Magistratura democratica
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Brevi note sulla comunicazione pubblica nella campagna referendaria 2026

di Giuseppe Battarino
Docente di comunicazione pubblica e istituzionale nell’Università dell’Insubria

Gli elementi prevalenti nei contenuti della campagna elettorale: tra “vicende eclatanti” e “posta in gioco”. La comunità dei giuristi di fronte agli effetti dell’investimento in sfiducia

Alcune circostanze rendono particolarmente complessa l’analisi degli atti comunicativi provenienti da una pluralità di attori in questa fase di avvicinamento al referendum del 22-23 marzo 2026.

Rientrano tra queste circostanze il valore politico attribuito a un’eventuale vittoria del “sì”, di mantenimento del vantaggio elettorale dell’attuale maggioranza parlamentare e di governo in vista delle elezioni del 2027; e, da parte di alcuni, l’equivoca lettura di una vittoria del “no” come spallata al governo. 

Ma soprattutto assistiamo al compiersi di una distorsione della comunicazione istituzionale.

Ad essa dovrebbe competere una funzione specifica di trasmissione di conoscenze civiche, in ciò qualificandosi rispetto alla comunicazione pubblica (genericamente indirizzata a una pluralità di destinatari o a collettività) e differenziandosi rispetto alla comunicazione politica, direttamente finalizzata a competere, auspicabilmente con un confronto di idee, sul “mercato” del consenso.

Si realizza invece uno scenario alterato, in cui i confini tra queste forme di comunicazione si presentano mobili, con un’attrazione di fatto negli ambiti della comunicazione politica di atti comunicativi di diversa origine e diverso scopo. Risulta così ridefinito un contesto di comunicazione pubblica in senso generale, dominato - in un continuum che va dagli atti comunicativi istituzionali alle manifestazioni di opinione individuale in Rete - dall’impronta della competizione politica.

Le esternazioni “forti” di esponenti di governo, sulle quali, per la loro viralità e dunque diffusa conoscenza sembra inutile soffermarsi in dettaglio, ne rappresentano la quintessenza; deve al contrario essere sottolineata, in positivo, la continenza dei componenti e del Vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, del quale si ricorda invece una pubblica (e istituzionalmente coerente) presa di posizione in replica al ministro della Giustizia sul cosiddetto correntismo: «nell'esperienza acquisita quale presidente della sezione disciplinare del Csm, l'attività da essa compiuta si è caratterizzata, grazie alla serietà e competenza di ciascun componente, dall'analisi rigorosa degli atti e dalla applicazione dei principi di diritto, senza alcuna influenza sulle decisioni prese legata all'eventuale appartenenza a gruppi associativi o a presunte camere di compensazione, a cui allude il ministro Nordio»[1]

Peraltro la difesa del Consiglio superiore della magistratura come luogo essenziale di equilibrio costituzionale e di legalità repubblicana proviene in primo luogo dal Presidente della Repubblica, che l’ha espressa in forma istituzionale con la partecipazione al plenum del Consiglio il 18 febbraio 2026, in cui ha pronunciato parole in questo senso decisive[2].

Nella situazione creata dalla indistinzione tra ruoli (e comunicazione) istituzionali e propaganda politica, viene praticata, per l’acquisizione del consenso, la sovrapposizione, in una comunicazione multilivello[3], di temi e linguaggi spesi un universo di atti comunicativi provenienti da una pluralità di fonti ai limiti dell’ingovernabilità cognitiva.

Si tende a procedere, cioè, per sommatoria di suggestioni, con una significativa asimmetria sul versante del “sì”, la cui propaganda corrisponde maggiormente a questo modello “frazionato”, nonostante in quel versante si collochi l’istituzione-governo, e nonostante il merito della sostituzione di sette articoli della Costituzione votata dalla maggioranza parlamentare rechi la firma della presidente del Consiglio e del ministro della Giustizia. L’interesse della Repubblica (le parole del Presidente Mattarella che hanno chiuso l’intervento al plenum del Csm) svanisce dalla comunicazione.

