La riforma della giustizia si colloca in un contesto storico di crisi delle democrazie liberali e, prima ancora, di crisi del capitalismo neoliberista globale.
L’idea di un’espansione senza limiti del mercato non ha prodotto più democrazia, ma ha portato con sé la delocalizzazione dello sfruttamento del lavoro, l’aumento dell’inquinamento e del surriscaldamento del pianeta, l’aumento dei conflitti locali per l’accaparramento delle risorse energetiche, l’aumento dei flussi migratori verso il 10% del pianeta che detiene l’85% della ricchezza. Parimenti, la portata emancipatoria della libertà della rete ha ceduto il passo ad una espansione artificiosa dei consumi, allo svilimento del valore del lavoro contenuto nei beni e alla profilazione di milioni di individui.
All’intento dichiarato di voler allargare lo spazio delle libertà è corrisposta una crescita delle diseguaglianze e le democrazie occidentali, anziché sostenere le istituzioni sovranazionali per rispondere alle questioni globali, hanno letto i conflitti che sono nati da questi cambiamenti come una minaccia alla propria posizione dominante e alla propria sicurezza e hanno reagito chiudendosi nel ritrovato bisogno di difendere la nazione e gli interessi nazionali.
Fenomeni, che risultano essere strutturali e che avrebbero richiesto interventi di lungo respiro e condivisi, sono stati affrontati come emergenze e l’uso della forza si è sostituito al diritto internazionale come metodo di risoluzione delle crisi. Dopo quasi ottanta anni di pace, la guerra e il riarmo sono tornati ad essere temi per i paesi europei. Dopo quasi ottanta anni siamo dovuti scendere a centinaia di migliaia nelle strade per opporci ad un nuovo genocidio.
In questo contesto, anche in Italia si assiste ad un irrigidimento della dialettica democratica in senso sovranista. Il governo, appellandosi alla legittimazione avuta con il voto popolare, persegue la propria azione con la decretazione d’urgenza, svilendo il ruolo politico del confronto parlamentare, e reclama maggiore libertà di azione mostrandosi insofferente ai contropoteri deputati al controllo di legittimità delle scelte politiche e, prima fra tutti, alla magistratura. Prevale, per dirla con Luigi Ferrajoli, il governo degli uomini sul governo della legge.
E’ un’involuzione che, oltre alle istituzioni coinvolge anche i luoghi della democrazia, che taglia i tempi della parola e della partecipazione, sacrifica la riflessione e l’elaborazione delle idee ai post sui social, contiene la libertà di manifestazione e di riunione con norme di prevenzione, chiama la stampa a essere veicolo di propaganda, muove le azioni politiche non con i programmi ma con i sondaggi di opinione, estromette le rappresentanze sindacali dai luoghi del lavoro che vuole individuale e prestazionale, verticalizza la scuola e le università.
La riforma non diventerà lettera della Carta, ne sono certo, ma noi siamo consapevoli che la resistenza costituzionale per la quale, con molti altri, ci stiamo meravigliosamente adoperando non esaurisce la questione di una magistratura che è già segnata dai cambiamenti, una magistratura che già da tempo si forma leggendo l’indipendenza e l’autonomia come prerogative individuali, l’efficienza e l’organizzazione come efficientismo, la decisione del caso come smaltimento della sopravvenienza, una magistratura che predilige la carriera al servizio.
La vicenda dell’hotel champagne ha mostrato come il malaffare abbia trovato linfa in una estesa degenerazione delle relazioni, nella strumentalizzazione della rappresentanza consiliare e associativa e in una artificiosa costruzione del consenso. Al di là delle responsabilità personali è mancata una seria analisi della questione di un fenomeno collettivo che ha investito la magistratura al medesimo modo in cui investe le altre forme di rappresentanza, nei partiti, nei sindacati e nelle istituzioni. E il risultato è stato, anche qui, una crescente sfiducia nell’associazionismo, soprattutto tra i giovani magistrati. Si sono demonizzate le componenti dell’Anm catalogando in blocco il pluralismo associativo come consorteria correntizia e si è arrivati, tra di noi prima ancora dei promotori del disegno di legge di riforma, a ipotizzare il sorteggio come la soluzione alla crisi della rappresentanza. Questa proposta è rimasta nei numeri marginale, ma ha rafforzato l’idea che la difesa dell’indipendenza risieda tutta e si esaurisca nell’individuo magistrato e nel suo carico di lavoro (perché uno vale l’altro e ciascuno basta a se’) e non sia invece un bene comune che richiede al singolo di mantenere una costante relazione con chi gli lavora a fianco e con chi lavora con lui, con chi domanda giustizia e con chi subisce giustizia. Uno sguardo che sottintende il senso di una funzione sociale e che, come tale, non può che essere collettivo e plurale.
La riduzione del concetto di indipendenza a salvaguardia delle prerogative del singolo ha come effetto ultimo il passaggio dalla concezione di magistrato come parte di un potere diffuso a quella di magistrato come funzionario dello stato.
