Magistratura democratica
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Intervista a Beniamino Deidda a partire da Diario di un giudice

a cura di Luigi Marini
già magistrato e segretario generale della Corte di cassazione

Beniamino Deidda ha prestato servizio a Firenze con funzioni giudicanti come Pretore (che però all’epoca svolgeva anche funzioni di pubblico ministero) e Gip. Ha quindi svolto funzioni requirenti come Procuratore aggiunto, sempre a Firenze. Successivamente ha operato come Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Prato e quindi come Procuratore generale prima a Trieste e poi a Firenze. E’ in pensione dal 2013 ed è stato direttore di Questione Giustizia dal 2013 al 2015.

 

1. Rispetto al racconto di Dante Troisi, che ambiente hai trovato quando hai iniziato il tuo servizio?

Sono entrato in magistratura molto giovane con il D.M. bandito nel 1960. Mi ero iscritto a giurisprudenza senza avere verso la magistratura quella particolare vocazione, che allora sembrava necessaria per intraprendere le carriere “nobili”. Avrei capito più tardi che la vocazione è il nome che comunemente si dà al desiderio di qualche giovane di ricoprire la carica o il posto del babbo o dello zio. E così molti, già a quindici anni, scoprono di avere un’irresistibile vocazione per l’avvocatura o per i rogiti notarili o per la farmacia. E poiché le vocazioni durano nel tempo, ecco che a trent’anni fanno il loro ingresso negli studi paterni. Mai che uno di questi giovanotti abbia la chiamata irresistibile verso le attività agricole o la pastorizia, che pure sono attività salubri.

Mi ero iscritto a Giurisprudenza per un certo fascino che esercitavano su di me le aule dei tribunali e, in particolare, l’autorità e il rispetto di cui godevano i giudici (almeno in Sardegna, non voglio generalizzare). Senonché nel 1958, proprio nel bel mezzo dei miei studi di diritto costituzionale e penale, apparve sui quotidiani la notizia che era stato pubblicato un libro scandaloso, Diario di un giudice, e che il suo autore era stato incolpato e condannato dal Consiglio di disciplina dei magistrati. Io, che allora leggevo avidamente il Corriere della Sera (allora era diverso: c’erano Orio Vergani, Montale, Emilio Cecchi, Montanelli), mi precipitati dal mio abituale libraio cagliaritano. Erano ancora i tempi in cui i librai leggevano i libri e non li vendevano soltanto. Chiesi il Diario, il mio libraio l’aveva sottomano. «Mi raccomando, lo legga».

La lettura del Diario fu decisiva. Gli esami che mi mancavano furono preparati e vissuti emotivamente come i necessari strumenti per fare il giudice, come un passaggio strettamente necessario per fare lo stesso mestiere di Dante Troisi.

Ripensandoci oggi, con lo sguardo del vecchio magistrato, bisogna dire che il libro non contiene pagine che incoraggino a fare il giudice. La descrizione che Troisi fa dei magistrati non è una descrizione oleografica e nemmeno benevola: individui che, prima che magistrati, erano uomini con le loro debolezze e i loro affanni. Pronti ad ossequiare i potenti, desiderosi di far carriera, ma capaci poi di riacquistare la loro dignità nell’impegno di giudicare i propri simili. Ma l’aspetto decisivo, per me ventenne, è stato l’esempio di questo giudice che si piega sugli imputati e le parti offese, figure dolenti di un mondo arretrato, e scopre con sconcerto l’enorme distanza tra sé e la funzione terribile di giudicare altri uomini. Fu questo che più mi colpì allora. Ne derivò quasi in concomitanza con la lettura l’idea che io quella distanza l’avrei saputa colmare, che sarei stato capace di comprendere i crimini anche dei più disgraziati. E la decisione di fare il giudice, che diventava ogni giorno più ferma, continuavo a tenerla per me, un impegno emotivamente troppo grosso per essere messo a conoscenza di altri. 

Ecco, quest’idea che ho tratta dal libro, l’idea che giudicare è soprattutto “compatire”, è presente nella mia mente ancora oggi, unico residuo delle cose che pensavo a vent’anni.

Forse da questa idea (oltre naturalmente che per le straordinarie pagine che descrivono cosa fosse la giustizia in un lembo arretrato del Meridione), ancora oggi un giovane trarrebbe qualche sprone verso il nostro mestiere.

