Magistratura democratica
Magistratura e società

Da Tegel alle riforme di oggi: uno sguardo dal basso per volare alto

di Luigi Marini
già magistrato

Rinchiuso nel carcere di Tegel per la sua attiva opposizione al regime nazista, nel dicembre 1942 il Pastore Dietrich Bonhoeffer scriveva: «Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola dei sofferenti» (Resistenza e resa, ed. San Paolo 2015, p.74). Una grande verità che invita ancora oggi a valutare proprio a partire dai sofferenti le conseguenze delle grandi e piccole scelte che la politica compie e che noi stessi compiamo 

Abbiamo creduto che il passaggio dai regimi monarchici e totalitari alla democrazia liberale (con i suoi valori di uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti umani) fosse una garanzia irreversibile e sufficiente per mettere i bisogni e i diritti di tutti i cittadini, compresi gli ultimi, al centro delle politiche pubbliche nazionali e internazionali. Dobbiamo constatare che questa convinzione non regge davanti ai processi del mondo globalizzato. L’immagine che ha fatto il giro del mondo del presidente di una grande democrazia con indosso scettro e corona non è una provocazione, ma un ammonimento. Perché quella immagine si avvicina ai fatti cui stiamo assistendo ogni giorno a livello globale e locale.

La complessità crescente che la globalizzazione non soltanto ha messo a nudo il differenziale che cresce spaventosamente fra persone e Paesi ricchi e il resto dell’umanità, ma ha generato insicurezze e paure molto profonde nelle persone che, di fronte alla immensità dei fenomeni in atto, sentono di non controllare più i fondamenti della vita propria e delle comunità cui appartengono. La razionalità delle risposte lascia spazio a reazioni istintive e i fatti danno ragione a chi afferma che moltissime tra le persone “normali” pensano e votano (o non votano) più per istinto che per ragione, sebbene si diano poi spiegazioni razionali con le quali è difficile confrontarsi perché non rappresentano le vere motivazioni. I paragoni con la crisi che in occidente seguì la pace di Versailles del 1919 il crollo finanziario del 1929 possono, forse, essere eccessivi, ma contengono elementi di verità che non possiamo trascurare.

Ad esempio, non possiamo trascurare la tendenza di moltissimi cittadini a disinteressarsi delle vicende politiche, che si manifesta sia attraverso il non-voto sia attraverso un voto che diventa delega in bianco a colui/colei che si presenta come “risolutore” dei problemi, elemento cui si accompagna una risposta delle forze politiche basata sulla personalizzazione della leadership e sulla concentrazione dei poteri. Questa viene realizzata tanto sul piano istituzionale (primazia del governo sul parlamento; indebolimento degli organi di garanzia) quanto sul piano sociale e culturale. A tale proposito, l’utilizzo di linguaggi violenti e la irrisione e criminalizzazione dell’avversario-nemico vanno di pari passo con la diffusione organizzata di messaggi basati su fake news che alimentano la delegittimazione delle istituzioni repubblicane e aprono la strada verso riforme “forti”, risolutive e verticistiche. In fondo, la scarsa affluenza alle urne è circostanza vista con favore da molti governanti, perché attribuisce un peso sproporzionato ai propri fedelissimi e riduce i margini di manovra delle opposizioni.

Queste tendenze vanno di pari passo con la forte concentrazione dei poteri economici e la crescita esponenziale delle diseguaglianze. Basti ricordare per il nostro Paese i risultati delle tante relazioni sui fenomeni sociali ed economici in atto (Istat, Eurispes, Caritas...), che evidenziano la drammatica crescita delle diseguaglianze, delle povertà, dell’impossibilità di curarsi …. e l’altrettanto drammatica pressione sull’associazionismo civico che cerca di fronteggiare le domande di aiuto e assistenza che il settore pubblico non soddisfa.

Si vanno così formando società sempre più diseguali e sotterraneamente aggressive, mentre le risposte della politica non vanno verso il recupero di uguaglianza per tutti e di dignità per i marginali, ma si muovono in due diverse direzioni. Da un lato, si nutrono delle diseguaglianze e del profondo malessere diffuso per dirottare il conflitto sociale verso il basso e mettere i penultimi (ad es. lavoratori poveri e immigrati regolari) contro gli ultimi (immigrati irregolari, persone senza reddito, detenuti), mentre si promettono risposte di “sicurezza”; in questo, sono molte le forme con cui si contrasta il dissenso, avvantaggiandosi delle divisioni che nascono dai bisogni delle persone e operando perché il dissenso esistente non si coalizzi ma si annulli a vicenda. Dall’altro lato, la progressiva concentrazione del potere politico-istituzionale in poche mani, accompagnata da legami sempre più stretti con chi detiene il potere economico e può condizionare il consenso, mira a svuotare gli equilibri dello stato di diritto e legittimare/legalizzare a livello istituzionale le diseguaglianze esistenti; un tempo si sarebbe detto “portarle a sistema”. 

Il 26 maggio scorso il Pontefice ha avuto parole che indicano una strada di umanità e invitano tutte le istituzioni (e prima ancora tutte le persone) a impegnarsi per il dialogo e la condivisione: «Troppo spesso, in nome della sicurezza, si fa la guerra ai poveri … le nostre città non devono essere liberate dagli emarginati, ma dall’emarginazione; non devono essere ripulite dai disperati, ma dalla disperazione».

