Magistratura democratica
Magistratura e società

L'amore in gabbia. La ricerca della libertà, dai Detenuti ai Magistrati, nell’arretrare della Democrazia *

di Fulvio Maria Longavita
Vicepresidente aggiunto onorario della Corte dei Conti

Non è facile parlare del libro della dott.ssa Stasio, l’Amore in Gabbia, per le sue particolari caratteristiche, quali individuate molto bene dal suo stesso protagonista: Gianluca. È un libro, dice Gianluca, «Politico. Di inchiesta. Denso. Onesto. Pieno di questo fenomeno che si chiama vita: mia, tua, universale. Una storia diversa, ma come tante altre. Povertà e degrado, ma anche grandi ricchezze e rivincite. Abbandono, sì, […] ma anche incontri incredibili, attenzione e cura» (pag. 169).

Aggiungo: un libro fluente, gradevole, scritto con quella capacità espositiva e quella delicata sensibilità che sono tipiche delle donne, giornaliste, di livello. 

La lettura del libro mi ha procurato tante emozioni e tanti stati d’animo, alcuni anche molto diversi tra loro: pietà e commozione, ma anche indignazione e moto di lotta per (ri)conquiste sociali di beni comuni che pensavo ormai acquisiti per sempre. Su tutti è prevalso un senso di benessere culturale, che mi ha aiutato a comprendere meglio le ragioni recondite e più nascoste della mia passione per la Giustizia: di quella passione, cioè, che mi ha spinto a studiare Giurisprudenza e ad essere Magistrato della Corte dei conti.

L’iter espositivo del libro, che oscilla tra la narrativa e la saggistica, nel suo aspetto saliente, per il quale i diritti dei fragili non sono diritti fragili, coniuga molto bene le due principali tendenze della scienza giuridica: quella verso l’alto, alla ricerca dei valori etici dell’uomo, compendiabili nel sentimento di Giustizia; quella – di direzione opposta – verso il basso, alla ricerca della verifica del grado di realizzazione di tali valori nella quotidianità della vita, propria e degli altri, negli ambienti – anche europei ed internazionali – che compartecipiamo.

A queste due linee di ricerca, che – credo – costituiscono il filo rosso dei tanti temi trattati nel libro, si raccorda il sentimento dell’Amore per la Giustizia, quale vera, grande forza dinamica della Vita.

Giustizia, Amore e Vita, nel libro della dott.ssa Stasio si equivalgono e prendono il volto di Gianluca: protagonista di una storia di perdizione e sofferenza, ma anche di redenzione e pace. È la storia della Sua vita in carcere, dei Suoi compagni di cella, delle Sue difficoltà rieducative e di reinserimento nella società civile.

La sintesi dell’esperienza di Gianluca rende concreta, ma con valenza generale, l’idea che per saper vivere bisogna saper amare. La rieducazione del detenuto alla vita libera passa necessariamente dalla riscoperta della sua capacità di amare e di sapersi relazionare. Fintantoché egli non riacquista questa capacità, il fine pena non segna pienamente la libertà del detenuto, trattenendo in gabbia il suo Cuore, con le conseguenti, intuitive ricadute negative sulle relazioni che tenta di ricostruire.

L’Amore e la Libertà, che dell’Amore ne è il principale attributo, costituiscono la fonte vitale dell’Uomo: il Suo Spirito. 

Nel contesto del libro, il Cogito ergo sum, di Cartesio, diventa l’Amo ergo sum della persona umana, il cui rispetto è imposto finanche alla Legge (art. 32, c.2, Cost.)

La storia di Gianluca mette a nudo il vuoto affettivo che la morte del padre gli ha provocato, spingendolo verso la droga: prima come consumatore e poi anche come spacciatore. Un vuoto che, non potuto compensare dalla madre (intenta a coprire con il suo lavoro il fabbisogno familiare), che pure lo amava, è stato ingigantito dalla durezza della vita carceraria, ben lontana da quel senso di umanità della pena che soltanto può favorire la rieducazione del condannato, secondo le chiare indicazioni dell’art. 27, c. 3, Cost.