Un mestiere che nei miei primi anni non era molto diverso da quello descritto da Troisi. Certamente c’erano molte differenze, ma erano dovute al fatto che Firenze, dove lavoravo, non era Cassino, naturalmente. Nel palazzo di giustizia non c’erano solo i magistrati fiorentini, c’erano anche i meridionali. E il clima complessivo che si respirava tra i colleghi non era molto diverso da quello descritto da Troisi. Le promozioni avvenivano per concorso o per titoli, la Cassazione esercitava un’inevitabile egemonia perché al suo interno venivano scelti i commissari d’esame. Inevitabile anche l’ossequio verso i presidenti di Tribunale e i Procuratori della Repubblica ai quali immancabilmente noi giovani, e non solo, ci rivolgevamo col “Lei”.

I capi degli uffici giudiziari, non solo a Firenze ma dappertutto, erano colleghi tra i sessanta e i settanta anni, entrati in magistratura trenta o quaranta anni prima e che avevano fatto carriera sotto il fascismo. Molti erano persone amabili e cortesi, alcuni si erano affezionati a noi giovani alle prime armi, altri erano bruschi e distanti, ma tutti avevano immancabilmente un piglio autoritario e il consapevole senso della superiorità del giudice sugli altri attori della giustizia. Era il segno evidente della passata sottomissione dei magistrati all’autorità del governo fascista. Non potevamo capirci, potevamo solo stimarci e qualche volta affezionarci l’un l’altro. I giovani avevano difficoltà ad adeguarsi a quelle compagnie così attente “al doveroso riserbo” e all’ossequio verso i superiori. 

Fu così che a Firenze, alla metà esatta degli anni ‘60 un piccolo gruppo di noi dette vita a MD toscana. Eravamo in cinque, ci guidava Marco Ramat. Fu un brutto colpo per i vecchi colleghi, perché già dopo la prima riunione il numero di adesioni crebbe vertiginosamente. Cominciava l’incontro-scontro con le altre correnti che avrebbe cambiato il volto della giustizia in Italia. Oggi il Ministro Nordio dice che sono diventati centri di malaffare da azzerare con il sorteggio, ma da Gardone in poi le correnti furono protagoniste di un grande cambiamento e di una crescente spinta ad adeguare le nostre pronunce ai principi della Costituzione. E, quando non era possibile, si percorreva la strada dell’eccezione di costituzionalità.

 

2. Si comprende dal diario di Troisi che la Costituzione era del tutto al di fuori dell’orizzonte di valori dei giudici e dal loro lavoro quotidiano. Le cose erano cambiate al tuo arrivo?

I vecchi magistrati, come ho detto, non avevano voglia di abbandonare la scena, alcuni erano riuniti nell’ l’UMI e legati ai governi democristiani dell’epoca, altri attivi nella corrente di Magistratura Indipendente. Insieme erano riusciti a bloccare ogni adeguamento al dettato costituzionale. La Corte costituzionale aveva cominciato a funzionare dopo 9 anni dall’entrata in vigore della Carta, il Consiglio Superiore dopo 11, il codice Rocco fascista era ancora intatto. Fu proprio il dibattito tra le correnti, e qualche volta lo scontro tra di esse, che mise in luce la necessità di adeguare l’ordinamento di matrice fascista alla Costituzione. I testi di legge che, per lo più, venivano ritenuti in contrasto con i principi costituzionali, erano il codice penale fascista e il Testo Unico di pubblica sicurezza. La Cassazione continuava a tenere ferma la distinzione tra norme costituzionali “programmatiche” e “precettive”, ma era soltanto l’estremo tentativo di fermare il desiderio di rinnovamento che animava gran parte della magistratura. La conclusione è che agli inizi degli anni ’60 la situazione era ancora quella raccontata dal libro di Troisi, ma nel giro di pochi anni, per effetto del dibattito che si era sviluppato tra i magistrati e nel paese, le cose cambiarono molto rapidamente.

 

3. Quando ha preso corpo lo sforzo (di parte almeno) dei magistrati per dare corpo alla Costituzione nel lavoro quotidiano? E i pubblici ministeri come si rapportavano a questi processi culturali e interpretativi?

Come ho detto, furono i pretori a farsi carico non solo dell’interpretazione delle norme “costituzionalmente orientate”, ma anche del ricorso alla Corte costituzionale, quando il loro contenuto fosse in aperta violazione dei valori della Carta.

