Magistratura democratica
Osservatorio internazionale

Criminalità e potere di polizia nella strage di Rio de Janeiro /

Criminalidade e poder policial no massacre do Rio de Janeiro

*

«Ovunque vada, nero come sono, lì c’è la polizia»

(Itamar Silva)

 

1. L’operazione di polizia più letale nella storia di Rio de Janeiro

Il 28 ottobre 2025 Rio de Janeiro è stata teatro di una vasta operazione di polizia nei complessi di Penha e Alemão. L’obiettivo dichiarato era «combattere» il crimine organizzato nella capitale dello Stato di Rio de Janeiro. Secondo le informazioni diffuse dalle autorità e riprese dalla stampa, l’azione ha mobilitato circa 2.500 agenti delle forze di sicurezza, con l’esecuzione di 180 mandati di perquisizione e sequestro e 100 mandati di arresto in un’area di 9 milioni di metri quadrati[1]. L’operazione ha provocato la morte di 117 persone classificate come “sospette”[2], configurandosi come la fase più cruenta dell’Operação Contenção: un’iniziativa definita «permanente» dal governo statale per contrastare l’avanzata del Comando Vermelho (CV).

Il governo dello Stato di Rio de Janeiro ha fornito alla stampa alcune indicazioni sul “profilo” delle vittime: età media 28 anni, sesso maschile, precedenti penali «rilevanti». Ma, nella stessa ricostruzione ufficiale, emergono elementi che incrinano il racconto della perfetta coincidenza tra “sospetto” e criminalità organizzata. Tra i cadaveri identificati, diciassette persone non avevano precedenti penali: la loro presunta “connessione” al traffico sarebbe stata dedotta da non meglio precisati «indizi di partecipazione» sui social network. In altri cinque casi, invece, non risultavano né precedenti né indizi di traffico.

Il segretario della Polizia Civile, Felipe Curi, ha minimizzato questi dati, sostenendo che una «frazione insignificante» di “narcoterroristi neutralizzati” priva di precedenti e di immagini compromettenti «non significa nulla»[3]. A suo dire, se quelle persone non avessero “reagito” all’intervento degli agenti, sarebbero state arrestate in flagranza per possesso di fucili, granate e ordigni esplosivi, nonché per tentato omicidio contro le forze di sicurezza e per associazione a delinquere e traffico di droga. In questa narrazione, la morte non interrompe il percorso probatorio: lo sostituisce.

Questa logica rende visibile un dispositivo tipico delle politiche di sicurezza fondate sull’uso letale della forza: prima si uccide, poi si costruisce un nesso di imputazione. La correlazione tra le persone colpite e il narcotraffico viene stabilita dopo l’identificazione dei corpi, richiamando precedenti penali in modo generico o ricavando “prove” dalla vita digitale. In questo quadro, la categoria del sospetto non è un punto di partenza per l’accertamento, ma una qualifica che segue la morte e pretende di giustificarla. La “reazione” alla polizia funziona così come clausola narrativa totale: trasforma l’eliminazione in necessità e l’ucciso in colpevole.

Ancora più inquietante è la svalutazione delle vite spezzate, soprattutto di quelle che – per ammissione delle stesse autorità – non risultavano riconducibili ad alcuna evidenza di partecipazione criminale. Secondo i dati citati dalla BBC News Brasil, ventidue tra le persone uccise non possedevano alcun elemento che indicasse pratiche illecite. Anche assumendo la retorica governativa della «frazione insignificante», si tratta di circa il 19% del totale. In altre parole: se si accetta che la “guerra al crimine” comporti l’eliminazione di un numero statisticamente non marginale di innocenti, non si sta più discutendo di politica di sicurezza, ma di una forma di potere che rivendica il diritto di decidere chi può vivere e chi può essere sacrificato.

