Il rapporto tra diritto e verità assume una valenza di straordinario significato. Non certo da oggi, ma oggi se ne discute sempre più in testi normativi, in sentenze, nel dibattito pubblico e nei libri. Il tema non è nuovo, nuova è l’attenzione che si presta, gli stimoli che si ricevono, gli orizzonti che si possono perseguire.
E pochi temi come quello del rapporto tra diritto e verità meritano e necessitano di essere approcciati mescolando le esperienze degli osservatori: non è campo riservato ai processualisti, al contrario è una questione che devono affrontare costituzionalisti, penalisti, civilisti, internazionalisti, ma anche storici e filosofi.
Attualità dirompente, multidisciplinarietà obbligata. Non finisce qui. Se ne deve discutere entro l’opinione pubblica, che per quanto spesso oggi assonnata (e forse proprio per questo) ha il disperato bisogno di momenti di integrazione, di condivisione, di memoria condivisa, i quali a loro volta necessitano imprescindibilmente di verità. Come sempre, l’etimologia non mente, disvela: verità deriva da verus, vale a dire vero/reale, ma la radice di senso rimanda ad una sorta di vincolo di fiducia, come quando gli sposi si scambiano la “vera” nuziale, volgarizzata in “fede”.
Il primo merito del libro di Roberto Giovanni Conti e di Antonio Ruggeri è quello di essere plasticamente la fusione di questi fattori appena evidenziati. Accendono i fari, incrociano esperienze diverse, stimolano e dialogano con l’opinione pubblica.
Vediamo di approfondire maggiormente, iniziando dalle diverse esperienze dei due Autori. Il primo, da tutti conosciuto come Roberto Conti, è un magistrato di Cassazione, e nella vita ha sempre fatto il magistrato, dal 1991 nella sua Palermo sino ad oggi a Palazzo Cavour, ove ha seduto nelle Sezioni Unite civili. Particolarmente portato e propenso alla scrittura, il suo contributo al dibattito giuridico ha toccato moltissime tematiche, da quelle legate al biodiritto a quelle riguardanti il dialogo tra le corti, da quelle in merito al ruolo del giudice di legittimità a quelle riguardanti più in generale il mestiere di giudice. Sono alcuni ambiti dei molti che sono stati approfonditi. Non solo. Il nostro Autore è anche un impareggiabile promotore di iniziative diffusive di conoscenza, come Giustizia Insieme e la chat Europa di Magistratura Democratica. Chi meglio di Roberto Conti poteva essere chiamato a far parte del Comitato direttivo della Scuola Superiore della Magistratura?
Il secondo, Antonio Ruggeri, attualmente è professore emerito di diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Messina, della quale ha diretto per sei anni il Dipartimento di giurisprudenza, e della quale è stato Prorettore. Nella sede messinese ha iniziato la sua attività nel 1970. Per descrivere gli ambiti esplorati non basterebbero cento pagine, pagina più pagina meno il suo curriculum scientifico. Ma crediamo di non sbagliare nel dire che non vi è ambito del diritto costituzionale che non sia stato approfondito da Antonio Ruggeri, e dato che il diritto costituzionale è il diritto dei confini per eccellenza, non sembra esagerato sostenere che qualsiasi giurista italiano nella propria vita non può non aver letto almeno una volta le sue riflessioni.
Mitiche per quanto riguarda l’aggiornamento bibliografico (altro che Intelligenza Artificiale!), le sue opere sono continuamente discusse entro la comunità degli studiosi (ribadiamo, non solo dei costituzionalisti, ma di ogni giurista), e tra le molte caratteristiche qui vogliamo segnalarne una: se c’è un tema nuovo, un tema poco approfondito, un tema ostico e complicatissimo, ebbene siamo pronti a scommettere che sarà inevitabilmente presente tra coloro che si sono spesi proprio il nome di Antonio Ruggeri.
E torna la domanda prima esposta: chi meglio di Antonio Ruggeri poteva sondare il lacerante tema del rapporto tra diritto e verità, che, come evoca il sottotitolo del libro qui presentato, significa approfondire il rapporto tra Costituzione, giustizia e umanità?
Un giudice e un professore, quindi. Una endiadi perfetta, visto il tema. Gli scritti che si possono leggere nel libro si completano a vicenda, si muovono approfondendo questioni diverse ma entro un comune sfondo di problematicizzazione della tematica. Approcci anche differenti, sensibilità evidentemente non identiche, ma lo scorrimento delle riflessioni si ingenera in un comune percorso di voglia di riflettere, di far riflettere.
Forse è proprio questo uno dei più importanti meriti del libro: non si presentano tesi belle e pronte, impacchettate, ma si conduce il lettore ad usare la propria sensibilità, stimolandolo semmai a porsi ulteriori interrogativi.
