1. Le questioni in ballo
Il 29 aprile di quest’anno, con la decisione Louisiana v. Callais, la Corte Suprema statunitense ha reso definitivamente inoperante il Voting Rights Act (d’ora in poi VRA) del 1965, frutto di decenni di lotte per il diritto di voto dei neri americani. Non solo: con quella pronuncia la SCOTUS è apparsa vieppiù rispondere a precise linee di indirizzo politico, con sua conseguente perdita di legittimazione quale organo tecnico super partes. La decisione ha, infine, spianato la strada al gerrymandering più selvaggio, inferendo un colpo mortale a ciò che rimane della democrazia negli Stati Uniti.
2. Le sezioni 4 e 5 del VRA
Proviamo ad analizzare più nel dettaglio le diverse conseguenze di Louisiana v. Callais, partendo dall’arrogante supremazia sul Congresso con cui la Corte suprema ha interpretato il VRA in modo da cancellarne ogni effettività.
Due erano i livelli di protezione del voto delle minoranze garantiti da quella legge, pietra miliare di una nuova reale partecipazione al voto dei neri, per decenni in vario modo – con l’avallo peraltro proprio della Suprema Corte[1]- estromessi dalla rappresentanza democratica. Il primo, contenuto nella sezione 2, proibiva (e proibisce) tutte le prassi volte a negare o limitare il diritto di voto per ragioni di razza o di colore (cui nel 1975 si aggiunsero anche ragioni di minoranza linguistica). Il secondo, contemplato dalle sue sezioni 4 e 5, prevedeva la così detta preclearance per tutti gli Stati che fino a quel momento avevano messo in atto sistemi di discriminazione, ossia l’obbligo di chiedere l’autorizzazione alle corti federali o al dipartimento di giustizia prima di modificare qualsiasi regolamentazione di voto.
Osteggiata dalla maggioranza del partito repubblicano fin dai tempi di Nixon, la normativa volta a tutelare la rappresentanza politica delle minoranze aveva già subìto una prima amputazione da parte di una Corte Suprema a maggioranza repubblicana nel 2013. Con Shelby County v. Holder, i 5 giudici di nomina repubblicana (contro i 4 di nomina democratica) avevano infatti sostanzialmente cancellato la sezione del VRA che prevedeva la necessaria approvazione federale per ogni cambiamento relativo a pratiche di voto da parte degli Stati ex confederati. Aveva, infatti, dichiarato incostituzionale la sezione 4, relativa all’individuazione degli Stati che risultavano sottoposti all’approvazione del giudiziario federale allorquando avessero voluto modificare le proprie regole elettorali, tanto in maniera minima – come nel caso in cui avessero spostato un seggio – quanto in misura sostanziale – come nel caso in cui avessero ridisegnato le circoscrizioni elettorali. Non fu invece toccata la sezione 5, che stabiliva quali modifiche richiedessero l’approvazione federale, la quale nondimeno – privata della sezione 4 – era dopo di allora destinata a rimanere senza effetti.
L’incostituzionalità fu giustificata attraverso il ragionamento che il X emendamento della Costituzione affidava agli Stati il compito di gestire le elezioni, ciò che implicava altresì un fondamentale principio di pari sovranità fra gli stessi, che poteva essere derogato solo in casi di eccezionale gravità. Tale condizione di eccezionalità, presente ai tempi dell’emanazione del VRA non sarebbe però più stata presente - secondo l’opinione della maggioranza- nel 2013, ragion per cui la sezione 4 doveva essere dichiarata incostituzionale. Nelle parole della maggioranza: «Quasi cinquant’anni dopo, le cose sono cambiate radicalmente. In larga misura grazie al Voting Rights Act, i tassi di affluenza e di registrazione elettorale nelle giurisdizioni soggette alla legge si avvicinano ormai alla parità. Le palesi pratiche discriminatorie volte ad aggirare i decreti federali sono rare. E i candidati appartenenti alle minoranze ricoprono cariche pubbliche a livelli senza precedenti». Nel 2012, scrisse ancora il Chief Justice Roberts per la maggioranza, «la partecipazione elettorale degli Afro-Americani ha superato quella dei bianchi in 5 dei 6 Stati originariamente sottoposti ai controlli previsti dalla sezione 5».
