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A dieci anni dal processo Aemilia

di Francesco Caruso
già magistrato

L’articolo è la versione integrale dell’intervento predisposto per il Convegno di Reggio Emilia dell’aprile scorso per il decennale dell’inizio del processo Aemilia, uno dei più grandi processi alla ’ndrangheta al Nord che ne ha accertato il radicamento sull’asse da Bologna a Piacenza ed epicentro a Reggio Emilia. Ricorda alcuni momenti cruciali del processo, tenuto in una regione già modello di virtù civiche che non hanno impedito a una mafia imprenditrice di adattarsi e integrarsi nel contesto del buon governo della regione. Indica le acquisizioni principali di un processo dal quale emergono non solo la capacità della ’ndrangheta di mimetizzarsi in un territorio non tradizionale ma soprattutto la sua attitudine a costruire alleanze, offrendo risposte a una domanda di servizi illeciti in favore di una certa imprenditoria e a una comunità affascinata dal dinamismo dell’impresa mafiosa. Ne resta confermata l’intuizione degli studiosi che leggono la penetrazione della ‘ndrangheta in Emilia Romagna in termini di conflitto di civiltà e insistono sulla necessità di contrastare la penetrazione delle mafie anche sul piano culturale e simbolico.

1. Introduzione

La denominazione Aemilia dell’operazione di polizia giudiziaria e del processo che ne è conseguito potrebbe non essere un semplice riferimento geografico al territorio nel quale dagli anni ottanta del secolo scorso si è insediata una potente locale di ‘ndrangheta. Quel nome segnala anche un collegamento ai caratteri del soggetto cui esso era attribuito. Aemilia ed Aemilius riconducono ai concetti di emulare, rivaleggiare, competere. 

Se così è, l’attribuzione di quel nome all’operazione culminata a fine gennaio del 2015 con l’esecuzione di 160 misure cautelari, di cui 117 coercitive (custodia in carcere e arresti domiciliari), 224 indagati, 220 imputati (71 giudicati con rito abbreviato e 149 con rito ordinario, ridotti poi a 147), sembra alludere ad uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda: la capacità di una parte del territorio di insediamento (la via Emilia tra Bologna e Piacenza, con epicentro Reggio Emilia) di fare di necessità virtù, mettendo a profitto il know-how criminale, nella speranza di trasformarlo in occasioni di profitto.

L’aspetto peculiare della vicenda non è solo la rivelazione di una mafia imprenditrice in grado di esportare il metodo mafioso nel nuovo territorio ma la sua attitudine a costruire alleanze e accordi, in grado di bypassare i vincoli legali, a partire dagli obblighi di lealtà tributaria, comunemente considerati una diseconomia esterna. 

 

2. Le storie e i giorni di Aemilia

Non è qui il caso di ripercorrere le storie e i giorni del processo Aemilia. Lo hanno fatto bene Paolo Bonacini[1] e Tiziano Soresina[2] nei loro libri. Chi volesse conoscere i dettagli e le vicende più significative del processo, può leggere quegli accurati resoconti.

Il processo, iniziato nella primavera del 2016 a Reggio Emilia, si protrasse per due anni e mezzo e si concluse con la sentenza del 31 ottobre 2018. Una durata non comprimibile, dato il numero degli imputati, i fatti da giudicare, distribuiti su duecento capi d’imputazione, molti dei quali contenevano una pluralità di fatti delittuosi, spesso di complesso accertamento, come capita per i tipici reati di una mafia imprenditrice, operante anche nell’ambito delle frodi fiscali, del riciclaggio, dell’occultamento dei beni acquisiti. 

Le udienze dibattimentali si svolsero in un clima molto teso, centinaia di testimoni, ritmi serrati e numerosi incidenti di percorso, in un clima talvolta incandescente per l’evidente condizione di paura e di timore di molti testimoni. Il racconto delle indagini richiese decine di udienze, dovendosi esporre i risultati di centinaia di ore di intercettazione telefonica e ambientale, delle conseguenti operazioni di pedinamento, osservazione, controllo e riscontro.

Ci furono rallentamenti per frequenti astensioni dalle udienze dei difensori, in adesione a “scioperi” proclamati per le più diverse ragioni. 

Ne derivò un giudizio avanti alla Corte costituzionale sulla legittimità dello sciopero degli avvocati nei processi con detenuti.

Con la sentenza 180 del 2018, la Corte dichiarò incostituzionale il compendio di regole sull’astensione dalle udienze in processi con detenuti.

Sollevare la questione di legittimità costituzionale di quelle regole mise a rischio il processo, in ragione di un cortocircuito nella lettura delle norme sul processo costituzionale.

