Magistratura democratica
Osservatorio internazionale

Discorso pronunciato dal Procuratore Generale Rémy Heitz, durante l'udienza solenne all'inizio dell'anno giudiziario 2026 tenutasi venerdì 9 gennaio

traduzione a cura di Edmondo Bruti Liberati
già procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano

[...]

Signore e signori,

Il 9 febbraio 2024, davanti a 459 uditori giudiziari riuniti per il loro giuramento, simbolo dello sforzo compiuto dalla Nazione per la Giustizia, il Presidente della Repubblica ha espresso preoccupazione, e cito, per i "venti cattivi" che mettono in discussione lo stato di diritto e cercano di minare la legittimità dei giudici.

È chiaro che questi venti cattivi, lungi dall'essersi placati, hanno soffiato con una forza senza precedenti nell'ultimo anno. Se dovessi usare la metafora meteorologica, aggiungerei addirittura che le previsioni per i prossimi mesi non sono buone.

Prima di tutto, fuori dall'Europa, dove l'indipendenza dei giudici e la preminenza dello stato di diritto sono sotto attacco, a volte anche nelle democrazie che ritenevamo le più consolidate.

A questo punto, vorrei esprimere il mio più sincero sostegno a Nicolas Guillou, magistrato e giudice francese presso la Corte Penale Internazionale, che è stato sanzionato semplicemente per aver svolto i suoi eminenti doveri in completa indipendenza. È qui oggi e vorrei ringraziarlo sinceramente per questo.

Anche in Europa, dove i discorsi che mettono in discussione la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo tendono purtroppo a moltiplicarsi, anche se il contributo di questa Corte alla protezione dei nostri diritti fondamentali è prezioso.

Saluto il suo Presidente, Mattias Guyomar, che è con noi questa mattina.

Infine, in Francia, dove l'istituzione giudiziaria è stata oggetto di attacchi di ampiezza senza precedenti nell'ultimo anno.

Se è naturalmente possibile e legittimo, in una società democratica, criticare la magistratura o le sue decisioni;

Se anche si accetta che un imputato possa maledire i suoi giudici per 24 ore, per usare la formula di Beaumarchais, la libertà di espressione non autorizza a discreditare l'istituzione giudiziaria.

Negli ultimi mesi alcune decisioni giudiziarie sono state presentate come espressione di un "colpo di stato giudiziario", di "accanimento" o addirittura di  "vendetta".

Parole eccessive e infondate (per cosa si vendicherebbe la giustizia?), che ignorano volontariamente il fatto che queste decisioni sono state prese in modo collegiale, al termine di processi, la cui gestione non è mai stata contestata dalle parti.

Parole gravi, in una società turbolenta come la nostra, dove passioni e tensioni sono esacerbate dalla cassa di risonanza costituita dai social network.

Parole che contribuiscono a scatenare discorsi d'odio e a un clima di minacce dirette e inaccettabili contro i magistrati.

Queste parole fanno parte di un discorso più globale, proposto da taluni, che tende a instillare nella mente delle persone l'idea, tanto falsa quanto perniciosa, che la giustizia venga confiscata da un'élite irresponsabile, corporativa e disconnessa dalle realtà sociali.

Oltre al danno che causano ai magistrati e all'autorità giudiziaria, questi discorsi minano in realtà l'autorità dello Stato nel suo complesso, e in particolare lo Stato di diritto.

L'autorità dello Stato, prima di tutto, perché screditare la Giustizia significa danneggiare un'istituzione fondamentale.

Un'istituzione che garantisce il rispetto delle regole comuni che la nostra società ha scelto di darsi.

Un'istituzione che ripara, che ricostruisce legami a volte fragili e che fa prevalere il diritto sulla vendetta privata.

Un'istituzione che rende legittima e accettabile, attraverso le procedure e i diritti che riconosce agli individui, l'esercizio delle prerogative repressive riconosciute allo Stato.

In una parola, un'istituzione senza la quale non esiste pace civile.

Attaccare il sistema giudiziario significa indebolire l'intero edificio repubblicano.

In un certo senso, significa rendere più vulnerabili i rappresentati eletti, le forze dell'ordine, gli insegnanti, i caregiver e tutti i nostri concittadini, che si aspettano anch’essi che la giustizia li tuteli e che per questo sia forte e rispettata.

Da questo punto di vista, nulla potrebbe essere più falso dei discorsi che insinuano che i giudici siano nemici delle donne e degli uomini politici.

Come se non stessimo servendo, ognuno al proprio posto, la Repubblica.

