La vita di ogni neo-genitore dovrebbe essere svolta nella tranquillità delle propria case, negli spazi verdi dei parchi, nelle sale d’attesa dei pediatri, sugli spalti di una piscina e sulle soglie di nidi e scuole dell’infanzia.
Eppure, questo non accade quando si fa parte di una famiglia arcobaleno. Un genitore LGBTQIA+ è costretto da subito a scegliere un legale, incontrare servizi sociali, discutere con personale di anagrafi, INPS, uffici comunali e delle risorse umane, fino a varcare la soglia di un tribunale per reclamare e vedersi riconosciuto ogni singolo diritto atto a tutelare i propri figli e le proprie figlie.
La gioia, la meraviglia e l’incanto di una nuova vita che entra nella propria per un genitore arcobaleno è troppo spesso velata di preoccupazioni e ansie legate ai diritti e alla burocrazia che riguardano la tutela dei propri figli e figlie.
Negli anni abbiamo imparato una cosa che forse non avremmo mai voluto imparare: per le nostre famiglie la strada verso i diritti non passa quasi mai dal Parlamento. Passa dai tribunali. Non perché i giudici vogliano sostituirsi alla politica. Ma perché quando la politica tace troppo a lungo sui diritti fondamentali delle persone, qualcuno deve garantire che la Costituzione continui a vivere nella realtà. È questo il ruolo della giurisdizione.
La nostra Costituzione, all’Articolo 3, afferma che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di condizioni personali e sociali». E aggiunge qualcosa di ancora più importante: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza delle persone».
Quando quegli ostacoli però restano lì per anni, per decenni, e il legislatore di qualunque colore politico si rifiuta di intervenire, abdicando al proprio ruolo, è ai tribunali che si rivolgono i cittadini e le cittadine per verificare se quelle disuguaglianze siano compatibili con la Costituzione.
Il diritto, infatti non è una fotografia immobile della società ma una realtà viva, che evolve con l’evolversi della società che deve regolare.
Le nostre famiglie esistono. I nostri figli e le nostre figlie esistono. Crescono nelle case, nei parchi, nelle scuole di questo Paese. E quando la legge rimane indietro rispetto alla realtà, sono i tribunali a essere chiamati ad applicare i principi costituzionali alla vita concreta delle persone. È così che molte delle tappe, oserei dire tutte, fondamentali del riconoscimento dei diritti delle nostre figlie e dei nostri figli sono arrivate attraverso le sentenze.
Perché la politica di questo paese ha ignorato per decenni i diritti di migliaia di cittadini italiani minorenni, ricordiamo tutti nel 2016 la battaglia aspra e senza esclusione di colpi sulle unioni civili, legge che quest’anno compie 10 anni, anche e soprattutto sull’articolo che riguardava la cosiddetta stepchild adoption.
Nonostante, già nel 2014 il Tribunale per i minorenni di Roma, allora presieduto dalla giudice Melita Cavallo, avesse riconosciuto per la prima volta in Italia due mamme attraverso l’adozione in casi particolari. Decisione poi confermata dalla Corte di Cassazione proprio nel 2016.
Negli anni successivi è stata sempre e solo la giurisprudenza a intervenire per rafforzare queste tutele.
È stata la Corte costituzionale a decretare che l’adozione in casi particolari garantisse ai bambini gli stessi legami familiari di tutti gli altri minori, e non solo tra chi adottava e chi veniva adottato. Il paradosso era che ai nostri figli veniva riconosciuto un genitore ma non i nonni, le zie, i cugini, i fratelli e le sorelle.
Ed è stata sempre una sentenza, della Corte di Cassazione, a stabilire che i minori con genitori dello stesso sesso hanno diritto a documenti di identità che rappresentino davvero la loro famiglia, superando l’imposizione ideologica della dicitura “madre” e “padre”, introdotta quando al Viminale sedeva il ministro Matteo Salvini.
La classe politica di questo Paese per troppo tempo ha ignorato i nostri figli e le nostre figlie. E quando ha iniziato a occuparsene, non lo ha fatto mai per riconoscere i loro diritti ma per limitarli o cancellarli.
Lo abbiamo visto con il decreto Salvini sulle carte di identità e poi con la circolare del suo successore, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che a tre mesi dall’insediamento del Governo Meloni si affrettò a ordinare a sindaci e sindache di fermare i riconoscimenti alla nascita dei figli con due madri e di bloccare la trascrizione dei certificati di nascita esteri dei figli con due padri.