«Eliminare il meccanismo di preclearance, quando ha funzionato — e continua a funzionare — per impedire modifiche discriminatorie, equivale a buttare via l’ombrello durante un temporale solo perché non ci si sta bagnando» scrisse per la minoranza Ruth B. Ginsburg nella sua dissenting opinion. Nessuna metafora doveva risultare più profetica.
Dopo di allora, liberi di modificare le loro norme elettorali senza preclearance, gli Stati del sud cominciarono ad emanare una serie di legislazioni restrittive del diritto di voto, che potevano a quel punto trovare un ostacolo soltanto ex post, qualora impugnate -in quanto discriminatorie- per contrasto con la sezione 2 del VRA.
3. La sezione 2 del VRA
Proprio su quest’ultima sezione, con Louisiana v. Callais, la Corte Suprema è intervenuta oggi. Mentre -parafrasando Ruth Bader Ginsburg- sotto l’ombrello mezzo chiuso dalla pronuncia Shelby County tante minoranze si stavano già bagnando parecchio, la Corte decide di chiuderlo del tutto. Con una maggioranza repubblicana schiacciante, grazie a tre nuovi membri nominati dal Trump del primo mandato, la SCOTUS -confermando la sua arrogante supremazia conservatrice- vanifica infatti anche l’ultima protezione del voto delle minoranze derivante loro dal VRA. E lo fa in spregio di una modifica della sezione 2, intervenuta nel 1982 ad opera del Congresso, che si era pronunciato per contrastare una decisione della Corte Suprema che aveva fatto propria l’interpretazione che ora essa ripropone.
Nel 1980, infatti, 6 giudici di nomina repubblicana (di cui 4 scelti da Nixon) contro 3 - interpretando la sezione 2 del VRA in un caso in cui una circoscrizione elettorale unica diluiva il voto dei neri nell’elezione municipale della città di Mobile in Alabama[2]- avevano dichiarato valida la scelta della città, leggendo il divieto contenuto in quella sezione come implicante necessariamente una volontà discriminatrice. Non era sufficiente, insomma, per la sua violazione che il collegio elettorale, così come disegnato dalla città, desse luogo ad una effettiva discriminazione razziale, occorreva invece che quest’ultima fosse intenzionale.
A fronte di quella che aveva sentito come un’invasione di campo da parte della SCOTUS, nel 1982 il Congresso reagì. Non soltanto rinnovò la sezione 5 del VRA (la cui periodica ri-autorizzazione figurava nella previsione legislativa), ma –soprattutto- riformulò la sezione 2 prevedendo esplicitamente che le pratiche e le procedure i cui risultati comportavano un diniego o una limitazione del voto delle minoranze fossero sempre vietate, anche laddove quel risultato non fosse stato voluto[3]. Incurante di quel chiarimento del legislatore, di fronte a un nuovo caso riguardante una mappatura dei collegi elettorali, la Corte Suprema ripropone oggi la stessa interpretazione che della sezione 2 aveva dato nel 1980, introducendo nuovamente la necessità che la discriminazione razziale sia intenzionale perché possa ritenersi illegittima.
Siccome il secondo comma del XV emendamento della Costituzione, che conferisce al Congresso il «potere di fare rispettare mediante una legislazione appropriata» il diritto di voto di tutti i cittadini degli Stati Uniti, vieta (secondo l’interpretazione della Corte[4]) soltanto gli atti statali «motivati da intenti discriminatori», per garantire che la Sezione 2 del VRA non ecceda i poteri attribuiti al Congresso dalla Costituzione, un’interpretazione corretta della legge vuole che essa sia violata solo «nei casi in cui le circostanze facciano sorgere una forte presunzione che vi sia stata una discriminazione intenzionale», scrive infatti Samuel Alito per la maggioranza. A questa conclusione la Corte giunge – in analogia con quanto aveva fatto nel 2013 per cancellare l’operatività della preclearance di cui della sezione 5 del VRA- dopo aver considerato che dai tempi in cui aveva interpretato diversamente la sezione 2 la situazione è molto cambiata.
