Il nostro commento
1. Argomentava molti anni fa Antonio Cassese che, se è vero che il diritto non sempre riesce a contrastare la forza e il diritto internazionale sembra spesso proteggere il più forte, è altrettanto vero che esso «non rimane del tutto sordo alla voce di chi dalla spada del “principe” potrebbe perire[1]».
Sentiamo oggi l’urgenza di ribadire che l’esistenza del diritto internazionale è ancora più importante in un momento in cui le sue clamorose ed esibite violazioni spingono molti a ritenere che l’incapacità di sanzionare le condotte illegali segni la crisi definitiva del diritto e a riconoscere come inevitabile il primato della forza. Fra coloro che diffondono questa idea non mancano certamente quei centri di interesse che dalla crisi del diritto internazionale traggono benefici.
Al contrario, siamo convinti che il fatto che le violazioni restino tali, nonostante le prudenze e, perfino, le codardie di chi dovrebbe sostenere il rispetto del diritto, dimostra la resistenza di un sistema di regole che non si esaurisce nei rapporti tra i governi o nell’azione / inazione delle corti internazionali, ma vive nella cultura delle persone di tutto il mondo, rimane un punto di riferimento in grado di provocare sdegno e reazioni diffuse, costituisce la base per quella giurisdizione universale che, come diremo, conserva una sua indipendenza e mantiene viva la difesa dei diritti fondamentali e, insieme, si fa strumento della ricerca di un mondo di relazioni fra popoli diverso dall’attuale.
2. Ricordiamo tutti l’abbordaggio che la Marina militare israeliana effettuò nel 2010 in acque internazionali contro la Flotilla che dalla Turchia si dirigeva verso le coste di Gaza. Un intervento tanto violento che provocò la morte di 9 persone e il ferimento di molti altri tra l’equipaggio della nave ammiraglia, battente bandiera turca.
Come ho già ricordato[2], al termine di accertamenti e di un confronto fra le parti la Commissione ad hoc istituita dalle Nazioni Unite concluse che il blocco navale imposto da Israele poteva considerarsi legittimo e che contrarie al diritto erano le modalità sproporzionate e letali con cui le forze israeliane avevano agito. La Commissione non entrò nel merito delle conseguenze penali dei fatti avvenuti e ribadì che lo scopo della propria investigazione era quello di ricostruire l’accaduto per aiutare gli Stati a prevenire il ripetersi di simili accadimenti[3].
3. Purtroppo, tale auspicio non ha retto alla prova dei fatti. Le aggressioni ripetute che le forze militari israeliane hanno commesso nel settembre-ottobre dello scorso anno in danno della Global Sumud Flotilla e dei suoi equipaggi hanno rappresentato un ulteriore passo avanti sulla strada della illegalità. Avvenute ancora una volta in acque internazionali, le aggressioni si sono spinte fino al sequestro delle imbarcazioni (ancora in atto) e all’arresto degli equipaggi intercettati, trasferiti forzatamente in territorio d’Israele (accompagnando tutto ciò con l’incredibile accusa di ingresso illegale nello Stato), con successiva espulsione dopo un periodo di dura detenzione. Flebili voci si levarono allora contro una violazione così patente del diritto internazionale e molte furono nei nostri Paesi le critiche del mondo politico mosse alla Flotilla, mentre si continuò a pretendere che Israele avesse agito in forza di un blocco navale legittimamente imposto.
Sul punto, molti hanno omesso di considerare che nei quindici anni successivi alla prudente relazione della Commissione ONU sul primo episodio, la situazione di fatto in Israele e a Gaza era profondamente cambiata e che tale cambiamento incideva sulla logica e sulle basi giuridiche del blocco navale. In effetti, all’originario argomento che ritiene le acque antistanti Gaza parte di un territorio illegalmente occupato da Israele – e quindi illegalmente rivendicate da quel Paese – si erano aggiunte tre novità essenziali: a) l’azione preventiva posta in essere dalle forze israeliane nel 2025 si è diretta contro una flotta di imbarcazioni che era impossibile qualificare come potenziale pericolo per la sicurezza dello Stato d’Israele: considerate le caratteristiche delle imbarcazioni e degli equipaggi, i controlli effettuati nelle aree di partenza e le modalità di gestione della missione, nessun rischio di trasferimento di armi o di materiali pericolosi era ipotizzabile; b) la missione era diretta a trasportare beni di prima necessità a una popolazione nei cui confronti erano in corso dall’ottobre 2023 sistematiche condotte illegali, compresi crimini di guerra e l’utilizzo della fame e della sete come strumenti di guerra, il tutto compendiato in quello che una Commissione ONU ha qualificato in termini di genocidio[4]; c) la sistematica e prolungata chiusura dei valichi di accesso ha trasformato radicalmente rispetto al 2010 la natura del controllo militare sulla Striscia e del blocco navale con il quale l’intero territorio diveniva di fatto “sigillato”.
In tale contesto, impedire l’ingresso a Gaza di aiuti umanitari è in sé un atto illegale, frutto della paranoia che oramai attanaglia i governanti israeliani fino a spingerli a definire criminali le azioni della Flotilla e a qualificare i loro equipaggi come “terroristi”, posto che ogni aiuto alla popolazione civile viene strumentalmente parificato a un supporto dato ad Hamas[5].
Ciò che in realtà spaventava il Governo d’Israele era il valore simbolico e politico della missione della Flotilla e le conseguenze che l’arrivo delle imbarcazioni a Gaza avrebbe avuto sulla intera narrativa e sulle posizioni governative costruite a livello interno e internazionale.
Scrive Luca Salza nell’introduzione alla preziosa intervista al filosofo Étienne Baribar pubblicata da Cronopio: «La Global Sumud Flotilla ha costituito un evento proprio nel senso di Deleuze e Guattari: è stata uno straordinario “fenomeno di veggenza”: ha fatto vedere all’improvviso ciò che a Gaza c’era di intollerabile e, nello stesso tempo, ha dischiuso il campo del possibile. In questo l’avventura della Flotilla riguarda la filosofia, è assolutamente filosofica…. Nelle sue azioni, emerge piano piano la capacità di vedere e di situarsi di nuovo politicamente nel mondo»[6]. Afferma, a sua volta, Baribar (pag. 49): «… Quel che rivela invece l’ipocrisia degli Stati che hanno invocato l’apertura di Gaza agli aiuti internazionali d’urgenza (medici, alimentari, materiali, scolastici) è il loro rifiuto di agire in coerenza con le proprie parole, e di esercitare su Israele la pressione diplomatica ed economica di cui dispongono… La Flotilla per Gaza si assume i rischi necessari per mettere questa codardia in piena luce».
Sempre con riferimento ai fatti del 2025, all’inerzia sostanziale dei governi occidentali e al silenzio della Corte penale Internazionale, già sotto attacco per i mandati di arresto emessi nei confronti di politici israeliani, fa da importante contrappeso l’esercizio della giurisdizione universale con l’avvio di una indagine da parte della Procura della Repubblica di Roma e delle autorità giudiziarie di altri Paesi.
