Cari lettori, giuristi e non, un consiglio per l’estate: nella sacca delle vacanze infilate pure i vostri gialli preferiti. E poi, subito accanto, questo libro, Giallisti sul serio. Guida rapida al sistema penale italiano per scrittori (e lettori) di gialli e noir, di Giuseppe Battarino.
Non è un manuale per addetti a lavori del diritto; sono pagine belle e godibili che rendono più credibili i delitti di carta, più attraente la caccia al ladro che ciascun lettore prova a fare assieme allo scrittore, più acuti gli interrogativi sul cielo nero del crimine e su quello, in qualche occasione non proprio terso, della polizia, dei pubblici ministeri, dei giudici. Dei buoni, insomma.
Ora, ci sono due cose che un recensore di un libro sul giallo non dovrebbe fare.
La prima è cominciare dalla fine: un peccato che può essere capitale nella narrativa d’indagine, salvo chiamarsi Geoffrey Holiday Hall e aver scritto quella piccola meraviglia che si chiama La fine è nota.
La seconda è confessare subito.
Da vero incauto, scelgo di commettere entrambe le infrazioni.
Inizio dalla fine perché l’ultima sezione del libro è, prima ancora che un repertorio, una dichiarazione d’amore per il giallo e il noir: romanzi, film, serie televisive, programmi true crime. Per chi ama il genere, è un piccolo visibilio: una vetrina di pasticceria letteraria dalla quale scegliere, di volta in volta, il dolce più adatto ad allietare qualche ora. Ogni titolo apre una porta: una storia, un’indagine, un investigatore, una notte trascorsa a leggere o davanti allo schermo. Non è una semplice appendice, ma un invito a entrare in quelle storie che, nelle pagine del libro, vengono dischiuse per guardarci dentro con occhio esperto e per misurarne il rapporto con la cultura e le regole del processo penale italiano. Siamo in Italia, e ben fa l’autore a segnalare le incongruenze di scrittori che fanno parlare i protagonisti — siano essi dal lato giusto o da quello sbagliato della legge — con lo slang giudiziario americano. È suggestivo dire che si è in attesa del verdetto; ma qui da noi si attende una sentenza motivata, non un semplice “colpevole” o “innocente”. Così come, al contrario, non potrà mai esserci un “Gip” credibile se il racconto è ambientato in America.
E ora la confessione. Non amo particolarmente i libri gialli. La suspense mi distrae dai dialoghi e, qualche volta, mi mette ansia; le morti efferate e le inevitabili autopsie di corredo mi impressionano. Soprattutto, finisco spesso per interrogarmi sui colpevoli e sul loro futuro: non so se sia un’incrostazione di tanti anni trascorsi in sorveglianza, dunque a contatto con il carcere, o una predisposizione naturale.
Quando li leggo, però, apprezzo alcune cose: la conoscenza profonda della psiche dei personaggi che talvolta affiora, l’intercambiabilità dei ruoli, il buono che può farsi cattivo, il colpevole che conserva un frammento di innocenza, l’investigatore che attraversa una vita maledetta e perduta. Ecco: se proprio devo sorbirmi uccisioni e sangue, allora scelgo l’hard boiled school, quella “scuola dei duri” fatta conoscere nell’Italia di fine anni Sessanta da una magistrale antologia di Oreste Del Buono. Il mistero più interessante, per me, non è chi abbia commesso il delitto, ma quanto sia sottile il confine tra bene e male; che cosa si nasconda dentro le persone; come si possa passare da una parte all’altra conservando, almeno in qualche forma, un proprio senso interiore della giustizia. La mia dichiarazione d’amore, dunque, è tutta per Chandler e per il suo Marlowe. Senza esitazione direi che alcune sue pagine valgono quelle di Hemingway.
Il noir mi attrae perché fa diventare protagonisti la storia, le città, le relazioni tra le persone; perché il finale non è sempre tutto rose e fiori e resta spazio per salvare chi ha sbagliato o, almeno, per comprenderlo. L’indagine e le sue regole, spesso sovvertite da un investigatore borderline, diventano allora una scusa, un pretesto per fare critica sociale o esistenziale.
Se è questo che mi piace, e non la vera e propria detection, perché dovrebbe interessarmi un libro che si propone di spiegare bene, a chi scrive e a chi legge, le regole dell’indagine? Non rischia, un libro del genere, di mettere le briglie alla fantasia? Mi sono avvicinato al testo con questa domanda. E subito, già nelle prime pagine, è arrivata la risposta perentoria di Giuseppe Battarino: «i ruvidi dell’hard boiled talvolta non rispettano le forme e talvolta escono dai limiti: ma possono farlo in maniera narrativamente credibile perché sanno – perché lo scrittore sa – quali sono forma e limiti». Touché. Alzo le mani. È proprio così. Se Marlowe entra in una casa forzando la serratura con lo spadino, o aiuta un presunto assassino a fuggire in Messico, e io so che non sta compiendo una perquisizione a regola d’arte né soccorrendo semplicemente un amico, ma commettendo una violazione di domicilio e un favoreggiamento, allora posso fare meglio i miei bilanci di lettore. Posso mettere a confronto il codice etico del duro con quello legalitario dei codici, apprezzare fino in fondo la trasgressione, scegliere fino a che punto spingere la mia immedesimazione. Insomma, posso leggere in maniera più attenta e, proprio per questo, anche più divertente.