Si pretendeva che il tribunale sospendesse, a pena di nullità degli atti successivi, l’intero processo, in attesa della pronuncia della Corte, anziché il solo subprocedimento concernente il giudizio sul rinvio dell’udienza per l’astensione dei professionisti. La tesi era un classico paradosso logico da Comma 22, dal famoso romanzo del 1961 dello scrittore Joseph Heller[3]. Nel caso suonava così: se vuoi sollevare questione di costituzionalità per accelerare il corso del processo, denunciando l’illegittimità costituzionale dello sciopero degli avvocati, devi sospendere il giudizio principale di merito; ma se sospendi il processo, perderai sicuramente mesi se non anni, in attesa della decisione della Corte, un tempo assai più lungo di quello imputabile allo sciopero. Un circolo vizioso, incuneato nel sistema di giustizia costituzionale, secondo l’interpretazione di una sezione della Cassazione.

L’implosione del processo fu esclusa dalla saggia decisione della Corte costituzionale che diede ragione al tribunale, salvando il processo.

Quest’episodio impone una digressione sulle gravi aporie che affliggono il processo penale italiano, che andrebbe ripensato e riscritto dalle fondamenta o, quanto meno, in punti essenziali, essendo caratterizzato da inefficienza a garanzie variabili, a seconda della qualità degli imputati e della natura dei reati.

Prima ancora della qualità dell’istruttoria e del giudizio, è stato importante essere riusciti a tenere insieme il processo, evitando che si disperdesse in tanti rivoli, arenandosi qua e là.

Il proporsi improvviso e non previsto di tre nuovi collaboratori di giustizia, due dei quali avevano partecipato per diversi mesi alle udienze, segnò un punto di svolta.

Tali dichiarazioni offrirono un contributo di conoscenza di straordinario rilievo. Meritano di essere studiate e approfondite, oltre il loro valore probatorio, sul piano politico, sociale, criminologico.

Da esse e dalle altre che le hanno precedute e seguite dovrebbe partire la riflessione sui caratteri del radicamento della mafia in Emilia Romagna. Sul punto si segnala la recentissima pubblicazione del libro di Antonio Anastasi sul primo grande pentito della cosca Grande Aracri, Salvatore Cortese, che dal 2008 ha permesso di comprendere le dinamiche della consorteria mafiosa emiliana, raccontandone l’ascesa, i delitti, i vizi, la grande accumulazione di capitale[4].

I tre collaboratori di giustizia, sopravvenuti quando il dibattimento era in corso, chiariscono spazi oscuri, permettono di cogliere aspetti inediti e insondati, forniscono una descrizione completa dell’assetto, degli scopi e delle modalità operative dell’organizzazione che da quel momento ha avuto meno segreti.

 

3. Le sentenze della Suprema Corte di Cassazione che hanno concluso il processo Aemilia

Il 7 maggio 2022 la Corte di cassazione ha definito il processo Aemilia nel segmento trattato avanti al tribunale di Reggio Emilia. 

In precedenza, il 24 ottobre 2018, la quinta sezione della stessa Corte aveva confermato le condanne per associazione e concorso esterno in associazione mafiosa e reati connessi, pronunciate nel processo trattato a Bologna con il rito abbreviato. 

In quest’ultima sentenza, si affermava l’esistenza di una associazione di stampo mafioso, operante tra il 2004 e il 2015 in territorio emiliano, dislocata tra le province di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, con epicentro a Reggio Emilia, collegata al sodalizio 'ndranghetista insediato a Cutro, in provincia di Crotone, retto da Nicolino Grande Aracri. Del gruppo facevano parte anche uomini, in passato appartenenti ad altre famiglie, entrati a far parte della compagine emiliana.

La sentenza di merito del Gup indicava alcuni dei capi dell’associazione, i responsabili territoriali; accertava la disponibilità di uomini, impiegati nelle diverse attività strumentali alla conservazione e al rafforzamento del gruppo. 

Già in quella sede erano emersi i contributi dei “colletti bianchi” di cui l’organizzazione poteva avvalersi (professionisti, imprenditori, giornalisti, politici, uomini delle istituzioni).

Tutti elementi riapparsi nel successivo dibattimento reggiano in una dimensione esaltata non solo dal numero degli imputati e dei fatti da giudicare ma soprattutto dalle inedite dichiarazioni dei nuovi collaboratori di giustizia.

Le nuove informazioni non solo rispecchiavano la condizione e le dinamiche dell’associazione al momento in cui si svolgeva il processo ma introducevano nuovi elementi provenienti dal “deep state” dell’organizzazione stessa. Approfondirono l’aspetto originale dell’associazione 'ndranghetista emiliana, l’opzione per un sistema di criminalità economico-finanziario basato sulle frodi fiscali, sulle false fatture, funzionali a distrarre verso l’organizzazione e i componenti imponenti masse di denaro, sottratte all’imposizione fiscale, con l’aggravante che tali ingenti capitali venivano riciclati in nuove imprese lecite e illecite. Senza con ciò trascurare le tradizionali attività estorsive per l’acquisizione di società e aziende, espandere la consorteria in nuovi settori, acquisire appalti e subappalti.

