Miguel Torga, poeta e scrittore portoghese del secolo scorso, nel suo Diário XII, scrisse: «O universal è o local sem muros»: l'universale è il locale senza mura.
In Tempo di Ritorno Ferdinando Cotugno racconta la storia della sua famiglia e lo fa abbattendo le mura della vita privata dei protagonisti - i nonni, i genitori, se stesso - non per renderla meramente pubblica, ma appunto universale.
Gli scenari principali sullo sfondo dei quali si svolgono le vite delle famiglie di origine dell’autore sono alcuni quartieri di Napoli: Bagnoli, i Quartieri Spagnoli, San Giovanni a Teduccio, Chiaia. Non Napoli nel suo insieme, ma solo alcuni suoi frammenti urbani, con la loro specifica identità, la loro miseria e nobiltà, la loro gerarchia sociale e la loro continua evoluzione verso uno sviluppo collettivo, familiare e personale che appare più inflitto dagli eventi che determinato dalla programmazione politica.
La cifra dell’universalità del racconto sta, almeno inizialmente, in un comune denominatore apparentemente sorprendente. Tutti i protagonisti della biografia familiare di Cotugno hanno costruito e consumato le proprie vite intorno all’uso sistemico e sterminato di carburanti fossili: carbone, gas e gasolio. Il nonno Ferdinando ha speso tutta la sua vita di gruista dell’Italsider di Bagnoli, movimentando milioni di tonnellate di carbone, il padre Luigi ha bruciato milioni di litri di gasolio per mandare avanti la sua piccola flotta di camion e la madre Giuseppina ha sostenuto l’avventura imprenditoriale del marito contabilizzando con cura il gasolio consumato e il gas trasportato. La dipendenza dai fossili è il tratto comune di tutti i membri della famiglia, come quella di tutti noi del resto, ieri come oggi. Sono stati i carburanti fossili i detonatori dello sviluppo economico mondiale degli ultimi due secoli, così come sono stati i responsabili della crisi climatica attuale e delle altalenanti fortune della famiglia dell’autore.
Il libro si apre con un bagno in mare di un gruppo di adolescenti di Bagnoli che nel 1963 raccolgono pezzi di carbon coke che galleggia a fior d’acqua dopo esser caduto dalle gru dell’Italsider manovrate proprio da nonno Ferdinando. Lo rivenderanno alle pizzerie del centro di Napoli. L’Italsider, l’acciaieria, «o’ cantiere», e ciò che a Bagnoli ne resta dopo la sua dismissione, assume durante tutto il libro il ruolo di simbolo delle aspettative private e collettive tradite e, al tempo stesso, di un modello di sviluppo ambientalmente e socialmente fallito. Il mare è l’attore non protagonista del libro, silenzioso e spesso invisibile. In mare ci s’immerge per necessità, per spavalderia, per consolazione. Il mare si solca a tutta velocità in motoscafo per trasportare un carico di sigarette di contrabbando. Il mare si cerca affannosamente con gli occhi ogni volta che le barriere industriali ne sequestrano la vista.
La crisi climatica preannuncia un disastro planetario a cui tutti abbiamo collaborato, da generazioni. Il miraggio del benessere fondato sul fossile ha preparato il crollo sistemico a lungo termine del sistema ambientale e di quello umano contemporaneamente. In più, la legittima aspirazione all’affrancamento dalla miseria di milioni di persone si è infranta contro lo scoglio del cinismo del capitalismo di mercato, che apre e chiude fabbriche e cantieri così come apre e chiude i destini individuali e collettivi. Le esigenze contabili dell’impresa non si conciliano necessariamente con la felicità di chi nell’impresa ci lavora e a cui affida i propri destini. All’insostenibilità ambientale di un modello di produzione e consumo di cui tutti, anche i poveri, sono complici inconsapevoli, si somma dunque un’insostenibilità sociale le cui prime vittime sono proprio i destinatari di quella promessa di felicità che aveva convinto le generazioni del novecento a «darsi da fare nella vita».