Come se, non essendo eletti, la nostra legittimità dovesse essere costantemente messa in discussione, anche se la Costituzione ci affida il compito esigente di garantire il rispetto dei principi e dei valori che costituiscono la base del nostro patto democratico, principi definiti sovranamente dal popolo francese in nome del quale rendiamo giustizia.

Come spiega Pierre Rosanvallon, "la democrazia moderna è un regime complesso, fondato sulla combinazione di diverse forme di legittimità"; e l'esperienza dimostra che non è né fruttuoso né prudente pretendere di oppure le une alle altre.   

Diciamolo chiaramente: la Repubblica è un blocco unico e i discorsi che attaccano i giudici e screditano la giustizia favoriscono la complessiva disintegrazione delle nostre istituzioni.

Minano anche lo Stato di diritto nel suo complesso, di cui la giustizia è una componente fondamentale.

Lo Stato di diritto, che presuppone che il giudice abbia il potere e il dovere di garantire il primato dei diritti fondamentali, non è stato inventato né dai giudici né per i giudici.

Esso nasce dalla volontà dello Stato stesso, di cui la giustizia è parte integrante, di sottomettersi ai diritti proclamati sia nella Costituzione che si è dato, sia nelle convenzioni internazionali che ha firmato e ratificato.

Era in germe nella Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789, di cui è uno sviluppo storico, il complemento necessario.

Qual è il senso di proclamare diritti fondamentali se nessun giudice può garantirne il rispetto? Un diritto fondamentale senza giudice è solo uno slogan, una garanzia "teorica e illusoria", per riprendere la formula della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

Non è un caso che lo Stato di diritto si sia affermato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in reazione alle abominazioni commesse da dittature senza limiti. Nessuno dovrebbe dimenticarlo e, ahimè, gli eventi attuali dovrebbero aiutarci a farlo.

No, lo Stato di diritto non è un'astrazione!

Non è un concetto riservato alle discussioni in saloni o ai dibattiti accademici.

Per ognuno dei nostri concittadini è una realtà quotidiana molto concreta.

È, per tutti, necessario per la loro autonomia e sicurezza quanto il tetto e le pareti di una casa.

Questo deve essere ricordato instancabilmente per soffocare le sirene di coloro che ne invocano la distruzione cercando di deviare contro di esso le paure e la rabbia che, in questi tempi incerti, attraversano la società.

Le mura che proteggono non devono essere abbattute o anche solo indebolite. Al contrario, devono essere consolidate.

Quotidianamente, attraverso la sua giurisprudenza, la Corte di Cassazione contribuisce a questa consolidazione conferendo una portata pratica e concreta ai diritti fondamentali.

Questa è una missione essenziale, che tutti i magistrati di questa Corte, il cui impegno desidero oggi salutare, svolgono con acuta consapevolezza delle loro responsabilità.

Una missione in cui tutte le generazioni di magistrati sono pienamente coinvolte, come dimostra la scelta degli uditori giudiziari di intitolare il concorso 2025 della nostra grande e cara Scuola Nazionale di Giustizia allo " Stato di diritto".

Una missione che condividiamo con le altre giurisdizioni supreme di questo paese, signor Presidente del Consiglio Costituzionale, caro Richard Ferrand, signor Vicepresidente del Consiglio di Stato, caro Didier-Roland Tabuteau.

Una missione che portiamo avanti in un dialogo costante e impegnativo con gli avvocati che esercitano nel Consiglio di Stato e nella Corte di Cassazione, che sono attori a pieno titolo dello Stato di diritto.

Tuttavia, per rafforzare lo Stato di diritto è essenziale che la giustizia, che ne è un pilastro fondamentale, sia sostenuta a livello finanziario, morale e ordinamentale.

Perché stato della giustizia e Stato di diritto sono strettamente legati: solo un sistema giudiziario in buone condizioni può garantire l'effettività dello Stato di diritto.

Lo sforzo di bilancio è quindi necessario per ridurre la durata dei giudizi, che i nostri concittadini non comprendono più e che contribuisce a minare la fiducia che il nostro sistema giudiziario dovrebbe ispirare.

Questo sforzo è in corso da due anni ormai, a seguito del considerevole lavoro svolto in occasione dell'Assemblea Generale di Giustizia convocata dal Presidente della Repubblica nel 2021.

La legge del 20 novembre 2023 sull'orientamento e la programmazione del Ministero della Giustizia ha infatti delineato le prospettive di un aumento senza precedenti del bilancio del nostro Ministero, passando da 8,8 miliardi di euro nel 2022 a 10,7 miliardi di euro nel 2027.