Purtroppo, le politiche in atto si muovono strutturalmente in direzione diversa e fanno del contrasto agli organi di garanzia, magistratura in testa, e del ricorso alla criminalizzazione rafforzata (decreto sicurezza) due strumenti essenziali per un governo “forte”. 

Tornano così di attualità le idee dei padri del garantismo e dell’umanesimo giuridico, a partire da Beccaria, Verri e Montesquieu, che a fine ‘700 fecero fare alla nostra civiltà un passo avanti decisivo quando, a fronte di regimi elitari e totalitari, che usavano strumenti violenti di repressione  verso i sudditi, affermarono che esistono limiti che il potere pubblico non può superare e che gli abusi e le violenze (dalle torture al carcere sproporzionato e senza difesa, fino alla pena di morte) commessi da quel potere in nome della ragion di stato non dovevano più essere tollerati. 

Pochi giorni fa, la Corte costituzionale (sentenza n. 96 del 2025) ha certificato che i CPR, i centri di custodia, ma potremmo meglio dire di detenzione, dei cittadini stranieri violano le regole minime del diritto e della dignità e chiama Governo e Parlamento a un intervento riparatore urgente. E’ stato necessario che un giudice si attivasse perché quelle sofferenze e il mancato rispetto di regole minime, a tutti noti, venissero certificati dalla Corte. A seguito di tale giudizio, il 4 luglio scorso la Corte di appello di Cagliari ha concluso che la decisione della Corte costituzionale priva di legalità i decreti e i regolamenti che disciplinano i “modi” della custodia nei centri e che, in assenza di regole valide, non poteva essere convalidata la proroga del trattenimento di un immigrato.

Questo esempio dovrebbe dire con chiarezza che una magistratura indipendente riveste un ruolo essenziale di difesa e di garanzia delle persone e che, non a caso, la nostra Costituzione volle che anche il pubblico ministero fosse parte dell’ordine giudiziario: non un avvocato tecnico della polizia ma un magistrato di e per tutti i cittadini. A lui spetta il compito fondamentale di operare il primo controllo sugli abusi e sulle illegalità, da chiunque commessi.

Pensare oggi di indebolire la risposta giudiziaria alle complesse domande di giustizia e di isolare il pubblico ministero in un suo mondo autoreferenziale, non sembra tenere conto del fatto che il pubblico ministero svolge un ruolo cruciale per il controllo sulle violazioni dei diritti individuali e per la garanzia del rispetto della legalità da parte del potere pubblico. Le osservazioni che il Massimario e, prima ancora, molti esperti di diritto costituzionale e penale muovono al decreto sicurezza e ala disciplina dei siti albanesi, dovrebbero, al contrario, invitare a rafforzare l’indipendenza e il ruolo di garanzia dell’intera magistratura e la funzione di prima verifica, che compete proprio al pubblico ministero, su come viene esercitato il potere da parte degli organi di governo e, in particolare, degli organi di polizia. 

Le ferme e numerose critiche al decreto sicurezza espresse in un recente documento dalle Camere Penali dell’Avvocatura non possono ridursi al solo piano dei rapporti fra cittadino e potere pubblico, ma possiedono lo spessore per spingersi più a fondo fino a valutare con attenzione le ricadute sui diritti e sullo stato di diritto degli equilibri istituzionali e di sistema che si vanno creando. Oltre a quanto detto sulla concentrazione dei poteri e sul contrasto ai diversi e al dissenso, credo debba prestarsi attenzione anche alle spinte non più nascoste verso l’eliminazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, che avrebbero come risultato la ratifica della tendenza in atto verso un ordinamento basato su due sistemi di regole diversi: uno per le categorie care alla maggioranza di turno e uno per tutti gli altri, in particolare gli ultimi e i sofferenti. E proprio gli avvocati, civilisti e penalisti in egual misura, sanno bene cosa significa cercare di far riconoscere i diritti di chi è emarginato, straniero, non ha denaro e non ha potere.

Penso che tutti i giuristi dovrebbero allora chiedersi se davvero, a fronte del contesto e delle tendenze di lungo periodo in atto, sia utile e opportuno creare due magistrature separate e fare del pubblico ministero un organo autoreferenziale, inevitabilmente spinto verso logiche di risultato e per di più soggetto al controllo disciplinare di un’Alta Corte esterna, organismo, per come è disegnato, capace di incidere pesantemente sull’indipendenza dei magistrati (un esempio per tutti, il possibile uso dello strumento disciplinare in relazione alla assai probabile cogenza dei criteri di priorità fissati dalla politica) e sicuramente più sensibile ai condizionamenti esterni. 

Credo dovremmo chiederci tutti se la separazione delle carriere sia la strada migliore per garantire un trattamento giusto ai piccoli spacciatori di cui ha parlato il Pontefice; ai sospetti di reati violenti o infamanti di cui la “opinione pubblica” reclama la condanna; alle vittime di truffe delle grandi corporation; alle persone offese da violazioni ambientali che coinvolgono interessi miliardari; alle comunità offese da appalti truccati e corruzione; alle vittime dei mini-reati che non interessano nessuno e che non fanno notizia. E gli esempi potrebbero continuare. Sono domande che mi sto ponendo da tempo e a cui mi sento di rispondere che il sistema attuale ha molti limiti, ma lo scardinarlo non porterà alcun miglioramento ai diritti e ai bisogni di quei sofferenti che Bonhoeffer considerava, e tanti con lui ancora considerano, il punto di riferimento necessario per una società e un diritto finalmente “umani”.

 

 

30/07/2025
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