C’è un’impressione fondamentale, poi, che traggo da questo libro. Qui il terreno si fa politico, sociologico. Il lettore ingenuo è facilmente ingannato. Giuseppe Battarino dedica pagine belle e precise a spiegare come la narrazione del crimine sovraesponga la polizia rispetto all’apparato giudiziario e processuale, le manette rispetto alle assoluzioni, le armi rispetto ai codici.
Se siamo digiuni anche solo di quel poco diritto che basta a orientarsi, rischiamo di assorbire questa rappresentazione senza accorgercene. Le garanzie diventano ostacoli; il processo un intralcio all’accertamento giudiziale; il giudice un burocrate pedante e pigro, inevitabilmente meno affascinante del commissario che infrange le regole per arrivare alla verità. Basti pensare a quante serie televisive costruiscono proprio su questa contrapposizione la loro forza narrativa. È significativo che, quando il racconto seriale di fiction vuole rendere eroico un magistrato, finisca spesso per trasformarlo in un poliziotto. È il caso – aggiungo una serie televisiva all’elenco di Giuseppe –, de Il cacciatore, la serie Rai liberamente ispirata alla figura del magistrato antimafia Alfonso Sabella e al suo libro Cacciatore di mafiosi, diretta, tra gli altri, da Stefano Lodovichi, Davide Marengo e Fabio Paladini. Il protagonista, Saverio Barone, interpretato da Francesco Montanari, entra nel pool antimafia di Palermo negli anni immediatamente successivi alle stragi di Capaci e via D’Amelio e attraversa la stagione della caccia a latitanti come Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano e, nella narrazione televisiva più recente, Matteo Messina Denaro. Proprio questa materia, così forte sul piano storico e civile, rende ancora più evidente lo slittamento nel lessico visivo e nella costruzione del personaggio; si fatica davvero a riconoscere il profilo di un magistrato requirente e non quello di un generale a quattro stelle.
Tutto bene, potremmo dire, finché questi stratagemmi reggono sul piano narrativo – e non sempre accade, per molte delle ragioni che nel libro vengono puntualmente illustrate. Il problema nasce quando adoperiamo le stesse categorie per giudicare la realtà: quando cominciamo a pensare che il diritto sia l’ostacolo e che la giustizia inizi davvero solo nel momento in cui le garanzie vengono accantonate. Da lì il passo è breve verso una grammatica pubblica fatta di autoritarismo, capro espiatorio e vendetta. Bene, dunque, che un libro come questo ricordi a chi legge che la letteratura può permettersi molte libertà, ma che quelle libertà restano tali solo se sappiamo distinguere il racconto dalla realtà.
In questo senso, la lettura può essere particolarmente utile agli studenti di giurisprudenza. Il libro fa qualcosa che i manuali di procedura penale riescono di rado a suscitare (con alcune grandi eccezioni, Franco Cordero fra tutte): insegna a guardare criticamente l’immaginario con cui arriviamo allo studio del diritto penale e del processo. Nessuno comincia diritto processuale penale da una pagina bianca. Ci arriviamo dopo anni di gialli, noir, film e serie televisive che ci hanno già consegnato una precomprensione della giustizia, ci hanno già detto chi sono gli eroi e chi le vittime sacrificali, quali regole meritano rispetto e quali, invece, possono essere gettate alle ortiche.
Proprio per questo, il libro ha una duplice virtù: avvicina alla materia attraverso la seduzione dei racconti e, nello stesso tempo, insegna a prendere le distanze da quella seduzione quando rischia di diventare inganno.
Concludo con un piccolo mistero. Confesso – di nuovo – un ritardo colpevole: il libro è uscito nel novembre 2025 e io arrivo a recensirlo soltanto ora, nell’estate del 2026. Che cosa mi succederà? Non potete saperlo voi lettori, non posso saperlo io. Ogni buon giallo, del resto, ha diritto al suo finale sospeso.
A mia discolpa, posso solo dire questo: è sempre il momento giusto per un libro che aiuta a capire il presente. Forse lo è ancora di più d’estate, quando rallentiamo il passo, interrompiamo per un attimo la frenesia dei giorni e ritroviamo finalmente il tempo di leggere non soltanto per evadere, ma anche per capire. Giuseppe Battarino illumina i delitti con la luce della procedura; il sole farà il resto.