Sollecitata da segnalazioni formali del team di legali che assiste gli equipaggi, la Procura ha inizialmente ipotizzato i reati di sequestro di persona e danneggiamento seguito da pericolo di naufragio e, più recentemente, i reati di rapina (sottrazione violenta di beni personali e apparecchi elettronici) e di tortura (trattamento riservato durante il periodo dell’arresto e successiva custodia in carcere). Si ha notizia dell’avvio recente di rogatorie internazionali sia presso l’autorità giudiziaria di altro Paese europeo (che sta conducendo indagini per i medesimi fatti) sia presso le autorità israeliane.
4. Quanto accaduto alla Flotilla dopo la nuova missione iniziata a fine aprile va collocato all’interno dei precedenti appena ricordati. La portavoce della Flotilla, Maria Elena D’Elia, anche nel corso dell’incontro organizzato il 27 aprile scorso presso la Fondazione Basso nell’ambito del ciclo di seminari Le guerre e noi, ha riferito che la decisione di organizzare una nuova flotta più numerosa della precedente risponde alla triplice esigenza di accrescere il volume degli aiuti a fronte del perdurare di condizioni di vita disumane per la popolazione di Gaza, di rafforzare la dimensione internazionale della missione e di rendere complesse le prevedibili attività di intercettazione da parte delle autorità israeliane.
Quest’ultimo elemento spiega come mai le forze militari israeliane abbiano accresciuto il livello di ingaggio e reso ancora più gravi le violazioni del diritto poste in essere contro la libertà di navigazione (artt.87 e ss. della Convenzione ONU sul Diritto del Mare, UNCLOS[7]) e contro la libertà personale.
Premesso che, legittimo o meno, il blocco navale potrebbe operare solo con riferimento alle acque territoriali sotto il controllo israeliano[8], questa volta i mezzi navali e i militari israeliani non si sono limitati ad attendere le imbarcazioni nella fascia centrale del mediterraneo e lungo il loro percorso verso Gaza, ma agli inizi di maggio si sono spinti a poche decine di miglia dalle coste europee - area di mare definita di responsabilità UE - e hanno abbordato le imbarcazioni chiaramente dirette verso i porti della Grecia, dove programmavano di unirsi ad altre barche in attesa e in arrivo. Considerando che la rotta delle imbarcazioni non puntava ancora verso il Medio Oriente, non vi è dubbio che anche dal punto di vista d’Israele mancava del tutto un pericolo attuale: in teoria, le imbarcazioni avevano tutto il tempo di riconsiderare la missione e rinunciare a mettere la prua verso Gaza. L’intento evidente dell’azione era, dunque, quello di accrescere la pressione sugli equipaggi, di alzare il livello della minaccia e, insieme, di limitare il numero di barche ed equipaggi in grado di dirigersi verso le coste di Gaza. A tal fine, le forze israeliane non hanno esitato a danneggiare alcune imbarcazioni per renderle ingovernabili e ad abbandonarle alle onde; a volte con persone a bordo. Si tratta di condotte gravissime, tipiche delle azioni di pirateria, che gli Stati hanno sempre condannato e contro le quali sono in corso missioni internazionali: si pensi a quanto accaduto e non casualmente torna ad accadere al largo delle coste somale.
Ora, vedere uno Stato (che lo si qualifichi democratico o meno non fa differenza, vista la situazione in cui siamo) che, senza essere chiamato a risponderne a livello politico, si rende ripetutamente autore di azioni di pirateria[9] aggredendo imbarcazioni civili, danneggiandole e abbandonandole e, per di più, sequestrando gli equipaggi, non può non porre il problema di come si sia giunti a questo punto. Ma anche di come si possa agire per evitare il ripetersi delle condotte illegali[10].
La risposta di parte italiana a questa prima fase degli eventi si è limitata a una protesta verso Israele resa pubblica sui mezzi di comunicazione, destinata a restare sulla carta e buona per la propaganda[11], accompagnata dalle frasi con cui il Presidente del Senato, la Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Interno svalutano in radice l’azione della Flotilla, prendono le distanze da (e talvolta irridono) le sue motivazioni e lasciano capire a chi di dovere che non si spenderanno più di tanto. Silenzio totale in allora del Ministro degli Esteri.
Simile l’atteggiamento delle autorità greche, che, dopo avere omesso di rispondere alle pressanti richieste di soccorso delle imbarcazioni prima minacciate, poi abbordate e abbandonate in avaria[12], non risulta abbiano intrapreso alcuna azione ufficiale nei confronti di Israele. La sostanziale sudditanza dei governi occidentali nei confronti di Israele trova in tutto questo una ennesima conferma.
Fortunatamente non è rimasto silente il nostro Presidente della Repubblica, che, sulla scia dei richiami al rispetto del diritto internazionale già espressi in numerose occasioni, nel corso di un colloquio telefonico del 13 maggio 2026 con il Presidente israeliano Herzog ha: censurato gli attacchi armati contro le sedi e le strutture della missione UNIFIL, a guida italiana; sollecitato la cessazione dello stato di guerra permanente in atto in Libano e, non ultimo, ricordato l’obbligo per tutti gli Stati di rispettare la libertà di navigazione in acque internazionali.
5. L’atteggiamento delle autorità italiane agli inizi di maggio è stato tanto più significativo in quanto, a differenza degli altri membri degli equipaggi consegnati alle autorità greche, sono stati tratti in arresto e trasferiti in Israele Thiago de Avila e Saif Abukeshek due membri dell’equipaggio della nave Eros1, battente bandiera italiana. Si è in presenza, dunque, di una intromissione illegale su quella che giuridicamente è una porzione del territorio italiano e del sequestro di due persone che sostavano in territorio italiano e cadono sotto la protezione delle nostre autorità (si veda la Convenzione SUA citata in nota 9).
Questa parte della vicenda costituisce un elemento di grave preoccupazione in sé e, più ancora, per il fatto di rappresentare il logico sviluppo delle risposte inesistenti che molti Stati, tra cui l’Italia, hanno dato al rapimento del Presidente venezuelano Maduro. In quel caso, anche l’ipocrita e chiaramente strumentale ipotesi statunitense che il “prelievo” riguardasse una persona accusata di gravissimi crimini avrebbe dovuto allarmare e generare forti reazioni per la violazione delle regole internazionali in materia di rispetto della sovranità degli Stati, di cooperazione internazionale e, non ultimo, di tutela dei diritti essenziali della persona. Il silenzio di alcuni e la “comprensione” di altri, tra cui il nostro Governo, per le esigenze proclamate dagli Stati Uniti conducono a quella che possiamo definire l’assuefazione alla violazione delle regole più elementari; il che costituisce un buon precedente per Israele. Probabilmente, dopo le violenze e le distruzioni intenzionali a Gaza, Cisgiordania e Libano e i crimini commessi in Iran, il governo di Israele non sente affatto il bisogno di guardare ai precedenti altrui e invocarli a propria difesa, ritenendosi sciolto da qualunque vincolo internazionale e umanitario sulla base dell’invocata unicità della propria posizione. Sono, piuttosto, tutti gli altri Paesi che vengono chiamati a rispondere delle conseguenze interne e internazionali dei propri silenzi e delle proprie omissioni, che favoriscono l’instaurarsi di un clima politico e di un contesto giuridico sempre più favorevole all’esibizione della forza e allo spregio delle regole comuni.