Molto più tiepido fu l’atteggiamento delle procure presso i tribunali. Non vorrei farmi ingannare dalla situazione fiorentina, particolarmente chiusa. Ma credo di poter dire che, salvo alcune luminose eccezioni, la situazione non fosse molto diversa nelle altre grandi città, del Nord come del Sud.

In Toscana, dunque, la procura era dominata da Magistratura Indipendente ma i capi che si succedettero negli anni ’60 e ’70 giudicavano che i sostituti fossero attestati su posizioni eccessivamente “progressiste”! In realtà le Procure tentavano con ogni mezzo di bloccare il tentativo di rinnovamento di noi pretori. Lo facevano sistematicamente impugnando le nostre sentenze, fino alla Cassazione se era necessario. Per capire la durezza di quei tempi voglio ricordare che perfino Antonino Caponnetto (che diventerà poi quel grandissimo magistrato che abbiamo conosciuto negli anni palermitani) era implacabile nell’impugnare con la sua solita decisione le nostre sentenze che tentavano di sfuggire alla rigida giurisprudenza della Corte di cassazione. Era veramente una lotta tra due diversi modi di concepire la giurisdizione, condotta dalle procure senza troppe sottigliezze ed evitando il rigore argomentativo. Del resto non era facile per le Procure portare avanti questo lavoro di chiusura ad ogni novità perché i pretori in Toscana in quel tempo si chiamavano Marco Ramat, Michele Corsaro, Pierluigi Onorato, Salvatore Senese e tanti altri straordinari colleghi.

E poi mi pare significativo il fatto che, per quanto io ricordi, mai i pubblici ministeri di quel tempo hanno sollevato eccezioni di costituzionalità.

Devo dire che anche i Tribunali opponevano qualche resistenza al rinnovamento giurisprudenziale, ma non erano rari i casi di colleghi capaci di posizioni assai avanzate. L’esempio più noto è quello di Sandro Margara che già in quegli anni aveva cominciato la sua profonda riflessione sul carcere e sulla disciplina penitenziaria.

 

4. Puoi farci capire l’importanza dell’associazionismo che iniziava a crescere tra i magistrati? E perché solo alcuni i magistrati sono dipinti come “politicizzati”?

Le considerazioni che ho svolto nei punti precedenti servono almeno in parte a chiarire questo quesito.

Il decennio che va dal ’65 al ’75 ha visto una notevole crescita politica e culturale delle correnti dei magistrati. Il dibattito aveva definitivamente messo in luce la chiusura ‘castale’ della corporazione, durata ben oltre il periodo fascista.

Questa consapevolezza aveva suscitato un dibattito del tutto nuovo. Il pluralismo delle idee e delle posizioni assunte dai rappresentanti delle correnti nel consiglio Superiore della Magistratura stava lentamente trasformando la giustizia italiana: le leggi “Breganze”, “Breganzone” e “Piccioni” liberarono presto i magistrati dal capestro dei concorsi; il forte bisogno di uguaglianza, che scaturiva dalla distinzione costituzionale dei magistrati solo “per diversità di funzioni”, veniva progressivamente realizzato conferendo una nuova coscienza dello stato e dell’autonomia di ciascun magistrato.

Insomma, fu il pluralismo delle correnti a modernizzare la magistratura e a far circolare tra i cittadini un diverso modo di concepire la giustizia e il lavoro dei giudici. Credo che sia questo il motivo di fondo che spiega l’iscrizione all’ANM di quasi tutti i magistrati italiani e la massiccia adesione alle varie correnti. Le quali nel tempo hanno cambiato talvolta i nomi e le sigle, ma hanno generalmente mantenuto la distinzione tra magistrati conservatori, moderati e progressisti. Le correnti soprattutto nei primi lustri della loro storia, sono state una importante sede del confronto delle varie idee di giustizia, delle diverse posizioni in ordine ai rapporti con i poteri dello stato e delle attività proprie del governo autonomo della magistratura.

Ricordo che questo importante lavoro di rinnovamento della Magistratura svolto dalle correnti fu inizialmente contrastato dai vertici giudiziari con mezzi leciti e con altri più discutibili. Fioccarono i procedimenti disciplinari e le denunzie per vilipendio della magistratura; ci fu qualche accanimento verso quelli di noi che si mostravano più intraprendenti. Ma ora a distanza di molti lustri si può dire che venivano perseguiti, penalmente e disciplinarmente, le manifestazioni del pensiero. Le nostre parole, più che il nostro esempio, la nostra intraprendenza associativa disturbava davvero; la riprovazione dei colleghi più cauti ci isolava negli uffici, ma la forza delle correnti ci proteggeva.