Da questo punto di vista si è assistito a un cambio di passo tra la fase in cui gli autori della riforma costituzionale, la maggioranza parlamentare e i sostenitori della riforma, ritenevano che il voto referendario avrebbe facilmente confermato la modifica della Costituzione, e quella, più recente, in cui l’esito del voto ha iniziato ad apparire più incerto.

La frammentazione degli atti comunicativi è aumentata, producendo la compresenza di testimonial giuridici, di esternazioni politiche di esponenti del governo, di recupero di remote dichiarazioni antecedenti la riforma del 1989 del procedimento penale, di aggressive campagne social basate su singoli casi di asserita incoerenza dell’ordinamento giudiziario con le esigenze del “popolo”, assediato da criminali e immigrati che una magistratura “politicizzata” non “mette dentro”.

Nel fronte del “no” si è invece progressivamente verificato l’allontanamento dal tema, che sembrava centrale, della cosiddetta “separazione delle carriere”, in direzione di una visione più ampia e strutturata della scelta contro la riforma come salvaguardia della Costituzione e dei suoi equilibri.

Quest’ultima idea è transitata anche attraverso l’evoluzione del quesito referendario, che è passato – quale conseguenza della raccolta di oltre cinquecentomila firme, promossa e realizzata dai “Quindici”[4] - dal riferimento alle «norme in materia di ordinamento giurisdizionale e istituzione della corte disciplinare» all’indicazione, ora, sulla scheda elettorale, dei sette articoli della Costituzione modificati.

Senza voler in alcun modo, qui, affermare la “verità” degli uni o degli altri contenuti, osserviamo che, dal punto di vista della comunicazione pubblica, l’opzione di base al momento prevalente nel campo del “sì” (ad esempio: nella campagna social di Fratelli d’Italia incentrata su casi giudiziari) propone “vicende eclatanti[5]”; mentre il campo del “no” propone prevalentemente l’idea della «posta in gioco» (ad esempio: nell’instant-book di Nello Rossi e Armando Spataro Le ragioni del No[6]).

Sotto il profilo dell’analisi della comunicazione pubblica risulta maggiormente interessante l’opzione di base frammentata del “sì”, che attiva – o rende visibili – alcuni effetti o strumenti esaminati dalla scienza della comunicazione a cui è utile fare cenno.

Il primo elemento è quello della scelta di una logica induttiva della comunicazione: dal particolare (il singolo episodio di cronaca, la ripresa di un caso giudiziario discusso o ridiscusso) all’universale di un mondo della giustizia rappresentato come fonte di incertezza, insicurezza, disagio, inaffidabilità. Collaborano a costruire questa visione un’informazione ansiogena e la prospettazione di una casistica microdistruttiva dell’immagine dell’intero potere giudiziario.

Può operare, a favore di questo approccio, l’effetto Dunning-Kruger, identificato dai due studiosi della Cornell University nel 1999.

E’, in sintesi, il fenomeno per cui meno si è informati e competenti, più si ritiene di esserlo: l’incompetenza priva della capacità di rendersi conto della propria incompetenza, e si tende a sovrastimarsi grossolanamente.

Le modalità di propaganda del “sì” possono alimentare, a favore di questa opzione, l’erosione degli indecisi e potenziali non votanti, sollecitandone un’autoaffermazione di “competenza” sul tema generale in base a esperienze personali, reali o ricostruite.

Nell’ambito delle prime si tratta di raccogliere il consenso di tutti coloro che per qualsiasi motivo hanno avuto un’esperienza giudiziaria negativa: non difficili da rinvenire in cittadini che sono risultati soccombenti in una causa o sono stati coinvolti in un procedimento penale come indagati o imputati o condannati o persone offese o parti civili o testimoni, vivendo esperienze soggettivamente negative (per chiarezza: non tutti costoro sono sicuri votanti per il “sì” ma ad essi è indirizzata la propaganda del “sì”).