6. Un ulteriore elemento di grande preoccupazione è rappresentato dall’atteggiamento dell’autorità giudiziaria israeliana. Per molti anni avevamo guardato alla magistratura israeliana, soprattutto la Corte Suprema, come una frontiera di ragionevolezza in un contesto giuridico anomalo per una democrazia. Da tempo assistiamo a una pressione fortissima degli apparati di governo sulla magistratura e al crescente trasferimento di competenze in favore della magistratura militare; una situazione che rende la magistratura ordinaria molto sensibile alle scelte del governo, come dimostrano tante decisioni assunte sui diritti essenziali che le autorità negano o comprimono in modo discriminatorio in danno dei cittadini arabo-israeliani e, soprattutto, dei palestinesi[13]. Solo così possiamo interpretare la decisione del Tribunale di Beer Sheva di confermare il trattenimento in Israele (e in catene) dei due arrestati (prima per due giorni, poi per altri sei) in una situazione in cui l’arresto è stato palesemente compiuto in modo illegale, al di fuori di ogni meccanismo giuridico internazionalmente accettato e in violazione della sovranità di uno Stato (l’Italia) verso cui Israele non può neppure lontanamente accampare ipotesi di conflitto. Tutte ragioni che avrebbero imposto di non convalidare l’azione delle forze israeliane e rimettere in libertà le persone portate in catene di fronte ai giudici. Come emerge dall’intervista che segue, nel corso del procedimento, se così vogliamo chiamarlo, avanti i giudici israeliani sono state violate le più elementari garanzie di difesa e l’intero periodo di custodia, protrattosi per dieci giorni in condizioni umilianti, rispondeva unicamente a esigenze preventive e di intelligence, difettando contestazioni formali e un contraddittorio reale. L’anomalia israeliana trova in tutto questo una dimostrazione ulteriore.
7. Si dirà che il mancato rispetto dell’habeas corpus e del diritto internazionale riferito a due sole persone, detenute e poi rimesse in libertà con espulsione, è poca cosa rispetto a fatti più gravi, come il genocidio commesso a Gaza e le distruzioni sistematiche di case e infrastrutture civili in atto in Cisgiordania e in Libano, che privano migliaia di persone del diritto ad abitare e a vivere nei loro territori. Se guardiamo i fatti con gli occhi delle vittime, tutte le vittime, quelle del 7 ottobre 2023 o quelle di Gaza, quelle del genocidio armeno oppure i giovani uccisi, feriti, arrestati nelle piazze di Teheran o, ancora, le vittime di oggi in Libano e Cisgiordania, dobbiamo chiederci: esiste rispetto alle vittime di gravi violenze qualcosa di più grave accaduto ad altri che possa ridimensionare il dolore sopportato e l’ingiustizia subita? Per quale ragione dovremmo paragonare la violazione radicale dei diritti di Thiago de Avila e Saif Abukeshek con quella subita da altri e stilare una sorta di “graduatoria del male”[14]? Ogni diritto fondamentale violato senza che reagiscano coloro che dovrebbero farlo concorre alla costruzione di un mondo disumano e violento che sta avvenendo sotto i nostri occhi.
Per questo, in molti hanno ribadito che la condotta complessivamente pavida dei governi occidentali è inaccettabile. E lo è ancora di più da parte di coloro che pensano che le violazioni commesse in Medio Oriente non li riguardino e possano essere barattate con esigenze economiche o politiche (ancora una volta, la ragion di Stato); perché accade, prima o poi, che quelle violenze raggiungano anche il nostro territorio e le persone che dovremmo proteggere e ci pongano di fronte alla scelta, comunque vergognosa, se continuare a tacere oppure finalmente reagire, ma farlo solo perché siamo direttamente toccati.
Sappiamo che le segnalazioni di reato destinate alla Procura della Repubblica di Roma hanno dato vita a una indagine sulle nuove violazioni commesse. Il diritto internazionale si difende anche così, facendo semplicemente il proprio dovere. In questo, la presa di coscienza e la rinnovata attivazione della società civile e dei difensori dei diritti umani costituiscono strumenti fondamentali di risposta alla degenerazione che in tanti lamentiamo. E non possiamo dimenticare il lavoro coraggioso dei legali e degli attivisti israeliani che con non pochi rischi si stanno facendo carico delle violazioni commesse dal proprio governo e prestano assistenza alle persone straniere arrestate e tradotte in Israele, tra l’altro offrendo una chiara testimonianza delle modalità con cui tali vicende sono gestite.
8. Questa la situazione registrata fino a metà del mese di maggio.
Poi qualcosa è cambiato. Nei giorni 19 e 20 maggio le forze armate israeliane si sono spinte ancora più avanti sulla strada dell’illegalità, avendo il pieno appoggio del primo ministro Netanyahu, che ha elogiato i militari per la determinazione e l’accortezza dimostrate negli abbordaggi per sventare un piano “criminale”, e del governo. In realtà, ancora una volta in acque internazionali, le decine di altre imbarcazioni della Flotilla che procedevano in direzione Gaza sono state abbordate con modalità assai più aggressive. Sono stati esplosi colpi di arma da fuoco contro equipaggi disarmati, anche se, sembra, con proiettili di gomma, che però non hanno mancato di ferire alcune persone. Centinaia di persone sono state sequestrate, trasportate in territorio israeliano e qui sottoposte a trattamenti vergognosi e violenti, che verranno accertati meglio ma che conosciamo per le testimonianze dei primi equipaggi rilasciati[15] e per le prime fotografie delle lesioni sui corpi degli arrestati, e che, soprattutto, sono stati in parte resi pubblici dai video che il ministro Ben-Gvir ha orgogliosamente pubblicizzato sui social.
Quest’ultimo fatto ha cambiato molte cose e dato avvio alla campagna dell’ipocrisia cui stiamo assistendo. Accennavamo poco sopra al fatto che l’inerzia sarebbe diventata prima o poi una trappola per il mondo politico occidentale: continuare a tacere (o far finta di protestare) di fronte a condotte che a un certo punto interessano direttamente nostri concittadini, oppure iniziare a prendere posizione, ma solo perché le persone interessate sono proprio nostri concittadini?
Siamo arrivati al punto che i video pubblicati non consentivano più di tacere, visto il numero delle persone coinvolte e la gravità delle immagini. E così l’Ambasciatore israeliano è stato convocato, le frasi di sdegno e le proteste si sono fatte più decise. Come se nessuno sapesse che quanto accaduto adesso alle persone arrestate e deportate è esattamente quello che accedeva due settimane prima e che accade sistematicamente nei luoghi di detenzione israeliani; come se nessuno sapesse che le violazioni del diritto internazionale e umanitario sono una costante delle politiche che Israele ha definitivamente adottato e sono giustificate ed esibite da molto tempo, così come denunciato da inchieste giornalistiche e dalle associazioni per i diritti umani, denunciato con coraggio perfino da associazioni israeliane ed è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite.