Notevole la considerazione, chiaramente espressa nel libro, che un vuoto d’Amore può essere colmato soltanto dall’Amore mancante: a nulla valgono i metodi autoritari, se non ad allargare a dismisura le dimensioni di questo vuoto.

È il pensiero di Emily Dickinson, più volte riportato nel libro: «Per chiudere una falla devi inserirvi ciò che la produsse. Se con qualcosa d’altro vuoi richiuderla ti si spalancherà sempre più grande».

Solo quando Gianluca potrà “sperimentare” il sistema rieducativo del carcere di Bollate, riavvertirà gli impulsi vitali dell’Amore, che lo porteranno a guardarsi dentro, a scoprire se stesso (nei suoi talenti) e a ricostruirsi nelle sue relazioni affettive fondamentali di figlio, fratello, compagno e padre. 

Nel contesto del libro, l’Amore, come fonte di Vita, acquista un potente significato giuridico-politico, quale precondizione per l’affermazione del principio di uguaglianza sostanziale, di cui all’art. 3, c.2, Cost. sotto il profilo – principalmente – che solo l’Amore effettivamente consente il «pieno sviluppo della persona umana» e la corretta, effettiva «partecipazione di tutti […] all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

In questa ottica, l’Amore diventa anche canone d’interpretazione della Legge, accanto ai tre criteri ermeneuti espressamente previsti dall’art. 12 delle preleggi (letterale, sistematico e teleologico), con forza esegetica prevalente rispetto ad essi, in quanto Spirito unificante dell’Uomo e della Legge, che si esprime nella Humanitas: nella convergenza, cioè, nell’Uomo sia della Sua capacità creativa del diritto che della Sua soggezione ad esso. Non si può legiferare con la riserva (forse neanche confessata a se stessi) che le adottande disposizioni valgano per gli altri, per i deboli, e non anche per i forti, che poi sono anche quelli che legiferano o – addirittura – inducono a legiferare.

Il libro, nella delicatezza dei sentimenti che esprime, porta a leggere l’insieme delle regole e dei principi della nostra Costituzione come un inno d’Amore: l’inno degli italiani per la Libertà appena ritrovata, per la riconquistata capacità ai buoni sentimenti, per l’impegno di garantire la definitiva messa al bando del fascismo, «sotto qualsiasi forma» esso si fosse ripresentato (XII disp. trans. e fin. Cost.).

Nel patrimonio valoriale della Costituzione, l’Uomo, nella triplice dimensione di Corpo, Mente e Spirito, evidenziata anche dall’Autrice del libro, è collocato al centro dell’ordinamento giuridico, in perfetta assonanza con la Sua centralità nel Creato, al punto che “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art. 32, c. 2, Cost.). 

Siamo al rapporto dell’Uomo con il Sabato: questo è al servizio di quello e non viceversa, secondo la visione etica del diritto, pienamente condivisa da tutti i Costituenti, laici e cattolici.

La trasposizione giuridico-costituzionale dell’Umanità della Persona si avverte in tutta la potenza lirica del libro, soprattutto laddove essa pone il fondamento del principio di uguaglianza dei cittadini sulla base etica della loro pari dignità sociale (art. 3, c.1, Cost.).

La pari dignità sociale dell’Uomo, dal canto suo, fonda anche la natura democratica della nostra Repubblica e l’intestazione al Popolo (a tutto il Popolo e non solo a quella parte di Esso che ha votato i partiti di maggioranza) della Sovranità, quale capacità di esprimere la volontà pubblica, da esercitare nelle forme e nei limiti della Costituzione (art. 1 Cost.), ivi comprendendo la tutela delle minoranze.