Un libro pensoso, pensosissimo, come sono pensosissimi i due Autori.
Vogliamo condividere con il lettore qualche tematica di fondo del lavoro, consapevoli che, come abbiamo appena detto, l’opera rappresenta l’incipit dal quale partire per dedicare al tema ciascuno le proprie esperienze, le personali riflessioni, i propri modi di approcciarsi.
La prima riguarda quella sorta di naturale tensione che si ingenera quando si accostano i due termini, quello di diritto e quello di verità. Il giurista dei nostri tempi non può che essere pluralisticamente orientato. Il principale lascito delle dittature, degli autoritarismi e delle guerre del Novecento altro non è che l’esigenza di fare proprio il pluralismo. La democrazia che si è riusciti a costruire dopo le relativamente recenti esperienze, europee e mondiali, altro non può essere se non una democrazia pluralistica. Ed i suoi attori, tra i quali ricoprono un ruolo comunque fondamentale i giuristi, non possono non dirsi orientati al riconoscimento di questo pluralismo costitutivo. Possiamo anche aggiungere che, parlando nello specifico del giurista, il suo ruolo non per forza di cose deve essere oppositivo, non di meno rappresenta una sorta di campanello d’allarme, che deve suonare e farsi sentire ogni qual volta si odono voci contrarie al pluralismo. Diceva Salvatore Satta che giurista è colui che dice di no. Insomma, che giurista è quello che si volta dall’altra parte di fronte alle ingiustizie, che partecipa alle indifferenze, che contribuisce all’appiattimento piuttosto che all’arricchimento della società? Il giurista contemporaneo o è pluralista o non è giurista.
Eppure, questa specie di tensione deflagrante insita nel mestiere di giurista non riesce appieno a manifestarsi quando il confronto corre con il tema della verità, il quale rimanda nel minimo ad una condivisione di vedute, di memoria, di sentimenti, di approcci. Gli uni pluralistici, il diritto e il giurista, l’altro connaturato da una tensione unitarizzante, la verità. Anche a volerla intendere nel senso più omnicomprensivo possibile, il risultato sarebbe lo stesso: quando i codici scrivono che l’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato «fa stato» a ogni effetto (così il nostro art. 2909 del Codice civile) non sono comunque in grado di chiudere del tutto la partita, ma non solo perché di “chiuso” oggi non si può considerare nessun tipo di accertamento, ma anche perché la partita si apre nel dibattito pubblico, nel momento in cui la motivazione della sentenza diviene il tramite grazie al quale la giustizia esce dai tribunali; quando siamo di fronte ad una sentenza passata in giudicato, che “fa stato”, siamo di fronte solo ad una primo ancorché fondamentale step di ulteriori passaggi, certo uno dei quali di fondamentale significato è rappresentato dall’accoglimento del passato in giudicato presso l’opinione pubblica; ma, appunto, la verità, intesa nella sua accezione più lata, non può che richiamare alla mente dei momenti di condivisione, di riconoscimento.
Si può dire che la verità non è mai la meta del viaggio, ma è il viaggio stesso. Ma anche in questo caso si tratta di un viaggio che deve necessariamente correre entro binari che tendenzialmente esprimono identificazione. Non binari per forza di cose ingessati, binari però che esistono per indicare la via, il percorso, la direzione da seguire.
Da qui la domanda forse più profonda: sono compatibili tra di loro la verità e il diritto? In inglese esistono termini stupendi per dire verità, ad esempio covenant, loyalty. Ma il diritto non dovrebbe essere uno scopritore di opposizioni, una tutela di chi è diverso, soprattutto di chi è minoranza, insomma di chi non si uniforma, di chi si oppone?
Dalla lettura del libro di Roberto Conti e di Antonio Ruggeri si può cogliere pienamente la linea interpretativa che suggeriscono, che ha il merito di porre l’attenzione proprio su questo aspetto: la verità della quale parlano, della quale cercano il fondamento, con la quale si confrontano, è bene che sia sempre e comunque considerata tendenzialmente relativa, mai assoluta.
In particolare, Roberto Conti riflette sul diritto alla verità in rapporto alle gross violations dei diritti umani, anche riferendosi alla prescrizione e al segreto di stato. E le sue argomentazioni non vogliono in alcun modo chiudere la partita, ben consapevole che in uno Stato democratico e pluralista nessun diritto può essere tiranno, nemmeno quello alla verità. Anche in questo caso, la conclusione è prospettica, non terminativa: moltissimo si gioca in termini di conoscenza, ed anche il solo pensare che la partita “verità” si chiuda nelle aule dei tribunali “ha un che di effimero, dovendosi piuttosto prediligere un’immagine che vede la bilancia volta per volta operare in diversi plessi” (p. 53).