La presa di distanza dalle condotte di Ben-Gvir da parte di Netanyahu e altri esponenti politici israeliani non va ignorata, ma non ne va ignorata neppure l’ipocrisia. È sorprendente che esponenti del mondo ebraico contestino adesso a Ben-Gvir i “danni” politici e di immagine causati con la sua condotta del 20 maggio e si affannino ad affermare che quelle condotte non corrispondono alla cultura del Paese. In realtà, al di là di dichiarazioni formali di sdegno, ciò che gli si contesta è il fatto di avere pubblicato i video, non di avere istigato e gestito la “accoglienza” riservata agli equipaggi. Non possiamo dimenticare che tutti in Israele hanno visto la torta di compleanno con disegnato un macabro cappio che festeggiava l’orribile legge sulla pena di morte che il governo e il parlamento israeliani, e non solo Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir hanno voluto. Tutti in Israele conoscono da tempo le condizioni disumane e le violenze perpetrate nelle carceri dove migliaia di palestinesi passano un tempo infinito in “detenzione amministrativa”, violenze narrate da mille testimonianze e oggetto di indagini giornalistiche approfondite. Tutti in Israele hanno presente la catastrofe umanitaria causata e ancora in atto a Gaza. Tutti in Israele hanno visto le immagini di Ben-Gvir che nelle settimane e nei mesi scorsi si faceva beffe dei detenuti palestinesi. Tutti in Israele sanno come erano stati trattati gli equipaggi della Flotilla poche settimane fa. E potremmo continuare. Il fatto che adesso il ministro “abbia esagerato” viene censurato, temiamo, non per un rigurgito etico e un rigetto politico, ma solo perché ha scioccamente esagerato nelle modalità di comunicazione e ha esibito al mondo ciò che normalmente avviene, invece di lasciarlo ai racconti delle vittime che sarebbe stato poi possibile tentare di smentire come menzogne anti-semite. Va da sé che le sanzioni individuali annunciate e la proposta di irrogare sanzioni europee nei confronti del ministro, e solo del ministro, si commentano da sole.
9. Quanto detto finora impone una riflessione ulteriore. Lo sdegno per le condotte dei ministri e per le posizioni di Netanyahu non può far dimenticare tutto ciò che queste persone circonda. Se è vero che i ministri Smotrich e Ben-Gvir sono espressione di partiti politici integralisti ma minoritari – peraltro decisivi alla sopravvivenza del governo e alla impunità del primo ministro – le azioni violente e i veri e propri crimini che i governanti istigano e proteggono sono commessi da centinaia di appartenenti alle forze armate, a partire dall’intera catena di comando che gestisce gli abbordaggi in mare, come dimostrano la predisposizione, nei confronti degli equipaggi, di complesse operazioni militari e di luoghi di segregazione dove le violenze vengono metodicamente esercitate. Ma gli autori di crimini diventano decine di migliaia se consideriamo tutti i militari che hanno operato e agiscono a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran, in Siria[16]. Cui si aggiungono le migliaia di persone che operano nei servizi di sicurezza, gestiscono intercettazioni illegali a tappeto, individuano gli obiettivi mirati, cioè le persone da uccidere fuori e dentro i confini di Israele, e magari “eliminano” parte di tali obiettivi.
Si tratta di un numero elevatissimo di persone che sul piano giuridico sono gli autori diretti dei crimini gravissimi commessi e fanno parte di un meccanismo lucido, pianificato, sistematico e spietato di aggressione verso i “nemici”, siano essi i bambini di Gaza o gli equipaggi disarmati in mezzo al mare. Perché oramai i nemici sono tutti e sono ovunque. E questo avviene nel silenzio e nel sostanziale consenso di milioni di cittadini dello Stato di Israele e persone che vivono nella c.d. diaspora in tante parti del mondo. Fortunatamente in Israele e nella diaspora hanno voce ancora molti “giusti”, che impongono a noi tutti, e gliene siamo grati per questo, di non cadere nelle generalizzazioni: un rischio che si fa sempre più forte col crescere dell’orrore cui assistiamo.
Alcuni in Israele e altrove continuano a offendersi se i commentatori osano fare paragoni con gli eventi del secolo scorso. Ma i fatti parlano da soli: le condotte di arrestare, deportare con la forza, accatastare in spazi ristretti, denudare, colpire, violentare, umiliare persone inermi, cosa ci ricordano dell’Armenia, dei Ghetti europei, della ex-Jugoslavia, del Rwanda, tanto per fare alcuni esempi?
Per quanto ci riguarda, non possiamo tacere l’evidenza, riportata da inchieste giornalistiche, del fatto che periodicamente i militari impegnati al fronte vengono inviati dal governo israeliano in località turistiche estere, un po' come premio e un po' come decompressione. Alcune di queste località sono in territorio italiano e i nostri apparati di sicurezza non mancano di vigilare sulla sicurezza degli ospiti. In sostanza, appartenenti a una forza militare accusata di compiere crimini gravissimi vengono accolti e protetti. Porsi il problema della concessione dei visti di ingresso ai militari e della successiva protezione potrebbe essere una questione che è venuto il momento di affrontare, se davvero il nostro governo fosse sinceramente sdegnato, quale corollario del ben noto problema degli accordi commerciali su armamenti e sistemi di intelligence che dovrebbero essere annullati, ma restano in vigore.
10. Più in generale, viene in mente l’art.6 della Carta dell’ONU, che recita: «Un membro delle Nazioni Unite che ha violato in modo persistente i Principi contenuti nella presente Carta può essere espulso dall’Organizzazione dall’Assemblea Generale dietro raccomandazione del Consiglio di Sicurezza». Esiste, peraltro, all’art.5, la previsione che la meno grave misura della sospensione «dei diritti e dei privilegi», incluso il diritto di voto, possa essere applicata con la medesima procedura ai Paesi nei cui confronti il Consiglio di Sicurezza abbia adottato «azioni preventive o attuative».
Al di là del sicuro esercizio del diritto di veto, che renderebbe impraticabile una simile via nel caso concreto, il discorso è certamente complesso, considerando che violazioni dei principi contenuti nella Carta sono commesse in modo non episodico da non pochi Paesi. Ciò non significa che le violazioni non abbiano gravità e intensità diverse e che non possa individuarsi una linea rossa che fa da spartiacque. In un momento storico in cui le Nazioni Unite sono accusate in modo generalizzato di essere inefficaci e inutili, gli Stati che ancora tengono alla conservazione di un sistema multilaterale che ruoti attorno ad esse non possono non porsi il problema se, una volta fatta la scelta di evitare ogni forma di intervento diretto per rompere il blocco che soffoca Gaza e uccide i suoi abitanti sotto gli occhi del mondo, attivare un processo di natura giuridica ex art. 5 non sia uno strumento legittimo (per quanto a rischio di quasi certa vanificazione in sede Consiglio di Sicurezza) per riaffermare con chiarezza che essi non considerano non più accettabile una condotta da parte dello Stato di Israele che, anche tramite la messa nel nulla di centinaia di risoluzioni dell’Assemblea Generale, irride i principi fondamentali della Carta e, insieme, la volontà espressa dalla larghissima maggioranza dei Paesi che si esprimono in quella Assemblea.
11. Infine, che il diritto internazionale sia un arcipelago complesso e dalle risorse inattese lo dimostra uno sviluppo recente. Abbiamo affrontato il tema della “strategic litigation” nel corso della recensione al volume di Chantal Meloni dedicato alla giustizia internazionale[17]. Con l’espressione “strategic litigation” si identificano le cause giudiziarie introdotte per far emergere problematiche che non trovano altro sbocco istituzionale; una scelta che mette in conto la possibilità di un esito non positivo dell’iniziativa perché essa guarda a risultati che vanno oltre il momento del contenzioso in sé. Si tratta di uno strumento in grado di assumere notevole rilevanza sia nell’avanzamento delle frontiere del diritto sia nelle relazioni transnazionali.
