Magistratura democratica
Magistratura e società

«La repugnante farsa jurídica montada en Varese» nel 1962

di Valerio Savio
presidente aggiunto sezione GIP-GUP Tribunale Roma

Recensione di Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell’Italia degli anni Sessanta, di Leopoldo Santovincenzo (Solferino, 2026)

«La repugnante farsa jurídica montada en Varese». «Ridículas penas para los raptores del vicecónsul español». «Se ha cometido una grave mixtificación para la opinión pública italiana». Con una virulenza che ricorda ma non eguaglia e neanche avvicina gli odierni titoli di cronaca giudiziaria dei nostrani quotidiani di destra, sono questi solo alcuni dei titoli con cui i quotidiani franchisti commentano nel novembre 1962 le assai lievi sanzioni coraggiosamente irrogate dal Tribunale di Varese agli autori del sequestro di Isu Elias, viceconsole a Milano per la tetra Spagna del Caudillo Francisco Franco, all’epoca da quasi cinque lustri saldamente al potere con l’appoggio della Chiesa Cattolica, nella sostanziale pigra tolleranza delle democrazie europee.

E’ la piccola grande storia raccontata in Invito a pranzo con pistola (editore Solferino, Milano, maggio 2026[1]) da Leopoldo Santovincenzo[2], giornalista, scrittore, autore di saggi e di numerose produzioni televisive. La storia – rimasta estranea alla memoria collettiva nazionale - del primo sequestro politico del Dopoguerra, che vede appunto un gruppo di studenti milanesi poco più che ventenni, tanto idealisti quanto squattrinati e che si sentono approdati a salde idee anarchiche e libertarie, mettere in gioco il loro futuro, coadiuvati da un gruppo di veronesi di idealità socialiste[3], per attuare, nell’arco di pochi giorni, senza alcuna vera organizzazione, in pieno centro, a Milano, il 28 settembre 1962, il rapimento di Isu Elias, diplomatico spagnolo di terza fila alla fine scelto perché non si avevano i soldi per andare a Roma a rapire l’ambasciatore, con l’obiettivo di scuotere l’opinione pubblica italiana ed estera intorno al processo che in quei giorni a Barcellona vedeva alcuni anarchici spagnoli da poco arrestati (tra cui Jorge Conill Valls), da alcuni di loro poco prima conosciuti in Spagna in un viaggio di concreto aiuto all’opposizione antifranchista, rischiare la condanna a morte ed una rapida esecuzione, magari anche con il medievale strumento della garrota. Esecuzione alla fine evitata anche, se non soprattutto, grazie alla mobilitazione suscitata dal loro gesto in Italia e all’estero. E’ la storia che si conclude appena 55 giorni dopo, il giorno 22 novembre 1962, dinanzi al Tribunale di Varese (Presidente Eugenio Zumin, uno dei primi ad aderire nel 1964 alla neonata Magistratura Democratica[4], giudici a latere Garibaldi Porrello e Giuseppe Cioffi; pubblico ministero Cesare De Giacomo) con una coraggiosa sentenza che al termine di un serrato quanto ben istruito processo irroga – su questo i fogliacci franchisti non si può dire avessero torto – condanne a pene, per un sequestro di persona, effettivamente lievissime e sospese (tra i cinque e i sette mesi di reclusione, con scarcerazione immediata). Una sentenza che dà rilievo al fatto che gli improvvisati rapitori avevano da subito dichiarato di non voler far del male all’ostaggio «per non essere sullo stesso piano del criminale che governa la Spagna» bensì «persone perbene che si rivolgono alle persone perbene di tutto il mondo» - rispettando poi l’impegno, una volta ottenuto il risultato dell’attenzione internazionale sulla sorte dei loro compagni, liberando il viceconsole dopo pochi giorni - e che applica «l’attenuante dei motivi di particolare valore morale e sociale» dando valore al fatto, si legge in motivazione, che si sia agito «con giovanile slancio di solidarietà», trascurando «ogni calcolo di tornaconto personale», affrontando «l’inevitabilità di una condanna penale…pur di giovare al loro amico e compagno Conill», consci «del concreto pericolo di una sua condanna a morte», «convinti nella loro coscienza che tale condanna non meritasse». Azione, osserva il Tribunale, che «se è e rimane reato…merita» - addirittura - «apprezzamento sul piano morale per il movente che l’ha ispirata, che riveste gli estremi dell’art. 62 bis c.p.» (testuale). 

