Magistratura democratica
Magistratura e società

Filosofia, diritto, politica: addio a Biagio de Giovanni

di Enrico Scoditti
presidente di sezione della Corte di cassazione

La scomparsa di Biagio de Giovanni, uno dei protagonisti della filosofia italiana a cavallo fra i due secoli, chiude un ciclo della storia repubblicana, caratterizzato da un rapporto interno fra cultura, politica e società, e lascia in eredità l’impegno a ritrovare i fili di un possibile nuovo rapporto.

La scomparsa di Biagio de Giovanni, uno dei protagonisti della cultura filosofico-politica italiana a cavallo fra i due secoli, segna la fine di un’epoca. Non si vuole qui ripercorrere la sua straordinaria carriera accademica, che lo ha visto, fra l’altro, accademico dei Lincei e titolare della Legion d’onore della Repubblica francese, né la sua prestigiosa presenza nelle istituzioni parlamentari, italiana ed europea (qui anche come presidente della Commissione per gli affari istituzionali). Né, ancora, si intende dare conto della sua sterminata bibliografia (un elenco dei suoi lavori fino al 2011 è negli scritti in suo onore - Le forme e la storia, Bibliopolis -, ma dopo quell’anno c’è ancora moltissimo). Si vuole invece portare alla luce il significato autentico della sua opera di pensiero, la quale non è immaginabile, proprio per il suo contenuto, se non messa in relazione alle stagioni storico-politiche che quel pensiero ha attraversato, ossia quasi settant’anni di storia repubblicana, se partiamo dai suoi due primi libri del 1958 (un saggio filosofico sul negozio giuridico e Filosofia e diritto in Francesco D’Andrea. Contributo allo studio del previchismo) e finiamo con il volume La filosofia e i totalitarismi europei tra XIX e XX secolo, apparso pochi giorni prima della sua morte, avvenuta il 22 aprile scorso. Lo faccio con la devozione che si ha per il proprio Maestro e da magistrato, perché Biagio (“Gino”, affettuosamente per gli amici), sia pure mediante canali non sempre diretti, ha lasciato un segno profondo anche in quel movimento che fra gli anni Sessanta e Settanta dapprima aprì la cultura giuridica al “mondo dei fatti”, spezzando la separatezza di un astratto concettualismo, e quindi avviò un diverso rapporto fra magistratura e società, emancipando la funzione giudiziaria, all’insegna dell’art. 3 cpv Cost., dalle logiche della burocrazia. 

Un suo intervento negli atti di un convegno della rivista Democrazia e diritto del 1973 lo rende chiaro, ma lo si comprende già dal suo libro di esordio nel 1958, Fatto e valutazione nella teoria del negozio giuridico, che ebbe grande influenza negli studi della civilistica sul contratto nel successivo decennio (quando lessi quel volume, appena laureato, non avrei mai immaginato che l’autore mi avrebbe chiesto più di trent’anni dopo, nel 2016, di scrivere l’introduzione per la sua ripubblicazione). Quel libro rinviava al rapporto interno fra filosofia e scienza giuridica (analoga operazione per il diritto penale, di lì a breve, avrebbe fatto, da filosofo del diritto, Alessandro Baratta), rapporto che aveva prodotto la grande dogmatica, civilistica e penalistica, e che presto si sarebbe esaurito, con filosofia del diritto e dottrina giuridica ormai su strade separate. Per il de Giovanni giovane filosofo del diritto (nel 1954 sulla Rivista internazionale di filosofia del diritto aveva già pubblicato, giovanissimo, un saggio su Vico) le forme giuridiche potevano guadagnare il loro autentico significato solo se ritrovate nel concreto dell’esperienza, intesa però non in senso empirico, ma quale complesso dotato di fondamenti. Il programma di una filosofia che doveva farsi spazio nella vita per cercarne il senso profondo, e non restare in una ragione astratta, era già all’opera. Attraverso gli interlocutori del giovane filosofo del diritto (Cammarata, Piovani, Capograssi) entravano subito in scena gli autori che per sempre non avrebbero più lasciato de Giovanni, Hegel e Vico, sulla scorta della grande tradizione dell’hegelismo meridionale, di cui il nostro è stato – possiamo dirlo - l’ultimo grande esponente. Si può dire che nei modi in cui de Giovanni concepirà, nel corso dei decenni, questi due autori si riflettono le stagioni storico-politiche che egli ha attraversato. 