 

2. Criminalizzazione della povertà e della popolazione nera

Se la criminalità in Brasile è attraversata da linee di classe e di razza, lo stesso vale per la letalità di polizia. Il rapporto Pele Alvo: crônicas de dor e luta (novembre 2025) nasce come tributo alle vite interrotte e come documento di resistenza là dove l’azione pubblica produce lutto; richiama espressamente le vittime dell’Operação Contenção e, più in generale, la costanza del bersaglio razzializzato della violenza istituzionale.

Secondo il rapporto, nel 2024 sono state registrate 4.068 morti «per intervento di agenti della sicurezza pubblica» in nove Stati monitorati (Amazonas, Bahia, Ceará, Maranhão, Pará, Pernambuco, Piauí, Rio de Janeiro e São Paulo). In questo campione, la popolazione nera – considerando neri e pardos – rappresenta l’86,2% delle vittime[4]. Gli autori non leggono questi dati come una somma di “incidenti” o “eccessi”, ma come la manifestazione regolare di un razzismo strutturale: la letalità di polizia non è una deviazione occasionale, bensì un esito prevedibile di dispositivi di controllo che concentrano il rischio letale su specifici corpi e specifici luoghi.

Come ha osservato Ferrajoli, la “sicurezza pubblica” è spesso il luogo privilegiato di una politica criminale che si disinteressa delle cause sociali della criminalità e preferisce misurarsi con le sue conseguenze attraverso l’espansione dell’apparato punitivo[5]. In questa cornice, la parola sicurezza scivola dalla sfera della sociale (lavoro, salute, protezione dalle arbitrarietà) a quella dell’ordine pubblico; e la domanda di protezione si traduce in richiesta di repressione. La paura diventa risorsa politica: alimenta l’idea di una società integrata e legittima l’eccezione.

Il modo in cui le forze di sicurezza di Rio hanno inteso “combattere” il crimine organizzato nelle comunità di Alemão e Penha è un esempio paradigmatico di questa dinamica: mobilitazione dell’insicurezza, costruzione del nemico attraverso la criminalizzazione della povertà, rimozione delle politiche sociali dal perimetro delle soluzioni praticabili e, sullo sfondo, consolidamento dell’impunità di una minoranza che beneficia dell’ordine punitivo senza subirne i costi.

Vera Malaguti Batista osserva che le “crisi della sicurezza pubblica” tendono ad accrescere l’ostilità verso gruppi marginalizzati e rafforzano la domanda di capri espiatori[6]. Le politiche di “tolleranza zero” incarnano questa deriva: nello sforzo di inseguire un ideale di “ordine” tipico di molte retoriche moderne, lo Stato indirizza l’azione punitiva contro poveri e marginali[7]; mentre a questi ultimi resta la brutalità della polizia e un diritto penale massimo, rigido, selettivo.

Questo non significa negare l’esistenza delle organizzazioni criminali o minimizzare i danni che producono. Significa, più semplicemente, ricordare l’ovvio: la sicurezza pubblica non può essere costruita come amministrazione del sangue. L’ordine costituzional-democratico comincia dal divieto di uccidere; e la sua credibilità si misura proprio nei luoghi dove il potere tende a eccedere.

 

3. Schiavitù e dispositivi di razzializzazione nella storia brasiliana

Per comprendere la letalità di polizia contemporanea occorre riaprire la storia lunga che ha strutturato la disuguaglianza razziale e prodotto dispositivi specifici di controllo della popolazione nera. Sueli Carneiro descrive un «dispositivo di razzialità»[8] che, alimentandosi di rappresentazioni coloniali, ha costruito l’alterità nera come “non-essere” e ha legittimato gerarchie sociali durature: un insieme di discorsi, pratiche e istituzioni capace di reinventarsi, mutando forma senza perdere funzione.

La colonizzazione portoghese avviata nel 1500 trasforma rapidamente il territorio in spazio di estrazione: dai primi decenni del XVI secolo, la deportazione di africani schiavizzati diventa componente strutturale dell’economia coloniale. Nel 1535 il traffico verso il Brasile viene già descritto come regolare; la canna da zucchero costituisce la prima grande attività economica e incentiva un modello produttivo basato sulla violenza e sulla sostituibilità della forza-lavoro.