È di questi giorni la notizia che un gruppo di associazioni italiane ha citato in giudizio l’azienda Leonardo, contestando la legittimità dei contratti di fornitura di armamenti che essa ha stipulato e gestisce con Israele[18].
Nel commento alla valutazione espressa dalla Commissione ONU sui fatti in Israele e Palestina (v. nota 1), abbiamo ricordato che il delitto di genocidio può estendersi a chi quel delitto favorisce e che la complicità in genocidio ricade sotto la lettera e) dell’art. III della relativa Convenzione internazionale del 1948. Ora, assistiamo al paradosso che la politica di molti Paesi, invece di intervenire per interrompere le forniture di armamenti e altri supporti in favore di Israele, che li utilizza palesemente per azioni militari illegali, giunge a fare di tali forniture e dei relativi legami economico-politici una buona ragione per evitare di mettersi in contrasto col governo israeliano e per evitare, sotto le spoglie di giustificazioni ben diverse, di avviare azioni diplomatiche e commerciali adeguate alla gravità delle violazioni.
È qui che un’azione civile avanti la giurisdizione italiana può rompere il meccanismo di omertà e di complicità. I legali degli attori hanno, infatti, chiesto l’esibizione dei contratti in corso e la valutazione della loro legittimità rispetto alle regole di diritto internazionale, ponendo ai giudici una domanda tanto inedita quanto complessa.
L’intervista con il Team legale
Per comprendere meglio la vicenda della Flotilla, compresi una serie di aspetti più tecnici, abbiamo rivolto alcune domande agli esperti che compongono il Team legale che segue gli equipaggi. Ci è, infatti, apparso necessario approfondire le notizie di stampa disponibili e comprendere meglio gli aspetti tecnici e politici essenziali affinché ciascuno possa farsi una opinione adeguata all’importanza dei fatti. Le risposte sono state date prima dei fatti del 19-20 maggio, ma contengono già tutti i profili essenziali.
Il Team è composto da diverse avvocate, giuriste e professoresse universitarie, tra cui le persone che hanno risposto a questa intervista in modo collettivo: Alessandra Annoni, Francesca Cancellaro, Patrizia Corpina, Maria Giulia Giuffrè, Tatiana Montella, Sonia Randazzo, Serena Romano, Enrica Rigo, nonché Carlo Caprioglio.
Introduzione del Team
Ci troviamo a rispondere a questa intervista mentre seguiamo le fasi della liberazione di Saif Abukeshek e Thiago Avila, dopo oltre 10 giorni di detenzione illegittima, in completa violazione di ogni principio dell’Habeas Corpus e della sua codificazione nei trattati internazionali e nelle legislazioni dei paesi democratici. Tiriamo naturalmente un sospiro di sollievo per la sorte dei due attivisti sequestrati, ma dobbiamo partire da questo gravissimo episodio, così come da ogni violazione dei diritti fondamentali dei partecipanti della Global Sumud Flotilla, per denunciare il blocco navale imposto a Gaza, la drammatica situazione in cui vive la popolazione civile palestinese e gli abusi che i detenuti palestinesi subiscono ogni giorno nelle carceri israeliane. In questo contesto, l’obiettivo di documentare e denunciare le violazioni perpetrate contro la Flotilla per incrinare l’impunità delle autorità israeliane, è un obiettivo esplicito della Global Sumud Flotilla. Le diverse azioni promosse davanti a giurisdizioni nazionali e internazionali hanno beneficiato di un costante confronto tra i team legali delle diverse delegazioni nazionali, nonché della pressione coordinata dell’opinione pubblica in diversi Paesi. Anche la liberazione di Saif e Thiago è il risultato di questo lavoro comune e dimostra come il contrasto a leggi e pratiche ingiuste possa essere condotto anche attraverso gli strumenti del diritto.
Con riferimento alla missione della Global Sumud Flotilla del settembre-ottobre 2025, quali spazi di assistenza legale hanno avuto le persone degli equipaggi condotte nelle carceri israeliane e qual è stato allora il rapporto con l'autorità giudiziaria di quel Paese?
Dalle nostre indagini difensive, ed in particolare dalle sommarie informazioni che abbiamo assunto ex art. 391-bis c.p.p., è emerso un quadro di sostanziale negazione delle garanzie difensive minime. Queste testimonianze hanno evidenziato come nessun attivista detenuto in Israele dopo l’abbordaggio e il sequestro in acque internazionali abbia potuto beneficiare di adeguata assistenza difensiva. Solo ad alcuni è stato concesso di avere colloqui con i difensori, i quali sono stati brevissimi, senza privacy, con interpreti inadeguati e in presenza di militari. Nessun detenuto è stato informato delle ragioni della privazione della libertà, né della facoltà di avvalersi di un difensore, in violazione degli artt. 6 CEDU e 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. Gli incontri con l’autorità giurisdizionale - che potremmo assimilare alla figura dei giudici di convalida - sono avvenuti in condizioni di coercizione, spesso dopo giorni di detenzione incommunicado, con verbali redatti in ebraico (senza traduzione) e senza un sistema di interpretazione. Nessun documento ufficiale o verbale è mai stato rilasciato ai nostri assistiti.
Quali ipotesi di reato avete ipotizzato nella querela depositata a Roma relativa alla prima missione della Global Sumud Flotilla e che sviluppi ci sono stati nel caso?
La denuncia-querela depositata lo scorso novembre presso la Procura di Roma ricostruisce le gravi condotte avvenute in acque internazionali e in Israele.
Ripercorrendo tutte le fasi della missione, sono stati denunciati i gravi attacchi mediante droni avvenuti nella notte tra il 23 e il 24 settembre 2025 al largo di Creta. Tali attacchi, per le concrete modalità con cui sono avvenuti, possono qualificarsi come tentato omicidio (artt. 56, 575 c.p.), tentato naufragio (artt. 56, 428 c.p.) e danneggiamento seguito da pericolo di naufragio (art. 429 c.p.).
L’abbordaggio delle imbarcazioni avvenuto il 1 ottobre 2025 in acque internazionali e la privazione della libertà degli attivisti si configurano come sequestro di persona aggravato (art. 605 c.p.); gli atti illeciti contro la sicurezza della navigazione marittima erano volti all'impossessamento violento delle loro navi e la relativa messa in pericolo della navigazione (art. 3, legge 422/1989),) potrebbero essere considerati come atti di pirateria (art. 1135 cod. nav.) quali atti di violenza e depredazione commessi in alto mare.
Da ultimo, i gravi abusi fisici e psicologici subiti nel corso della detenzione in Israele si configurano come tortura (art. 613-bis c.p.). La loro gravità e sistematicità impone tale qualificazione, trattandosi di maltrattamenti intenzionali accompagnati da tecniche “classiche” che rientrano nel novero di questa pratica: percosse e lesioni, privazione del sonno e dell’acqua, obbligo a tenere posizioni dolorose e umilianti, irruzioni nelle celle con uso di cani e armi d’assalto, assenza di letti e materassi per dormire, esposizione prolungata a temperature rigide/torride, bende sugli occhi negli spostamenti, perquisizioni invasive, sottoposizione all’attività di propaganda mediante video e audio.