Ma possono anche essere esperienze non esistenti come vicende personali bensì ricostruite sulla base di fonti reiteratamente proposte come indiscusse: ad esempio sulla “degenerazione correntizia” (non ho alcuna esperienza personale di effetti della “degenerazione” ma è qualcosa che “so” perché lo sento dire continuamente[7]).

Questo fenomeno si lega a quello, altrettanto rilevante, del bias di conferma, cioè la tendenza a cercare informazioni che confermino le conoscenze e credenze che già ci siamo formati piuttosto che accogliere informazioni che neghino o mettano in dubbio tali conoscenze e credenze.

Questo fenomeno tende a far accettare meglio informazioni semplificate e rassicuranti.

Una campagna social costruita con immagini e brevi testi confermativi di pregiudizi, tende a compattare in una bolla cognitiva i sostenitori di un’idea[8].

Il rafforzamento della motivazione preesistente garantisce altresì efficacia al rage-bait, contenuti diffusi soprattutto via social network deliberatamente progettati per suscitare forti sentimenti negativi (rabbia, appunto, o indignazione) rispetto a singoli eventi. 

Il rage-bait è tatticamente destinato ad aumentare la visibilità e le interazioni ma, in una strategia di più lungo termine, può comporsi in rabbia ed esecrazione nei confronti di un’intera categoria di soggetti.

E dunque: “vi mostriamo delitti efferati commessi da immigrati” diventa “vi mostriamo che gli immigrati sono delinquenti” e infine “vi abbiamo dimostrato che gli immigrati sono una categoria indesiderata da eliminare”.

Analogamente, la logica induttiva che abbiamo evidenziato come praticata da alcuni settori politici nella campagna per il “sì” può far correre il rischio di una sommatoria esecrativa che passa dal messaggio “vi mostriamo che i magistrati commettono continuamente errori” a “vi mostriamo che i magistrati sbagliano continuamente perché sono disonesti (condizionati, “politicizzati”, qualsiasi cosa questo significhi o nulla significhi)” a “vi abbiamo dimostrato che i magistrati sono una categoria disonesta da punire” (con la modifica del loro ordinamento). 

La tipologia degli atti comunicativi deve coprire una qualità ricettiva dei destinatari molto differenziata: ma la semplificazione privilegia un target che ha meno strumenti di analisi della complessità.

Lo si può affermare genericamente, pur mancando, al momento, studi complessivi sull’interazione tra regressione alfanumerica adulta, produttiva di analfabetismo funzionale, e comportamenti politici.

Si legge, in un recente documento (ottobre 2025) della Fondazione Pirelli:«C’è un nesso, insomma, tra crollo della partecipazione politica, disagio per gli squilibri fiscali e analfabetismo funzionale e bassa qualità culturale. Tutto concorre alla caduta dello spirito civile. E dunque anche alla crisi della capacità di affrontare consapevolmente i grandi temi della vita pubblica, a cominciare dalla costruzione delle possibilità di un più equilibrato sviluppo economico e sociale e di un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita»[9].

Secondo gli ultimi dati Ocse[10] gli analfabeti funzionali sono in Italia il 37% della popolazione, il 10% più della media degli altri Paesi dell’Organizzazione.

Quasi quattro italiani su dieci sono dunque in grado di comprendere solo testi brevi che adoperino un vocabolario semplice, perché conoscono poche parole e non sono sempre in grado di riconoscere la costruzione delle frasi; incontrano serie difficoltà nel reperire o porre in relazione le informazioni; non sono pienamente in grado di valutare le conseguenze di un’affermazione.

Una condizione di svantaggio che compromette la capacità di comunicare in maniera non violenta e collaborativa con altre persone, di acquisire informazioni corrette, di utilizzare in maniera produttiva gli strumenti digitali; una condizione che produce frustrazione e violenza – sia in Rete che nelle relazioni verbali e fisiche - e fa tendere a una perdita di fiducia negli altri e nelle istituzioni.

Si tratta, per le sue dimensioni, di un “mercato di consenso” di grande interesse, sul quale una comunicazione frammentata può agire utilmente; ma che, per altro verso, può recepire prospettazioni difensive dell’ordine esistente[11].