Per quasi due secoli la produzione zuccheriera concentra la popolazione schiavizzata nel Nordest. Dal XVIII secolo, con la scoperta di oro e diamanti in Minas Gerais, il baricentro del lavoro forzato si sposta verso il Sudest; e nella prima metà dell’Ottocento, con il ciclo del caffè, Rio de Janeiro e São Paulo diventano poli centrali della stessa economia. In questo assetto, la vita è trattata come costo variabile: la disponibilità “a basso costo” di persone riduce gli incentivi alla loro sopravvivenza e alla cura, e stabilizza l’idea che alcune vite siano sostituibili.

È difficile stimare con precisione quante persone schiavizzate siano entrate nel Paese. Non solo per l’assenza di statistiche affidabili, ma anche per la distruzione deliberata di archivi e documenti relativi al commercio di schiavi e alla schiavitù, disposta nel 1891 dal ministro delle Finanze Rui Barbosa. Anche questo gesto burocratico segnala una continuità simbolica: la violenza fondativa viene rimossa, e con essa la responsabilità storica.

L’abolizione formale arriva nel 1888 con la cosiddetta Lei Áurea. Ma la fine giuridica della schiavitù non coincide con riparazione né con inclusione: per molti, segna l’abbandono. Liberate senza terra, senza salario, senza protezioni pubbliche, le persone già schiavizzate vengono espulse dagli spazi del lavoro e della cittadinanza. La libertà giuridica si accompagna alla precarietà materiale: una cittadinanza nominale, senza diritti effettivi, facilmente trasformabile in oggetto di sorveglianza e disciplina.

 

4. Continuità delle pratiche di controllo e nuove forme di violenza di stato

Nel passaggio dalla schiavitù alla Repubblica, la razzializzazione non scompare: mutano i dispositivi, non il bersaglio. Come osserva Edvaldo Sales, l’abolizione avviene senza politiche pubbliche capaci di integrare la popolazione nera nella vita economica e sociale: l’esito non è l’uguaglianza, ma la marginalizzazione. A questa mancanza si affiancano misure che, sul piano giuridico, producono esclusione: la Lei de Terras del 1850, ad esempio, regola l’accesso alla terra privilegiando chi dispone di risorse e tagliando fuori gli ex schiavi; e il diritto penale e processuale continua a operare come tecnologia di controllo selettivo.

In questa genealogia si collocano norme e pratiche che criminalizzano forme di vita e di sopravvivenza: la figura del “vagabondaggio” e la criminalizzazione della capoeira, la repressione di assemblee e ribellioni (si pensi alla Revolta dos Malês[9]), le restrizioni all’istruzione e all’occupazione. Anche quando non nominano la razza, questi dispositivi la presuppongono: l’ordine pubblico viene costruito, di fatto, come ordine razziale.

Abdias do Nascimento ha parlato di genocidio della popolazione nera come processo storico: non soltanto eliminazione fisica, ma negazione sistematica delle condizioni di vita e di riconoscimento. In questa prospettiva, la violenza istituzionale non è un residuo arcaico, ma una tecnica moderna: produce categorie (il “pericoloso”, il “deviato”), definisce confini (chi appartiene e chi no), distribuisce vulnerabilità (chi può essere controllato, espulso, colpito).

È in questo contesto che diventano intelligibili le campagne moralizzatrici e igieniste rivolte a spazi urbani specifici, così come l’uso ricorrente della polizia quale risposta primaria a problemi sociali. La razza agisce come criterio implicito di governo: non come enunciazione, ma come pratica.

 

5. Favelas e geografia razzializzata del controllo a Rio de Janeiro

Rio de Janeiro mostra in modo quasi esemplare la geografia razzializzata del controllo. La città è attraversata da una linea che separa centro e periferia, visibilità e invisibilità, protezione e abbandono. Le favelas – storicamente associate alle popolazioni nere e povere – diventano il luogo dove lo Stato entra soprattutto in forma di forza armata: incursioni, mandati collettivi, sospetto generalizzato.