Credo che si possa dire, con la serenità che ormai il tempo trascorso consente, che i tentativi di repressione dei capi degli uffici non furono coronati da grande successo. A parte qualche eccesso “reazionario”, la sezione disciplinare del CSM mostrò un certo equilibrio e non si prestò ad essere il braccio della repressione dei capi degli uffici che erano entrati in magistratura durante il ventennio. Quelle assoluzioni disciplinari hanno reso accettabili comportamenti che appena dieci anni prima sarebbero stati pesantemente sanzionati. Ora si può dire con certezza che quelle nostre attività di corrente, come i nostri guai disciplinari, hanno aperto grandi spazi di libertà anche per i colleghi più timidi, affrancandoli, si spera per sempre, dalla soggezione e dall’ossequio verso i capi.

Erano gli stessi colleghi che cercavano di evitare le nostre riunioni, protestando che loro non “volevano fare politica”, implicitamente accusandoci di essere politicizzati. Quell’accusa aveva, ed ha in parte, un significato diverso dagli slogan berlusconiani e meloniani lanciati contro i magistrati dagli anni ’90 in poi. Questi colpiscono indifferentemente tutti i magistrati che abbiano emesso provvedimenti sgraditi al Governo. Sono i magistrati che “remano contro”, che appartengono indifferentemente a correnti moderate o progressiste. E appena ci si rende conto dell’assurdità dell’accusa si aggiunge che, per carità, non sono tutti i magistrati, la cui maggioranza lavora silenziosamente ecc. ecc., ma solo un piccolo gruppo di magistrati politicizzati. Un’accusa ridicola che non merita risposta.

Negli anni ’60 e ’70 era diverso: l’accusa di essere politicizzati riguardava quasi esclusivamente i magistrati di MD ed eccezionalmente qualcuno di Terzo potere, ma per definizione non poteva rivolgersi ai colleghi di MI o dell’UMI. E credo che fosse giustificata dal fatto che noi per primi avevamo scoperto la politicità della giurisdizione e la falsa neutralità del diritto. Paradossalmente chi lanciava quell’accusa aveva ragione: eravamo stati noi a dire per primi che le sentenze avevano un peso e un senso “politico”. Naturalmente a noi non importava nulla della politica, ma questo non aveva nessuna importanza per quei colleghi, ancora tanti, chiusi nella loro torre d’avorio, apparentemente distanti, eppure così vicini, ai detentori del potere politico.

Oggi purtroppo, per ragioni di infima propaganda, la destra riassume la storia delle correnti dei magistrati definendole “un covo di malaffare”. Dispiace che sia un collega, ora Ministro, che delle vicende delle correnti ignora quasi tutto per non averle mai vissute, a lanciare slogan privi di qualsiasi fondamento. Ma noi sappiamo che le correnti sono state, e possono continuare ad essere, il luogo in cui i magistrati si confrontano e affinano la loro cultura.

 

5. Come reagì il sistema alla “democratizzazione” della magistratura? Io vedo tre diversi aspetti: a) la critica delle decisioni dei colleghi; b) l’interpretazione delle leggi costituzionalmente orientata; c) la partecipazione al dibattito pubblico e le consonanze con i partiti politici e le forze sociali.

a) Le domande contenute in questo punto avrebbero bisogno di risposte inconciliabili con la necessaria brevità di un’intervista. Molto sinteticamente vorrei dire che la critica alle decisioni dei colleghi, praticata inizialmente soprattutto da Magistratura Democratica, trovò una robusta opposizione da parte delle altre correnti e soprattutto da parte di coloro che non partecipavano alla vita delle correnti. Fino ad allora le sentenze e i provvedimenti dei giudici erano state sempre commentate e criticate nelle riviste giuridiche e talvolta sui giornali, ma questo era sempre stato accettato dai magistrati asserragliati nella loro torre d’avorio. Ora invece si faceva largo un “diritto di critica” che si esprimeva anche mentre il processo era in corso. Per i benpensanti era un intollerabile intrusione nel merito nel processo e nell’attività dei magistrati. Anche ora è vivissima la convinzione tra molti colleghi che non bisogna interferire nei processi in corso perché questo turba la serenità dei magistrati che vi sono impegnati e costituisce un’indebita pressione su di loro.