La Procura di Roma ha aperto un procedimento penale finalizzato a identificare gli autori e i mandanti di questi fatti gravissimi ed accertarne le responsabilità penali.
Si legge che le imbarcazioni sequestrate sono ancora trattenute. Esistono provvedimenti formali che lo giustificano e avete per caso avviato azioni per la loro restituzione?
Dopo l'abbordaggio del 1° ottobre 2025, le imbarcazioni che hanno proseguito la navigazione sono state sottoposte a un sequestro de facto da parte delle autorità israeliane, che ne hanno preso il controllo con la forza e non le hanno mai restituite dopo il rimpatrio degli attivisti. Ad oggi, non sono stati comunicati (né formalmente né informalmente) provvedimenti di sequestro o confisca emessi da autorità israeliane.
Tali circostanze sono state puntualmente ricostruite nella denuncia-querela, unitamente alla produzione di documentazione fotografica e video realizzata nell’immediatezza dei fatti.
Si tratta di un primo passo volto all’accertamento di quanto accaduto, che certamente non esaurisce le ulteriori iniziative giurisdizionali che intendiamo intraprendere a tutela del diritto di proprietà sulle imbarcazioni.
La scelta di procedere con una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma a quale logica risponde e che tipo di supporti probatori avete messo a disposizione dei magistrati?
Riteniamo sussistente la giurisdizione italiana, trattandosi di condotte penalmente rilevanti poste in essere nei confronti dei 36 cittadini italiani che assistiamo e consumate, almeno in parte, a bordo di imbarcazioni battenti bandiera italiana, le quali, ai sensi del diritto internazionale e dell’ordinamento interno, devono considerarsi sottoposte alla giurisdizione dello Stato italiano. Riteniamo inoltre che, in considerazione della gravità delle condotte subite dai partecipanti alla missione, gravino sull’Italia specifici obblighi internazionali di natura procedurale, che impongono all’Autorità Giudiziaria lo svolgimento di indagini serie, effettive e indipendenti in relazione a possibili violazioni del diritto alla vita e del divieto di tortura, garantiti rispettivamente dagli artt. 2 e 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Con riferimento alla seconda missione della Flotilla e alle aggressioni di fine aprile-inizio maggio, quale è il contesto di fatto in cui sono avvenute e cosa è accaduto?
Nel mese di aprile 2026, la missione umanitaria internazionale della Global Sumud Flotilla, composta da oltre cinquanta imbarcazioni civili disarmate, è salpata dai porti di Barcellona (Spagna) e Augusta (Italia) con a bordo centinaia di partecipanti provenienti da oltre quaranta Paesi, tra cui cittadini italiani, personale medico, giornalisti e osservatori per i diritti umani. La missione pacifica era finalizzata alla consegna di beni di prima necessità e assistenza medica alla popolazione civile di Gaza, vittima di una gravissima ed ampiamente documentata crisi umanitaria anche dovuta al blocco navale imposto da Israele.
Come noto, la situazione a Gaza ha raggiunto i livelli di una catastrofe umanitaria di proporzioni senza precedenti: dopo i bombardamenti su obiettivi civili, una carestia classificata al livello 5 dalle Nazioni Unite, l’impossibilità di accedere alle cure mediche e, soprattutto, le oltre 62.000 vittime accertate, tra cui 20.000 bambini, oggi la situazione appare disperata.
Tali condizioni non sono puri effetti collaterali di un conflitto armato, ma il risultato di un assedio deliberato che disvela un disegno sistematico di distruzione. La Commissione internazionale d’inchiesta delle Nazioni Unite, con il rapporto A/HRC/C/60/CRP.3 del 16 settembre 2025, ha concluso che le autorità israeliane hanno commesso atti di genocidio contro la popolazione palestinese a Gaza. La Commissione ha inoltre rilevato che l’imposizione dell’assedio totale, il blocco degli aiuti umanitari e la distruzione delle infrastrutture sanitarie sono condotte adottate con piena consapevolezza e cognizione dell’elevata probabilità di causare la distruzione del gruppo.
Dal 3 gennaio 2009 una dichiarazione unilaterale della Marina israeliana ha proclamato il “blocco navale”, nonostante non si tratti di acque territoriali di competenza israeliana dal momento che la Striscia di Gaza non è territorio israeliano. Affermare il contrario significherebbe riconoscere come lecita l’annessione de facto da parte di Israele del Territorio palestinese occupato, a dispetto del giudizio di segno opposto della Corte internazionale di giustizia (parere del 19 luglio 2024).
In questo contesto, la sera del 29 aprile 2026, a circa 50 miglia a sud-ovest dell'isola di Creta, in acque internazionali e all'interno della zona Search and Rescue di competenza greca, ventidue imbarcazioni della flottiglia - sette delle quali battenti bandiera italiana (Eros 1, Bella Blue, Marea, Snap, Holy Blue, Eros, Nagual) - sono state intercettate ed abbordate da unità militari israeliane.
Nel corso dell’operazione, l'imbarcazione Tam Tam, battente bandiera spagnola, è stata intenzionalmente danneggiata e lasciata alla deriva con l’equipaggio a bordo, poi soccorso dalla nave Open Arms prima dell’affondamento. Gli equipaggi delle restanti unità, inclusi 23 cittadini italiani, sono stati arbitrariamente privati della libertà personale e trasferiti coattivamente su una nave militare israeliana, identificata dagli interessati come la Nahshon.
L’intercettazione è stata condotta con modalità in larga parte analoghe a quelle già riscontrate nella precedente missione: abbordaggio notturno in acque internazionali, impiego di personale armato e distruzione o sottrazione di dispositivi di comunicazione.
Durante la detenzione a bordo della nave militare israeliana, numerose persone hanno riferito di essere state sottoposte a trattamenti inumani e degradanti e gravi abusi, che dovranno essere compiutamente ricostruiti. Due persone, Saif Abukeshek Abdelrahim e Thiago De Avila e Silva Oliveira, sono state violentemente prelevate dai militari israeliani e condotte con la forza in Israele.
Dopo circa trentasei ore di detenzione arbitraria e navigazione verso est, la maggior parte delle persone trattenute, inclusi i 23 cittadini italiani, è stata trasbordata su un'unità della Guardia Costiera greca e successivamente sbarcata nel porto di Atherinolakkos, a Creta. Il sig. Abukeshek e il sig. De Avila e Silva Oliveira, invece, nonostante le proteste degli altri trattenuti, sono stati forzatamente separati dalle autorità israeliane e successivamente trasferiti in Israele, dove sono stati detenuti per dieci giorni senza che alcuna accusa sia stata mai formalizzata nei loro confronti.
L’8 maggio 2026, oltre 30 imbarcazioni della missione hanno lasciato Creta in direzione della Turchia, dove è prevista un’assemblea internazionale per discutere le successive fasi della missione. Attualmente, alla missione partecipano 9 imbarcazioni battenti bandiera italiana (Alcyone, Andros, Blue Toys, Elengi, Shireen, Girolama, Holy Blue, Marilyn, Vivi) e 35 cittadini italiani.
