Enzo Ciconte, storico delle organizzazioni criminali, nel saggio edito da Laterza Storia dell’altra Italia, esce, per così dire, dalla sua giurisdizione. È la sua stessa profonda conoscenza delle mafie italiane ad avere reso quasi inevitabile questo passo, anche in base agli insegnamenti di Fernard Braudel (citato nell’introduzione del libro): la longue durée, «la storia del lungo periodo fa emergere dall’oscurità o dalle penombra tendenze e persistenze». La longue durée in cui si inscrivono le persistenze analizzate da Ciconte è l’Italia repubblicana, dal secondo dopoguerra al biennium horribilis 1992-1993. La persistenza rivelata dal libro è l’utilizzo sistematico della violenza da parte dei detentori del potere. Ed è così che il focus delle mafie, ontologicamente, nella ricerca storiografica di Ciconte, si sovrappone a quello dell’eversione fascista, va detto, attraverso il continuo e sempre interessantissimo richiamo a numerose fonti (processi giudiziari, commissioni parlamentari, dibattiti nelle aule della Camera e Senato, libri di storici, articoli di stampa, trasmissioni radiofoniche e televisive, documenti dei servizi recentemente desecretati).
L’analisi parte dagli annali di quell’arco temporale per registrare il più brutto primato italiano: «In nessun paese europeo si sono registrati, in modo continuativo, tanti fatti di sangue, di violenza, di stragi e di tentati colpi di Stato come nell’Italia repubblicana».
Il climax della violenza passa dalle «stragi fatte apparentemente per destabilizzare con l’obiettivo di stabilizzare» ai tentativi di colpi di Stato, per terminare con le stragi mafiose. Tra strategia della tensione e strategia mafiosa non c’è, vale a dire, una separazione, ma un filo che mette in continuità vari fatti criminali, la strage di Portella della Ginestra, le stragi legate alla strategia della tensione e lo stragismo mafioso. Dentro questa sequenza incessante l’attività criminale dei depistaggi dei servizi segreti, da cui la conclusione che, oltre a doversi parlare di stragi (spesso contemporaneamente) a partecipazione fascista (per il numero di uomini provenienti dal Msi e poi dalle altre sigle eversive di destra), a partecipazione massonica (con gli uomini più rappresentativi da Portella fino al 1992-1993) e mafiosa, deve parlarsi anche di stragi a partecipazione statale perché «gli uomini dei servizi segreti che negli anni hanno coperto e depistato, coperti, a loro volta, da certo potere politico, erano funzionari dello Stato retribuiti dallo Stato».
Il contrappunto a questa persistenza – Ciconte lo ribadisce con convinzione - è la difesa, efficace, da parte delle forze più responsabili, dei pilastri dell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza (l’antifascismo è sopravvissuto, la democrazia ha retto).
Quasi a dimostrazione della fondatezza della sua tesi, prima di affrontare il periodo dell’Italia repubblicana, Ciconte traccia l’«antica consuetudine» dell’utilizzo dei criminali da parte dei detentori del potere fin dal Seicento (il libro si apre con la scena dei bravi che intimano a Don Abbondio di non celebrare le nozze tra Renzo e Lucia) e approfondisce il ricorso a questo metodo nell’Italia appena unita. Emblematico il caso della congiura dei pugnalatori: il 1° ottobre 1862 a Palermo dodici persone in diversi punti della città furono pugnalate con dei coltelli. Per condurre l’inchiesta giunse in città il pubblico ministero originario di Ivrea Guido Giacosa, che accusò falsamente borbonici e democratici. La montatura verrà scoperta dal Comando generale dell’Arma dei carabinieri e Giacosa si difenderà adducendo la «ragion di stato».
È proprio dall’analisi dell’uso “istituzionale” della violenza nell’Italia unitaria che trova l’abbrivio la dimostrazione della tesi di Ciconte in riferimento all’Italia repubblicana. Se prima la classe liberale aveva considerato le opposizioni come forze alle quali occorreva opporre un muro (ogni alternativa di governo era da escludersi, le opposizioni erano fatte oggetto di repressione), analogamente nel secondo dopoguerra fu giustificata qualsiasi violenza in chiave anticomunista (Ciconte tiene a distinguere l’anticomunismo criminale ed eversivo da quello democratico).
La genesi della conventio ad excludendum nei confronti del PCI attraverso la “guerra sporca”, va cercata già nel 1945, e la prima mano nascosta si trova nelle fila dell’intelligence americana e britannica. Pensare che Junio Valerio Borghese, ex capo della X MAS e autore del tentativo di colpo di Stato che porta il suo nome, fu salvato dalla fucilazione da James Jesus Angleton, del controspionaggio americano, perché fondamentale per contrastare i nuovi nemici comunisti. Invece che procedersi a una epurazione, ci fu un travaso del personale fascista nei servizi segreti e non solo. Pensare anche a Gaetano Azzariti, legislatore di fiducia del regime fascista e presidente del Tribunale della razza. Ministro del governo Badoglio fu investito del compito di eliminare le disposizioni che lui stesso aveva scritto e concluse la carriera professionale come presidente della Corte Costituzionale.
