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Quali speranze per la Palestina?

di Giovanni Palombarini
già procuratore generale aggiunto presso la Corte di cassazione

Ci sono speranze per il futuro dei palestinesi e della Palestina? Come è noto, è andata formalmente crescendo la pressione internazionale per vedere riconosciuto e realizzato uno Stato di Palestina che finalmente liberi e dia dignità a un popolo da decenni sotto occupazione militare. Diversi parlamenti nazionali e quello dell’Unione Europea hanno sia pure solo simbolicamente riconosciuto la Palestina, auspicando la soluzione del conflitto con Israele mediante l’istituzione di due Stati con capitale Gerusalemme. E però su tutto, sulle violenze israeliane che continuano, sembra regnare una specie di rassegnazione inerte.

Fra mille contraddizioni le premesse di un accordo si sono intraviste. Il ricordo va agli accordi di Oslo del settembre 1993, fra Yasser Arafat e Itzhak Rabin, e ai negoziati di Taba (Egitto) del 2001. I punti di convergenza sono stati ripresi in una ipotesi di trattato, elaborato nel 2003 da pacifisti israeliani ed esponenti palestinesi. Questo testo prevedeva fra l’altro che i confini fra i due Stati, garantiti dalla presenza di forze armate internazionali, venissero stabiliti sulla base di quelli del 1967, peraltro con alcune modifiche dettate dal realismo, nel senso che in territorio israeliano rimanevano alcuni consistenti insediamenti di coloni intervenuti nei decenni, in cambio di un tratto del sud del deserto del Negev. Questi tentativi non hanno avuto successo, e gli appelli di tanti intellettuali israeliani, guidati dagli scrittori Grossman, Oz e Yeoshua, per la pace e per il riconoscimento dello Stato palestinese, sono rimasti inascoltati. La vicenda di Benjamin Netanyahau, facitore primo della terribile politica israeliana di oggi, è indicativa del progressivo arretramento culturale di un popolo che almeno nei suoi intellettuali ha a lungo creduto alla possibilità di un rapporto pacifico e costruttivo con il mondo arabo. Certo, in Israele sono storicamente in tanti, non solo i coloni, a non volere uno Stato di Palestina, a cominciare da Netanyahu. O vorrebbero, a tutto concedere, che i palestinesi venissero concentrati in una serie di bantustan, tratti di territorio isolati fra di loro e severamente controllati, come avveniva ai tempi dell’apartheid in Sudafrica per la gente di colore. A chi si oppone a questa prospettiva è riservata l’accusa di terrorismo. Così oggi la Palestina è frantumata, senza continuità territoriale per effetto di insediamenti, sbarramenti e avamposti militari. E sono peggiorati i rapporti fra i due popoli.

Il passo decisivo verso questo peggioramento lo si è avuto nel 2022. «Votatemi, e lo Stato palestinese non nascerà». Messo all’angolo da sondaggi che lo vedevano in difficoltà, Benjamin Netanyahu - «uomo pronto a morire per il potere», ha scritto di lui il quotidiano Haaretz - ha concluso quella campagna elettorale dicendo ad alta voce le sue intenzioni, che per la verità in Israele tutti conoscevano da tempo. Dopo una campagna elettorale che lo ha portato a sfruttare anche l’aiuto dei repubblicani americani fino al punto di andare a fare un duro discorso al congresso contro la politica del presidente Obama, Netanyahu ha vinto. Da allora i disastri si sono succeduti ai disastri. Mentre autorevoli leader moderati che in passato avevano sostenuto i suoi governi, come Yair Lapid e Benny Gantz, sono diventati suoi avversari, spingendo sempre più a destra il suo governo, il 7 ottobre 2023 Hamas, l’organizzazione sunnita operante a Gaza dal 1987, ha attaccato Israele senza trovare sul momento una significativa resistenza. La reazione di Netanyahu è nota: ai distruttivi bombardamenti su Gaza si sono progressivamente affiancati quelli sul Libano, la Siria e l’Iran. Il numero dei morti determinati da queste operazioni è diventato incalcolabile.

Certo, la sua politica appare oggi fallimentare, ma la salda alleanza con gli Usa e Trump sembra renderlo invincibile. Il premier israeliano porta sulle spalle il peso di alcuni processi penali, ma la circostanza non preoccupa nessuno, ha costituto anzi l’occasione per consentire a Donald Trump, in pieno parlamento israeliano, di chiedere al presidente Isaac Herzog, fra le risate dell’assemblea, di concedere la grazia a Netanyahu. Forse le forme nuove della democrazia si vanno configurando così. E allora per i palestinesi e la Palestina, la loro libertà e dignità, ci sono poche speranze.

17/02/2026
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