Le azioni militari, gli scontri interni convivevano con la strategia di mimetizzazione dell’organizzazione all’interno dell’associazionismo civico, strumentalizzato per dissimularne la presenza nella vita pubblica del territorio.

Va sottolineato quest’ultimo punto.

Le iniziative assunte in nome dell’origine comune, “meridionale” o “calabrese”, degli associati fanno da schermo e da scudo all’organizzazione malavitosa che utilizza la “compaesanità” come un segno di riconoscimento e la comune origine territoriale come componente della forza di intimidazione. 

Ne segue che il contrasto alla mafia di origine calabrese deve farsi anche sul piano culturale; deve sapere affrontare la storia e l’“antropologia” sociale, alla base della formazione e dei caratteri dell’organizzazione, come spiega lo studioso cosentino Alessandro Tarsia, nel suo Perché la ndrangheta. Antropologia dei calabresi (2015)[5].

Il giudizio conclusivo della Corte del maggio 2022 sull’originale organizzazione 'ndranghetista emiliana è racchiuso nella seguente massima: «L'associazione emiliana, lungi dal costituire mera estensione territoriale della locale di Cutro, integra pienamente i requisiti di cui all'art. 416 bis cod. pen., come dimostrato dal risalente insediamento territoriale, dall'imponente ed articolata struttura organizzativa, dall'assetto gerarchico che ripete, seppur con caratteristiche peculiari, gli archetipi ‘ndranghetisti, da un costante e mai abdicato ricorso al metodo mafioso quale strumento attuativo del programma, da un variegato dinamismo che si dispiega, oltre che nei settori delittuosi tradizionali, nella colonizzazione delle attività imprenditoriali; da una progettualità delittuosa multiforme ed orientata a garantire la persistente operatività del sodalizio anche attraverso la creazione di canali di condizionamento della rappresentanza politica, delle istituzioni, dell'informazione, evidenze oggetto di esaustiva illustrazione e corretta valutazione critica da parte dei giudici territoriali»[6].

La sentenza stabilisce senza incertezze che l’organizzazione ‘ndranghetista emiliana è un’organizzazione autonoma, costituita sul territorio dagli anni novanta, dotata di tutti i requisiti previsti dall’art 416 bis cp, caratterizzata da un consistente numero di famiglie operanti in una struttura a rete, aventi il controllo di singoli comuni, tra loro raccordate in una organizzazione di secondo livello che pur nell’autonomia delle singole 'ndrine o locali, realizza una struttura complessa a base gerarchica. 

Una tale organizzazione possiede le peculiarità della mafia imprenditrice, operante all’interno di relazioni sociali che non prevedono l’uso esplicito e frequente della violenza; essa spende all’interno di tali contesti “civili” il peso della tradizione di un’organizzazione che non ha mai abdicato al metodo mafioso, tenuto in serbo e messo in campo per rammentare agli interlocutori il retroterra di cui si alimenta quella speciale categoria di imprenditori.

La sentenza conferma la costituzione nel reggiano di una associazione mafiosa a spiccata vocazione affaristica, moderna nei termini illustrati dal collaboratore Antonio Valerio, con una approfondita diagnosi delle condotte di questa mafia e dell’area “grigia” intorno ad essa, grazie a rapporti che non possono recidersi di colpo, posto che non solo dalla mafia non si esce ma che anche l’instaurazione di relazioni economiche e professionali con la mafia sono irreversibili.

Si tratta di una struttura criminale capace di cogliere e sfruttare le debolezze della cultura e delle strutture del territorio, senza mai rinunciare ai vincoli che comportano il dovere di fedeltà dei compaesani, fondato su una cultura ancestrale violenta, familista e omertosa. 

La mancanza di denunce da parte degli imprenditori calabresi vittime di estorsioni e la scelta di campo in favore dei compaesani da parte di esponenti “politici” della comunità, col trito argomento della discriminazione, ne sono riscontro fondamentale e allarmante.

La coazione tradizionale è sostituita da una diversa induzione alla solidarietà e all’obbedienza, sui valori tradizionali, sull’identità, sui comuni ideali dell’arricchimento e del successo in un territorio in parte ostile ma in parte accogliente e aperto ai costumi della “civiltà” (nel senso in cui ne parla Nando Dalla Chiesa) che viene dal sud.