Nell’ambito delle forme e dei limiti che strutturano la Repubblica Italiana, si pone il riconoscimento, al più alto livello normativo, dei «diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» (art. 2 Cost.). Sono proprio questi diritti, e – per essi – i valori etici che li ispirano (Libertà, Uguaglianza, Salute, Solidarietà, Istruzione, ecc.), che danno senso e concretezza alla pari dignità delle persone, fortemente evidenziata nel libro. Sono i diritti inviolabili che, nel loro complesso valoriale, concorrono a identificare l’Uomo come Essere creato a immagine di Dio, secondo le tre principali religioni Abramitiche, ovvero come fine in sé e mai come mezzo, secondo l’etica filosofica di E. Kant.

A questo nucleo di diritti si correla il potere-dovere di Buona Amministrazione della classe dirigente e di Governo (art. 97 Cost.) e l’esercizio delle “funzioni pubbliche con disciplina ed onore” (art. 54, c. 2, Cost.), correlato al necessario rispetto non solo delle regole di diritto (disciplina), ma anche – e soprattutto – di quelle di particolare consistenza etica (onore), nella consapevolezza che la loro mancata piena soddisfazione segna una battuta d’arresto nel processo di attuazione dei valori costituzionali. 

Il libro individua nel carcere uno degli osservatori privilegiati di valutazione del grado di Umanità della politica e, quindi, del diritto.

L’indagine, che attraversa la storia di Gianluca, restituisce una realtà spaventosa, per sovraffollamento carcerario, egemonia culturale dei detenuti a più elevata capacità criminale, inadeguatezza dell’Amministrazione penitenziaria, ancora troppe volte intenta ad agire con quella gelida crudeltà burocratica e autoritaria, a suo tempo denunziata anche da Piero Calamandrei.

Il riferimento nel libro è a chi, Sottosegretario di Stato alla Giustizia, in un discorso istituzionale ha espresso gioia [nel] togliere l’aria a chi è stato arrestato (pag. 125). 

Siamo agli antipodi della funzione rieducativa della pena. Siamo all’applicazione de facto della pena come castigo, in funzione restitutoria del male commesso, ispirata da sentimenti di odio e vendetta, banditi sin dall’antichità, non solo da Dio nei confronti di Caino, ma anche dal pensiero laico di Protagora e del giureconsulto Paolo.

La dott.ssa Stasio offre al lettore uno spaccato davvero struggente, che impressiona e commuove per chiarezza, concretezza e lucidità di racconto, toccando aspetti significativi dell’attuale politica generale di Governo (art. 95 Cost.), piuttosto distante dal comune sentire della Politica Nazionale, che i cittadini manifestano nella loro vita associativa (art. 49 Cost.).

Politica generale di Governo e Politica Nazionale, che nell’idea democratica della nostra Carta fondamentale avrebbero dovuto sempre convergere, sono – ora – divaricate dallo strano (e pericoloso) fenomeno dell’assenteismo elettorale: i votanti sono ben al di sotto del 50% degli aventi diritto e, nel quadro di deficit democratico che caratterizza i nostri tempi, gli istinti nazionalisti stanno chiudendo in gabbia l’Amore per la Nazione, che la maggioranza degli italiani prova, nel volersi continuare a riconoscere nei valori della Costituzione.

Il libro, prendendo spunto dalla storia personale di Gianluca, fotografa molto bene la crisi dei principi di democrazia e solidarietà, di uguaglianza e pluralismo (anche religioso), come pure della cultura e della pace, oltre che della tutela dell’ambiente, del paesaggio, dell’arte e dello straniero, declinati nei primi 11 articoli della Carta fondamentale.

Il carcere, nelle considerazioni dell’Autrice del libro, pienamente aderenti allo stato delle cose, è visto come un «contenitore nel quale buttare anche il dissenso e, più in generale, tutto ciò che [il Governo] non vuole o non sa affrontare, dai migranti al disagio sociale, che perciò va chiuso in gabbia [come scarto sociale], possibilmente a marcire, cavalcando l’inganno secondo cui solo la gabbia garantisce legalità e sicurezza» (pag. 162).

Siamo al ribaltamento, annota giustamente la Stasio, delle priorità costituzionali, legate al rispetto della Persona Umana e alla fondamentale esigenza che il sistema pubblico assicuri a tutti i cittadini una esistenza libera e dignitosa (art. 36 Cost.), lontana da dispotismi, arbitri, abusi e privazioni. 