Nel contesto di bilancio più che difficile che stiamo vivendo, possiamo solo essere soddisfatti, signora Presidente del Senato, Signora Presidente dell'Assemblea Nazionale, che la linea bilancio fissata per il 2023 sia, al momento, rispettata.

E sappiamo, Primo Ministro, Ministro della Giustizia, quale ruolo avete nel rispettare questa priorità.

È comunque essenziale che tutti gli impegni contenuti in questa legge, che è valida fino al 2027, vengano rispettati.

Non si tratta solo di impegni presi a favore di magistrati, cancellieri e tutti il personale del Ministero.  Si tratta soprattutto delle promesse che la Repubblica ha fatto a sé stessa e ai suoi cittadini, non solo per sostenere l'istituzione giudiziaria, ma anche per proiettarla nel futuro e permetterle, in particolare, di abbracciare pienamente la rivoluzione dell'intelligenza artificiale.

Ma, e lo dico con gravità, questo sostegno di bilancio non sarà sufficiente a migliorare il funzionamento e l'immagine della nostra giustizia, se non sarà accompagnato da un reale sostegno morale da parte delle autorità pubbliche.

I magistrati beneficiano di questo sostegno quando sono oggetto personalmente di minacce o atti di intimidazione.

Questo sostegno in tali circostanze è necessario, persino indispensabile, ma è sufficiente?

Non credo.

Giudici e procuratori meritano anche la riconoscenza della Nazione e delle autorità pubbliche per il ruolo che ricoprono nella nostra società, per il lavoro che svolgono quotidianamente.

I magistrati del nostro paese hanno scelto una vocazione impegnativa, una professione difficile, al servizio dell'interesse generale. Non cercano né luci né onori.

Come l’altro personale del Ministero, in particolare i funzionari, lavorano in condizioni difficili, confrontandosi quotidianamente con miseria sociale, violenza e aspettative di giustizia sempre più forti e difficili da soddisfare. I miei colleghi capi delle Corti d'appello, che sono qui oggi, possono testimoniarlo.

Infine, i magistrati sono coraggiosi perché, diciamolo, oggi serve coraggio per giudicare casi politico-finanziari delicati, o per affrontare procedimenti di narco-traffico che coinvolgono multinazionali del crimine con risorse e mezzi illimitati.

Lei ha anche recentemente sottolineato, signor Ministro della Giustizia, che una quindicina di magistrati sono attualmente oggetto di minacce, tra cui più di una dozzina a causa delle loro azioni contro il traffico di droga

Se essi meritano rispetto e riconoscimento, è anche perché servono un'istituzione che dimostra regolarmente la propria capacità di affrontare le sfide più difficili.

Penso all'organizzazione di grandi processi contro i responsabili di atti terroristici negli ultimi anni, un successo di cui poche democrazie possono essere orgogliose.

Sto anche pensando alla recentissima istituzione della Procura Nazionale Anti-Crimine Organizzato, la cui creazione ho sempre sostenuto.

La prova, se necessario, che l'istituzione giudiziaria è considerata una risposta credibile, efficace e appropriata a una delle minacce più gravi del nostro tempo: il traffico di droga.

Oggi vorrei anche augurare alla nuova Procuratrice della Repubblica contro la Criminalità Organizzata, Vanessa Perrée, ogni successo nel difficile ma entusiasmante compito che la attende.

Fondamentalmente, è importante restituire ai nostri concittadini l'orgoglio del loro sistema giudiziario e delle donne e degli uomini che lo servono.

Questo orgoglio non deve naturalmente mascherare le reali e numerose difficoltà che la nostra istituzione sta attraversando, né esentarci dall'affrontarle.

La situazione del sistema di giustizia penale, con un numero di casi in attesa di processo in costante crescita, è molto preoccupante sotto questo aspetto, così come il numero di casi civili pendenti davanti ai tribunali d'appello.

Ugualmente preoccupante, come tutti sanno, è lo stato delle nostre carceri, in cui più di 86.000 persone sono incarcerate in meno di 64.000 posti. Sovraffollamento che contraddice, se ve ne fosse bisogno, l'idea troppo diffusa di un presunto lassismo dei magistrati.

In questo contesto, il disegno di legge volto a garantire una sanzione utile, rapida ed efficace, che potrebbe presto essere esaminata dal Parlamento, dovrà essere preceduto da uno studio d'impatto completo, volto a valutare le conseguenze sulla popolazione carceraria.

Infine, in generale, la giustizia deve essere più accessibile.

Non possiamo accettare che il 78% dei nostri concittadini lo consideri "difficile da capire", né che solo il 49% esprima fiducia.

Questa è una questione importante di legittimità.