È la fotografia di un Paese non degno di definirsi civile. Un Paese in cui il Parlamento non ha il coraggio di legiferare su minori privati dei più elementari diritti di cittadinanza, dove per sopperire a questa mancanza alcuni sindaci e sindache si assumono la responsabilità di farlo, e un ministro dell’Interno appena insediato si affretta a bloccare tutto.
Abbiamo dovuto aspettare sempre la Corte costituzionale che con la sentenza 68/2025 del 22 maggio 2025 ha rivoluzionato la genitorialità delle coppie dello stesso sesso in Italia, riconoscendo il diritto alla doppia maternità per i bambini nati da coppie di donne tramite procreazione medicalmente assistita all’estero, permettendo così di registrare entrambe le madri fin dalla nascita. Una decisione che ha posto fine a una discriminazione evidente: quella per cui chi nasce grazie alla procreazione medicalmente assistita da una coppia eterosessuale viene riconosciuto automaticamente come figlio di entrambi i genitori, mentre chi nasce grazie alle stesse tecniche all’interno di una coppia di donne vedeva lo Stato negargli uno dei due genitori.
L’accanimento della politica contro le nostre famiglie e i nostri figli e figlie ha raggiunto la sua vetta con la legge che porta la firma della deputata Carolina Varchi di Fratelli d’Italia, che ha trasformato in reato i percorsi di gestazione per altri anche quando realizzati all’estero in Paesi dove sono legali e regolati da anni. Per cui chi decide oggi di creare una famiglia con un percorso legale e rispettoso di tutte le parti coinvolte negli Stati Uniti o in Canada, tornato in Italia viene trattato come un criminale, peggiore di un torturatore libico, e rischia condanne fino a due anni di reclusione e multe fino a 1 milione di euro.
In un paese in cui si governa sondaggi alla mano e facendo a gara a chi la spara più grossa, il pallottoliere della politica partitica ha consegnato nelle mani dei giudici e dei tribunali le vite di migliaia di famiglie. Questo ha prodotto provvedimenti diversi tra loro, ma tutti accomunati da un elemento: hanno inciso non su questioni astratte, ma sulla vita concreta di bambini e bambine già nati, già parte delle loro famiglie.
Per questo, come associazione che rappresenta migliaia di famiglie omogenitoriali, sentiamo oggi il bisogno di dire una cosa molto semplice.
Noi non chiediamo alla magistratura di fare politica. Chiediamo solo che continui a fare ciò che la Costituzione le affida: garantire i diritti quando vengono messi in discussione o sono negati sulla base dell’ideologia o del calcolo politico. E di continuare a farlo perché tanto è stato fatto ma tanto c’è ancora da fare, in piena libertà, indipendenza e autonomia. E allo stesso tempo continuiamo a chiedere alla politica di iniziare a fare finalmente il proprio lavoro: trasformare in legge ciò che i tribunali hanno già riconosciuto come diritti e colmare tutte quelle disparità che ancora aspettano di essere sanate.
Perché in uno Stato maturo i diritti dei bambini e delle bambine non dovrebbero dipendere dal coraggio di una famiglia di andare in tribunale.
Dovrebbero essere riconosciuti dalla legge. Fin dalla nascita.
Ma permettetemi di chiudere con una riflessione amara: per anni da genitori ci siamo accontentati dei percorsi di adozione in casi particolari perché gli unici atti a tutelare i diritti dei nostri figli e figlie. Abbiamo sopportato, e spesso lo facciamo ancora, l’invadenza dei servizi sociali, le domande omofobe e inopportune degli psicologi, l’invasione della nostra intimità, per la sola colpa di essere genitori LGBTQIA+. E lo abbiamo fatto non solo nel silenzio di chi governava ma con posizioni, come quella della Ministra per la Famiglia Roccella, che indicavano nella stepchild adoption l’unica strada per noi famiglie arcobaleno.
Oggi abbiamo scoperto che sarebbe bastato vivere in una capanna senza servizi igienici né diritto a salute e istruzione per avere le attenzioni e le tutele di un intero Governo e della Garante per l’Infanzia.
Intervento al XXV Congresso di Magistratura democratica, Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro, tenutosi a Roma, 13-15 marzo 2026