Non un saggio storico in modalità accademica, ma 56 giorni raccontati dall’Autore con il ritmo, il montaggio e la coinvolgente e accattivante leggerezza discorsiva di un programma televisivo di “infotainment” seppure con la meticolosità dello storico che nel libro racconta con “voce narrante” passo passo le scelte fatte nella ricerca e nella scoperta delle inedite fonti documentali e testimoniali con cui ricostruisce questa storia poi rapidamente dimenticata. Un metodo che Leopoldo Santovincenzo con modestia non vuole definire né da storico né da giornalista ma da «svuotacantine» della memoria, proprio di chi «gira su un apecar raccontando storie impolverate che nessuno vuole più, abbandonate in un angolo tra le altre cianfrusaglie, per distrazione, per incuria, per disinteresse o per tutte queste cose insieme», e di chi «sfoglia i quotidiani» per «scoprire che le persone e gli eventi che tra le pagine dei libri rilegati appaiono mummificati…sono pur sempre stati vivi», e che lo porta a lavorare, come anche i moderni investigatori dei casi criminali, ricostruendo minuziosamente le storie personali delle persone tutte coinvolte, prima e dopo il fatto. Il racconto della piccola e della Grande Storia insieme ed alternato al racconto della ricerca, «dei suoi vicoli ciechi, dei suoi dubbi, dei crocevia, dei piccoli e grandi ostacoli che si sono parati sulla strada», «preferibilmente senza prendersi sul serio». Il racconto di un metodo che l’Autore invita a saltare nella lettura per passare al racconto della vicenda, ma che non vale assolutamente la pena saltare: soprattutto per chi fa il Giudice o l’Avvocato, e, come lo Storico, o il Giornalista, deve ricostruire un fatto con fedeltà alle fonti e capire chi era il suo autore, quale la sua formazione umana, quali le sue spinte. 

Tanti sono i profili che rendono la lettura del libro stimolante, capace di generare voglia di approfondimenti storici e culturali, evocativa di tematiche e discussioni al centro del discorso pubblico oggi forse più di allora. Innanzitutto per chi è protagonista, cronista o storico del processo penale.

In ordine sparso. 

Oggi che diamo rilievo costituzionale alla “ragionevole durata” del processo quale connotato indefettibile della “qualità” della giurisdizione, incontriamo nella vicenda un paradigmatico esempio storico, e soprattutto le ragioni, dell’importanza che il giudizio si svolga a ridosso del fatto, quando il delitto meglio può essere capito dalla collettività e dal Giudice nelle sue motivazioni, con riguardo al momento della vita dei suoi autori e nel contesto del clima sociale e politico del tempo ( e giustamente l’Autore si chiede se per un identico fatto una condanna mite come quella di Varese sarebbe stata mai possibile dopo la strage di piazza Fontana, o nel clima della “fermezza” dopo il sequestro Moro, o ai nostri giorni).

Oggi che discutiamo di perdono e di giustizia riparativa incontriamo nel processo di Varese la decisiva influenza sugli esiti del giudizio che può avere la postura processuale della vittima, nel caso tanto singolare quanto lo è l’intera vicenda. Isu Elias non solo non si costituisce Parte Civile, ma rende una testimonianza, non priva di profili anche divertenti, che concorre in modo decisivo a costruire un “clima processuale” che prepara la mitezza della condanna (condotta, tra l’altro davvero rara ed anch’essa apprezzabile come assai coraggiosa, nel rappresentante diplomatico di un regime autoritario fascista così gravemente ferito). 

Oggi che discutiamo di atti redatti con l’IA, leggere degli argomenti introdotti dalle difese nel confronto processuale suscita ammirazione mista a nostalgia per la limpidezza e il “volare alto” delle arringhe di Principi del Foro come Alberto Dall’Ora e Mario Boneschi, e forse anche per l’esistenza stessa, dei Principi del Foro.

Oggi che ciclicamente discutiamo degli effetti, spesso dei danni, determinati dal “circuito mediatico-giudiziario” e comunque del suo oggettivo rilievo e delle negative influenze che ha sull’indagine, sul giudizio oltre che sulla “percezione” di cosa sia nel processo giusto o ingiusto, in Invito a pranzo con pistola leggendo del modo in cui le cronache giornalistiche raccontarono il sequestro, la rocambolesca liberazione dell’ostaggio, il processo, le manifestazioni antifranchiste di quelle settimane, incontriamo non solo, ieri come oggi, le falsificazioni e le grevità dei giornali di destra utili ad accollare all’avversario politico, ovviamente «comunista», la «responsabilità morale» (quando non quella operativa) dei fatti, bensì soprattutto ritroviamo la rilevanza del “clima” (questa volta mediatico) creato dalla narrazione intorno al giudizio nell’influenzare i suoi protagonisti e l’interpretazione della legge, soprattutto laddove la norma lasci al Giudice la gestione di cosa sia un teste «rilevante e pertinente» o ponga «clausole generali» che possono mutare di significato negli anni, quali l’aver agito «per ragioni di particolare valore morale e sociale».