Per rimediare a questo, il sistema giudiziario deve imparare a comunicare meglio, a spiegare meglio le proprie azioni, con chiarezza e pedagogia, per non lasciare il campo aperto ai suoi detrattori.

Sebbene la Corte di Cassazione lavori in questa direzione da diversi anni, ora è necessario diffondere, a tutti i livelli della nostra istituzione, una vera cultura della comunicazione associata a mezzi concreti. Una cultura che già permea la vita quotidiana dei pubblici ministeri, chiamati a esprimersi quotidianamente nei media.

Infine, oltre al sostegno morale e finanziario che ho appena menzionato, è importante stabilire l'indipendenza del nostro sistema giudiziario attraverso una riforma legislativa che sto instancabilmente chiedendo: quello dello statuto del pubblico ministero.

Il progetto è ben noto: consiste principalmente nel fatto che per la nomina dei procuratori. Il parere del Consiglio superiore della Magistratura sia vincolante per il Ministro.

Questa è una riforma altrettanto limitata che essenziale.

Limitata perché non costituirebbe una rottura con il modello della procura francese, caratterizzato dal legame gerarchico con il Ministro della Giustizia la cui missione è definire, sotto il controllo del Parlamento, la politica penale della nazione.

Limitata anche, perché non farebbe che ratificare una pratica ininterrotta dei vari governi da 15 anni ormai.

Una riforma che è tuttavia essenziale!

Questa riforma è essenziale perché il futuro è incerto e perché la Storia ci insegna che, ovunque venga attaccato lo Stato di diritto, l'indipendenza della magistratura è il primo obiettivo.

Tuttavia, questa indipendenza non può basarsi solo sulle prassi, per quanto virtuose possano essere.

Deve essere radicata in testi, in garanzie statutarie concrete e vincolanti, che oggi mancano gravemente nel caso dei pubblici ministeri.

Diciamo le cose semplicemente: se in futuro, domani, un governo decidesse di nominare a posti di pubblico ministero, compresi quelli più sensibili, magistrati che non abbiano esperienza o garanzie di indipendenza sufficienti, non ci sarebbero garanzie per opporsi.

Questo aprirebbe la strada al sospetto di una giustizia politicizzata, indebolendo notevolmente la già erosa fiducia dei nostri concittadini nell'istituzione giudiziaria. C'è un difetto nella nostra Costituzione, un "punto di vulnerabilità" per usare l'espressione molto appropriata che lei ha usato l'altro ieri, signor Presidente della Commissione di Diritto dell'Assemblea Nazionale, durante una sessione della Commissione tenuta presso la Scuola Nazionale della Magistratura a Bordeaux.

È quindi giunto il momento di portare a termine questa riforma, già votata due volte in termini conformi da   Assemblea Nazionale e Senato, nel 1998 e nel 2016. Non nell'interesse dei magistrati, ma di tutti i nostri concittadini, che devono poter contare su un pubblico ministero indipendente e imparziale.

Non solo è arrivato il momento, ma il tempo sta per scadere!

Senza minimizzare le difficoltà politiche insite in una tale revisione costituzionale, credo sinceramente che oggi non possiamo cedere a una rassegnazione che potremmo in un domani rimpiangere.

La posta in gioco è troppo alta, i rischi troppo alti.

È quindi essenziale, oggi, rimettere in carreggiata questa riforma, che costituirebbe, agli occhi della Storia, un grande passo avanti per la nostra democrazia.

Per concludere le mie osservazioni, e inviando a ciascuno di voi i miei più calorosi auguri all'inizio di quest'anno, vorrei citare i giudici che hanno restituito l’onore al Capitano Dreyfus, dei quali Pierre Drai, ex primo presidente di questa Corte e del quale quest’anno festeggeremo i cento anni ha detto:

"I giudici del 12 luglio 1906 non erano che giudici e nessuno ha mai ricordato i loro nomi, ma ci hanno dato una lezione di pedagogia. Ci hanno insegnato che non dovremmo mai disprezzare il diritto e la regola di diritto preesistente e oggettiva."

Questa lezione dovrebbe davvero illuminarci.

Ci ricorda che la giustizia non trae la sua forza dal potere che esercita, ma dalla fedeltà esigente che manifesta allo Stato di diritto e alla dignità della persona umana.

È questa fedeltà che fonda la nostra legittimità. È questa che abbiamo il dovere di difendere, senza sosta. Ed è questa che dobbiamo garantire, per il futuro.

Grazie per la vostra attenzione.

 

testo originale disponibile al link https://www.courdecassation.fr/toutes-les-actualites/2026/01/09/remy-heitz-audience-de-rentree-2026 

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