Le obiettive difficoltà di esame delle tendenze prevalenti aumentano se ci si pone il problema dei possibili trend comunicativi nell’ultima fase della campagna elettorale.

Molto dipenderà dal grado di coinvolgimento diretto di esponenti del governo – in primo luogo della presidente del Consiglio - nel continuum comunicazione pubblica – comunicazione istituzionale - comunicazione politica, che potrebbe amplificare i segnali ora percepibili e sopra sinteticamente descritti.

Se invece dovesse subentrare una maggiore prudenza in entrambi gli schieramenti – in qualche modo derivante dall’incertezza di un esito sul quale non spendersi – si può pensare a un allontanamento dalle tendenze ora prevalenti.

Questo secondo scenario potrà comportare un intarsio comunicativo con alcune affermazioni-cornice (e relativi derivati trend topics) parzialmente diverse dalle attuali; ad esempio:

- dovesse prevalere il “no” sarà perduta la possibilità di entrare nella fase ideale del giusto processo, sinora inesistente;

- dovesse prevalere il “sì” entreremo finalmente nella fase ideale del giusto processo, sinora inesistente;

- comunque vada nulla cambierà, e pubblici ministeri e avvocati continueranno a bussare alle stanze dei giudici così come fanno ora;

- comunque vada i rapporti personali tra pubblici ministeri, avvocati e giudici muteranno profondamente e nulla delle loro relazioni verrà mantenuto;

- alla vittoria del “sì” seguirà un periodo confuso, dominato da presumibili forzature sulle norme di attuazione, previste dall’articolo 8 della legge di riforma costituzionale;

- alla vittoria del “sì” seguirà un periodo di serena consultazione tra tutti i soggetti coinvolti, mediata dalla saggezza del ministro della Giustizia.

Ciascuna di queste esemplificative affermazioni è sottoscrivibile o contestabile sulla base di un criterio di base, quello della fiducia nella giurisdizione intesa come frutto del comune lavoro di una comunità dei giuristi[12].

Se si proclama l’inadeguatezza, o peggio l’“ingiustizia”[13], della giurisdizione come sin qui praticata, se si utilizza la delegittimazione della giurisdizione come premessa logica alla necessità assoluta di rimuoverne la disciplina costituzionale vigente, gli effetti di sfiducia di lungo periodo saranno ben difficilmente superabili: ogni atto comunicativo riguardante la magistratura (ora) e avvocatura e magistratura (a breve) sarà accompagnato dal sospetto, dalla sfiducia, da un’idea di superfluità.

Ha scritto in maniera semplice ed efficace l’avvocata Anna Maria Busia in un commento recente su Linkedin: «Mica ci state voi, tutti i giorni, in Tribunale, a spiegare agli utenti, ormai sopraffatti da questo clima, che i giudici sono persone perbene, che i pubblici ministeri fanno il loro lavoro, che noi avvocati facciamo il nostro. Siete degli irresponsabili».

L’investimento in sfiducia rischia di preparare il campo a un’erosione del mondo del diritto a favore dell’esercizio della forza esecutiva, secondo i peggiori modelli emergenti anche in democrazie tradizionali.


 
[1] https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2025/07/18/pinelli-a-nordio-correnti-non-influenzano-disciplinare-csm_34b44089-b1ac-41f8-9edf-20b1cb278a82.html 

[2] https://www.quirinale.it/elementi/151430 

[3] Fractured media landscape o fractured media environment.

[4] www.15perilno.it 

[5] Scegliamo il termine “eclatante” per la sua derivazione dal francese éclat, ricco di una pluralità di significati, a nostro parere coerenti con quanto si afferma nel testo: bagliore improvviso, scheggia o frammento, scoppio, in senso materiale o figurato; e anche scalpore (avoir de l’éclat) o scandalo (faire un éclat). La coerenza con il tema del referendum non è necessaria: da ultimo, ad esempio, viene utilizzata come motivo per riformare la Costituzione la vicenda del processo subito dall’ex calciatore Giuseppe Signori per il cosiddetto “calcioscommesse”.