Le politiche urbane del primo Novecento contribuiscono a disegnare questa mappa. In nome della “modernizzazione” e dell’igiene, gli interventi di ristrutturazione del centro e la repressione di ciò che è percepito come disordine (la Revolta da Vacina[10] è un episodio emblematico) producono espulsione e segregazione. Più tardi, il Código de Obras del 1937 limita la costruzione e la permanenza delle favelas, spingendo ulteriormente le popolazioni povere verso spazi marginali. Ne risulta una divisione territoriale che tende ad assumere, nel tempo, il profilo di una apartheid di fatto: un ordine urbano in cui la cittadinanza è graduata.

In questa cornice, parlare di “guerra” al crimine non è una metafora innocente. La guerra presuppone un nemico; e il nemico, qui, viene spesso costruito come figura sociale – il giovane nero della favela – più che come autore individuale di un fatto. La violenza, allora, non è il fallimento dell’ordine: è un suo modo di funzionare, sostenuto da una retorica che normalizza l’eccezione e rende abituale l’abuso. Come ricorda Frantz Fanon, ogni società produce le proprie “zone del non-diritto”: spazi in cui la legge si sospende nella pratica e la forza parla per conto dello Stato.

Se si assume sul serio il lessico della democrazia costituzionale, il punto non è negare la sicurezza, ma cambiarne il contenuto. Sicurezza significa innanzitutto garanzia dei diritti, riduzione delle vulnerabilità, politiche sociali capaci di incidere sulle cause: lavoro, istruzione, salute, infrastrutture, spazi di cittadinanza. Senza questo spostamento, la promessa di sicurezza resta un nome nobile per pratiche selettive di morte.

 

Riferimenti bibliografici

BATISTA, Vera Malaguti, O medo na cidade do Rio de Janeiro: dois tempos de uma história, Rio de Janeiro: Revan, 2003.

CARNEIRO, Sueli, Dispositivo de racialidade: a construção do outro como não-ser como fundamento do ser, Rio de Janeiro: Zahar, 2023.

FANON, Frantz, I dannati della terra, Torino: Einaudi, 2007.

INSTITUTO DE SEGURANÇA PÚBLICA DO RIO DE JANEIRO, Operação Contenção: principais resultados, Rio de Janeiro: ISP, 2025. Disponibile in: https://www.isprj.rj.gov.br/Conteudo.asp?ident=668 

INSTITUTO DE SEGURANÇA PÚBLICA DO RIO DE JANEIRO, Panorama das mortes decorrentes de intervenção policial: 2015-2024, Rio de Janeiro: ISP, 2025. Disponibile in: https://www.isprj.rj.gov.br/Conteudo.asp?ident=668 

INSTITUTO DE SEGURANÇA PÚBLICA DO RIO DE JANEIRO. Relatório mensal: março de 2024, Rio de Janeiro: ISP, 2024. Disponibile in: https://www.isprj.rj.gov.br/Conteudo.asp?ident=649 

INSTITUTO DE SEGURANÇA PÚBLICA DO RIO DE JANEIRO. Taxa de letalidade violenta: 2023-2024, Rio de Janeiro: ISP, 2024. Disponibile in: https://www.isprj.rj.gov.br/Conteudo.asp?ident=649 

Pele Alvo: crônicas de dor e luta, Rio de Janeiro, Instituto de Segurança Pública, 2025. Disponibile in: https://www.isprj.rj.gov.br/Conteudo.asp?ident=668 

MALAGUTI, Vera, Cartas de angústia, Rio de Janeiro: Revan, 2011.

NASCIMENTO, Abdias do, O genocídio do negro brasileiro: processo de um racismo mascarado, São Paulo, Perspectiva, 2016.

SALES, Edvaldo, A República e as práticas racistas de controle e exclusão social, in F. JORDÃO et al. (a cura di), Racismo e política criminal no Brasil, Salvador, Ed. JusPodivm, 2019.


