1. Una Corte finora alleata
A luglio dell’anno scorso Adam Liptak, senz’altro il più autorevole commentatore delle decisioni della Corte Suprema statunitense, scriveva sul New York Times: «La Suprema Corte ha consentito all’amministrazione di licenziare decine di migliaia di dipendenti pubblici, congedare i militari transgender, porre fine alle tutele per centinaia di migliaia di migranti provenienti da Paesi devastati dalla guerra e spostare radicalmente il potere dal Congresso al presidente — spesso con scarse o nessuna spiegazione su come sia giunta a tali decisioni».
Dopo di allora la SCOTUS ha continuato a permettere a Trump l’usurpazione dei poteri del Congresso: quello di penna come quello di borsa. Si è certamente sempre trattato di pronunce emesse all’interno del così detto “shadow docket” (registro ombra)[1], ossia di decisioni prese in via emergenziale, prive di motivazione e senza entrare nel merito, su cui la Corte si riserva invece di decidere nel prosieguo. Nonostante, quindi, sia sempre possibile un’inversione di rotta, le sue pronunce in via di urgenza -assai criticate perché, mancando di motivazione, lasciano le Corti inferiori in uno stato di incertezza, accentuano presso il pubblico il sospetto di una sua politicizzazione e spesso comportano conseguenze irreversibili- indicano pur tuttavia un primo pericoloso allineamento alla teoria dell’esecutivo unitario (“unitary executive theory”).
Si tratta del programma da tempo portato avanti dalla Heritage Foundation, incorporato poi nel noto Project 2025 e –in ultima analisi – voluto dal mondo corporate. Il progetto consiste nel dar vita ad un esecutivo eccedente -formato da un apparato amministrativo di fedelissimi e non più da funzionari civili di carriera, scelti per la loro competenza e non per il loro credo politico- capace di affermare il potere assoluto del presidente, nonché delle corporation che vi stanno dietro.
2. L’implementazione della teoria dell’esecutivo unitario
Allo scopo di implementare quella teoria, con l’appoggio -sia pure per ora in via interlocutoria- della Corte Suprema, Trump ha così proceduto alla presa di controllo di tutti i dipartimenti e di tutte quelle agenzie federali nate, soprattutto a partire dal mandato presidenziale di F.D. Roosevelt, con lo scopo principale di porre un freno ai possibili abusi del potere economico ai danni dei cittadini e del pianeta tutto.
La ristrutturazione dell’apparato amministrativo, formato ora –soprattutto ai vertici e in contrasto con le normative del Congresso che, a tutela dell’interesse collettivo, ne avevano previsto la necessaria indipendenza- sempre più da politici di stretta osservanza, ha comportato il suo asservimento alle logiche corporate del presidente. Si pensi ai nuovi orientamenti dell’EPA (l’Agenzia della protezione ambientale), relativi alla completa libertà di trivellare e inquinare concessa alle grandi società petrolifere; oppure all’abrogazione di norme fondamentali e all’interruzione di ogni attività a salvaguardia degli interessi dei risparmiatori contro le truffe e i comportamenti scorretti provenienti dagli istituti finanziari, posta oggi in essere dal nuovo direttore ad interim del Consumer Financial Protection Bureau, Russell Vought[2]. Un rapporto dell’ufficio di minoranza della Commissione del Senato per le banche, l’edilizia abitativa e gli affari urbani calcola che nel solo 2025 ciò ha significato regalare agli istituti di credito truffaldini circa 19 miliardi di dollari a spese dei piccoli consumatori.
Su un diverso fronte, la presa di controllo politico dell’intero apparato amministrativo ha poi significato non soltanto il tentativo di catturare l’informazione pubblica e il pensiero comune attraverso il ricatto della borsa di cui, per lo meno nella forma del trattenimento di fondi federali, Trump – con il benestare interlocutorio della Corte Suprema[3]- si è appropriato, in contrasto con la separazione dei poteri prevista dalla Costituzione e dall’Impoundment Control Act del 1974, ma in linea con la nuova interpretazione del dettato costituzionale che vuole un esecutivo fortissimo[4].