Il tema di de Giovanni è stato, infatti, quello del rapporto della filosofia con il proprio tempo, o meglio della capacità della filosofia di penetrare il proprio tempo, facendolo progredire ed elevandolo ma attraverso la sua intima natura, e non contrapponendovisi dall’esterno. Si gioca qui tutta la curvatura del tempo storico, dall’ottimismo e le speranze dei Sessanta e Settanta del secolo scorso, ai ripiegamenti e le angosce degli ultimi decenni, e la filosofia, che è il proprio tempo appreso con il pensiero, per dirla proprio con Hegel, accompagna nel pensiero di de Giovanni questa curvatura, fino al progredire sempre più intenso dell’inquietudine. Quando diciamo che la scomparsa di de Giovanni segna la fine di un’epoca, intendiamo dire che è questo rapporto interno fra filosofia e tempo, cultura e società, che ha segnato il Novecento, a non intravedere più possibilità di manifestazione. 

È in questo quadro, dopo altri studi giusfilosofici (La nullità nella logica del diritto è del 1964), e soprattutto una prima fase di rapporto fra storia e filosofia quale ordinamento del presente (L’esperienza come oggettivazione. Alle origini del problema moderno della scienza – 1962), che de Giovanni incontra il marxismo, in seguito allo spostamento dell’accento dall’ordine ai temi dell’azione e della vita grazie all’esistenzialismo. Il rapporto fra la filosofia ed il proprio tempo è funzionale al progresso e alla trasformazione del presente. Hegel e il tempo storico della società borghese (1970), probabilmente il libro più importante di de Giovanni e rilettura di portata europea dell’hegelismo, è una interpretazione della Scienza della logica di Hegel attraverso Il capitale di Marx, ma anche una innovativa lettura del marxismo, concepito come sapere storico-politico contro letture che lo declinavano in termini di teoria scientifica (in Italia Galvano Della Volpe e Lucio Colletti, in Francia Louis Althusser). L’astrazione dal reale, che attraversava le categorie della filosofia hegeliana, non corrispondeva ad un’uscita dalla realtà, ma era la rappresentazione pratica dell’organizzazione della società borghese-capitalistica, in cui l’astrazione era il mezzo di riproduzione di rapporti sociali di diseguaglianza materiale e dominio, come Marx aveva disvelato (quasi cinquant’anni dopo, nel 2018, in Marx filosofo de Giovanni avrebbe rovesciato il rapporto: il materialismo di Marx costituisce soltanto il pungolo per l’allargamento dell’universalismo di Hegel, il quale, nel costante misurare la propria generalità e astrattezza con quanto la eccede e oltrepassa, esprime ciò che di veramente progressivo c’è nella civiltà europea).

Uno studio filologico dell’opera di de Giovanni potrà probabilmente rivelare che al fondo del rapporto fra filosofia e presente storico nel segno della trasformazione vi era l’ombra pesante di Giovanni Gentile, un autore nei cui confronti Biagio ha sempre avuto una forte attrazione (più di quanta ne avesse per Benedetto Croce), ma allo stesso tempo era consapevole del limite assolutistico di quel pensiero (non è un caso Gentile sia diventato negli ultimi inquieti decenni un autore sempre più presente: si pensi al dialogo con Emanuele Severino, Disputa sul divenire. Gentile e Severino – 2013 -, ma anche, nel libro apparso prima di lasciarci, il capitolo dedicato a Gentile, e, posso dirlo, il progetto iniziale era un libro proprio su Gentile). Intorno a de Giovanni e alla casa editrice De Donato si forma a Bari, a cavallo dei Sessanta e Settanta, una vera e propria scuola (con un soprannome: ècole barisienne), che annovera, fra gli altri, Giuseppe Vacca, Franco De Felice, Franco Cassano (altro carissimo amico che voglio qui ricordare), e che incrocia il percorso di personalità del diritto come Aldo Schiavone e Pietro Barcellona ed un protagonista della politica come Pietro Ingrao. Su Democrazia e diritto nel 1973 apparve un saggio di de Giovanni, Marx e lo Stato, possente alternativa alla classica lettura che, della marxiana Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Galvano Della Volpe aveva proposto nel 1962. Gli anni Settanta sono caratterizzati da una presenza fra le più autorevoli nella produzione culturale che gravitava intorno al Partito comunista italiano: la costruzione del rapporto fra funzione intellettuale e politica, la polemica con Norberto Bobbio (e gli intellettuali che si raccoglievano intorno alla rivista Mondoperaio) su democrazia e socialismo, e molto altro ancora.