Quale è il contesto giuridico internazionale nel quale è avvenuto l’abbordaggio?
L’articolo 90 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) - sotto questo profilo espressione di norme di diritto internazionale generale rilevanti anche per Stati che, come Israele, non hanno ratificato questo strumento - afferma il diritto di ogni Stato di far navigare in alto mare navi battenti la propria bandiera, mentre ai sensi dell'art. 92 della UNCLOS, le imbarcazioni in alto mare sono generalmente sottoposte alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera. Esse godono del diritto di libertà di navigazione in acque internazionali, codificato dall'articolo 87 della UNCLOS.
La intercettazione delle imbarcazioni della Flotilla da parte di Israele in alto mare, a 500 miglia nautiche da Gaza, costituisce una manifesta violazione di tale diritto. Una simile intercettazione non può essere in alcun modo giustificata come misura finalizzata a garantire il rispetto del blocco navale che Israele ha istituito al largo della costa della Striscia di Gaza, essendo tale blocco del tutto illegittimo alla luce delle pertinenti norme di diritto internazionale.
Le imbarcazioni della GSF, incluse quelle su cui viaggiavano Abukeshek e Avila, sono regolarmente registrate sotto bandiere nazionali riconosciute, pienamente identificabili, trasportano aiuti umanitari documentati e hanno carattere esclusivamente civile. Di conseguenza, nessuno Stato diverso da quello di bandiera può esercitare legalmente giurisdizione su tali navi, e sull’equipaggio a bordo, salvo nei casi limitati previsti dall’articolo 110 UNCLOS - ossia pirateria, tratta di schiavi, trasmissioni non autorizzate o assenza di nazionalità - nessuno dei quali si applicherebbe al caso in questione.
Inoltre, l’articolo 111 della UNCLOS sul “diritto di inseguimento” è chiaramente inapplicabile. Tale diritto può essere esercitato solo se l’inseguimento inizia nelle acque interne, nel mare territoriale, nella zona contigua o nella zona economica esclusiva di uno Stato, e deve essere continuo e ininterrotto. La Flotilla non è entrata in alcuna zona marittima sotto controllo israeliano. A 500 miglia nautiche da Gaza, Israele non avrebbe alcuna giurisdizione unilaterale di enforcement secondo il diritto del mare.
L’UNCLOS stabilisce inoltre, agli articoli 88 e 301, che l’alto mare debba essere riservato a scopi pacifici. In questo contesto, l’uso di droni a bassa quota per minacciare, intimidire, molestare o sorvegliare navi civili che trasportano aiuti umanitari costituirebbe una chiara interferenza con la libertà di navigazione.
Come dobbiamo leggere l’arresto e il trasferimento in Israele di Thiago de Avila e Saif Abukeshek? Erano persone già destinatarie di specifica attenzione e che, per questo, potevano prevedere una sorte diversa dagli altri?
Saif Abukeshek Abdelrahim - cittadino svedese e spagnolo di origine palestinese - e Thiago Ávila, cittadino brasiliano, sono tra le figure più carismatiche e note della missione, oltre ad essere membri del direttivo della GSF. Questi elementi suggeriscono la volontà delle autorità israeliane di colpire l’intera missione della Flotilla anche attraverso il tentativo di criminalizzare i suoi esponenti maggiormente esposti, al fine di scoraggiare ed impedire future azioni di supporto alla popolazione di Gaza e alla causa palestinese.
Qual è il regime giuridico che IDF applica ai due arrestati e ha presentato davanti al Tribunale di Beer Sheva? E in quale contesto si sta esercitando la difesa dei due arrestati?
La procedura segue il codice di procedura penale militare israeliano, con limitazioni significative per i detenuti classificati come "security prisoners".
Secondo quanto riferito dal team legale israeliano di Adalah - organizzazione indipendente, con sede ad Haifa, impegnata nella tutela dei diritti della minoranza arabo-palestinese in Israele e dei palestinesi nei territori occupati, nonché parte del coordinamento legale internazionale della missione GSF- le autorità hanno prospettato accuse riconducibili alla sicurezza nazionale, tra cui assistenza al nemico in tempo di guerra, contatti con agenti stranieri e supporto a organizzazioni terroristiche.
Abbiamo sottolineato il difetto di giurisdizione delle autorità israeliane, evidenziando che i fatti si sono svolti in acque internazionali, a bordo di imbarcazioni battenti bandiera straniera e nell’ambito di una missione civile e umanitaria. È stata, inoltre, messa in evidenza l’assenza di qualunque nesso tra il trasporto di aiuti umanitari e attività terroristiche, nonché il carattere strumentale delle contestazioni fondate su esigenze di sicurezza.
Secondo quanto riferito da Adalah, la proroga della detenzione sarebbe stata disposta anche sulla base di “prove segrete” non accessibili alla difesa. Saif Abukeshek e Thiago Ávila sono stati, inoltre, trattenuti in regime di isolamento presso il centro di detenzione di Shikma, ad Ashkelon, in condizioni denunciate come inumane e gravemente degradanti, e hanno intrapreso uno sciopero della fame; Saif Abukeshek anche della sete.
Ad oggi non risulta chiaro se le accuse nei confronti dei due attivisti siano state definitivamente archiviate o se ulteriori indagini siano ancora in corso: ciò che sappiamo è che la detenzione è stata prorogata esclusivamente per consentire il proseguimento degli interrogatori. Il 5 maggio, infatti, il tribunale di primo grado ha accolto la richiesta di proroga di sei giorni avanzata dalle autorità israeliane, decisione immediatamente impugnata dalla difesa davanti al tribunale distrettuale, purtroppo senza esito. Ciò nonostante, il 9 maggio 2026 prima della celebrazione dell’ulteriore udienza prevista, Saif e Thiago sono stati trasferiti in un centro di detenzione per migranti in vista della deportazione e sono ora rientrati, rispettivamente, in Spagna e Brasile.
La difesa della GSF e dei suoi attivisti davanti alle sedi nazionali e internazionali è ancora in corso, sarà necessario accertare le responsabilità per il loro sequestro e per l’illegittima detenzione patita. La pressione politica e istituzionale deve ora rimanere alta sugli equipaggi che hanno ripreso la missione.
[1] Antonio Cassese, Violenza e diritto nell’era nucleare, Laterza, Roma-Bari 1986, pag. 55 ss.
[2] Si veda il punto 4 del mio commento, La Commissione ONU e il genocidio: un momento di chiarezza, in Questione giustizia 1/10/2025, https://www.questionegiustizia.it/articolo/la-commissione-onu-e-il-genocidio-un-momento-di-chiarezza
[3] Quali siano i risultati di tale prospettiva di prevenzione è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti.
[4] Rinvio sulla qualifica dei fatti come genocidio al commento richiamato nella nota 2.
[5] Non casualmente le medesime accuse di connivenza sono mosse dai governanti israeliani alle istituzioni delle Nazioni Unite che prestavano assistenza alla popolazione, nonché alle ONG presenti e perfino alle ONG di carattere sanitario, unico residuo di tutela dopo che il sistema sanitario palestinese è stato sistematicamente distrutto.
[6] Luca Salza (a cura di), La filosofia di fronte al genocidio, conversazione su Gaza con Étienne Baribar, Ed. Cronopio, Napoli 2025, pag. 16.
