Magistratura democratica
Osservatorio internazionale

Diritto e ipocrisia. La Corte Suprema statunitense e lo ius soli

di Elisabetta Grande
professoressa ordinaria di diritto comparato, Università del Piemonte Orientale

Con Trump v. Barbara la Corte Suprema statunitense rifiuta di cancellare lo ius soli sancito dalla Costituzione federale. Celebrata come la prova dell’indipendenza della Corte rispetto alla politica conservatrice di Trump, calata nel contesto più ampio delle sue recenti pronunce la decisione mostra in verità tutta l’ipocrisia di un’istituzione che ha perso la neutralità che dovrebbe caratterizzarla. 

Il 30 giugno di quest’anno la Corte Suprema degli Stati Uniti, con una maggioranza assai inusuale[1], ha impedito che si realizzasse uno degli obiettivi più palesemente eversivi di Trump. Si trattava dell’eliminazione di un caposaldo del tessuto costituzionale statunitense: la cittadinanza per nascita, il così detto ius soli.

Per quanto, per la penna del Chief Justice John Roberts, la maggioranza della Corte Suprema abbia, in maniera inequivoca e definitiva, dichiarato in contrasto con il XIV emendamento della Costituzione l’ordine esecutivo con cui Trump aveva escluso che i figli nati da coloro che si trovavano temporaneamente - legalmente o illegalmente- in territorio statunitense potessero acquisire la cittadinanza statunitense, la pronuncia Trump v. Barbara, più che una pietra miliare del diritto di avere diritti, appare in verità un modo per la Corte di salvare la propria vacillante reputazione. Con essa la Corte sembra, infatti, aver voluto rassicurare il pubblico circa la sua neutralità e imparzialità, dopo aver in questo semestre decisionale spudoratamente assecondato la politica del presidente in relazione alle questioni più cruciali. Si pensi al gerrymandering razziale (che ha fra l’altro a che fare con l’assente reale riconoscimento di diritti a chi si consente di essere cittadino per nascita), sdoganato ad aprile[2]; o al drammatico (per via dell’eliminazione dei freni all’attività delle corporation che comporta[3]) accoglimento - con Trump v. Slaughter - della teoria dell’esecutivo unitario, espresso con la decisione con cui ha consentito che tutti i vertici delle agenzie amministrative indipendenti - che ora indipendenti non saranno più - possano essere licenziati dal presidente se non sono d’accordo con la sua linea politica. O ancora all’aumento del flusso di danaro che potrà essere utilizzato nelle campagne elettorali in coordinamento e a vantaggio dei candidati (in particolare di quelli repubblicani per ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare in questa sede) consentito con la pronuncia NRSC v. FEC, come se la nota decisione del 2010, Citized United, non avesse già gravemente compromesso la sostanza della democrazia rappresentativa. 

E’ però soprattutto l’approccio adottato in relazione alla questione migratoria -in perfetta linea con la politica di massima espulsione dei non cittadini e di chiusura delle frontiere a chi non sia, come gli Afrikaner, nella lista dei privilegiati - a chiarire l’ipocrisia di fondo della decisione Trump v. Barbara. Pur mantenendo ferma la cittadinanza per nascita, con le sue pronunce in avallo alla politica trumpiana la Corte Suprema si assicura, infatti, che le nascite provenienti dai non cittadini siano davvero ben poche.  

Con le decisioni Mullin v. Doe e Mullin v. Al Otro Lado del 25 giugno di quest’anno, la SCOTUS ha invero confermato l’appoggio – manifestato in precedenza in via interlocutoria - alla politica di esclusione e feroce caccia al migrante inaugurata da Trump fin dal primo momento del suo secondo mandato.

Già il 19 e il 30 maggio 2025 la Corte aveva dato il via libera, nonostante decisioni di Corti federali inferiori di segno opposto, alla revoca da parte dell’amministrazione Trump rispettivamente della protezione temporanea (TPS) nei confronti di 350.000 venezuelani, nonché di un programma umanitario introdotto durante la presidenza Biden, concepito per concedere un permesso di soggiorno temporaneo a oltre 500.000 immigrati provenienti da Paesi colpiti da guerre o gravi crisi politiche.

D’altra parte, di fronte alle sconsiderate ed illegali retate del famigerato ICE in California, nel settembre del 2025, in Noem v. Vasquez Perdomo, la Corte Suprema aveva addirittura sospeso l'efficacia di un'ordinanza emessa da un giudice federale di Los Angeles che vietava le cosiddette roving patrols, ossia i pattugliamenti mobili nel corso dei quali le persone venivano fermate per strada e sottoposte a controlli in base al loro aspetto, alla lingua parlata, al lavoro svolto o al luogo in cui si trovavano. Sia il tribunale federale di Los Angeles, sia la Corte d'appello del Nono Circuito avevano ritenuto che tali pratiche integrassero una forma di profilazione razziale illegittima. Non così la Corte Suprema.  