Oggi, scrive Alito, «il divario razziale nella registrazione elettorale e nella partecipazione al voto» è «in larga misura scomparso». E’ per questo – egli spiega- che la Corte, dopo quarant’anni[5], ritiene di dover «aggiornare» il quadro interpretativo utilizzato per valutare la discriminazione razziale di cui alla sezione 2 del VRA e di dover nuovamente richiedere che il diniego o la limitazione del diritto di voto delle minoranze sia il fine ultimo delle pratiche o delle prassi che hanno condotto a quel risultato, perché esse siano censurabili. Poiché però -come fa presente Elena Kagan per la minoranza dissenziente di quella Corte- provare inequivocabilmente un intento razzista è «praticamente impossibile», l’intero Voting Rights Act viene così di fatto cancellato. E ciò avviene, sempre nelle parole della Justice di minoranza (che per sottolineare la sua indignazione si alza in piedi per pronunciarle), attraverso una chiara invasione di campo della Corte Suprema nelle prerogative di penna del Congresso. «Spetta ai rappresentanti del popolo al Congresso decidere quando la nazione non debba più preoccuparsi della diluizione del potere elettorale delle minoranze», scrive infatti la Kagan. «Finché il Congresso non lo avrà fatto — e non lo ha fatto — questa Corte non ha il diritto di annullare (mi correggo: “aggiornare”) una legge regolarmente approvata sulla base dell’idea di saperne più del legislatore».
4. Gli intrecci fra discriminazione razziale e gerrymandering
Ancora una volta in Lousiana v. Callais si discuteva della legittimità di una mappatura dei collegi elettorali. Si trattava del ridisegno dei distretti per l’elezione dei rappresentanti della camera bassa federale, che il legislatore della Louisiana, su ordine di una corte federale, aveva effettuato al fine di ottemperare al principio – secondo la lettura fino a quel momento vigente- contenuto nella sezione 2 del VRA, in forza del quale gli elettori neri avrebbero avuto diritto a un secondo distretto a maggioranza nera. Nonostante, infatti, in Louisiana gli afroamericani costituiscano circa un terzo della popolazione, su 6 distretti ne era in precedenza previsto solo uno a maggioranza nera. La mappatura degli altri distretti era invece tale da diluire il loro voto, così da vanificare in concreto la possibilità degli elettori neri di eleggere i candidati di propria scelta. Su ricorso paradossalmente di un gruppo di elettori bianchi, che paventavano una discriminazione razziale ai loro danni, il caso arriva di fronte alla Suprema Corte, la quale -dando ragione ai ricorrenti- stabilisce -come si è detto- che, in forza di una interpretazione “aggiornata” della sezione 2 del VRA, il secondo distretto a maggioranza nera era stato illegittimamente imposto dalla corte federale inferiore. Conseguentemente la sua previsione da parte del legislatore statale rappresentava una discriminazione razziale intenzionale (a danno dei bianchi!!), come tale da censurare.
Per decenni, per rispettare il VRA, i legislatori hanno creato distretti nei quali gli elettori non bianchi fossero la maggioranza, al fine di tutelare la loro capacità di eleggere candidati di propria scelta. Oggi tuttavia, scrive Alito in Louisiana v. Callais, per contestare con successo le mappe elettorali i ricorrenti non bianchi dovranno fornire prove a sostegno di «una forte presunzione» che uno Stato «abbia intenzionalmente disegnato i propri distretti per offrire agli elettori delle minoranze minori opportunità a causa della loro razza». Un ricorso che «non riesca a distinguere il fattore razziale dalle considerazioni neutrali rispetto alla razza adottate dallo Stato, comprese quelle politiche» sarà respinto. Sarebbe altrimenti troppo facile, in un contesto polarizzato come quello statunitense «mascherare da discriminazione razziale ricorsi che in realtà riguardano un gerrymandering partitico».
Sta qui l’intreccio fra discriminazione razziale e mappatura manipolativa dei collegi elettorali a scopo di agevolazione del proprio partito (così detto gerrymandering partitico) da parte degli Stati, che la Corte Suprema aveva già legittimato con la decisione Rucho v. Common Cause, in quanto questione non giustiziabile (così detta political question). Il gerrymandering partitico può essere effettuato sia concentrando in un solo distretto tutti gli elettori che si pensa voteranno per il partito che si vuole svantaggiare (così detto packing), sia sparpagliando gli stessi su vari distretti in cui la maggioranza si esprimerà presumibilmente per il partito opposto, per modo che il loro voto risulti diluito e in concreto irrilevante (così detto cracking). Nonostante costituisca un’ovvia ingannevole mappatura dei collegi e un modo per alterare il risultato elettorale a favore del partito che ha l’opportunità di realizzare la rideterminazione dei distretti, il partisan gerrymandering non solo è dal 2019 sempre consentito a livello federale, ma dopo Louisiana v. Callais una mappatura partigiana dei collegi giustifica paradossalmente pure la discriminazione razziale nell’esercizio del diritto di voto. Chi è libero – perché così ha stabilito la Corte - di determinare i distretti elettorali per modo da avvantaggiare il proprio partito, non può che essere anche libero di discriminare razzialmente se ciò ne costituisce l’inevitabile conseguenza: è questo il ragionamento di Samuel Alito per la maggioranza della Corte Suprema nella decisione che si commenta.
