Nell’ultimo libro di Ennio Tomaselli (Il cerchio più piccolo, ed. Manni) riemergono, in forme diverse, alcune tematiche presenti nel precedente (Uno come tanti). Una su tutte: la difficile ricerca della verità alla quale tende la giustizia, che sovente si ferma all’apparenza, scontando limiti oggettivi e soggettivi, ma talvolta -grazie all’impegno, alla dedizione ed alla sensibilità di qualcuno dei protagonisti- riesce ad avvicinarsi al cerchio più piccolo, tra i tanti, aggrovigliati al punto da apparire inestricabili, che sono la metafora della vita, con la sua complessità e le sue contraddizioni.
Un processo di Corte d’Assise per un omicidio attribuito ad un giovane immigrato vede, tra i componenti del collegio giudicante, un ex pm minorile (Marcello Rinaldi) ed una giudice popolare (Alessandra Baiardi), che ha accettato l’incarico non senza qualche perplessità. Il primo si occupa dell’imputato per la seconda volta nell’arco della sua esperienza professionale. Nella precedente occasione, lo stesso giovane era stato accusato di un omicidio commesso -nell’ipotesi di accusa- da minorenne. Il pm aveva ottenuto dal gip l’archiviazione del procedimento. Esito assolutorio avrà anche la seconda vicenda giudiziaria, nonostante -come nel primo caso- tra gli elementi a carico dell’imputato vi fossero più testimonianze apparentemente solide quanto alla ricostruzione dell’accaduto (in entrambi i casi, una persona era stata gettata sotto un treno al culmine di una lite) ed al coinvolgimento in esso dell’imputato.
Tra i due giudici nasce, durante il processo, una relazione sentimentale, definita dall’Autore «una storia sbagliata». Ma non sempre da una storia sbagliata derivano conseguenze dello stesso tipo, cioè sbagliate, con problematiche da gestire da parte delle persone che prima ne sono state coinvolte e poi ne sono uscite, a volte in modo traumatico e molto doloroso. E’ questo uno dei messaggi che l’Autore ci lascia: non per un ossequio tutto letterario al principio del lieto fine, ma per una vera e propria empatia che egli riesce a far sorgere nel lettore verso i protagonisti, accomunati dalla ricerca della verità, anche nei suoi aspetti che appaiono più insondabili, e disposti a fare di tutto (fin troppo e non sempre in modo ortodosso) per trovarla la verità, ben oltre i limiti imposti dalle regole che disciplinano lo svolgimento di un processo in Corte d’Assise. I protagonisti sono giudici, ma anche persone interessate a scavare per conoscere e capire l’accaduto e poter dare, in piena coscienza, a ciascuno il suo. Da giudicanti nello stesso processo, saranno ciascuno autonomo rispetto all’altro, per cui voteranno uno per la colpevolezza e l’altro per l’innocenza dell’imputato. La prevalenza dell’orientamento assolutorio, che si affermerà, in camera di consiglio, all’esito di una discussione seria e ampia, innescherà una serie di altre conseguenze, ciascuna corrispondente ad un colpo di scena. Questi ultimi si susseguiranno fino alla fine della storia, come nel precedente romanzo scritto dall’Autore.
Qui si ripropone lo stile narrativo al quale ci ha ormai abituato Ennio Tomaselli, ex magistrato con plurime esperienze professionali, da requirente e da giudicante[1]. Di più. Ennio Tomaselli è stato magistrato con una specifica attenzione alle tematiche della devianza minorile, e ciò sicuramente ha inciso su una parte importante del suo percorso professionale, di pm e di giudice presso un Tribunale per i minorenni. E spiega anche come mai l’imputato al centro di due vicende giudiziarie delle quali il magistrato Marcello Rinaldi si è occupato, la prima volta, era minorenne. Facile sarebbe, a questo punto, affermare che vi è una naturale identificazione dell’Autore nella figura del protagonista, anch’egli, prima, pm presso il Tribunale per i minorenni di Bologna, poi giudice a Torino, in entrambi i casi per nulla appiattito sulle ipotesi investigative, anche quando queste parrebbero fondate sulla forza probatoria di testimoni oculari, i cui contributi egli analizza con l’intelligenza critica di chi è calato fino in fondo nel proprio ruolo. E altrettanto potrebbe dirsi della giudice popolare, di orientamento opposto al suo, con la quale, nel corso del processo nascerà una relazione sentimentale destinata a sviluppi stabili, se non intervenissero eventi tragici.