Ma è difficile accettare questa limitazione del diritto di critica espressa da parte di chiunque, sia magistrato o semplice cittadino.

Magistratura Democratica ha avuto nella sua storia un drammatico passaggio costituito dall’ordine del giorno Tolin, scritto e diffuso mentre il processo era in corso. Non credo che si possa concepire una limitazione delle critiche ai provvedimenti mentre il processo è in corso. Certo, occorrono sensibilità e misura da parte dei magistrati, mentre i colleghi sono impegnati in un processo, ma credo che i magistrati debbano rassegnarsi ad accettare le osservazioni, anche critiche, da parte di qualunque cittadino.

b) Credo che ormai l’analisi critica della legislazione alla luce  dei principi costituzionali sia diventata una pratica comune alla stragrande maggioranza dei magistrati. Sono tanti coloro che hanno acuito la loro sensibilità costituzionale e che costantemente si pongono il problema di adeguare le loro pronunce alle regole della Costituzione. In passalo, lo abbiamo detto, non era così. Il ricorso alla Corte Costituzionale era giudicato un non trascurabile segno di impertinente sovversione, diretta, di fatto, a provocare il progressivo deterioramento del primato interpretativo della Cassazione che durava incontrastato dall’entrata in vigore della Costituzione fino agli anni ’60. 

Furono i pretori (che ancora non venivano definiti “d’assalto”) a sollevare il maggior numero di eccezioni ricorrendo alla Consulta. Ricordo tra i tanti un collega, si chiamava Cocco, che diventò molto polare tra noi sul finire degli anni ’60 per il grande numero di ricorsi alla Corte Costituzionale. E bisogna riconoscere che la Corte Costituzionale di quel tempo, al di là di qualche comprensibile prudenza, fece un lavoro di imponente rinnovamento e di adeguamento delle norme ai principi costituzionali.

c) Direi che la partecipazione al dibattito pubblico era più o meno intensa a seconda dell’appartenenza dei magistrati alle varie correnti. Ricordo di avere partecipato a qualche riunione di Magistratura indipendente e anche di Terzo Potere, invitato da qualche collega che sperava in una mia adesione. E mi pare che la vita di quelle correnti non fosse orientata verso i contatti con altri gruppi sociali o sindacali. Solo Terzo potere in maniera sporadica aveva qualche dialogo con altre componenti sociali.

Al contrario la postura di Magistratura Democratica era soprattutto rivolta all'esterno. Il lavoro “di corrente” prevedeva esplicitamente il contatto con altri gruppi della vita sociale e politica della Regione. Devo dire per la precisione che la mia esperienza di quel tempo è relativa solo alla Toscana e non pretendo di fotografare la situazione esistente in tutto il territorio nazionale. Ma ricordo bene che anche l’orientamento nazionale di MD prevedeva esplicitamente i contatti con altre realtà.

Uno dei temi più dibattuti al nostro interno fu proprio il rapporto tra MD e i partiti: un rapporto problematico che ha visto una sostanziale divisione nella corrente tra chi era favorevole ad un dialogo con i partiti progressisti e chi invece pensava che i magistrati dovessero stare a distanza dalle occasioni di politica attiva dei partiti. I contatti con i sindacati erano invece più frequenti e più liberi e capitava talvolta che fossimo invitati come giuristi a congressi o manifestazioni sindacali.

È certo, comunque, che proprio a metà degli anni ’60 cominciò a sgretolarsi la proverbiale “separatezza” dei magistrati. Nessuno di noi, almeno tra i giovani, si sentiva a disagio nel partecipare a manifestazioni studentesche o agli incontri organizzati dal movimento operaio. Ricordo anche che questa partecipazione al dibattito pubblico non era vista di buon occhio dai nostri più maturi colleghi, sempre pronti a ricordarci che la nostra “imparzialità” poteva essere garantita agli occhi dei cittadini solo se avessimo evitato di esporci nelle manifestazioni pubbliche organizzate dalle forze politiche e sociali.

Questo riflesso d’ordine, dopo più di cinquant’anni, è ancora vivo in molti magistrati e in molti politici, come ci ha dimostrato, tra i tanti, il recente “caso Apostolico”. È il segno che il costume democratico, improntato alle libertà costituzionali di riunione, di partecipazione associativa e di manifestazione del pensiero non è ancora patrimonio di tutti i magistrati.

