Gli spilli possono servire a molte cose.
A fissare una foto o un foglietto di appunti su di una bacheca.
A tenere provvisoriamente insieme due lembi di stoffa in attesa di un più duraturo rammendo.
A infliggere una piccola puntura, solo leggermente dolorosa, a qualcuno che forse l’ha meritata.
Lo spillo di oggi parla di una tragica simmetria
Forche gemelle in Iran e in Israele?
Sulle pagine di Questione giustizia non si è mai mancato di ricordare – anche negli articoli più critici – che Israele è uno Stato democratico, nel quale convivono e confliggono forze della libertà e forze dell’integralismo e della reazione. Ed è sulla natura democratica dello Stato israeliano che si fondan0 le residue speranze di abbandono della politica di eccidi e di conquista che ha fatto seguito alla criminale aggressione del 7 ottobre.
Per altro verso sono stati costanti la riprovazione e l’orrore verso il regime teocratico iraniano che, nel corso della sua ormai lunga storia, ha soffocato nel sangue ogni protesta del suo popolo, reprimendo brutalmente la richiesta di libertà proveniente da tutti gli strati della popolazione ed in particolare dalle donne e dai giovani.
Oggi constatiamo che tra Iran e Israele, Paesi che in passato ci apparivano differenti e molto distanti tra di loro, si sta istituendo una tragica simmetria.
Nei tribunali iraniani si condannano a morte giovanissimi con l’accusa di essere “guerrieri contro Dio”. Nemici di uno Stato teocratico che si considera diretta espressione della legge divina e che non esita ad irrogare la pena capitale - con imputazioni gravissime e processi farsa – a quanti hanno preso parte alle manifestazioni contro il regime.
Dopo il voto del 30 marzo della Knesset, nei tribunali militari israeliani operanti nella Cisgiordania occupata si applicherà “di regola” la pena di morte nei confronti dei palestinesi condannati per omicidio in atti definiti di terrorismo mentre i tribunali civili in Israele potranno emettere condanne a morte per qualsiasi persona condannata per omicidio «con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato di Israele», e perciò ancora una volta nei confronti dei soli palestinesi.
In Iran, dunque, sono condannati a morte, sommersi da imputazioni arbitrarie, i “nemici” dello Stato teocratico, ritenuto emanazione di Dio.
In Israele verranno puniti con la morte gli autori di crimini diretti a «negare l’esistenza dello Stato israeliano» al quale il Dio di Mosè assicura una speciale protezione.
La teocrazia iraniana, dominata dagli ayatollah e dai pasdaran, e la democrazia israeliana, ormai prigioniera degli integralisti e liberata da ogni limite dal sostegno di Trump, stanno dando vita a forme parallele di idolatria dello Stato.
Una idolatria che, irrompendo nel campo dei delitti e delle pene, stravolge i tratti essenziali della giurisdizione penale – l’accertamento dei fatti, la giusta misura della pena - e sottopone ad una radicale torsione il processo.
I margini di arbitrio, di discriminazione, di razzismo che derivano dalla statolatria oggi predicata nei due Paesi sono enormi.
Sopravvive però ancora una differenza.
Mentre in Iran la giurisdizione è solo un’altra faccia del regime teocratico e si mostra sempre pronta a confermare il volere ed i comandi dei governanti, in Israele, la Corte Suprema, forte di una lunga tradizione di indipendenza e di autonomia culturale, può ancora contrastare la deriva autoritaria in atto, bloccando o annullando le nuove norme.
C’è da augurarsi che la Corte, che in passato ha scritto nitide pagine a tutela delle libertà e dei diritti (e che perciò Netanyahu vuole sottoporre al controllo del governo) faccia sentire la sua voce e restituisca allo Stato di Israele in parte almeno della dignità e dell’onore trascinati nel fango dai suoi attuali governanti.
QG