La totale cattura politica dell’apparato amministrativo ha pure voluto dire annullare quell’imparzialità del dipartimento di giustizia che il Congresso aveva per legge cercato di ristabilire dopo gli eventi del Watergate. Ristrutturato in modo che solo i fedelissimi del presidente ne possano far parte, quel dipartimento agisce oggi fuori da ogni controllo sulla terzietà del suo operato. Da un canto, è stata infatti eliminata l’operatività dei principi etici e deontologici interni, che prima dell’arrivo di Trump guidavano l’azione dei suoi funzionari; d’altro canto, attraverso licenziamenti e definanziamenti chirurgici è stato realizzato il concreto smantellamento dell’ufficio ispettorale, cui dopo il Watergate una legge del parlamento aveva dato l’incarico di garantire che il dipartimento rispettasse criteri apolitici e di giustizia nella sua attività[5].
Le conseguenze di una simile ristrutturazione sono rappresentate da un uso tutto politico dell’azione penale, esercitata contro i nemici anche in assenza dei minimi indizi di colpevolezza (si vedano i noti casi di James Comey e di Letitia James) e abbandonata a favore degli amici anche laddove le prove della responsabilità fossero schiaccianti (per tutti si vedano i casi di Eric Adams, ex sindaco di New York, e di Tom Homan, noto come lo “zar delle frontiere”). L’amministrazione Trump può oggi anche permettersi di incoraggiare gli agenti dell’immigrazione a perpetrare gli abusi più gravi - tra cui rapimenti, pestaggi e omicidi- garantendo loro l’immunità assoluta, come hanno chiarito il vice presidente J.D. Vance e il dipartimento di sicurezza interna[6] subito dopo l’omicidio di Renee Good; mentre contemporaneamente - e paradossalmente- il dipartimento di giustizia esercita o cerca di esercitare l’azione penale nei confronti delle vittime di quegli abusi. Sono emblematici i casi dell’ordine impartito ai prosecutor federali di rivolgere le indagini contro la moglie della Good (ciò che ha portato alle dimissioni di quei pochi funzionari rimasti che ancora cercavano di seguire le regole deontologiche che li vorrebbero imparziali) o contro le tante altre vittime delle azioni illegali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Nella nuova ottica di persecuzione della protesta e del dissenso, perfino i giornalisti che cercano di documentare la risposta popolare al terrore disseminato dagli agenti mascherati dell’immigrazione vengono perseguiti penalmente. E quando i giudici si rifiutano di arrestarli per mancanza di elementi da cui dedurre la commissione di un reato, l’uso spregiudicato delle regole di procedure penale conduce i prosecutor federali al servizio della politica repressiva a cercare altre vie per ottenere il risultato, quale la richiesta di formulazione dell’imputazione a un grand jury[7].
3. La decisione nel merito sui dazi: un’inversione di rotta e un effettivo stop a Trump?
E’ questo il quadro in cui si inserisce la decisione di venerdì 20 febbraio della Corte Suprema in tema di dazi (Learning Resources, Inc. v Trump). Si tratta di una sentenza nel merito, frutto –a differenza delle pronunce interlocutorie precedenti - di un procedimento che si articola nell’arco di circa un anno e prevede due cicli di memorie difensive, udienze orali, accurate deliberazioni e la circolazione di progetti di decisione tra i giudici. A differenza delle precedenti pronunce è poi –ed è questo il dato cruciale - una sentenza che si oppone allo sconfinamento dell’amministrazione Trump nelle prerogative del Congresso.
Sei giudici su nove – fra cui due (Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett) nominati da Trump durante lo scorso mandato- confermando quanto deciso dalle Corti di primo e secondo grado, hanno dichiarato l’invasione incostituzionale di un esecutivo che, facendo uso dei poteri emergenziali previsti da una legge del Congresso del 1974, l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), non ha rispettato i limiti impostigli dalla Carta fondamentale.