Cotugno non attribuisce colpe individuali, non punta l’indice contro nessuna delle persone di cui narra la faticosa e spesso dolorosa esistenza. Il comune denominatore fossile è del tutto estraneo alla consapevolezza individuale dei protagonisti e, anzi, del tutto ascrivibile a quella responsabilità collettiva che, almeno nell’immaginario comune, assolve a priori quella individuale: ed è proprio questo – ma, come vedremo, non solamente questo - a rendere la narrazione di Cotugno universale e corale. Non c’è rimprovero né risentimento nella ricostruzione biografica della sua famiglia, c’è compassione e amore, ma soprattutto riflessione appassionata su un destino comune che esige risposte immediate, urgenti, politiche. La crisi climatica impone una transizione globale verso un altro modello di sviluppo e di convivenza: non c’è tempo da perdere, non esiste un «piano B». Ma l’autore non nasconde che in ogni transizione ci sono vincitori e vinti. «Le classi sociali hanno una memoria involontaria, muscolare, lo sanno che questa non è la prima transizione della storia della civiltà umana, e che i costi di ogni transizione sono stati scaricati sulle persone più vulnerabili economicamente, socialmente, politicamente. Nella ridefinizione dei rapporti tra Nord e Sud globale, ci sono poche posizioni scomode come essere il lavoratore povero dentro un paese ricco che sta decarbonizzando prima degli altri, come quelli dell’Unione Europea. Non ci sarà giustizia climatica senza conversazioni su come evitare che questo cambiamento faccia a pezzi le classi povere dentro i paesi ricchi.»
Le storie familiari narrate nel libro sono storie comuni di persone comuni. Persone impreparate, come Luigi («un proletario senza istruzione») che come unica dotazione per affrontare la vita ha una patente di guida per camion, o persone ambiziose, ma sensibili e fragili, come Giuseppina («un’intellettuale senza risorse») che riuscirà a laurearsi in lettere, ma non si libererà mai dei suoi fantasmi. Persone trascinate dalla corrente del proprio tempo alla ricerca di una via d’uscita dalla povertà, di una stabilità familiare da consegnare ai discendenti o addirittura di un benessere da ostentare nei quartieri alti della città, almeno per qualche anno. Tutti contraddistinti da una tenacia eroica, anche nella disperazione, che li porterà alla consumazione di sé o a perdersi per sempre in viaggi senza ritorno. «Nel contribuire a bruciare le risorse del pianeta che li ha nutriti, hanno svuotato anche se stessi. (…) Sono stati cittadini modello del capitalismo, un sistema che prevede una sola risposta corretta alla domanda come stai, e cioè: stanco”. Perché “non esiste estrattivismo senza auto-estrattivismo”. (…) Luigi e Giuseppina hanno bruciato ogni risorsa che hanno incontrato sulla loro strada, a partire da se stessi, perché così gli avevano insegnato. In un mondo fondato sulla combustione, anche loro diventano combustibile. Loro sono arrivati alla fine della strada consumati come le pepite di coke che galleggiavano sul mare».
La rilettura della storia familiare attraverso la lente del disastro climatico, suggerisce un’opportunità storica e politica: quella di reinventare il futuro rimettendo al centro della riflessione il diritto alla felicità. Il sistema attuale di produzione e consumo non ha soltanto ferito a morte il pianeta, ha anche svuotato di senso il presente e il futuro. «Siamo eredi dei vuoti lasciati dallo sviluppo del Novecento». Quei vuoti siamo chiamati a riempirli, immaginando quale futuro vogliamo dare alle generazioni future senza che sia la logica mercantile di oggi a determinarlo. Cotugno non pretende affatto di tracciare un manifesto politico a partire dalla sua storia familiare, ma certamente ne suggerisce l’urgenza. E lo fa attraverso una narrazione appassionata e avvincente che interpella tanto la coscienza individuale quanto quella collettiva.