Nelle conversazioni private Biagio non amava tornare ai suoi anni “marxisti”. Soleva raccontare che un autorevole dirigente del Partito comunista italiano gli aveva fatto notare che il suo La teoria politica delle classi nel ‘Capitale’ (1976), ambiziosa rilettura del marxismo a partire da Gramsci, era uscito lo stesso anno di Krisis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein di Massimo Cacciari, che aveva rivoluzionato il dibattito filosofico in Italia, spostando radicalmente i temi della discussione. Eppure, verrà il tempo che la cultura italiana dovrà riconsiderare il marxismo italiano di quegli anni, perché sotto la corteccia di categorie che oggi avvertiamo come assai lontane, vi erano visioni alternative sul rapporto fra politica e società che conservano attualità, soprattutto nel disordine pratico e teorico del nostro tempo. Si confrontavano due idee: se la politica debba innervarsi nel mondo, assumendone le direzioni e governando così i processi immanenti al reale (era l’hegelo-marxismo di de Giovanni e Vacca, che dalla sua aveva non solo Gramsci, ma anche la tradizione dello storicismo marxista, allora rappresentato da Nicola Badaloni e Cesare Luporini), oppure al mondo la politica debba contrapporsi, facendo valere l’irruzione del novum (era il marxismo in dialogo diretto con le filosofie europee, del primo Novecento, cosiddette della crisi: Mario Tronti, Massimo Cacciari, Alberto Asor Rosa e - più distante in una seconda fase - Antonio Negri). È significativo come nel corso dei decenni certe distanze si siano accorciate, e in fondo su una condizione di disincanto radicale possano ritrovarsi, sia pure con diverse vie d’uscita, il Tronti di Dello spirito libero (2015) e il de Giovanni di Figure di apocalisse (2022). Ma su questo, a breve più avanti. Riprendiamo il filo della curvatura filosofia/presente storico.

Negli anni Ottanta Biagio de Giovanni torna ai classici (i “suoi” Hegel, Vico, Kant, Bruno, Spinoza). Il rapporto è con Marx filosofo e non il marxismo, grazie soprattutto al confronto dall’interno con letture critiche (esemplare quella di Augusto Del Noce) e con il filone storicistico incarnato da Antonio Labriola (e, ovviamente, La filosofia di Marx di Gentile). Inizia così nel 1981 l’avventura, durata alcuni anni, de Il Centauro. Rivista di filosofia e teoria politica, che de Giovanni fonda e dirige (ma con l’apporto importante di Massimo Cacciari). Prende piede la difesa del Moderno contro la nuova cultura filosofica del postmoderno (salvo Michel Foucault, Biagio si sentiva lontano dai francesi – Deleuze, Derrida, Lyotard) e la sua declinazione italiana (il pensiero debole di Gianni Vattimo). Non c’è però una Tradizione ed una fondamentale unità del mondo da difendere. L’identità del Moderno riposa piuttosto nel suo essere il tempo della scissione e del conflitto, che la figura del centauro di Machiavelli, scisso in una doppia natura, rappresenta. Non c’è (più) un ordine presupposto da ritrovare. C’è invece da attraversare la relazione contraddittoria fra le due nature. Bisogna seguire la contraddizione, perché essa, come ricorda una celebre pagina hegeliana, comporta saper «guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui». Un saggio pubblicato su Il Centauro nel 1982, Contraddizione e tempo fra Kant e Hegel, è la testimonianza più importante di Biagio in questa direzione.

Nell’agosto del 1989, pochi mesi prima della caduta del Muro di Berlino, su L’Unità appare un articolo di de Giovanni dal titolo C’era una volta Togliatti… (seguiranno subito due libri nella stessa direzione), che fa scandalo nel mondo comunista. Non erano infrequenti nell’uomo balzi anticipatori. Per de Giovanni si è chiusa una pagina della storia politica italiana. Lo attende ora l’Europa, dove sarà protagonista al livello istituzionale. Nel 2002 appare L’ambigua potenza dell’Europa e, subito dopo, La filosofia e l’Europa moderna (2004). Il nesso Europa/filosofia/sovranità politica lo accompagna per alcuni anni, ma presto arriva una nuova consapevolezza sul presente. 