I decreti Sicurezza compartecipano questo ribaltamento, in una visione del valore della Sicurezza che supera quello della Libertà, in una logica panpenalistica, contro la quale – vale annotarlo – si è levato alto anche il grido d’allarme della Suprema Corte di Cassazione, nell’Assemblea Generale del 19 giugno u.s.. Sono stati introdotti ben 60 nuove figure di reato. Sono state ampliate le maglie di incriminazione di reati già esistenti. È stato varato un generale e sensibile inasprimento delle pene. Si è giunti finanche alla criminalizzazione della resistenza passiva nelle carceri e nei c.d. centri di accoglienza per migranti, come ricordato anche nel libro, mentre – aggiungo – la mera detenzione di dépliant che illustrano il funzionamento di armi, legittima l’arresto in flagranza per il reato di terrorismo, senza neanche il preventivo accertamento delle intenzioni di chi li detiene. 

La sanzione penale, da sempre considerata extrema ratio del nostro ordinamento giuridico, sta ora dilagando a dismisura, nel processo di criminalizzazione diffusa e violenta dei decreti sicurezza.

Con tali decreti – mi pare giusto ricordarlo, dato il tema del libro – sono stati anche revocati alcuni benefici carcerari storici, come la incompatibilità assoluta con gli ambienti detentivi delle gestanti e delle puerpere, fino ad un anno di vita del bambino.

La stessa indipendenza dei Magistrati è messa in discussione, come ricorda l’Autrice, da una riforma della giustizia, ridotta – a mio avviso – alla mera separazione delle carriere dei PP.MM. da quelli dei Giudici, nel chiaro intento di porre entrambi sotto lo schiaffo dell’Alta Corte di Giustizia, a prevalente caratura Politica. 

La realtà carceraria italiana, già pesante, si è ulteriormente aggravata, ponendo la vita dei detenuti molto al di sotto di ogni tollerabile forma di garanzia e di rispetto della Persona Umana.

La Politica di Governo è ben lontana da una possibile inversione di tendenza. Alcuni dei suoi uomini, anzi, hanno accolto con ironia quelle pronunce della Consulta che tendono a guadagnare terreno alla funzione rieducativa della pena, come la sent. n. 10 del 26 gennaio 2024, su cui si è intrattenuta la Stasio, quale pronuncia che ha finalmente riconosciuto il concreto esercizio del diritto all’affettività (anche intima) dei detenuti, nel rilievo che senza Amore non è possibile alcun serio recupero del condannato e del suo reinserimento nella società civile.

La separazione delle Carriere dei Magistrati, che muove verso la chiusura in gabbia anche del cuore dei Magistrati, allunga ombre pesantissime pure sui destini dei Giudici di Sorveglianza, mi sembra giusto evidenziarlo, ai quali – com’è noto – spetta di vigilare sulla corretta esecuzione delle pene, assicurandone la corrispondenza al rispetto della Persona Umana, per la effettiva rieducazione del condannato.

Il referendum sulla riforma della Giustizia del prossimo marzo può davvero costituire – a mio avviso – il primo banco di prova della capacità del Popolo Italiano di neutralizzare – a dirlo con le parole del libro – il veleno che le politiche sovraniste stanno inoculando nel Mondo e in Italia.

Anche l’antidoto a questo veleno è stato ben individuato dall’Autrice nella capacità di Amare, propria della stragrande maggioranza degli italiani, in rapporto alla quale è giusto – anche in senso giuridico – rivendicare con energia la piena attuazione della nostra Costituzione, da tutti ritenuta la più bella del Mondo. 

G. Orwell ci avverte: i regimi totalitari «temono l’Amore, perché crea un mondo che non possono controllare», mentre S. Paolo ci ricorda che «contro l’Amore non c’è Legge».

[*]

Intervento svolto a Castelnuovo di Porto (RM) il 1 febbraio 2026

28/02/2026
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