Ancora ampi strati del nostro paese non sono ancora persuasi che per i magistrati essere e apparire imparziali comporti la rinuncia all’esercizio dei diritti costituzionali di riunione o di parola, parlata e scritta. Ma noi sappiamo che la nostra imparzialità è radicata nella intima ed effettiva adesione all’obbligo di essere soggetti “soltanto alla legge”.

 

6. La crescente complessità delle leggi, il peggioramento della loro qualità tecnica e l’ingresso nel sistema della legislazione europea quanto hanno inciso, secondo te, nel ruolo che la magistratura ha assunto nel Paese?

Il problema posto dalla legislazione contemporanea non è la sua “complessità” ma la sua “oscurità” e la scadente tecnica di scrittura. Le leggi vigenti non sono solo troppe, ma sono anche contraddittorie e incomprensibili. Tullio De Mauro aveva calcolato che mediamente il numero delle parole di ogni periodo degli articoli della nostra Costituzione si attestava sulle 19 parole. Oggi si calcola che il numero medio per ogni frase del legislatore sia di 88 parole. Dunque, la comprensione diventa impossibile per un pubblico di “analfabeti funzionali” e decisamente ardua anche per gli addetti ai lavori.

Quello relativo ad una buona tecnica legislativa ormai è un problema che ha molti decenni alle spalle ed è molto difficile da risolvere. L’ingresso della legislazione europea non ha provocato danni ulteriori rispetto alla qualità di tecnica legislativa, giacché è difficile sostenere che sia peggiore di quella nazionale. Le difficoltà dei giudici italiani nell’applicarla non sono state poche soprattutto quando si è trattato di attuare il coordinamento tra la legislazione europea e quella nazionale. 

Credo comunque che le difficoltà maggiori siano state prodotte da una sorta di “provincialismo normativo” che ha visto molti magistrati esitanti rispetto a norme di diritto internazionale che la nostra Costituzione ci impone di applicare. Abbiamo tardato a capire che non è più il tempo del primato del diritto nazionale e che al giudice spetta ormai di orientarsi tra fonti diverse, risolvendo talvolta problemi non semplici di priorità, fino alla disapplicazione del diritto nazionale rispetto alla prevalente norma europea.

 

7. Ultima domanda, inevitabile, sul referendum: tra i tanti, quale consideri il rischio principale che la riforma porta con sé?

Non mi pare davvero il caso di ripetere qui le tante cose che abbiamo detto nelle molte decine di occasioni e di dibattiti sul referendum. Mi limito a riassumere i motivi per i quali non vogliamo correre i rischi gravissimi che deriverebbero dall’approvazione referendaria della legge di revisione costituzionale.

Credo che sia evidente che nelle intenzioni del Governo la modifica costituzionale è legata ad un progetto che progressivamente faccia saltare i limiti costituzionali all’esercizio del potere esecutivo. La distruzione dell’autogoverno della magistratura, così evidente nel progetto di due CSM e nella decisione di togliere il potere disciplinare agli organi di autogoverno per assegnarli a quel giudice speciale che è l’Alta Corte, ci dice che il Governo in carica non ha nessun interesse a mantenere l’indipendenza di quei poteri che non soggiacciano al governo. Le numerose dichiarazioni della Presidente del Consiglio non lasciano dubbi sul punto: da esse traspare il sospetto verso le istituzioni indipendenti, siano la Corte dei Conti o la magistratura ordinaria.

La riforma della Magistratura non è altro che il primo passo di questo progetto politico. Se prevalessero i SI’, si aprirebbe la strada ad una profonda riforma della Costituzione vista come un intralcio al progetto del premierato: al governo i pieni poteri con la conseguente sudditanza del Parlamento e l’emarginazione del Presidente della Repubblica. E’ la fine di una visione che è il fondamento del moderno costituzionalismo, il quale considera ogni potere come argine necessario al libero dispiegarsi degli altri poteri.

Per queste ragioni in nostro NO appare inevitabile perché impedisce lo stravolgimento della Costituzione, che mai come ora si mostra una garanzia per i cittadini e un ostacolo per tutti coloro che aspirano a governare sui cittadini ridotti a sudditi servendosi di poteri senza più limiti.

19/03/2026
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