. garantisti e della mancanza di sostegno ai magistrati che con coraggio rifiutano logiche contrarie ai principi dell’Habeas Corpus: le esigenze referendarie sono evidentemente prioritarie oggi; peccato che assecondino le politiche securitarie di oggi e preparino quelle di domani.  Condivide la nostra preoccupazione oppure non vede la proiezione sul futuro che ci allarma?

Sono state scritte ormai intere biblioteche sul ruolo che l’argomento della sicurezza e del contrasto alla criminalità ha giocato nel favorire l’ascesa di ideologie politiche sempre più autoritarie e regressive sul piano dei diritti. Dalla guerra alla povertà alla guerra ai poveri, per riprendere le parole usate da Livio Pepino quasi 20 anni fa, a commento del primo Pacchetto sicurezza del Governo Berlusconi del 2008: il tema della sicurezza negli ultimi decenni ha costituito il costante refrain per giustificare, di fronte al crescere sempre più odioso delle disuguaglianze e del disagio sociale, il ricorso ossessivo alla pena ed al carcere come unica risposta. Come dicevo non si tratta affatto di un fenomeno nuovo, né di un fenomeno proprio solo del contesto italiano: ma l’accelerazione che ha subito negli ultimi anni non può non destare grande preoccupazione per il futuro.

11/03/2026
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