Soprattutto, oggi che usciamo da un referendum costituzionale in cui era in gioco l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura quale pre-condizione del giudicare ecco che il processo di Varese mostra quanto sia necessario che la legge le garantisca e consenta all’indipendenza intellettuale dei giudici (e del pm) di esercitarla nell’applicare pene lievi - e la detta attenuante dell’«aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale» - a dei sequestratori di persona in tempi in cui, a giudizio in corso (a Verona), un ordigno attribuito al terrorismo sudtirolese aveva causato un morto e 19 feriti ed in cui, più in generale, il discostarsi dalla consolidata giurisprudenza della Cassazione (che applicava tale attenuante a chi rubava per sfamare la famiglia, e a poco altro) poteva costare un giudizio disciplinare o al minimo un serio intralcio di carriera. E per cogliere il valore di un simile utilizzo dell’attenuante si deve pensare che allora come ancora oggi secondo i canoni riconosciuti l’attenuante è applicabile, secondo le varie formule utilizzate dalla Cassazione, a quelle finalità, sempre ispirate a valori altruistici, «oggettivamente conformi alla morale e ai costumi del tempo e del luogo», ai moventi che ricevono «incondizionata ed indiscussa» approvazione dalla collettività: e che nel caso il Tribunale di Varese con la sua sentenza arriva quindi a dire che è tale il movente di solidarietà con chi lotta per la libertà contro il fascismo o, se si preferisce, contro l’autoritarismo e la pena di morte: una interpretazione dell’ambito dell’attenuante tanto applicativa di valori costituzionali quanto proprio per questo “rivoluzionaria”, che pone come “essere” un sistema di valori che è forse ancora solo un “dover essere” in quell’Italia del 1962 in cui, tra il Governo Tambroni e i piani di golpe del 1964, non è poi così sicuro che i valori antifascisti, pur comuni alle classi dirigenti post belliche, fossero di «incondizionata ed indiscussa» approvazione collettiva. Un coraggio, quello dei Giudici di Varese, che se rifiuta di adagiarsi in comodi conformismi giurisprudenziali al contempo si mostra dotato di quella saggezza dell’esperto operatore che conosce il suo mondo e che porta il Tribunale, consapevole del proprio gesto di rottura, ad applicare di fatto l’attenuante dell’«aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale» (art. 62 comma 1 n. 1 c.p.) - per la prima volta estesa all’etica politica - “rivestendola” però della culturalmente meno impegnativa veste delle «attenuanti generiche» (l’art. 62 bis c.p citato in sentenza), scelta che in così avvertito Collegio ci si rifiuta di credere sia figlia di una svista ma che pare espressione di quella raffinata prudenza ed esperienza professionale che ha che fare tanto con la volontà di dare maggior forza e “resistenza” alla propria decisione e di tutelare così i condannati da possibili riforme della sentenza in appello quanto con la consapevolezza, solo in seguito elaborata dalla migliore cultura professionale della magistratura, che la giurisprudenza davvero “evolutiva” non può mai essere quella temeraria, destinata a restare isolata, ma può essere solo quella autorevole perché convincente e in grado di impiantarsi, un passo alla volta, in modo diffuso, nella quotidiana applicazione della legge.

Ancora, chi segue il processo penale non può non dare rilievo all’apertura mentale mostrata sul campo dal Collegio già nella gestione del processo e nell’ammettere testimonianze – quali quelle di un Abate francese e di un giurista spagnolo in esilio su come si svolgevano i processi dinanzi ai Tribunali spagnoli -- che non chiudano il processo al solo specifico fatto-reato ma lo “aprano” al suo contesto, alla personalità e ai motivi che hanno mosso i suoi autori: apertura mentale che ci presenta in questa vicenda una genuina testimonianza delle trasformazioni culturali in corso negli anni ‘60 in una Magistratura che si andava rinnovando nella composizione e nella mentalità e che “scopriva” la Costituzione non come norma programmatica ma come norma vigente e come baluardo di indipendenza. 