Scrivendo l’opinione di maggioranza il Chief Justice, John Roberts, ha chiarito come i dazi siano per Costituzione competenza esclusiva del Congresso federale, il quale può certamente delegare il corrispondente potere all’esecutivo, ma -secondo una recente interpretazione della Corte Suprema: la così detta major questions doctrine[8]- laddove, come in questo caso, si tratti di questioni di grande rilevanza economica o politica non è sufficiente una delega ampia e implicita. Occorre, al contrario, una formulazione legislativa specifica, assente nello IEEPA, senza la quale l’esecutivo agisce fuori dai confini costituzionali. Non si è trattato, dunque, di affrontare il tema della sussistenza delle condizioni di emergenza previste da quello statute, che consente al presidente di regolamentare determinate transazioni economiche internazionali dopo aver formalmente dichiarato una «minaccia insolita e straordinaria» (vale a dire, un’emergenza nazionale) proveniente da un Paese straniero. A differenza delle Corti inferiori, infatti, la Corte Suprema ha già a monte negato che Trump possa far riferimento a quella normativa per imporre dazi a tutto il mondo, come invece il presidente ha fatto da quando è tornato al potere.
Di fronte al primo serio tentativo di porre un limite all’usurpazione delle prerogative del Congresso da parte dell’amministrazione Trump, fra cui spicca oggi più pericolosamente che mai anche l’appropriazione della prerogativa di dichiarare la guerra, le domande che si pongono sono due.
La presa di posizione della Corte Suprema nel caso dei dazi, indica una sua generale inversione di rotta rispetto a quell’accoglimento dell’accentramento di poteri in capo all’esecutivo, sinora appalesato con le pronunce interlocutorie, di cui si è detto?
In secondo luogo, data l’impossibilità strutturale per la Corte di ottenere un’applicazione coatta delle proprie decisioni[9], quanto ci si può aspettare obbedienza da parte di Trump alla sue pronunce?
Se nel prossimo futuro -quando cioè la SCOTUS deciderà nel merito le tante questioni finora affrontate in via emergenziale- alla prima domanda sarà dato rispondere affermativamente, si potrà dire che un importante -sia pure, per quel che si dirà fra un attimo, forse solo formale- ostacolo alla rampante plutocrazia autocratica, che con Trump si sta affermando, sarà stato posto.
La risposta alla seconda domanda appare, però, la più scottante, giacché laddove Trump decidesse di mancare di rispetto alle decisioni della Suprema Corte si aprirebbe uno scenario inedito, peraltro già da tempo annunciato, di usurpazione da parte sua non soltanto delle prerogative del Congresso, ma altresì di quelle del giudiziario.
Al grido di “Chi salva l’America, non può violare la legge» il presidente ha, infatti, fin da subito chiarito le sue intenzioni in proposito, seguito a ruota dal suo vice J.D. Vance, che gli ha fatto eco scrivendo su X: «I giudici non possono controllare il potere legittimo del presidente». Lo stesso concetto è stato inoltre espresso dai rappresentanti del dipartimento di Giustizia nominati da Trump nelle audizioni al Senato, dal quale hanno ottenuto conferma della propria nomina. Né la messa in pratica di simili propositi si è fatta attendere: le violazioni agli ordini delle Corti, per ora inferiori, si sono intensificate senza tregua, lasciando stupefatti, adirati e sdegnati i tanti giudici che hanno provato inutilmente a farli rispettare[10].
Emblematica al proposito sembra anche la pronta risposta fornita da Trump e dalla sua amministrazione alla pronuncia del 20 febbraio della SCOTUS. Pure questa volta Trump ha insultato e delegittimato pubblicamente i giudici che hanno osato votare contro di lui, mentre non si è dato per vinto di fronte alle restrizioni impostegli. Non solo, infatti, ha subito istituito nuovi dazi, in via globale e sia pure in misura in molti casi ridotta rispetto a prima, richiamandosi a una diversa normativa (la sezione 122 del Trade Act del 1974), che tuttavia limita nel tempo la sua azione e che –soprattutto- in molti ritengono non gli consenta affatto di farlo[11]. Ha anche rinnovato l’obbligo di pagare una tassa sui pacchi in entrata del valore inferiore agli 800 dollari emanato -in contrasto con una legge del Congresso- la scorsa estate e basato in parte proprio sul provvedimento legislativo parlamentare (lo IEEPA) che la Corte Suprema gli ha appena precluso dall’utilizzare. Siccome, poi, i nuovi dazi – per ora al 10%- imposti a tutti gli Stati per i prossimi 5 mesi consentiranno di recuperare per il 2026 una minima parte delle entrate che i precedenti dazi hanno permesso di accumulare nel 2025, il progetto è di far leva su altre normative, la costituzionalità del cui utilizzo all’uopo da parte dell’esecutivo è tutta da verificare. Il risultato, ha già annunciato il segretario del tesoro Scott Bessent, si tradurrà in un gettito tariffario sostanzialmente invariato rispetto a prima.