La qualità principale di questa associazione, secondo le risultanze processuali, consiste nella combinazione di elementi della tradizione violenta, promanante dalla casa madre cutrese cui si collegano i gruppi delocalizzati, tra loro coordinati che ne ricevono l’imprinting criminologico, ed elementi moderni, necessari alla ricollocazione dell’organizzazione in un territorio in cui l’obiettivo strategico è la ricerca dell’approvazione, del consenso e del sostegno di quella che, anche qui, può essere definita borghesia mafiosa, anche di origine locale. 

Ne deriva la collusione di un ceto artigiano e imprenditoriale coinvolto nella narrazione della discriminazione etnico culturale subita dalle imprese di origine calabrese, per la loro capacità concorrenziale e per la loro estraneità al sistema di potere economico e politico locale. Un modo di porsi che ha attirato l’attenzione del mondo politico locale e indotto a ipotizzare l’assunzione identitaria di una rappresentanza in seno alle istituzioni rappresentative locali. Senza trascurare l’ipotesi di diretta discesa in campo in ambito politico, prospettata nelle vicende che precedettero l’incontro con un noto esponente politico locale nel 2012, finalizzato ad un’alleanza che poi non si concretizzò.

Dal 2022 Reggio Emilia e i territori delle province interessate sanno di avere incorporato un sistema di criminalità organizzata che ha sviluppato una attività delittuosa multiforme, in grado di piegare/condizionare/inglobare parti dell’economia, della politica, dell’informazione, componenti delle istituzioni, operando in modo significativo nell’alterare/orientare i tratti più significativi del modello politico/economico/ culturale dell’intero territorio. 

Ogni sottovalutazione di tale quadro, ogni persistente scetticismo o tentativo di ridimensionamento si traduce in oggettivo sostegno. 

Le sentenze della Cassazione su Aemilia e le altre emesse negli anni successivi, a seguito di indagini che da Aemilia hanno preso spunto, sono l’epilogo dei processi svoltisi nei primi anni duemila.

I processi “Grande Drago” e “Edilpiovra” avevano già acclarato la presenza consolidata della ‘ndrangheta nel territorio emiliano.

L’elenco non è esaustivo e non considera indagini e processi tuttora in corso. 

Nonostante questa evidenza, si è a lungo preferito trattare e affrontare con giusta attenzione le mafie altrui ma non le “mafie di casa nostra”. 

«Mafie sotto casa, raccogliere i dati per seguire le tracce e sapere dove si nascondono», non è solo la denominazione di un blog, nato nel territorio che pochi conoscono, dovrebbe essere un criterio direttivo comune.

La rimozione è un rischio costante. 

Si dà ampio spazio, in un contesto pervaso da significative forme di impegno civico e sociale, ad esperienze di antimafia ormai iconiche e tradizionali ma modesto rilievo appunto alle “mafie di casa nostra”.

Da qualche anno Werther Cigarini, un ex uomo politico che è stato sindaco di Carpi (Modena) ha pubblicato un romanzo/saggio, che affronta il tema della mancata azione dei c.d. anticorpi. Il libro denuncia credibilmente le trasformazioni della cultura e delle relazioni sociali in Emilia Romagna, e la nuova permeabilità all’infiltrazione mafiosa, grazie alla connivenza e al sostegno dell’“area grigia”[7].

Le occasioni di presentazione sono state poche e non tanti coloro che si sono presi la briga di leggere quel libro che racconta in modo facile come la criminalità organizzata penetri nei centri della bassa padana, grazie anche alle trasformazioni politiche, economiche e culturali di quella che un tempo era l’"Emilia rossa". La tesi della regione modello espugnata dalla mafia rimane un trauma e un indicibile.

Prendiamo il decreto di scioglimento per infiltrazione mafiosa del Comune di Brescello (Reggio Emilia), primo e al momento unico comune emiliano-romagnolo sciolto per mafia[8].

Esso chiama in causa la gestione dell’amministrazione comunale che dal 2003, data di esecuzione degli arresti nel processo Edilpiovra, doveva essere consapevole dell’esistenza sul territorio di una locale o 'ndrina di ‘ndrangheta, certezza derivante anche dalla consumazione di omicidi di mafia nel territorio comunale e limitrofi[9].

Nel decreto di commissariamento si valuta l’atteggiamento dell’amministrazione nei confronti dell’associazione ’ndranghetista in termini di: «inconsapevolezza, tolleranza, acquiescenza, inerzia, accondiscendenza e cointeressenza».

 

4. Continuità storica delle vicende definite con le sentenze del processo Aemilia

Il consolidamento sul territorio della consorteria, originariamente proveniente da Cutro e territori limitrofi, sin dagli anni novanta, era evidente già a partire dalla violenta guerra che aveva interessato il territorio emiliano per tutto il decennio. 

Il crescente radicamento emergeva con chiarezza anche dagli studi commissionati dalla Regione e da altri Enti ed associazioni, a partire da quegli anni e fino ad epoca recente. 