Per non dire, infine, della pronuncia - anch’essa interlocutoria - del giugno dell’anno scorso, con cui la SCOTUS aveva autorizzato l’atroce pratica messa in atto dall’amministrazione Trump di inviare in paesi terzi i migranti che non possono essere deportati a casa propria, perché rischierebbero di esservi perseguitati per ragioni politiche o altro. 

Si tratta di una pratica (cui tristemente l’Unione europea si è oggi ispirata nel suo nuovo regolamento sui rimpatri, prevedendo i così detti “hub di ritorno”) che dal febbraio 2025 l’amministrazione Trump ha adottato in modo significativo e che permette il trasferimento di persone in paesi di cui non sono cittadine, dove non hanno mai messo piede, con cui non hanno alcun legame e di cui non parlano la lingua. Sono oltre 30 ad oggi i paesi terzi con cui gli Stati Uniti hanno stipulato accordi in proposito, molti dei quali in situazione di grave instabilità politica o sanitaria. Secondo il Migration Policy Institute, tra gennaio e dicembre 2025 vi sono già state trasferite circa 15.000 persone, di cui 13.000 in Messico. Le vicende, assurte da ultimo alle cronache, di due donne iraniane inviate nella Repubblica Centroafricana (paese che gli Stati Uniti sconsigliano di visitare ai propri cittadini) o di una signora colombiana malata e trasferita nella Repubblica Democratica del Congo, in pieno dispiegamento del micidiale virus dell’ebola, sono eloquenti. Così come lo è il trattamento riservato agli Afghani che avevano collaborato con lo sforzo bellico americano durante la guerra in Afghanistan. Dopo aver sospeso il programma di reinsediamento destinato loro, il presidente Trump contempla ora l'ipotesi di trasferire fino a 1.100 di loro fra cui 400 bambini, proprio in quella Repubblica Democratica del Congo martoriata dal virus. 

Insensibile alle chiare violazioni del diritto internazionale che una tale disumana pratica comporta, la SCOTUS già l’anno scorso, l’aveva dunque – sia pur provvisoriamente - sdoganata, mostrandosi solidale con Trump e la sua amministrazione nella cacciata del più alto numero di migranti, fin dall’inizio perseguita nei modi più brutali, per ottenerne alfine il rimpatrio volontario. E mentre quest’ultimo obiettivo, nonostante le altisonanti declamazioni che vorrebbero la dipartita volontaria di ben 2 milioni di migranti, pare fallito a fronte dei 200.000 stimati da chi ha provato seriamente a contarli, il feroce attacco ai migranti è continuato nei modi più vari, assicurando ottimi profitti a chi, come le corporation della sorveglianza o della restrizione personale (Palantir, Google, GEO Group per esempio), guadagna dalla loro sofferenza. 

E’ in questo quadro che si stagliano le pronunce Mullin v. Doe e Mullin v. Al Otro Lado del 25 giugno. Con la prima, la Corte Suprema ha autorizzato la cessazione da parte dell’amministrazione Trump del programma di protezione temporanea umanitaria di Haitiani e Siriani, nonostante le chiare violazioni di legge occorse nel processo decisionale. Con la seconda ha stabilito che è lecito respingere i migranti che chiedono asilo lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, impedendo loro fisicamente di entrare nel territorio statunitense per presentare domanda di protezione dalle persecuzioni cui sono soggetti nei loro paesi di origine.

In entrambi i casi i sei Justices conservatori, per la penna di Samuel Alito, hanno rovesciato il diverso orientamento interpretativo delle Corti inferiori, leggendo le normative di fronte a loro in maniera particolarmente permissiva per l’amministrazione Trump. Nel caso della cessazione del permesso umanitario per Haitiani e Siriani si trattava di chiarire se l’esclusione dal controllo giurisdizionale, prevista Temporary Protected Status (TPS) Act del 1990, riguardasse solo il merito delle decisioni dell’amministrazione -ossia quando e chi escludere dalla misura- oppure anche la procedura prescritta. Nel caso specifico Kristi Noem, a capo del dipartimento della sicurezza interna, aveva revocato i permessi temporanei senza consultarsi con chi di dovere e senza aver preso le necessarie informazioni circa la cessazione della situazione di pericolo che aveva a suo tempo motivato la misura. La lettura favorevole all’amministrazione, che esclude sempre e comunque l’intervento giurisdizionale in materia di TPS, ha oggi gravissime conseguenze non soltanto sui 350.000 Haitiani e sui 6.100 Siriani che vivono e lavorano negli Stati Uniti - rispettivamente dal 2010 e dal 2011 - e che ora dovranno rientrare nei paesi di origine dilaniati da violenze e conflitti interni, pena la loro deportazione (senza contare le sanzioni inflitte a chi dia loro ancora lavoro). I suoi effetti ricadono anche su più di un milione di persone- provenienti da 13 paesi- protette da simili permessi umanitari, che Trump ha dichiarato di voler cancellare o ha già cancellato e la cui situazione è oggi in discussione di fronte alle Corti inferiori. Né l’unica via di successo giudiziale lasciata aperta dalla Corte Suprema, quella dell’incostituzionalità della revoca della misura umanitaria per motivi razziali, sembra seriamente percorribile. A quello scopo non sono, infatti, valsi neppure gli insulti di Trump agli Haitiani, indicati come mangiatori di gatti e provenienti – insieme agli africani- da «posti di merda», che Samuel Alito ha derubricato a semplici «posizioni politiche che potevano essere giustificate sulla base di ragioni neutrali rispetto alla razza». 

