Come si vive, davvero, nel carcere? E cosa si pensa, restando rinchiusi? Come si fanno scorrere quelle giornate di “vita sospesa”, in attesa di tornare in libertà?
Incognite drammatiche che dovrebbe porsi ogni coscienza ragionando sul senso proprio della libertà individuale, e sul significato stesso dell’esistenza una volta che della libertà si è privati. Difficile immedesimarsi in una esperienza così totalizzante come la detenzione, se non la si è personalmente provata: non pochi sono gli esperimenti letterari che si sono misurati con un esercizio così denso e drammatico (tra i tanti, e i più riusciti, ricordiamo il racconto di Sandro Bonvissuto, Dentro, realistica testimonianza di solitudine e di disperazione nel trovarsi sbalzati in una realtà ostile e ferocemente disumana). Eppure tutti, ed in egual misura, meritano il riconoscimento per avere provato ad aprire squarci di conoscenza su una realtà che per vero non interessa alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, a cui sta bene che quei cancelli restino chiusi, che quei muri rimangano invalicabili, che di quelle tante persone che vi sono rinchiuse ci si dimentichi, e che dei loro futuri destini non ci si debba più occupare.
Glauco Giostra si affida alla letteratura per occuparsi ancora di carcere, dopo averlo fatto per lunghi anni da studioso, impegnato anche come coordinatore del Comitato Scientifico per gli Stati Generali dell’Esecuzione penale: occasione questa purtroppo sprecata dalle stesse forze politiche che l’avevano promossa nell’intento di conoscere e far conoscere meglio le condizioni carcerarie in Italia, così severamente poste all’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che in più occasioni ha condannato il nostro Paese per la violazione della dignità delle persone dei detenuti.
Lo fa affidando la sua visione e le sue convinzioni di esperto a quello che potremmo definire un apologo morale, ovvero la descrizione di una traiettoria esistenziale dalla caduta – anche se forzata dalle condizioni ambientali – alla salvezza personale, passando attraverso l’esperienza della crudeltà della reclusione, soprattutto per la disumanità di alcuni protagonisti, poi della ricaduta nel crimine, per mancanza di alternative una volta recuperata la libertà, fino all’imprevedibile e completo riscatto, attraverso rocamboleschi colpi di scena, tradimenti personali e gesti di amore assoluto, di quello che salva, anche quando il destino sembra avere già segnato la fine.
Antonio, il protagonista, entra in carcere a 20 anni, perché si è reso colpevole dell’omicidio del padre: una giustizia veloce e distratta, priva di ogni curiosità per le reali motivazioni che lo hanno spinto al delitto (quasi un manifesto di efficienza giudiziaria, che nell’ottica della “deflazione” non si fa domande e non ne pone) gli infligge una lunga detenzione, che inizia a scontare in un carcere in cui entra lasciando “tutto il suo vissuto fuori”: una separazione, tra quello che si era e quello che si diventa dentro le mura carcerarie, che è una punizione in sé, una mortificazione violenta dell’individuo, che lungi dall’invitarlo a riflettere sui suoi errori e sulle sue colpe, finisce per sospingerlo verso ambienti e stili di vita criminali. Eppure, la detenzione dovrebbe essere funzionale al recupero di una nuova individualità, frutto di un percorso rieducativo che d’altronde è quello che indica la nostra Carte costituzionale come scopo qualificante della pena detentiva. In realtà, l’ambiente carcerario così come è (ahimè, normalmente) concepito e lasciato sedimentare, non può che risultare, al contrario, criminogeno: capace di indurre, se non costringere, chi vi è ristretto, indipendentemente dalle sue attitudini e dalla sua precedente storia personale, ad adeguarsi a quei modelli di vita. Perché se da “fuori” sei rifiutato ormai come un prodotto guasto ed irrecuperabile, è solo chi è “dentro” come te che può darti ancora se non un sostegno, almeno una prospettiva di futuro.