[6] Recensito su questa Rivista, https://www.questionegiustizia.it/articolo/le-parole-giuste-per-dire-no 

[7] Alcuni “dialoghi” su social network in cui uno o più interlocutori assumono questo postulato, diventano per loro meno agevoli quando si chiede di dire quali siano le “correnti”, quali siano state in passato presenti o non al Csm, e si chiede di citare con precisione almeno cinque o dieci deliberazioni del Csm, tra molte migliaia, frutto di “degenerazione”; più semplice è spegnere questi dialoghi con la recente affermazione di “paramafiosità” del Csm proveniente dal ministro della Giustizia, a fronte della quale sta la semplice considerazione che Giovanni Falcone fu il fondatore di una “corrente” ripetutamente presente con suoi eletti al Csm, e che è stato autorevole componente del Csm un magistrato di elevato profilo come Antonio Mura, voluto da questo ministro della Giustizia come Capo dell’Ufficio legislativo del ministero della Giustizia; o altri simili numerosi esempi.

[8] Effetto correlato è la trasformazione delle relazioni dialettiche in conversazioni estenuanti: il che suggerisce l’idea di non ingaggiare conversazioni con faticose repliche e controrepliche nei commenti sui post quando l’interlocutore manifesta sintomi di collocazione in una bolla cognitiva.

[9] https://www.fondazionepirelli.org/it/cultura-dimpresa/blog/litalia-e-in-crisi-di-fiducia-tra-astensione-elettorale-squilibri-fiscali-e-scarsi-livelli-di-formazione-e-cultura/

[10] https://www.oecd.org/en/publications/2025/09/education-at-a-glance-2025_c58fc9ae/full-report.html 

[11] Il primo passaggio, non scontato, per attivare questo sentimento di “difesa dell’ordine esistente” consiste nell’illustrare che il tema del referendum è la sostituzione di sette articoli della Costituzione e non “Garlasco”. Che citiamo perché, in una manifestazione politica del 14 dicembre 2025, la presidente del Consiglio ebbe testualmente a dichiarare che la riforma costituzionale serve a far sì “che non ci debba più essere una vergogna come quella che stiamo vedendo a Garlasco”. La Costituzione, nel suo equilibrio, è un fattore di ordine e tranquillità, consolidato in decenni di vita democratica repubblicana: è dunque la “strada vecchia” che si abbandona per una indefinita “strada nuova”, che verrà rivelata solo con ora ignote norme di attuazione.

[12] A cui dovrebbe competere «anche quando le forze politiche o i soggetti istituzionali che dovrebbero farlo hanno voce esile o assente - praticare la pazienza della democrazia, affermare la libertà di espressione del pensiero nelle aule universitarie come nel dibattito pubblico, informare i cittadini in maniera comprensibile sull’irrinunciabilità della democrazia costituzionale» (https://www.questionegiustizia.it/articolo/l-irrinunciabile-necessita-della-democrazia-costituzionale-e-la-comunita-dei-giuristi).

[13] Piccola chiosa: se si conduce alle estreme conseguenze logiche l’affermazione secondo cui "il processo sarà giusto" solo dopo la modifica di sette articoli della Costituzione che darà attuazione all’articolo 111 della stessa, tutti i processi sin qui celebrati dovrebbero essere considerati ingiusti; tutte le norme del Codice di procedura penale e tutte le norme di ordinamento giudiziario che hanno disciplinato tutti i processi erano in conflitto con l'articolo 111 dalla Costituzione. Quindi, quantomeno nelle leggi di attuazione della modifica costituzionale e limitandoci al settore penale, bisognerebbe prevedere la liberazione di tutti i condannati (da pene minime all'ergastolo), la restituzione di tutte le somme incassate dall'erario a titolo di multa, ammenda, oblazione, la restituzione di tutti i beni confiscati.

10/03/2026
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