Nella «repugnante» sentenza di Varese – riformata solo nei dettagli nel febbraio 1964 dalla Corte di Appello di Milano – può dirsi in sintesi ci sia già un anticipo della magistratura di Gardone[5]

Invito a pranzo con pistola offre poi molto altro, in modo agile quanto efficace, al punto da allontanare più volte l’attenzione dalla vicenda del rapimento e del processo.

Il sequestro di Isu Elias è inserito nel contesto storico, politico, culturale di quei mesi e di quegli anni, nel “mood” di quell’Italia che oggi a sentirla raccontare ci pare del Pleistocene. Dell’Italia che non aveva ancora “perso” quell’«innocenza»[6] che perderà con la strategia della tensione, da piazza Fontana in poi. Una cronaca, quella del sequestro e del processo, svoltosi tra il 13 ed il 22 novembre 1962, che l’Autore mischia agilmente con gli effetti che sui sentimenti collettivi avevano gli eventi che in Italia e all’estero avvenivano proprio in quelle settimane: l’apertura l’11 ottobre del Concilio Vaticano II, la crisi dei missili di Cuba, la caduta dell’aereo di Enrico Mattei, fatti epocali che si succedevano accanto a fatti di cronaca che certo non potevano aiutare almeno gran parte dell’opinione pubblica ad uno sguardo benevolo verso dei sequestratori, come gli scontri di Milano tra Celere e attivisti di sinistra con uno studente comunista rimasto sull’asfalto e le citate esplosioni di Verona con morti e feriti dei terroristi altoatesini durante i colloqui italoaustriaci per la questione Alto Adige. E a farci scivolare lentamente dentro la storia del sequestro, alternando la narrazione delle storie personali dei protagonisti e della loro formazione umana e intellettuale con quella della cronaca – e della Grande Storia - di quei giorni, c’è poi anche la descrizione delle atmosfere e dei personaggi «da vita agra» della «Nebbiosa» Milano a cavallo tra i ‘50 e i ‘60, dello «sviluppo senza progresso» delle vie Gluck delle sue periferie e al contempo dei suoi fermenti culturali e politici, non solo dei circoli anarchici, che preparano il ’68. E ci sono ancora il racconto di un viaggio in Spagna di Rossana Rossanda per conto del PCI e di come bene previde in una relazione al Partito come vi si sarebbe impiantata la democrazia alla caduta del franchismo, e diversi passaggi via via sulla situazione dell’opposizione franchista in Spagna, sugli stereotipi con cui in Italia si guardava e si pensava alla Spagna, sul giornalismo ai tempi dei quotidiani della sera, sul timidissimo ma comunque risultato fastidioso intervento presso le Autorità spagnole, ad evitare le esecuzioni capitali in questione, del Cardinale di Milano Montini, di lì a pochi mesi Papa Paolo VI.

Percorre il libro – impreziosito da una bibliografia su franchismo e antifranchismo, e non solo - anche una analisi dell’evoluzione dell’anarchismo italiano nel Dopoguerra, dei suoi circoli e delle sue riviste, delle storie personali di tanti suoi esponenti, e alla fine della lettura ci si appunta una storia da approfondire: la storia di quella che è stata fin dall’Ottocento, e poi prima e dopo la strage di piazza Fontana, nella politica e nella cultura, la demonizzazione dell’anarchico, la progressiva formazione, nell’immaginario collettivo, dello stereotipo dell’«anarchico bombarolo», uno stereotipo di tale «potenza immaginifica complottista» (così l’Autore) che ancora nell’anno 2000 in una relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia a due senatori di Alleanza Nazionale farà incredibilmente inscrivere il sequestro di Isu Elias, senza alcun plausibile aggancio storico, nelle trame sovietiche di una “Gladio rossa” che si voleva all’epoca operante in Italia e a Milano, altrettanto fantasiosamente collegata a gruppi anarchici operanti sotto l’apparato del PCI.

Una storia insomma tutta da leggere, che ci dice che “c’era un Giudice a Varese”. Un Giudice davvero professionale, perché colto, perché di grande apertura mentale, perché capace di empatia, e di una interpretazione del fatto e del diritto tanto prudente e non temeraria quanto consapevole che i valori e quindi i nuovi principi generali dell’ordinamento giuridico della Costituzione imponevano di considerare «di particolare valore morale e sociale» il movente solidale, democratico ed antifascista dei sequestratori. 