I Quaderni di Città sicure, pubblicazione della Regione Emilia Romagna, hanno più volte ospitato studi e ricerche risalenti agli anni novanta, poi aggiornati fino al 2016.

La collaborazione tra Libera e la Regione (assemblea legislativa) produsse voluminosi dossier sulle mafie in Emilia Romagna. Il dossier del 2012 s’intitola Mosaico di mafie e antimafia. I numeri del radicamento in Emilia Romagna, mentre il dossier del 2013 tratta l’Altra ndrangheta in Emilia Romagna. Anche in questo volume si danno i numeri della presenza dell’organizzazione criminale sul territorio. Fondazione Caponnetto, Arci, Ires Cgil, Camere di commercio sono alcuni degli Enti e delle organizzazioni che hanno promosso studi e ricerche sullo stato del progressivo insediamento delle mafie in Emilia Romagna.

Studi specifici cono stati commissionati prima del 2015 ad altri accreditati studiosi della materia.

L’elenco completo delle pubblicazioni sull’espansione delle mafie in Emilia Romagna, a partire dal 1993 si legge sul sito del consiglio regionale: https://www.assemblea.emr.it/biblioteca/approfondire/selezioni-proposte/bibliografie/criminalita/sicurezza/criminalita-emilia-romagna 

La raccolta documentale su questo sito si ferma all’anno 2019.

Mancano peraltro in tale raccolta le ricerche su Brescello, Reggio Emilia e il quadrilatero padano (Reggio Emilia, Piacenza, Cremona, Mantova) realizzate da Nando dalla Chiesa e dal suo gruppo di ricerca (CROSS- Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano). 

Lo stesso Dalla Chiesa e Federica Cabras hanno pubblicato nel 2019 un libro fondamentale ma poco dibattuto[10].

Dal 2016 si susseguono le sentenze della magistratura e può essere ragionevole concentrarsi su di esse. E tuttavia il materiale di ricerca, investigazione e studio, e in particolare gli studi da ultimo citati, meriterebbero un dibattito approfondito, indipendentemente dal carattere “urticante” delle tesi sostenute.

Aemilia e le indagini successive hanno coperto un arco temporale di circa quindici anni, nel corso dei quali le mafie hanno avuto modo di operare sul territorio della regione. Un maggior peso ai segnali e agli alert che si manifestavano già negli anni ottanta avrebbero potuto cambiare la storia.

E’ un problema che continua a porsi: la distanza tra il livello delle conoscenze da un lato e le contromisure adottate per dissolvere l’humus culturale, sociale, politico, ambientale, in cui si radica l’organizzazione mafiosa.

C’è al momento un tema simbolico di straordinaria importanza, sollevato dalla prefetto Antonella De Miro, la figura istituzionale che sul finire della prima decade del terzo millennio ha avviato energicamente l’azione di informazione, contrasto e denuncia, la stagione delle “interdittive” e della relazione alla Commissione parlamentare antimafia del 20 settembre 2010: il tema del nome del viale di ingresso in città, intestato alla Città di Cutro. Un fatto simbolico, per alcuni esemplificativo di un atteggiamento di sottomissione della “civiltà” emiliana, dalle ricadute potenti sull’azione di contrasto e sul riconoscimento delle mafie. Alcune personalità e associazioni civiche, tra cui le Agende Rosse di Salvatore Borsellino, propongono, come segnale forte di rifiuto dell’approccio politico-culturale che ha permesso alle 'ndrine di radicarsi in città, il cambiamento di quel nome che risale al 2009, l’anno di maggior forza di espansione dell’organizzazione nel territorio, e di intestare la via al processo di liberazione da tutte le mafie, seguito alla stagione dei processi.

 

5. Punti fermi fissati dalle sentenze

Il sodalizio emiliano è un’autonoma associazione di stampo mafioso, un’articolazione, per quanto ben strutturata e complessa, della cosca di Cutro. Nicolino Grande Aracri è soltanto il titolare di un marchio criminale di grande richiamo e di indiscutibile prestigio criminale, cui competono royalties e il controllo di qualità dell’impresa criminale che del suo marchio si fregia in un territorio diverso da quello di origine. La conseguenza è che i reati commessi nel territorio emiliano sono di competenza della magistratura emiliano romagnola. 

Si tratta di una criminalità affaristica che favorisce l’assoggettamento del territorio. La cronaca riferisce di nuove vicende di frodi tributarie, per importi dell’ordine di centinaia di milioni sottratti all’Erario, associate a casi di estorsioni e usura consumati nel medesimo contesto.

Altro punto fermo fissato nelle sentenze è il coinvolgimento di imprenditori e professionisti nelle attività dell’associazione mafiosa. 