Dal canto suo, Antonio Ruggeri parla di «consuetudini culturali di riconoscimento» (p. 124) per iniziare la discussione attorno alla “verità” circa l’esistenza di alcuni principi supremi dell’ordinamento, che non possono essere modificati nemmeno con la procedura di revisione costituzionale. Ma subito dopo e prontamente precisa: se in peius non si può andare, poi si tratta di capire se in melius è possibile intervenire, fermo restando che il barometro da tenere sempre in mano si chiama effettività, che riguarda il radicamento e l’affermazione nel corpo sociale di una determinata idea.
I passi appena riportati di entrambi gli Autori compaiono nel primo e nel quarto saggio del libro, che sono intercalati da due contributi di ciascuno sull’opera di Leonardo Sciascia, davvero di notevolissimo significato. Il più giurista dei nostri scrittori, impareggiabile metronomo di questo nostro paese, maestro di scrivere bene, questo e tante altre cose è stato lo scrittore di Racalmuto, al quale i due Autori dedicano riflessioni e appunti che ciascun giurista dovrebbe leggere.
Il libro si compone poi di altri sette saggi. Nel quinto e nel sesto, rispettivamente di Roberto Conti e di Antonio Ruggeri, i due Autori approfondiscono altre tematiche di portata molto ampia. Legge e giudicato, e relative erosioni, come la revocazione nel civile e la revisione nel penale, sono al centro delle riflessioni del primo, mentre il secondo scandaglia il tema verità in una prospettiva più marcatamente costituzionalistica, ad esempio per affermare l’esistenza di quelle che si chiamano “macroverità”, in particolare la necessità, pressoché obbligata, di interpretare il testo costituzionale come un tessuto unitario, come un testo nella sua interezza in dichiarata contestazione del passato regime autoritario. Utilissimo sicuramente il ragionamento di Antonio Ruggeri sulla necessità o meno di riformare la Costituzione per eventualmente inserirvi in modo esplicito il diritto alla verità: si potrebbe anche fare, sostiene l’Autore, ma non sarebbe altro che «una sorta di eco della voce della Costituzione» (p. 225), e pertanto sul piatto della bilancia pesa di più il rischio di delegittimare la carta costituzionale, quasi a dire che prima non esisteva il diritto ed anche il dovere di verità.
Seguono gli altri capitoli, sempre in tensione tra di loro, quasi a formare una inestricabile ghirlanda di argomenti e di suggestioni, che stimolano incessantemente il lettore. Così il saggio di Roberto Conti sulla memoria delle stragi del 1992 (dove si ricorda una memorabile affermazione di Giorgio La Pira, quel “osare l’inosabile” che dovrebbe contribuire a riformulare l’alfabeto dei giudici, in termini di dignità della persona, leale cooperazione, formazione etica, coraggio, responsabilità e fedeltà alla Costituzione) e quello di Antonio Ruggeri sul confronto tra le verità religiose e le verità costituzionali, dal quale ne discendono alcuni corollari (l’assenza di gerarchia tra le persone in termini di dignità, la necessaria e strutturale integrazione dei valori fondanti l’ordine costituzionale, la conversione dei diritti nel dovere di solidarietà, fino al carattere avvolgente e omnicomprensivo della pace).
I saggi finali sono di Roberto Conti, sul Prometeo incatenato di Eschilio, sull’Aiace di Sofocle e sull’albero della verità, nel quale si mettono le cose in ordine, come ad avvertire il lettore che il libro nel suo complesso ha toccato determinate e determinanti questioni, ed ora sta al lettore (non solo giurista) continuare le riflessioni.
Non resta che una minuta aggiunta a queste brevi parole di presentazione di un libro veramente da leggere. In particolare, vorremmo chiudere sottolineando un aspetto. Diceva Winston Churchill che una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni. Al giorno d’oggi il discorso attorno al rapporto tra diritto e verità è sicuramente centrale, tutto corre più veloce di una volta, bugie comprese. La lettura di questo libro a tale proposito ci ha riconsegnato una domanda basica: non sarà che il problema non è tutto dei nuovi e moderni mezzi di comunicazione? Di sicuro velocizzano, sono lo strumento dell’istante, del rapido e del subito, non di meno serve forse domandarsi quanto siamo cambiati prima di tutto noi stessi.
Senza una fortissima presa di responsabilità, senza un rinnovato modo di pensarci come esseri umani nel consorzio sociale, sembrano suggerire gli Autori, quello che veramente rischia è che il bisogno di porci delle domande, di avere dei dubbi, che devono contornare il percorso dei nostri ragionamenti attorno al diritto…e alla verità.
Raffaello Magi, consigliere della Corte di cassazione
Davide Galliani, professore associato di Istituzioni di diritto pubblico, Università degli studi di Milano