La lettura da parte della maggioranza conservatrice della Corte della disposizione dell'Immigration and Nationality Act (INA), secondo cui lo straniero che «arriva negli Stati Uniti» può presentare domanda di asilo e deve essere sottoposto ai controlli previsti da un funzionario federale dell'immigrazione, consente poi all’amministrazione Trump di lasciare fuori dal paese chiunque. Secondo Samuel Alito, per la maggioranza – e in contrasto con la lettura della corte inferiore - quella normativa non vieta, infatti, la pratica del metering, in base alla quale gli agenti dell'immigrazione impediscono fisicamente ai richiedenti asilo di attraversare la frontiera. Non essendo “arrivati” negli Stati Uniti nessun obbligo di prendere in considerazione la loro domanda sorge in capo alle autorità statunitensi. «L'INA non attribuisce a tal(i) person(e) il diritto di presentare domanda di asilo, né impone a un funzionario dell'immigrazione di sottoporla ai controlli previsti dalla legge» scrive Alito. Nelle parole pronunciate – per la minoranza- ad alta voce dalla Justice dissenziente Sotomayor, ciò significa che la Casa Bianca sarà sempre libera di «aggirare» le procedure previste dalla legge per garantire che ogni domanda di asilo sia esaminata individualmente «anche quando è certo che il richiedente asilo sarà perseguitato o ucciso se verrà respinto». 

Alla progressiva diminuzione dei non cittadini in terra statunitense contribuiscono oggi, inoltre, da un canto la riforma del sistema di reinsediamento dei rifugiati, il cui accesso è riservato quasi esclusivamente ai sudafricani bianchi; dall’altro, l’entrata in vigore -dal primo gennaio 2026 - di un travel ban, che impone restrizioni all'ingresso negli Stati Uniti dei cittadini di ben 39 Paesi più di coloro che viaggiano con documenti rilasciati dall'Autorità Palestinese (PA).

Spinta dalle pronunce della Corte Suprema la caccia al migrante è ripartita col vento in poppa e nel giro dei 5 giorni successivi a Mullin v. Doe e Mullin v. Al Otro Lado gli arresti e le corrispondenti detenzioni da parte dell’ICE sono raddoppiate, raggiungendo l’astronomica cifra di 10.000 unità. D’altronde il commento di Stephen Miller, principale consigliere della Casa Bianca in fatto di migrazioni, secondo cui gli Stati Uniti sono ormai finalmente «completamente chiusi ai richiedenti asilo», illustra con precisione la ricaduta concreta di Mullin v. Al Otro Lado

E’ in questo contesto che appare con chiarezza l’ipocrisia di fondo di una Corte Suprema che non cancella lo ius soli, ma che al contempo con le sue decisioni alimenta le espulsioni e la chiusura delle frontiere agli stranieri, contribuendo di fatto a eliminare la possibilità stessa che le nascite “sul suolo” da parte di non cittadini avvengano. 


 
[1] Al Chief Justice Roberts, estensore della pronuncia, si sono unite le tre Justices progressiste (Sotomayor, Kagan e Jackson), la Barrett ed in parte Kavanough. Hanno dissentito Thomas, Gorsuch e Alito.

[2] Su cui mi permetto di rinviare in questa rivista al mio La Corte Suprema, il gerrymandering e la discriminazione razziale, https://www.questionegiustizia.it/articolo/la-corte-suprema-il-i-gerrymandering-i-e-la-discriminazione-razziale   

[3] Sintetizza così i pericoli di una simile decisione, Elizabeth Warren: «Quando sono fatte bene, regole forti e giuste proteggono la liberta di ogni americano. Quanto libero saresti se alle aziende fosse permesso di mentirti e ingannarti per farti investire tutti i tuoi risparmi nelle loro azioni? O se nessuno si lavasse le mani prima di preparare il tuo hamburger? O se le aziende potessero spacciare piccole pillole bianche per antibiotici?» (Business Insider, June 6, 2018, https://www.businessinsider.com/elizabet-warren-says-deregulation-boots-profits-at-consumers-expense-2018-6). Si tratta di rischi altissimi, che ovviamente toccano ogni campo della vita degli umani. Rischi che, tuttavia, la Corte Suprema statunitense è oggi pronta a far loro correre, perché ormai definitivamente asservita ai poteri forti.

10/07/2026
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