5. Il gerrymandering selvaggio, una Corte Suprema di parte e il definitivo smantellamento della democrazia in USA
Gli effetti di una simile pronuncia sul sistema democratico sono a dir poco devastanti. Il definitivo sdoganamento da parte della Corte Suprema del gerrymandering partitico, perfino razziale - ossia della pratica assai poco democratica di manipolare i risultati elettorali disegnando le circoscrizioni, in cui si vota con il sistema del maggioritario secco, in modo da rendere i seggi sicuri o quasi sicuri per il partito di maggioranza in carica- ha significato alterare, già per le prossime elezioni di metà mandato, i perimetri di tante circoscrizioni al fine di togliere efficacia al voto di moltissimi elettori.
Se la pesante manipolazione dei risultati elettorali attraverso il gerrymandering partitico era già cominciata con l’invito di Trump nel luglio 2025 agli Stati rossi di ridisegnare le proprie mappe elettorali per modo da assicurare al partito repubblicano il più alto numero di seggi sicuri -o quasi- nell’elezione di metà mandato, la decisione della Corte in Louisiana v. Callais ha avuto l’effetto di accelerarne il ricorso da parte di alcuni Stati del Sud. L’Alabama, il Tennessee, la stessa Louisiana e la Florida hanno subito, infatti, cancellato tutti o alcuni dei loro distretti a maggioranza nera per diluire i corrispondenti voti (democratici) in distretti a maggioranza bianca (repubblicana). «Posso votare, ma il mio voto non conta niente. Stanno usando il nostro corpo, il nostro voto, come parte del censimento, proprio come facevano durante la schiavitù. Ci contano, ma non abbiamo voce. Siamo tornati ai tempi della schiavitù», dice una donna afroamericana, ricordando che la Costituzione degli Stati Uniti, per circa 80 anni, nel calcolo dei seggi al Congresso ha considerato gli afroamericani schiavizzati –che ovviamente non votavano- come tre quinti di una persona. Altri Stati del Sud, come la Georgia, il Sud Carolina o l’Indiana, si apprestano ad una manipolazione che favorisca il partito repubblicano per la tornata elettorale del 2028. D’altronde, già nel 2025, il Texas aveva dato seguito alla ridefinizione dei distretti elettorali (a favore ovviamente dei rossi) richiesta da Trump, cui la California aveva risposto attivando un referendum per ottenere l’approvazione per un ridisegno dei suoi collegi capace di garantire un uguale numero di seggi (5) di segno partitico opposto. Il così detto redistricting, ossia una nuova mappatura dei collegi -di regola operata ogni 10 anni successivamente al censimento- è così diventata il perverso strumento privilegiato di lotta politica fra democratici e repubblicani, laddove rispetto al 2024 ben 10 Stati hanno modificato a scopi manipolativi le proprie mappe per il 2026[6]. Per capire la portata della manipolazione basti dire che in Florida, sebbene i repubblicani abbiano ottenuto poco meno del 57% dei voti nelle elezioni per la Camera dei Rappresentanti nel 2024, con le nuove mappe ci si aspetta che controllino quasi l’86% dei seggi.
Le proiezioni per il futuro, qualora tutti gli Stati mettessero in atto il più estremo gerrymandering di cui sono capaci, sono davvero impressionanti. I seggi competitivi si ridurrebbero a 17 su 435 complessivi, da 48 che sono oggi, già peraltro ridimensionati rispetto ai 60 del 2024. Circa 13 milioni di residenti di quei 17 distretti elettorali deciderebbero allora quale partito controllerà la Camera dei Rappresentanti, operando una scelta che spetterebbe invece a circa 244 milioni di elettori. Alcune proiezioni sono addirittura tali da dare - a prescindere dal voto- la vittoria al partito repubblicano, cui verrebbero ex ante assegnati come sicuri, o quasi, più dei 218 seggi che consentono di avere la maggioranza alla House of Representatives.