Il romanzo - come è nello stile dell’Autore, ormai noto ai lettori che lo seguono da tempo - acquista, a partire da questo passaggio, una vera e propria accelerazione nel ritmo, che diventa davvero incalzante. Nella seconda parte la narrazione continua a svilupparsi lungo le coordinate della ricerca della verità, che la fine del processo non ha evidentemente consentito di attingere, se non nei limiti della verità processuale. Molti saranno gli eventi sorprendenti per il lettore: nella vita della giudice popolare Alessandra Baiardi; in quella del giovane Jesus, il cui inserimento sociale si realizzerà lungo un percorso non lineare e faticoso; nella comparsa sulla scena di due dei protagonisti del precedente romanzo (anch’essi magistrati). Quest’ultimo particolare, per la verità, lungi dal risultare una forzatura narrativa, volta ad accentuare l’attenzione del lettore, si inserisce coerentemente nel quadro del Tomaselli romanziere: autore maturo, che non nasconde (non può farlo e neppure vi sarebbe tenuto) la sua permanente attenzione ad un mondo -quello giudiziario- che ha profondamente segnato la sua vita.
E qui è il cuore della vicenda narrativa, ma anche il messaggio principale che l’Autore vuole affidarci e sul quale sembra voler richiamare con forza l’attenzione del lettore. La giustizia fa quello che può. Attraverso percorsi obbligati (quelli imposti dalle regole processuali) può peraltro capitare che essa si muova lungo coordinate casualmente positive, essendo amministrata da magistrati (non solo giudici, perfino pm!) autenticamente autonomi nel giudizio e perciò naturalmente portati a non fermarsi all’apparenza, ma ad approfondire quest’ultima, fino a tentare -almeno- di attingere ciò che si cela dietro il groviglio dei fili in cui si avviluppano i fatti accaduti. Ma anche in tal caso non sempre essa riesce a ricostruire tutti i particolari in cui si è sviluppata la vicenda che entra in un fascicolo e in un’aula di Corte d’Assise. Uno strumento limitato e imperfetto, che deve misurarsi con una complessità mai facile da sbrogliare. Il mai facile rapporto tra giustizia e verità, in questo caso, può essere correttamente evocato, non per richiamare -come sovente accade- l’attenzione generale su vicende irrisolte di criminalità mafiosa, ma come connotato tipico di un’attività umana (quella giudiziaria), comunque irrinunciabile nella vita di una comunità.
L’altro messaggio è quello -già accennato - che può più facilmente arrivare al lettore non giurista, ma pur sempre emotivamente coinvolto, in un crescendo di colpi di scena, dalla storia sbagliata e dalle sue conseguenze. Come è noto, l’espressione -che ha avuto una meritata fortuna, nella musica prima che nella letteratura - vista la sua indiscutibile efficacia significante, evoca vicende umane contradditorie, sicché molti sarebbero portati a concludere che, se la storia si è rivelata sbagliata, meglio sarebbe stato se non fosse neppure iniziata. Ennio Tomaselli ci fa riflettere anche su quest’ultimo aspetto e la sua idea non è per nulla aderente ad una simile semplificazione. Il suo atteggiamento non è quello di chi vuole prendere posizione su una questione di eticità di determinati comportamenti umani o addirittura di stili di vita. Prevale in lui, all’evidenza, lo sguardo di chi, all’esito di un percorso professionale certamente ricco e vissuto con passione, ha acquisito una particolare attenzione alla complessità delle vicende umane: le quali debbono sempre essere considerate nel loro insieme, al punto che, a volte, neppure certi passaggi tragici possono essere ritenuti i momenti del giudizio finale su di esse.
Certamente va osservato che la gran parte dei magistrati protagonisti dei fatti narrati attirano le simpatie dei lettori. Con i tempi che corrono, anche questa è una originalità narrativa, sulla quale facile sarebbe osservare che ciò deriva dal fatto che si è in presenza di un libro su una vicenda di giustizia scritto da un magistrato. Abbandonandosi ad un giudizio condizionato da un approccio di tipo realistico, non può dirsi che i magistrati protagonisti della storia siano dei modelli. Si può anzi affermare che la fortuna li assiste anche quando si lanciano in operazioni disinvolte sul piano della deontologia: mai una conseguenza disciplinare, ma neppure ciò che spesso ne costituisce la premessa, e cioè che i loro comportamenti diventino di pubblico dominio. Tutto ciò aumenta il coinvolgimento emotivo del lettore, sia giurista che non addetto ai lavori, e fa parte di quel ritmo narrativo (unitamente alla pluralità dei generi letterari che si sviluppano fianco a fianco nella narrazione) che ormai costituisce una delle cifre dell’Autore.
[1] Ahi! E questi cambiamenti di funzioni come si sono risolti, per lui e per i suoi imputati? Sono stati per lui un arricchimento professionale? Oppure l’esito di una deplorevole possibilità da lui sfruttata per il suo comodo e che può averlo reso -da giudice- appiattito sul pm del processo? Ma no! Il referendum si è già concluso e dunque basta con i luoghi comuni e le polemiche collegate: sempre che sarà davvero possibile voltare pagina e occuparsi seriamente di giustizia.