Questo coinvolgimento propone un tema tecnicamente molto serio.

Se gli imprenditori locali partecipano con entusiasmo al sistema delle false fatture dalle quali traggono profitti, favorendo l’arricchimento dell’organizzazione, se partecipano a un sistema in cui non c’è chi vince e chi perde ma nel quale tutti i partecipanti vincono, come si può parlare di assoggettamento, coercizione e intimidazione, rispetto a un’attività che l’imprenditore “estorto” (“in luogo del pizzo mi fai la fattura, tu scarichi l’IVA, riduci l’imponibile e mi lasci una parte più o meno grande di ciò che hai pagato, il resto te lo restituisco, in modo da guadagnarci tutti a spese dello Stato”) compie, accettando una manovra fraudolenta che produce anche per lui importanti profitti illeciti? In questo caso è evidente come la mafia degli affari abbia finito con l’associarsi i colletti bianchi non mafiosi, in un sistema criminale win-win che potrebbe escludere assoggettamento e intimidazione.

La Cassazione dà una risposta convincente. 

E’ la pressione rivolta dall’organizzazione, nella sua duplice componente di apparato militare e di imprenditoria mafiosa, organica al sodalizio ma dal volto affidabile, a permettere l’espansione del sodalizio nell’economia locale. 

La capacità di assoggettamento e di intimidazione è lo strumento che l’organizzazione adopera per alterare il calcolo economico dell’impresa assoggettata; di fronte al rischio concreto che l’organizzazione dia seguito alle minacce, l’imprenditore non mafioso accede alla proposta, applicando il comune calcolo economico, sebbene viziato dalla presenza di un peso anomalo nella bilancia, costituito dal rischio mafia. Piuttosto che fallire o subire attentati, si presta un consenso interessato e a prima vista vantaggioso che porta gli imprenditori non mafiosi a schierarsi con l’imprenditoria mafiosa, sconvolgendo gli ordinari equilibri di una concorrenza che diventa sempre più alterata dalla presenza di attori economici privilegiati che agiscono utilizzando risorse di cui hanno disponibilità esclusiva ma illegale.

Secondo Alessio Di Nino, «si è così concluso un vero e proprio patto criminale tra ‘ndrangheta emiliana e imprenditoria calabrese, che ha messo a disposizione del gruppo criminale mezzi e strutture societarie apparentemente insospettabili, in cambio della condivisione dei canali di illecito profitto e della protezione mafiosa (ad esempio mediante la violenta riscossione di crediti difficilmente recuperabili dagli imprenditori attraverso le vie legali)»[11].

Attraverso il sistema delle false fatture si è creato quel collegamento tra imprenditori emiliani e imprenditoria mafiosa nella quale quest’ultima ha dimostrato la sua efficienza e produttività nell’organizzare un sistema in grado di trasformare la carta in oro. L’impresa non mafiosa ha dovuto arrendersi all’evidenza di una capacità operativa e produttiva con la quale era impossibile competere in condizioni di libertà; da qui la scelta di assoggettarsi, lucrando vantaggi che sarebbero stati tuttavia rapidamente riassorbiti dalla stessa organizzazione mafiosa che non lascia spazio a soci che non accettino di essere parte dell’organizzazione stessa, ogni accordo, sia pur favorevole e lucroso, implicando sempre nuove richieste e tentativi di coinvolgimento in attività illecite, dalle quali l’imprenditore non mafioso non uscirà in alcun caso indenne.

Viene così rigettata dalla Cassazione la tesi difensiva imperniata sull’inconciliabilità tra metodo mafioso e attività imprenditoriale dell’associazione delocalizzata. Ogni qual volta la scelta dell’imprenditore non mafioso è alterata dalla consapevolezza di avere a che fare con appartenenti a una organizzazione di stampo mafioso, le alternative che residuano sono l’assoggettamento o il concorso nel reato.

Il collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio, imprenditore estorto diventato rapidamente organico all’associazione, ricordava gli affari milionari promossi col sistema delle fatture false, avvalendosi dell’apporto di decine di soggetti disponibili ad emettere ed annotare nei libri contabili migliaia di fatture per operazioni inesistenti. La relazione con imprenditori disponibili ad entrare in affari e collaborare con l’organizzazione mafiosa è la caratteristica peculiare, il vero snodo culturale della vicenda Aemilia. Dalle sue “storie” si comprende come le figure al vertice dell’organizzazione avessero colto la domanda di mafia esistente in parte della comunità reggiana; una disponibilità preesistente in nome degli affari. Una joint venture nella quale il know-how della imprenditoria emiliana, da sempre propensa all’evasione fiscale, si coniuga con l’ampia disponibilità di capitale monetario e intimidatorio dell’organizzazione, in grado di conferire strumenti, protezione e tecniche di occultamento, attraverso la disponibilità illimitata di prestanome, per aprire nuovi spazi all’azione congiunta del gruppo mafioso e della parte del ceto imprenditoriale disposta a consentire la penetrazione della mafia nel tessuto produttivo e nel mondo economico, istituzionale e politico.