 
[1] BBC NEWS BRASIL. Todos os mortos na megaoperação foram homens, diz Polícia do RJ. BBC News Brasil, [s.l.], 2025. Disponibile su: https://www.bbc.com/portuguese/articles/ce3xwk9z59ko. Accesso il: 6 nov. 2025.

[2] COELHO, Thomaz. Todos os mortos na megaoperação foram homens, diz Polícia do RJ. CNN Brasil, San Paolo, 5 nov. 2025. Disponibile su: https://www.cnnbrasil.com.br/nacional/sudeste/rj/todos-os-mortos-na-megaoperacao-foram-homens-diz-policia-do-rj/. Accesso il: 6 nov. 2025.

[3] BBC NEWS BRASIL. Quem são 115 de 117 suspeitos mortos em megaoperação no Rio, segundo a polícia. BBC News Brasil, [s.l.], 2025. Disponibile su: https://www.bbc.com/portuguese/articles/ce3xwk9z59ko. Accesso il: 6 nov. 2025.

[4] RAMOS, Silvia et al. Pele alvo [e-book]: crônicas de dor e luta. ilustração Ilustrablack. Rio de Janeiro: CESeC, 2025, p. 7.

[5] Ferrajoli, Luigi. Principia iuris: Teoría del derecho y de la democracia. 2. Teoria de la democracia. 2. Ed. Madrid: Editorial Trotta, 2013. p. 361.

[6] BATISTA, Vera Malaguti. O medo na cidade do Rio de Janeiro: dois tempos de uma história. Rio de Janeiro: Editora Revan, 2003, p. 49.

[7] BAUMAN, Zygmunt. O mal-estar da pós-modernidade. Rio de Janeiro: Jorge Zahar Editor, 1998, p. 26.

[8] Secondo Sueli Carneiro (2023), il «dispositivo di razzialità» è l’insieme di pratiche, discorsi, rappresentazioni e istituzioni che, fin dal periodo coloniale, organizzano la razzialità come asse di potere e di produzione delle soggettività. È attraverso questo dispositivo che la bianchezza si afferma come standard di umanità, mentre le persone nere vengono condotte in una posizione di svalutazione ontologica, intellettuale e morale. In altri termini, si tratta di un ingranaggio storico che reinventa antiche gerarchie - dalla schiavitù al razzismo scientifico - per sostenere privilegi, naturalizzare disuguaglianze e definire chi è riconosciuto come pienamente umano e chi viene relegato nella zona del «non-essere».

[9] La Rivolta dei Malês fu un’insurrezione di circa 600 persone schiavizzate, in maggioranza africani musulmani, avvenuta a Salvador, nello Stato di Bahia, nel gennaio del 1835. Considerata la più grande rivolta urbana di persone schiavizzate nella storia del Brasile, costituì un atto di resistenza contro la schiavitù, il pregiudizio e l’oppressione. I rivoltosi, prevalentemente di origine nagô, avevano come obiettivo la conquista della libertà, la possibilità di praticare liberamente la propria religione e la fine delle punizioni corporali.

[10] La Rivolta della Vaccinazione fu una ribellione popolare avvenuta nel novembre del 1904 a Rio de Janeiro, scatenata dall’obbligatorietà della vaccinazione contro il vaiolo. Oltre che dal malcontento per la legge, la rivolta fu alimentata da fattori sociali e politici, quali le riforme urbane che provocarono lo sgombero delle popolazioni povere, la mancanza di informazioni adeguate sulla vaccinazione, la diffusione della voce secondo cui il vaccino avrebbe causato deformazioni fisiche e le modalità autoritarie con cui la misura sanitaria fu imposta.

[*]

Traduzione dall'originale portoghese a cura di Dario Ippolito

[**]

Ana Cláudia Pinho, professoressa presso l’Universidade Federal do Pará (Amazzonia – Brasile)

Amanda Blanco Chaves, studentessa del Programma di Post-Laurea in Diritto dell’Universidade Federal do Pará (Amazzonia – Brasile).

Marcus Vinicius Miranda, studente del Programma di Post-Laurea in Diritto dell’Universidade Federal do Pará (Amazzonia – Brasile).

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