Non erano ancora state gettate le fondamenta della Repubblica quando il Governo americano arruolò anche la mafia all’interno dei propri servizi strategici e militari, perché, come dichiarò l’ex agente CIA Victor Marchetti, «la mafia per sua natura anticomunista è uno degli elementi su cui poggia la CIA per tenere sotto controllo l’Italia». Si tratta di un vincolo esterno che non fa apparire iperbolica la definizione dell’Italia come “un paese a sovranità limitata”, “sotto il protettorato americano”. Ciconte non trascura nemmeno che il terrorismo sulla vittoria comunista servì, all’inizio, anche a fare approvare il Piano Marshall.
Nel libro si leggono i dettagli, ma qui basti ricordare le conseguenze di alcuni eventi.
Dopo la strage di Portella della Ginestra, atto di nascita della “democrazia bloccata”, Alcide De Gasperi escluse dal governo sia il PSI che il PCI.
Sembra una scena da operetta, ma così non è se si considerano le conseguenze (e le morti sospette di alcuni dei protagonisti), nel 1964 il Presidente della Repubblica Segni commissionò il Piano Solo al Generale dei Carabinieri De Lorenzo, che nel 1956, quale responsabile Sifar, aveva firmato l’operazione Gladio, e adesso convocava d’urgenza solo i comandanti delle tre Divisioni dell’Arma per prospettare il piano eversivo. La miccia fu disinnescata a casa Morlino, cioè nell’abitazione privata del deputato Tommaso Morlino, dove si incontrarono i maggiorenti della politica. Finì che il PSI accettò di ridimensionare le sue proposte più innovative. Alla luce di questo episodio in particolare Ciconte offre un’ulteriore chiave di lettura, che rafforza la tesi della continuità con il Regno d’Italia: la lotta al comunismo era in alcuni casi una maschera che nascondeva la lotta ad ogni pur minimo cambiamento.
All’ultima fase della longue durée, si è detto, si arriva attraverso il passaggio di testimone tra il terrorismo stragista e la mafia siciliana sul finire degli anni Settanta. Prima Cosa nostra, subito dopo la ‘ndrangheta, probabilmente all’esito di una decisione concordata, entrano in alcune logge deviate della massoneria, dove si decide l’utilizzo della mafia per motivi di lotta politica. Inizia la stagione degli omicidi eccellenti di mafia (a cominciare da Michele Reina e Piersanti Mattarella) che culminerà nelle stragi del biennio 1992-1993, costellata dai depistaggi che dimostrano inequivocabilmente una “convergenza di interessi” tra mafiosi e no. Ricordare l’omelia al funerale di Piersanti Mattarella, quando il cardinale Pappalardo disse: «Una cosa sembra emergere sicura ed è l’impossibilità che il delitto sia attribuibile a sola matrice mafiosa»). Così Giovanni Falcone, nel 1982: «Gli omicidi politici commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi tra la mafia ed altri centri di potere».
Colpiscono, nel seguire la concatenazione rappresentata da Ciconte, le ammissioni da parte di molti protagonisti dell’epoca passate quasi sotto traccia in autobiografie o interviste. A cominciare dall’intervista di Scelba del 1988, definita da Ciconte “spregiudicata”, in cui l’ex presidente del consiglio dichiarava di avere creato una serie di poteri per l’emergenza, una rete parallela a quella ufficiale, ma superiore, «che avrebbe automaticamente assunto ogni potere in caso di insurrezione». In epoca più recente basti pensare al ministro dell’Interno Scotti, che nel 1992 dichiarava al Corriere della sera: «Devo ammettere che per lungo tempo abbiamo cercato un modus vivendi con la mafia». Giuliano Amato, intervistato da Repubblica nel 2024, ricordando quello che una volta gli aveva detto il cardinale Ruini («Sa, per combattere il comunismo, d’acqua sporca ne abbiamo fatta passare tanta»), commentava: «E vuole che quest’acqua sporca non abbia infragilito le fondamenta della nostra democrazia?».
È la stessa amara conclusione a cui perviene Ciconte. Se è vero che l’Italia è stata ed è più forte di terroristi, stragisti neofascisti e stragisti mafiosi, tuttavia questa pratica di potere e di far politica e di gestire le questioni economiche «ha prodotto effetti duraturi nello spirito pubblico e nella formazione delle classi dirigenti condizionandole e plasmandole».