[7] UNCLOS - Art. 87 Libertà dell’alto mare
1. L’alto mare è aperto a tutti gli Stati, sia costieri sia privi di litorale. La libertà dell’alto mare viene esercitata secondo le condizioni sancite dalla presente Convenzione e da altre norme del diritto internazionale. Essa include, tra l’altro, sia per gli Stati costieri sia per gli Stati privi di litorale, le seguenti libertà:
Navigazione marittima
a) libertà di navigazione;
b) libertà di sorvolo;
c) libertà di posa di cavi sottomarini e condotte, alle condizioni della Parte VI;
d) libertà di costruire isole artificiali e altre installazioni consentite dal diritto internazionale, alle condizioni della Parte VI;
e) libertà di pesca, secondo le condizioni stabilite nella sezione 2;
f) libertà di ricerca scientifica, alle condizioni delle
2. Tali libertà vengono esercitate da parte di tutti gli Stati, tenendo in debito conto sia gli interessi degli altri Stati che esercitano la libertà dell’alto mare, sia i diritti sanciti dalla presente Convenzione relativamente alle attività nell’Area.
[…]
Art. 88 Uso esclusivo dell’alto mare per fini pacifici
L’alto mare deve essere usato esclusivamente per fini pacifici.
Art. 89 Illegittimità delle rivendicazioni di sovranità sull’alto mare
Nessuno Stato può legittimamente pretendere di assoggettare alla propria sovranità alcuna parte dell’alto mare.
Art. 90 Diritto di navigazione
Ogni Stato, sia costiero sia privo di litorale, ha il diritto di far navigare nell’alto mare navi battenti la sua bandiera.
[8] Si ribadisce che, a tacer d’altro, l’illegalità della occupazione di Gaza sancita dalle Nazioni Unite in modo inequivoco non consente di qualificare le acque antistanti la Striscia come acque ricadenti legittimamente sotto il controllo d’Israele.
[9] Il riferimento è alla Convenzione per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della navigazione marittima (SUA), firmata a Roma il 10/3/1988 ed entrata in vigore il primo marzo 1992. Le condotte illecite sono fissate dall’art. 3, mentre agli artt. 6 e ss. sono fissate le regole che regolano la giurisdizione degli Stati, inclusa la riserva di giurisdizione penale nazionale, e gli obblighi di cooperazione (tra cui rientra la inclusione dei delitti citati fra quelli per cui deve operare l’estradizione). Tra le condotte criminali previste dall’art. 3 rientrano: lett. a) il sequestro e la presa di controllo dell’imbarcazione con la forza; lett. b) atti di violenza sulle persone a bordo che comportino rischi per la sicurezza della navigazione; lett. c) la distruzione o il danneggiamento del carico con pericolo per la sicurezza della navigazione; lett. e) la distruzione o il danneggiamento grave degli strumenti di navigazione; lett. g) l’uccisione o il ferimento di persone a bordo collegati ai reati che precedono.
[10] Quanto al nostro Paese non dimentichiamo che, sulla scia delle deliberazioni ONU (tra le altre, Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 1816, 1846, 1851 del 2008 e 2015 del 2011), la disciplina in materia è stata aggiornata, prima con la legge n. 12 del 2009, quindi con il d.l. n. 107 del 2011 (convertito con legge n. 130 del 2011), cui hanno fatto seguito il decreto del Ministero dell’Interno del 28/12/2012, n. 266, contenente il Regolamento recante l’impiego di guardie giurate a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana, che transitano in acque internazionali a rischio pirateria (GU n. 75 del 29/3/2013), seguito dal decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti 13/3/2013, n. 42, che disciplina le procedure tecnico amministrative riferite alla sicurezza e alla navigazione in relazione alle misure urgenti anti-pirateria.
[11] Azioni significative, quali la convocazione dell’Ambasciatore israeliano o il richiamo del nostro Ambasciatore a Tel Aviv, hanno dovuto attendere l’evento clamoroso del 20 maggio per essere intraprese. Una timida ed eventuale riserva di ordine generale era stata espressa dal Governo sul rinnovo del protocollo di cooperazione tecnica e scientifica con Israele, ma quando si è trattato di decidere in sede europea sull’irrogazione di sanzioni a Israele, l’Italia e, non casualmente, la Germania hanno opposto il proprio dissenso (sarebbe interessante esaminare le ragioni che uniscono proprio Italia e Germania nel rifiuto di contrastare le politiche israeliane, ma non è questa la sede per affrontare un argomento così complesso).
[12] Oscar Camps, fondatore di Open Arms, la cui nave ammiraglia accompagna la Flotilla per eventuali necessità, ha rilasciato una intervista (La Repubblica, 1/5/2026) in cui riferisce del silenzio opposto dalle autorità greche alle richieste di aiuto trasmesse anche via SOS e della conseguente necessità della Open Armas di attivarsi per recuperare equipaggi e barche non governabili, danneggiate e lasciate dagli israeliani in balia del mare.
[13] Clamorosa la sostanziale assenza di risposta che a livello giudiziario viene data ai coloni autori di reati gravissimi, incluso l’omicidio, in danno dei palestinesi della West Bank. Ancora più clamorosa quando si pensi che i coloni, con la complicità e perfino l’assistenza delle forze armate, danno vita a veri e propri pogrom in danno dei villaggi e delle fattorie palestinesi che ricordano quelli che gli ebrei subirono in Europa a inizio ‘900, incluso quello terribile di Kishinev, avvenuto in territorio russo nel 1903.
[14] È questa la logica sottesa all’idea che molti Israeliani e molti ebrei associano alla Shoa come male insuperabile, che fa di loro le vittime per eccellenza, una volta e per sempre (per un esame critico di tale posizione, rinvio, tra gli altri, al recentissimo e impeccabile volume di Anna Foa, Mai più, Ed. Laterza, Bari-Roma 2026, pag. 60 ss.).
[15] L’on. Carotenuto e il giornalista Mantovani testimoniano di avere subito umiliazioni e violenze e riferiscono che altri attivisti hanno ricevuto, umiliazioni a sfondo sessuale e violenze gravi fino a riportare lesioni. Circostanze confermate da successivi testimoni diretti e dalle fotografie che mostrano le lesioni sui corpi delle persone sequestrate.
[16] Ai militari e riservisti che operano in prima linea dobbiamo aggiungere tutti gli appartenenti al grande apparato di logistica, nonché coloro che con gli esplosivi e i caterpillar distruggono le infrastrutture civili e le abitazioni palestinesi e libanesi rimaste in piedi dopo i bombardamenti.
[17] Luigi Marini, Giustizia universale? Tra gli Stati e la Corte penale internazionale: bilancio di una promessa, recensione al volume di Chantal Meloni edito da Il Mulino (2024), in Questione giustizia online, 1/2/2025, https://www.questionegiustizia.it/articolo/recensione-meloni. Si rinvia, in particolare, al par. 6.2.
[18] Il manifesto, 7 maggio 2026, riferisce di un’azione intrapresa da numerose associazioni, tra cui Arci, Acli, A Buon Diritto, AssoPace Palestina, Attac Italia, Pax Christi, Un Ponte Per, con l’assistenza della Fondazione Hind Rajab.