Attraverso il legame nato entro le mura del carcere di un altro detenuto, il Muto, a cui lo accomuna un’identica matrice dei crimini commessi, Antonio una volta uscito, nonostante le buone intenzioni e gli sforzi per riprendere una vita onesta, ricade per disperazione e per mancanza di alternative nel crimine, anche nelle sue forme più efferate e violente: ma è proprio durante una di queste imprese che Antonio conosce l’invalicabilità del limite nel grido di pietà di Aurora, vittima di un tentativo di rapina destinato a concludersi con la violenza sessuale ai suoi danni. Con uno stratagemma, e con la solidarietà del Muto, Antonio riesce a portare in salvo la donna, sacrificando se stesso e l’amico, e così rientrando in quel carcere da cui era uscito ripromettendosi di non farvi ritorno. Ma questa volta tutto è diverso: Aurora è la ragione per cambiare davvero, e per impegnarsi in un percorso di rinnovamento e di rieducazione, attraverso lo studio prima, l’impegno professionale poi, e la dedizione continua alla persona che lo ha salvato ed ai suoi affetti più cari.
La parabola di questa difficile esistenza avrà ancora risvolti drammatici e dolorosi, ma nulla potrà più distogliere Antonio da quel buon cammino intrapreso grazie alla imprevedibile comprensione ricevuta da chi nella stessa occasione ha conosciuto il lato oscuro del suo aggressore, e al tempo stesso la sua natura buona e pietosa: e sarà proprio alla generosità della sua vittima, ed alla sua capacità di guardare nel profondo l’animo della persona che l’ha salvata sacrificando la propria libertà, che il protagonista, nonostante le tante difficoltà e tragedie disseminate sulla sua strada, riuscirà a diventare la persona che ha meritato di essere.
Tra alti e bassi, tra vittorie e sconfitte, la traiettoria di Antonio incrocia quelle che sono le difficoltà tipiche di chi, per scelta o per necessità, ha iniziato sbagliando ma poi ha cercato di guadagnarsi un destino migliore: difficoltà difficilmente superabili individualmente, stante la normale ostilità della società, la mancanza di occasioni per reinserirsi, la stessa impossibilità, a volte, di riconoscere le ragioni per intraprendere un percorso di questo genere. Glauco Giostra, che il carcere vero ha studiato a fondo, cercando anche di introdurvi elementi positivi in grado di migliorare la qualità della detenzione e di ridare speranza a chi si trova ad abitarlo, ha dato modo al suo lettore prima di tutto di riflettere su questo mondo separato, sulle difficoltà che vi incontra chi pure ha meritato di esservi rinchiuso, ma che comunque ha diritto non solo a trattamenti umani e rispettosi della sua dignità di persona, ma anche a coltivare il più umano e vitale dei sentimenti, la speranza.
Ci sarebbe davvero bisogno di una conoscenza migliore, da parte non solo degli operatori di giustizia, ma anche dalla generalità dei cittadini, di cosa è la vita in carcere, di cosa serve davvero per dare, a chi vi è condannato, una concreta possibilità di non farvi ritorno, aumentando così la stessa sicurezza di quella società in difesa della quale è stata comminata la punizione. Le possibilità di documentarsi sono molte, attingendo alle stesse voci di chi detenuto è o è stato (tra le tante, si segnala qui un podcast di grande impatto reperibile su RaiPlaySound, Io ero il milanese, storia vera di una rinascita, dal crimine seriale alla responsabilità di individuo dedito anche al recupero di altri detenuti attraverso l’impegno in Ristretti Orizzonti e l’attività di mediatore di conflitti).
Glauco Giostra sceglie l’immaginazione, la fantasia, per affidarci la sua visione, e per spingere il lettore a formarsene una, per eliminare il buio, l’incoscienza, il pregiudizio, nei confronti di chi per definizione è relegato, separato, “fuori”, appunto. Una storia che mette il lettore di fronte al fatto che “fuori” per sempre non si può essere messi, che rientrare nel consesso civile risulta in fondo non così difficile se solo se ne ha l’occasione. Sono temi che interpellano sentimenti individuali, quali la generosità e la solidarietà, ma che più generalmente dovrebbero riguardare il progetto di società in cui si vorrebbe vivere.