Oltre gli epigoni dei fatti del 2019 altri fattori appaiono simbiotici con questa trasformazione. L’avvento della digitalizzazione e l’inserimento negli applicativi ministeriali di sistemi ausiliari di intelligenza artificiale offrono enormi risposte alla richiesta di certezza del diritto e di riduzione dei tempi della giustizia, ma allo stesso tempo rischiano di favorire la distanza fisica dal luogo del processo e dalle parti, la numerizzazione delle decisioni, la sopravvalutazione della performance produttiva quale criterio di misurazione della qualità della risposta alla domanda di giustizia, l’omologazione algoritmica. Per altro verso il ministero della giustizia, e quindi il governo, si sta ritagliando il ruolo di gestore del processo di innovazione digitale a discapito del Csm, quando appare evidente che la materia, prima ancora che alla gestione di un servizio, appartiene alla autonomia e all’indipendenza del magistrato.
Analogamente il Consiglio ha ceduto spazi di difesa collettiva dell’indipendenza laddove si è ridotto il ricorso all’istituto delle pratiche a tutela mentre è sintomatico della perdurante centralità del tema, il fatto che il confronto consiliare si sia focalizzato sulle nomine e sui criteri di nomina dei posti direttivi, giungendo all’approvazione di una proposta di circolare che, di fatto, mira più a cercare di evitare le bocciature del giudice amministrativo, che a riempire di contenuto valoriale la discrezionalità.
Magistratura democratica, nella sua storia e nel suo presente, contiene già in se’ molte risposte a questa involuzione, prima fra tutte il valore dell’umanità che risiede nell’esercizio del potere di rendere giustizia. Umanità che significa essere persone tra le persone, vedere i diritti oltre il diritto, sentire l’ufficio come pubblica responsabilità, vivere il luogo di lavoro come insieme di competenze, riconoscere la ricchezza nella diversità dell’altro e nel pluralismo, credere nell’orizzontalità del confronto con chi amministra, riconoscere i conflitti e l’importanza della mediazione della parola, non dimenticare che dopo e oltre l’affermazione della legge ci sono le vite delle persone, delle vittime, dei soccombenti, dei condannati, dei reclusi, degli espulsi.
Dopo e oltre il referendum questa non potrà che continuare ad essere la nostra cifra nel percorso di autoriforma.
Lo sarà negli uffici e sui territori promuovendo il valore dell’impegno e del confronto come crescita del singolo magistrato e sostenendo iniziative complementari alla formazione giuridica volte a vedere ed ascoltare i diritti dei soggetti deboli che entrano in contatto con l’esercizio della giurisdizione. Continueremo ad entrare in carcere e nei luoghi di detenzione per una presa di coscienza collettiva delle forme disumane che può assumere la pena detentiva, continueremo a studiare le vecchie e nuove forme di sfruttamento collegate alla precarietà del lavoro e alla precarietà dell’immigrazione, continueremo a parlare di violenza di genere e di salute mentale e a proporci come soggetti attivi nei percorsi di raccordo tra le procure, i tribunali e i servizi del territorio per favorire la tutela delle vittime e delle fragilità.
Lo sarà in Anm cercando di coinvolgere le giovani generazioni di magistrati in una visione del valore dell’associazionismo che affianchi alla tutela degli interessi di categoria la cura del significato collettivo dell’indipendenza e del ruolo costituzionale del magistrato, trasformando l’associazione da luogo di difesa a luogo di autoriforma. Superato il passaggio referendario ed esauriti i procedimenti disciplinari, una giusta distanza di anni crea la condizione per tornare a proporre di affrontare collettivamente la questione etica e il suo collegamento con il carrierismo. E’ un passaggio necessario per recuperare, internamente ed esternamente, l’autorevolezza e la credibilità dell’associazione e dei gruppi associativi e ribadire il valore democratico del pluralismo delle idee e del confronto.
Lo sarà nel consiglio superiore promuovendo e difendendo la sua azione sui nuovi temi che incidono sull’indipendenza e l’autonomia della decisione, promuovendo il superamento del carrierismo e un recupero dell’orizzontalità della magistratura attraverso l’allargamento della partecipazione alla gestione degli uffici e alla valutazione dei dirigenti. Saranno centrali le questioni della effettiva temporaneità delle funzioni direttive, del coinvolgimento dei magistrati dell’ufficio nella valutazione per la conferma dei dirigenti per i posti direttivi e nella scelta dei dirigenti per i posti semidirettivi, così come la ridefinizione e l’allargamento delle competenze della settima commissione all’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
Lo sarà nella discussione pubblica prendendo parola nelle iniziative volte a superare la gestione dei conflitti e il disagio con la penalizzazione delle condotte, con la repressione, con il carcere, con l’isolamento, chiedendo la chiusura dei luoghi di detenzione ove non si sconta una pena e ove non è possibile costruire un percorso aderente al terzo comma dell’art. 27 della Costituzione, chiedendo il superamento delle forme di proibizionismo che generano criminalità, chiedendo investimenti e formazione per i percorsi di giustizia riparativa e per la cura delle fragilità psichiche degli autori di reato.
Lo sarà, infine, impegnandoci a ricostruire dalle macerie quel rapporto con l’avvocatura che da sempre consideriamo un valore insostituibile nella difesa dei diritti dei più deboli.
Come tutti i lavori, anche il lavoro e la fatica del magistrato non sono una merce, ma una ricchezza che ci ostineremo a conservare come un bene comune.
Intervento al XXV Congresso di Magistratura democratica Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro, tenutosi a Roma, 13-15 marzo 2026