Una storia da conoscere, che colpisce, al di là dei suoi profili più strettamente giudiziari, innanzitutto perché senza «retroscena segreti», senza «nessun depistaggio, nessun complotto, nessun intrigo», con «niente pane per i denti dei dietrologi», in cui «l’eccezionalità e l’interesse profondo del caso sono dati forse proprio dalla sua limpidezza, dalla trasparenza dei personaggi in scena e delle loro intenzioni». Non per questo meno avvincente: perché è la storia di un sequestro rocambolesco e con tratti perfino divertenti nella sua esecuzione, nella sua gestione e nel rilascio dell’ostaggio. E perché «storia semplice in un Paese complicato»[7], raccontata in un «libro in bianco e nero» che agevolmente potrebbe diventare la sceneggiatura di un film o di una breve serie sulla Milano e sull’Italia di quegli anni. 

Ma soprattutto. Come dirà al processo l’Avv. Mario Boneschi: «quale monito, l’atto di questi giovani, per la nostra sterile saggezza». Capace di porci una domanda, cui non si scappa: ci sono oggi giovani pronti ad agire e a rischiare in prima persona, per solidarietà umana prima che per ragioni politiche e per ideali di libertà, contro regimi liberticidi? 

Per nostra immeritata fortuna, i giovani della Flotilla che si imbarcano per Gaza rischiando le carceri israeliane consentono alla nostra «sterile saggezza» una risposta positiva, da ottimismo della ragione che può ancora non arrendersi al pessimismo della ragione. In un mondo di Stati autoritari che riarmano, fossero loro i “nuovi anarchici”?


 
[1] Il titolo è ripreso da un articolo di Paolo Finzi (A-Rivista Anarchica n. 58, giugno 1977) e fa riferimento alle modalità del sequestro di persona al centro dell’Opera.

[2] Leopoldo Santovincenzo, si legge nella presentazione dell’editore, «lavora in Rai fin dai primi anni Novanta, attualmente nella Direzione Cinema e Serie Tv. Dal 2008 si occupa della programmazione editoriale di Rai 4. Ha scritto e diretto numerose produzioni televisive, tra cui il magazine Wonderland, nato nel 2011, Felliniana (2002), Heimat. La macchina del tempo di Edgar Reitz (2003), Pasolini 1975 (2005), Federico e gli spiriti (2020), Corto Maltese-Gli Anni dell’avventura (2022), I nomi della rosa (2025). È autore dei libri Fantasceneggiati. Sci-fi e giallo magico nelle produzioni RAI 1954-1987 (2016) e La balena di piazza Savoia (2017)».

[3] Saranno nel complesso imputati per sequestro di persona Amedeo Bertolo, Vittorio Detassis, Gianfranco Pedron, Luigi Gerli, Alberto Tomiolo, Giorgio Bertani, Giovanni Battista Novello Paglianti, Aimone Fornaciari, Alessandro Sartori, Vincenzo Vaccari, Gian Piero Dell’Acqua, Aldo Nobile, gli ultimi due giornalisti: per tutti, nel libro, numerosissimi i riferimenti alla loro storia personale e politica, prima e dopo il sequestro.

[4] Eugenio Zumin, nato a Trieste il 6 ottobre 1910 e deceduto nel 2007, uditore giudiziario già nel 1933, è giudice prima dal 1935 al Tribunale di Udine, e dal 1937 a quello di Pordenone, dal 1946 con funzioni di capo dell’Ufficio del PM presso la Sezione Speciale della Corte di Assise, in seguito come Presidente della Sezione penale. Dal 1954 e presiede il Tribunale di Varese fino al 1967, quando, promosso magistrato di Cassazione, passa Presiedente di Sezione alla Corte di Appello di Trieste. In Magistratura Democratica tra il 1964 ed il 1969, quando ne esce per la scissione del gruppo del 1969 che dà vita a Impegno Costituzionale. In pensione nel 1980, con la qualifica onorifica di presidente aggiunto della Corte di Cassazione.

[5] Gardone è la sede del Congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati del 1965, cui si fa risalire l’emersione collettiva in magistratura della cultura e dei valori costituzionali. Il Congresso la cui mozione finale afferma, in aperto contrasto con la cultura professionale della Magistratura formatasi sotto il fascismo, che il ruolo del magistrato è nella repubblica quello di applicare direttamente la Costituzione quando possibile, che il giudice ha il dovere di interpretare la legge secondo la Costituzione riconosciuta come sede dei nuovi principi generali dell’ordinamento giuridico e di eccepire l’illegittimità costituzionale della norma quando una interpretazione costituzionalmente orientata non è possibile.

[6] Così Giovanni Bianconi, nella sua brillante Prefazione.

[7] Per tutte tali citazioni, vedi l’Autore, pp. 31-32.

18/07/2026
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