Nel 2011 appare Hegel e Spinoza. Dialogo sul Moderno, «uno dei più grandi libri della filosofia europea degli ultimi decenni», ha scritto Aldo Schiavone. Il compito della filosofia, e questa fu la missione – secondo vie tangenti e diverse- dei due giganti del pensiero richiamati nel titolo, è ora per de Giovanni quello della salvezza del Moderno dalla spirale della crisi che lo accompagna fin dal suo nascere, una volta che il mondo si sia scoperto finito e contingente. Pur continuando a guardare a questo versante della ricerca teorica, che lo portò ad un confronto serrato con Emanuele Severino, la filosofia per de Giovanni doveva però innervarsi nel mondo, per sua interna costituzione, com’era stato dal principio della sua ricerca, fin dal primissimo lavoro sul negozio giuridico. Una volta mi disse che considerava una fortuna essersi laureato in giurisprudenza, e non in filosofia, perché questo lo teneva ben radicato nelle cose. De Giovanni torna alla teoria del diritto, più precisamente al rapporto fra democrazia e costituzionalismo, perché è nelle forme istituzionali del mondo che va perseguita la salvezza del Moderno. Fra il 2013 ed il 2018 c’è un trittico di libri, che vanno anche in progressione logica: Alle origini della democrazia di massa. I filosofi e i giuristi; Elogio della sovranità politica; Kelsen e Schmitt. Oltre il Novecento (quest’ultimo un libro la cui scrittura ho avuto la fortuna di seguire passo dopo passo). Soprattutto nell’ultimo libro, nella descrizione dell’immane sforzo kelseniano di costruzione del diritto come forma pura, quale possibilità di salvezza del mondo al cospetto dello schmittiano scontro radicale fra potenze, si avverte la percezione della fine di un’epoca. Ormai è forma contro materia.

L’ultima filosofia di de Giovanni è una filosofia del combattimento. La capacità della filosofia di penetrazione nel mondo è sfidata all’estremo, quasi il monito che all’inizio del Novecento Max Weber rivolgeva all’uomo politico: «il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile». È un corpo a corpo della filosofia con l’altro da sé. Bisogna ritessere le membra di un corpo in frantumi, ritrovando nessi e punti da cui far ripartire l’insieme, ma questo è possibile solo se filosofia e cultura riannodano il loro rapporto interno con il presente storico. Il “sapere assoluto” hegeliano, ci ha detto de Giovanni nell’ultima sua innovativa lettura della Fenomenologia dello spirito di Hegel, apparsa lo scorso anno, è l’esatto contrario della chiusura di tutto in un sistema, destinato a ripetere soltanto sé stesso di fronte alla complessità del mondo. Esso è, invece, a partire da una condizione finita, proprio l’apertura infinita a quella complessità, la quale sola consente di pensare l’impensabile, di sforzarsi, contro la sentenza di Wittgenstein, di dire ciò di cui non si può parlare, come scriveva Theodor W. Adorno, un autore cui de Giovanni si era riaccostato negli ultimi anni. Ultimamente avevo sottoposto a Biagio una nuova interpretazione di Hegel che veniva dagli Stati Uniti, quella di Robert B. Brandom, che scaturiva dalla filosofia analitica e dal neo-pragmatismo americano, espressione di una risalente tradizione di studi hegeliani in terra statunitense, rappresentata da personalità come Dewey, Sellars e, in una certa misura, Rorty. La ricezione americana di Hegel è rimasta però estranea al tono metafisico dell’hegelismo europeo. E infatti, dopo avere letto alcuni testi di Brandom che gli avevo inviato, molto significativamente Biagio mi aveva risposto che, se Hegel fosse stato quello, non sarebbe stato l’autore della sua vita. Una filosofia del combattimento non poteva convergere con la restaurazione di una prospettiva razionalista. Disincanto e razionalismo non vanno agevolmente d’accordo.

Da molti anni avevo con Biagio la consuetudine di trascorrere in estate dei pomeriggi nella sua bella casa nella campagna di Ostuni, negli ultimi anni della malattia sotto la vigile presenza di Silvana. Da quel punto isolato del Salento si guardava il mondo a trecentosessanta gradi. Perché la filosofia è in fondo questo, ritrovare il senso nel frammento. Un’epoca si è esaurita, ma Biagio de Giovanni, che con la sua partenza ha voluto certificarlo, ci invita a seguire le tracce di un possibile e nuovo rapporto fra filosofia e tempo, cultura e società. Procediamo ora sperimentalmente, diciamo pure combattivi, senza più il conforto di filosofie della storia, ma costruendo precari criteri di ragione. Dopo il disincanto, al cospetto di un mondo ormai in frantumi ed in preda alla disgregazione, dobbiamo capire come riscoprire la ragione. «C’è sempre qualcosa di più che succede là dentro, l’avvenimento lo porta in sé, lo mostra e lo lascia capire», scriveva Ernst Bloch, aggiungendo che erano «tracce», e poteva farlo perché in fondo, per lui, pur nel contesto della Berlino del 1930, che non lasciava molto sperare, la terra era fatta di «materia utopica».

29/04/2026
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