E’ difficile dunque per ora immaginare che si stiano ristabilendo i principi fondanti la democrazia costituzionale più antica del mondo, travolti spietatamente oggi dal più eversivo dei presidenti che gli Stati Uniti abbiano mai avuto.
[1] Sul tema si veda Stephen Vladeck, The Shadow Docket: How the Supreme Court Uses Stealth Rulings to Amass Power and Undermine the Republic, New York, 2023.
[2] Sul punto, per esteso, si veda Eric Halperin, Trump Is Turning Our Consumer Watchdog Into a Corporate Protector, https://www.nytimes.com/2025/05/21/opinion/consumer-financial-protection-layoffs.html
[3] Cfr. Department of Education v. California, https://www.supremecourt.gov/opinions/24pdf/24a910_f2bh.pdf; Department of State v. Aids Vaccine Advocacy Coalition, 26 settembre 2025, https://s3.documentcloud.org/documents/26158910/25a269-order.pdf; National Institutes of Health v. American Public Health Association, https://www.supremecourt.gov/opinions/24pdf/25a103_kh7p.pdf
[4] «Il presidente ha condotto la sua campagna sostenendo che l’Impoundment Control Act è incostituzionale», aveva dichiarato Russell Vought ai senatori durante la sua audizione di conferma: «Sono d’accordo». Sul tema dell’uso a scopo di ricatto dei fondi federali da parte di Trump, mi permetto di rinviare al mio, Il free speech e lo sterco del demonio, su questa rivista al sito https://www.questionegiustizia.it/articolo/free-speech. Si vedano, inoltre, le osservazioni di Aziz Z. Huq e Vanessa Williamson, Trump Is Raising Billions in Federal Funds. That’s Not a Good Thing, al sito: https://www.nytimes.com/2026/02/17/opinion/trump-federal-money-slush-fund.html?smid=nytcore-android-share
[5] In dettaglio si veda l’approfondimento del Brennan Center for Justice, The Department of Justice’s Broken Accountability System al sito: https://www.brennancenter.org/our-work/research-reports/department-justices-broken-accountability-system
[6] Richiamando così le parole del vice di gabinetto della casa bianca Stephen Miller: cfr. il sito https://x.com/DHSgov/status/2011213308968538361
[7] E’ il caso del noto giornalista Don Lemon ora imputato di diversi reati per aver cercato di documentare la protesta in una chiesa il cui parroco lavora per l’ICE. Cfr. https://www.nytimes.com/2026/01/24/us/politics/don-lemon-arrest-warrant.html?smid=nytcore-android-share e https://www.jurist.org/news/2026/02/journalist-don-lemon-pleads-not-guilty-in-minnesota-first-amendment-case/
[8] Sulle origini della “major questions doctrine”, si vedano gli approfondimenti critici di Leah Litman, Lawless, How the Supreme Court Runs on Conservative Greviance, Fringe Theories, and Bad Vibes, New York, 2025, p. 203 ss.
[9] Su cui, per approfondimenti, mi permetto di rinviare al mio Mai la rule of law, su questa rivista al sito https://www.questionegiustizia.it/articolo/rule-of-law-trump
[10] Fra i tanti esempi possibili è sufficiente osservare come di recente il giudice federale capo del Minnesota abbia severamente criticato l'Immigration and Customs Enforcement, affermando che l'agenzia ha violato quasi 100 ordini delle Corti volti a porre un argine alla sua aggressiva repressione nello Stato e ha disobbedito a più direttive giudiziarie solo nel mese di gennaio di quante «alcune agenzie federali abbiano violato nella loro intera esistenza»: https://www.nytimes.com/2026/01/28/us/politics/judge-minnesota-ice-court-orders.html?smid=nytcore-android-share
[11] Per tutti si vedano le osservazioni di Lev Menand e Joel Michaels, Again, Trump Completely Misreads the Law, https://www.nytimes.com/2026/02/24/opinion/trump-tariffs-illegal.html?smid=nytcore-android-share