Un sistema elettorale, dunque -che definire perverso è poco- sempre più avallato tuttavia dalla Corte Suprema federale e perorato oggi da Donald Trump, che spera così di non perdere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti il prossimo novembre. Un sistema in cui già oggi pochissimi decidono per tutti ed in cui le primarie finiscono per avere un peso determinante in ordine a chi andrà al Congresso, con il risultato -secondo molti- di una sempre maggior polarizzazione fra democratici e repubblicani, giacché alle primarie non solo votano in pochi, ma soprattutto votano i più agguerriti, ossia coloro che spingono per i candidati più estremi.
Con Louisiana v. Callais, la Corte Suprema non soltanto quindi cancella le tutele apprestate dal Congresso per il voto delle minoranze. Fa molto di più: cancella ogni limite alla pratica profondamente anti democratica del gerrymandering, vieppiù legittimandolo. Lo fa, inoltre, esponendo tutta la sua politicizzazione. Anticipa, infatti, quella pronuncia alla fine di aprile rispetto al normale calendario annuale che l’avrebbe invece vista cadere a giugno o luglio. Ciò per dare modo agli stati del Sud di manipolare i propri distretti elettorali prima di una elezione di metà mandato assai delicata per la tenuta repubblicana al Congresso. Per consentire, poi, agli Stati (repubblicani) una rideterminazione dei collegi elettorali utile ai fini delle elezioni di novembre, cancella altresì i 32 giorni di vacatio di rito della sua pronuncia, rendendola efficace da subito. Contraddicendo se stessa, la Corte ammette in tal modo ciò che nel 2006 aveva vietato (e che dopo di allora era stato rispettato come il principio Purcell -dal nome del caso corrispondente), ossia la modifica delle regole elettorali a ridosso di un’elezione per evitare l’ovvia confusione che ne discende.
Difficile allora non essere d’accordo con la giudice di minoranza Ketanji Brown Jackson, la prima donna nera a far parte della SCOTUS, che - opponendosi all'insolita decisione di accelerare l'esame del caso e di consentire ai legislatori di ridisegnare più rapidamente i collegi elettorali - osserva: «la Corte si libera dai limiti» politici e «si getta nella mischia» «genera(ndo) caos». Altro che organo super partes!
[1] Fra le altre, cfr. Williams v. Mississippi (170 US 213 (1898) in cui la Corte aveva dichiarato che i literacy tests, che nei fatti ostacolavano pesantemente il voto dei neri, non potevano essere considerati di per sé incostituzionali.
[2] City of Mobile v. Boden, 446 U.S. 55 (1980).
[3] In forza del suo emendamento legislativo la sezione 2 proibiva ora le pratiche e le procedure «which result in a denial or abridgment» del diritto di voto «on account of race or color», anche laddove quindi quei risultati non fossero voluti.
[4] Così il XV emendamento: «Section 1: The right of citizens of the United States to vote shall not be denied or abridged by the United States or by any State on account of race, color, or previous condition of servitude. Section 2: The Congress shall have power to enforce this article by appropriate legislation». (Sezione 1. Il diritto di voto dei cittadini degli Stati Uniti non potrà essere negato o limitato dagli Stati Uniti né da alcuno Stato in ragione della razza, del colore della pelle o della precedente condizione di schiavitù. Sezione 2. Il Congresso avrà il potere di dare attuazione al presente articolo mediante una legislazione appropriata).
[5] Da quando, cioè, in Thornburg v. Gingles, 478 U. S. 30 (1986) aveva interpretato il Voting Rights Act dopo l’emendamento del 1982.
[6] «A maggio 2026, dieci stati — Alabama, California, Florida, Louisiana, Missouri, Carolina del Nord, Ohio, Tennessee, Texas e Utah — avevano adottato nuove mappe dei collegi congressuali. Prima del 2025, solo due stati avevano effettuato volontariamente una ridefinizione dei distretti elettorali a metà del decennio dal 1970», viene osservato sul sito che si occupa di elezioni in Usa, Ballotpedia: https://ballotpedia.org/Redistricting_ahead_of_the_2026_elections