L’organizzazione mafiosa reggiana, come ha spiegato il collaboratore Antonio Valerio, ha abbandonato i rituali e le forme esteriori più desuete, incompatibili con una mafia che si occupa di affari e parla, sia pure ancora in un italiano ricco di declinazioni e inflessioni dialettali, il linguaggio del manager. 

Tale organizzazione ha conservato i suoi principi originari: rispetto dei vertici, messa a disposizione dell’organizzazione, obbedienza agli ordini, omertà, fedeltà, irrevocabilità del patto associativo; ricorso al metodo mafioso per la realizzazione dei fini, non sempre esteriorizzato ma incombente nella coscienza degli interlocutori, consapevoli di avere a che fare con esponenti di una potente e violenta organizzazione mafiosa. 

A tali tratti, si aggiunge l’allargamento del campo operativo che dalle attività tradizionali (usura, estorsione, traffico di stupefacenti, riciclaggio) si estende a ogni tipo di business formalmente lecito. In Aemilia sono descritte alcune iniziative imprenditoriali in grado di coinvolgere, anche con metodi corruttivi, politici, professionisti, pubblici funzionari, con l’acquisizione di grossi compendi fallimentari, essendo le acquisizioni di aziende in crisi o fallite uno dei core business di questa moderna organizzazione.

Come è stato detto, nel processo Aemilia «l’intervento chirurgico sul tessuto emiliano sembra ben riuscito, ma il rischio di recidiva appare altissimo» (Di Nino).

L’ ammonimento non va trascurato. I segnali non mancano.

 

6. Osservazioni conclusive

Nello studio di due sociologi dell’Università di Bologna, Marco Santoro e Marco Solaroli[12], si ricorda che «familismo, pragmatismo, mito del self-made man, una certa flessibilità nell’uso delle norme burocratiche (storicamente evidente più in Romagna che in Emilia) sono tratti culturali, ovvero modelli e schemi di pensiero e di azione, che possono con una certa facilità trasformarsi (tradursi) da risorse di un sistema socioeconomico considerato virtuoso e benefico come il modello emiliano, in opportunità di espansione di un modello considerato vizioso o perverso come quello mafioso».

Nel bel libro di Nando Dalla Chiesa e Federica Cabras, già richiamato, ci si chiede con rammarico come sia stata possibile la colonizzazione mafiosa nella città dei fratelli Cervi, del luglio 1960, dei servizi sociali d’avanguardia, delle scuole modello e della solidarietà antimafia manifestata dai primordi; e si giunge alla conclusione che a Reggio Emilia è in atto uno scontro di valori trasversale all’appartenenza e alla provenienza geografica, un movimento di conquista che deriva dall’annidarsi della ndrangheta all’interno del movimento di popolo che proviene dalla Calabria. 

La questione fondamentale che il processo Aemilia pone alla collettività reggiana è la stessa ipotizzata dai sociologi milanesi. La mafia a Reggio Emilia è indicativa di una vicenda mai prima segnalata nella storia: il tentativo di conquista culturale di una civiltà progredita da parte di una cultura più arretrata.

Il concetto e i codici di condotta legati alla “compaesanità” sono i modi per garantire vincoli di lealtà e agevolare i mafiosi a mimetizzarsi nell’indistinto popolo di origine calabrese: «dove le parentele hanno estensione e intensità sconosciute alla modernità, alimentate da famiglie numerose che generano senza sosta cugini di secondo e terzo grado, nipoti, zii, cognati, tutti “sangue dello stesso sangue” e i cui legami reciproci si rinsaldano nei punti nodali delle genealogie e delle dinastie grazie a compari d’anello e padrini di battesimo e madrine di cresima. Questo popolo “sangue e suolo” per la maggior parte non ha nulla a che vedere con la ndrangheta, Ma vive dentro una rete di reciprocità polanyane [dallo storico Karl Polanyi, n.d.r.] e sente il dovere di osservarle… I parenti si aiutano, gli amici anche, i compaesani pure. A maggior ragione i parenti compaesani. Ancor di più i compaesani con cui si è in debito diretto o indiretto per averne ricevuto un lavoro per il proprio figlio o fratello o un appartamento in cui sistemarsi al primo arrivo, o la soluzione di un problema burocratico o addirittura di un piccolo problema giudiziario. Impossibile negar loro un favore che non costi nulla. Anzi che possa aiutare altri compaesani. Come negare il voto al candidato che prometta che farà “lavorare le imprese calabresi”? Come negare il proprio appoggio, le proprie conoscenze, per fare ottenere a un compaesano un favore innocente, “come lo ricevono tutti, una licenza, una casa popolare, una perizia accomodante, una promozione alla maturità, sapendo che questo suonerebbe tradimento verso lo spirito di appartenenza alla propria comunità? La ndrangheta fa da regista sapiente, procura le risorse necessarie a oliare a dovere, con efficienza, questo inesauribile sistema di opere buone e di riconoscenze. Per questo come insegnano le interviste televisive, il boss “ha sempre fatto del bene” ai suoi compaesani, a volte anche ai suoi corregionali..» (op. cit., pp. 219-220). 

