Dal momento in cui si è appresa la triste notizia della morte di Elvio Fassone (21 giugno 2026) vi è stato un susseguirsi di ricordi e di messaggi di cordoglio attraverso articoli di stampa, post sui social, messaggi su mailing-list.
In molti hanno voluto ricordare pubblicamente la figura di questo distinto signore, dallo sguardo gentile, dall’eloquio preciso, dall’empatia naturale, dalla profonda cultura.
Un uomo che ha lasciato tanto a tutti coloro che lo hanno incontrato e hanno fatto un pezzo di strada insieme a lui, ma anche a chi non ha avuto questa fortuna.
Succede quando va via un “Maestro”, di cui non può che sentirsi subito l’assenza nella consapevolezza che ciò che ha donato in vita è un bene prezioso che ha accompagnato molte generazioni e che accompagnerà ancora quelle future.
Elvio Fassone è stato magistrato, presidente della Corte di Assise d’Appello di Torino, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, senatore.
Autore di moltissimi scritti e riflessioni giuridiche[1], ma conosciuto dal grande pubblico grazie al volume pubblicato da Sellerio nel 2015, Fine pena: ora, poi divenuto anche una pièce teatrale al Teatro Piccolo di Milano con la drammaturgia di Paolo Giordano e la regia di Mauro Avogadro.
Un testo che segna chiunque lo legga e che descrive in modo indelebile l’animo nobile dell’autore.
Un libro, come ricordano Riccardo De Vito[2], «capace di commuovere e coinvolgere senza ricorrere a un filo di retorica o di bigotto paternalismo» e, Fabio Gianfilippi[3], un’occasione per «fermarsi ai bordi della strada e, dopo la catarsi che segue il dramma, riprendere il cammino ancor più consapevoli del sentiero da imboccare».
Ne ho spesso fatto dono a giovani laureati, a tirocinanti, a m.o.t., nessuno ne è rimasto indifferente. Non è possibile esserlo.
La storia prende avvio da un episodio della vita del giudice Fassone, quando, da presidente della Corte d’assise nel maxi-processo di Torino del 1985 alla mafia catanese, incontrò “Salvatore” un imputato che condannò all’ergastolo e con il quale successivamente intrattenne un rapporto epistolare quasi trentennale, accompagnandolo, come se gli fosse padre, nella sua lunga detenzione.
Venne a presentare, su mia richiesta, il libro al Liceo scientifico Mascheroni di Bergamo, nell’ambito di un percorso sulla legalità organizzato dall’Istituto. Gli studenti, che avevano letto il libro durante l’estate e successivamente avevano visto lo spettacolo teatrale, rimasero molto colpiti dai contenuti che Elvio Fassone riuscì a trasmettere loro con semplicità e senza alcuna enfatizzazione. Si avvicinarono ai concetti del senso dell’ergastolo, della detenzione carceraria, della rieducazione. Ancora oggi, quando incontro il gruppo delle professoresse responsabili di quel progetto della legalità, ricordiamo la cena con Elvio Fassone che precedette la successiva mattinata al Liceo, la profondità del dialogo e l’umanità dell’uomo.
Di quella iniziativa la Rivista ne tiene traccia grazie all’articolo scritto dalla prof.ssa Caterina Bubba Le parole che smuovono le pietre[4] che ricorda l’interrogativo, sempre di grande attualità, che l’incontro con Elvio Fassone ha posto a tutti noi «Come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato?».
La seconda occasione di incontro con Elvio Fassone, che desidero qui ricordare, è quella avuta in occasione della predisposizione del numero 4/2018 del Trimestrale della Rivista Il dovere della comunicazione, curata da Donatella Stasio e da me.
Elvio Fassone ci ha regalato una riflessione preziosa, che segna un percorso su cui bisognerebbe ancora oggi soffermarsi e ragionare[5], dove la comunicazione non è solo svelamento di notizie, ma anche «manifestazione del proprio essere attraverso i modi del proprio agire».
Ne riporto il pensiero finale, invitando caldamente a dedicarsi un momento per la sua rilettura: «Quel “dare conto” è presente anche in ogni altro “comunicare”, in particolare in quella accezione dalla quale abbiamo preso le mosse. Se nell'articolo 192 esso rivela i percorsi mentali dell'estensore, nella nuova accezione esso manifesta la considerazione che il magistrato ha della dignità del suo interlocutore. All'uditorio della ragione si sostituisce l'uditorio dell'umanità. Un collega raccontava che il complimento più gradito ricevuto da un cittadino, destinatario del suo operato, era la frase “mi ha dato torto, ma mi ha trattato con rispetto”».
Tanti altri episodi si potrebbero ricordare, nei diversi ruoli vissuti da Elvio Fassone come magistrato, giurista, componente del Consiglio Superiore della Magistratura, Senatore, scrittore. Tanti lo hanno già fatto e tanti altri lo faranno.
Leggerli sarà una elaborazione collettiva del lutto che ci ha colpito.
Ciao caro Elvio e grazie per essere stato parte della grande famiglia di Questione Giustizia.
Ci mancherai molto.
[1] Ricordo tra le tante pubblicate in questa Rivista: https://www.questionegiustizia.it/articolo/l-ergastolo-e-il-diritto-alla-speranza_24-02-2020.php
[2] https://www.questionegiustizia.it/articolo/fine-pena_ora_21-11-2015.php
[3] https://www.questionegiustizia.it/articolo/contro-una-pena-inutile_fassone-letto-da-un-magistrato-di-sorveglianza_09-01-2016.php
[4] https://www.questionegiustizia.it/articolo/parole-che-smuovono-le-pietre_17-03-2018.php
[5] https://www.questionegiustizia.it/rivista/articolo/un-esempio-virtuoso-di-comunicazione-l-etica-della-relazione_612.php