Vi sono storie nascoste, nel romanzo – delicato e possente – di Glauco Giostra, Se fioriscono le spine. Rimandi silenziosi a pagine e vite scritte altrove: dalle parti di un documento, pieno di speranza, con cui si conclude un’avventura dello spirito.
È il 18 aprile di dieci anni fa. Auditorium del carcere di Rebibbia. Sono presenti il Presidente Mattarella e il Guardasigilli Orlando. Il Comitato di esperti incaricato di guidare una consultazione pubblica sull’esecuzione della pena (gli Stati Generali sulla esecuzione penale) presenta la relazione finale. La illustra proprio Giostra, che coordina il Comitato. Verso la fine, quel documento richiama un editoriale di Calamandrei pubblicato nel 1949 sulla sua rivista, Il Ponte: «Bisogna aver visto». La relazione Giostra, infatti, continua così: «sarebbe auspicabile che si riuscissero a moltiplicare le occasioni in cui la collettività possa avvicinarsi al carcere per conoscere di quale sordida e misera materialità sia quasi sempre fatta la giornata del recluso, quanto sia inesorabilmente lento il tempo dell’inedia, quanto disperante e demotivante sia per taluni condannati l’impossibilità di sognare un domani degno di essere vissuto. La conoscenza avvicina sempre le persone e allontana le paure».
Bisogna aver visto. In quell’editoriale Calamandrei racconta la figura splendida e tragica di un magistrato, Pasquale Saraceno. Così: «Aveva chiesto, con ingenua serietà, al Ministero il permesso di esser rinchiuso sotto falso nome per qualche mese in un carcere, tra i delinquenti comuni, per misurare coll'esperienza le loro sofferenze e cercare nella realtà del carcere la giustificazione (se c'è) della pena. E soprattutto lo turbava l'idea del povero, preso negli ingranaggi della giustizia, che non ha mezzi né cultura per difendersi anche se è innocente: e gli pareva che la giustizia e il patrocinio, come sono ordinati da noi, si riducessero spesso ad essere un privilegio dei ricchi. Anche egli finì in un modo, che a ripensarlo ora, mi sembra pieno di significati simbolici. Durante le settimane della battaglia di Firenze, mentre nelle vie vicine al centro i partigiani insorti si battevano contro le pattuglie tedesche appostate alle cantonate e contro i franchi tiratori fascisti annidati nei tetti (tra i giovinetti che dettero la vita in quei giorni per liberare la città, fu Paolo Galizia, figlio del primo Presidente della Corte d'appello), Pasquale Saraceno, che si era rifugiato colla famiglia nel grande palazzo della Corte in Via Cavour, si affacciò un istante sulla soglia, tenendo per mano accanto a sé il suo bambino. Bastò che si sporgesse appena, e subito una fucilata da un tetto lo colpì: c’era, puntata in permanenza contro il portone della giustizia, la mira di un assassino. Ma il bambino restò incolume: ora sarà un giovinetto. Quando sarà diventato uomo anche lui, sentirà ancora nella sua mano fatta adulta la stretta e l'incoraggiamento di quella calda mano paterna che credeva nella giustizia».
Accadde il 12 agosto del 1944, e quel bambino si chiamava Pietro. Sarebbe divenuto uno storico innovativo della magistratura: fu un precursore della prosopografia. Analizzò cioè le biografie e le carriere dei singoli togati per comprendere a fondo i cambiamenti sostanziali di quell’istituzione dall'Unità d'Italia al fascismo. Poi anche lui, non bastando la prova atroce che aveva subito da piccolo, scoprì – insieme con Luisa, sua moglie – d’esser troppo caro agli dei.
Bisogna aver visto, quindi. Il carcere, il «cimitero dei vivi» denunciato inutilmente da Turati. Dove il tempo è fermo, dice Giostra. Dove si respira un’aria «unta di pulito», piena di «rumori rancidi» e con un perenne «sottofondo ferroso di parole mai allegre e di chiavi girate». Insomma, «una clessidra senza sabbia». La stessa espressione da lui usata a Rebibbia davanti a Mattarella quel 18 aprile 2016.
Il carcere come Destino. Vite segnate da una stella avvelenata. Gettate nel loro tempo con un Fato già scritto. E con un Dio che non offre riscatto.
Antonio Navarro, per esempio. Il protagonista del libro. Tossico non compulsivo. Meccanico e studente modello di giurisprudenza. Ha vent’anni quando è costretto a uccidere il padre, uomo fetido e perverso che sta violentando la figlia.
In carcere Antonio conosce l’abiezione e il sopruso. Assiste alla tragedia di Abdel Husseini, migrante palestinese. Un giovane, delicato ingegnere che s’impicca per disperazione. Un fatto subito dimenticato: «nessuno, neppure all’ora d’aria, parlò più dell’episodio».
Ma conosce anche Angelo detto il Muto, suo compagno di cella. Figura strana e dolce. Un energumeno devastato dal suo passato atroce di povertà e mafiosità subite che lo ha costretto a una vendetta pluriomicida. Passa le ore avvinghiato alla Divina Commedia. Regalatagli dalla madre – donna semianalfabeta – con una dedica: «per il mio e per il tuo riscatto». Sa citarla alla bisogna, poiché di Dante conosce tutto, persino le opere minori. Il Convivio. Le Rime petrose. Petrose non a caso. Dice infatti Angelo ad Antonio: «devi farti valere qui dentro e fuori. Quando ti aggrediscono con ferocia, la ferocia è legittima difesa. Bisogna rispondere colpo su colpo, “che bell’onor s’acquista in far vendetta”». Divengono amici. Sbagliano ancora, ma restando sempre l’uno accanto all’altro.
Saranno due donne a cercare di salvarli. La direttrice del carcere, impegnata a preparare i detenuti per un mestiere futuro. E sopra tutto una ricca ereditiera capace di perdono e gratitudine insieme. Giostra le dà un nome pieno d’attesa, di speranza: Aurora. Lei saprà superare la grettezza umana, razziale e sociale di chi a vario titolo la circonda, aprendosi invece all’accoglienza dell’altro, del diverso per cultura o estrazione. Il Male la colpirà lo stesso, così come farà con Angelo il Muto, un Cristo ferito e morente con le braccia spalancate nell’attesa di una resurrezione disperata.
Difficile anche solo tentare una teodicea ostinata ed estrema, una teoria impervia sulla bontà di Dio. È Aurora a dirlo: «attribuire un senso alla concatenazione degli eventi e alle coincidenze del caso che ci vedono protagonisti è soltanto un modo per illuderci che le cose della nostra vita interessino a Qualcuno. Soprattutto gli ultimi, gli scarti della società vogliono credere di non essere trasparenti, di non essere inesistenti per l’intero universo, ma di contare qualcosa, fosse anche soltanto per la cattiva sorte. Sono patetici, è vero, ma molto meno di certi blasonati che pensano di stare al di sopra della plebe per meriti ereditari».
Antonio resisterà al proposito estremo soltanto guardando Giada, la bimba di Aurora che lo ama come un padre: scenderà dallo sgabello, e quella corda mortale forse la userà per fare un’altalena alla piccola.
Perché – ci ripete Giostra – il «sadismo della sorte» non si lascia mai commuovere dalla soavità e dalla pietas di un’anima: la felicità viaggia troppo spesso in terre lontane.
Ha il viso di Giada, forse.