E’ questa la cultura da contrastare, specie laddove esistano affinità culturali, disposte a entrare in relazione.

E quindi rivendicare in modo virtuoso i valori della civiltà emiliana, la solidarietà disinteressata, il senso del bene comune, il rispetto delle leggi, l’impegno per realizzare l’uguaglianza e i diritti contro ogni forma di prevaricazione.

Un tema attuale a dieci anni dal processo Aemilia.


 
[1] Paolo Bonacini, pref. A. De Miro, Le cento storie di Aemilia il più grande processo italiano alla ‘ndrangheta, Bologna, 2019.

[2] Tiziano Soresina, pref. G. Tizian, I mille giorni di Aemilia, il più grande processo al Nord contro la ‘ndrangheta, Reggio Emilia, 2019.

[3] Joseph Heller, Comma 22, Milano, 2016.

[4] Antonio Anastasi, pref. A. Nicaso, Un'altra pelle. La scelta di Salvatore Cortese, ex killer della ’ndrangheta che ha spezzato l’omertà, Cosenza, 2026.

[5] Alessandro Tarsia, Perché la 'ndrangheta. Antropologia dei calabresi, Messina, 2015.

[6] Alessio Di Nino, Paese che vai, usanze (mafiose) che trovi. Il sigillo finale della Cassazione al processo Aemilia, Archivio penale, 2-2023.

[7] Werther Cigarini, ll cane non ha abbaiato. La mafia a Carpi, Modena, 2024.

[8] Anche il Comune di Finale Emilia (MO) fu oggetto di indagine amministrativa per infiltrazione mafiosa che si concluse con il rigetto della proposta, con seguito di polemiche.

[9] Le rivelazioni del collaboratore di giustizia Antonio Valerio hanno permesso di avviare un nuovo processo per quegli omicidi, denominato “Aemilia 1992”. Dopo alterne vicende, il 22 ottobre 2025, la Corte d’appello di Bologna, in un appello bis, ha irrogato quattro nuove condanne, di cui tre ergastoli.

[10] Nando Dalla Chiesa e Federica Cabras, Rosso Mafia, la ‘ndrangheta a Reggio Emilia, Firenze-Milano, 2019. Lo stesso Dalla Chiesa con Ombretta Ingrascì, Monica De Astis e Federica Cabras, sono autori di uno speciale studio su Brescello. Uno studio di caso sull’insediamento della ‘ndrangheta al Nord, Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano, 2018.

[11] Alessio Di Nino, Paese che vai, usanze (mafiose) che trovi. Il sigillo finale della Cassazione al processo Aemilia, in Archivio penale, 2 -2023, pp. 18-19.

[12] Marco Santoro, Marco Solaroli, Forme di capitale mafioso e risonanza culturale. Studio di un caso regionale e proposta di una strategia concettuale, in Polis, XXXI (3/2017), p. 403.

08/05/2026
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A dieci anni dal processo Aemilia

L’articolo è la versione integrale dell’intervento predisposto per il Convegno di Reggio Emilia dell’aprile scorso per il decennale dell’inizio del processo Aemilia, uno dei più grandi processi alla ’ndrangheta al Nord che ne ha accertato il radicamento sull’asse da Bologna a Piacenza ed epicentro a Reggio Emilia. Ricorda alcuni momenti cruciali del processo, tenuto in una regione già modello di virtù civiche che non hanno impedito a una mafia imprenditrice di adattarsi e integrarsi nel contesto del buon governo della regione. Indica le acquisizioni principali di un processo dal quale emergono non solo la capacità della ’ndrangheta di mimetizzarsi in un territorio non tradizionale ma soprattutto la sua attitudine a costruire alleanze, offrendo risposte a una domanda di servizi illeciti in favore di una certa imprenditoria e a una comunità affascinata dal dinamismo dell’impresa mafiosa. Ne resta confermata l’intuizione degli studiosi che leggono la penetrazione della ‘ndrangheta in Emilia Romagna in termini di conflitto di civiltà e insistono sulla necessità di contrastare la penetrazione delle mafie anche sul piano culturale e simbolico.

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