1. La campagna referendaria, e l’esito della consultazione popolare con la sonante vittoria del No, hanno visibilmente restituito un quadro del comune sentire sulla giustizia che può così sintetizzarsi: l’assetto costituzionale della magistratura va difeso, in quanto costituisce efficace baluardo a tutela della indipendenza della magistratura, bene primario che costituisce un perno irrinunciabile dello stato di diritto; tanto non può valere però a nascondere i gravi problemi che affliggono il servizio che i cittadini si aspettano e di cui hanno diritto. E’ l’occasione per promuovere una stagione di riforme che mettano mano ai nodi critici, che sostanzialmente consistono nella durata dei processi e nella omogeneità delle modalità di resa del servizio, ivi compreso il profilo di un comune, apprezzabile livello di qualità della risposta giudiziaria. Condivide questa lettura?
Condivido nella sostanza questa lettura, ma vorrei precisarne il senso, perché il rischio che intravedo è duplice.
Il primo è che la vittoria del No venga letta come una pura difesa dello status quo. Non lo è stata. Gli italiani non hanno votato per lasciare le cose come stanno: hanno respinto una risposta sbagliata a domande vere. L’assetto costituzionale della magistratura: l’indipendenza, l’unicità della giurisdizione, l’autonomia dell’ordine giudiziario, è stato difeso non come privilegio di una corporazione, ma come garanzia dei cittadini. L’indipendenza del giudice non serve al giudice: serve a chi va davanti a un giudice. Questo è il cuore del voto, ed è un patrimonio che va custodito.
Il secondo rischio, speculare, è che la difesa dell’assetto costituzionale diventi l’alibi dell’immobilismo. Sarebbe un errore. I problemi che il referendum non ha toccato e che la separazione delle carriere non avrebbe risolto in alcun modo restano tutti sul tavolo: la durata insostenibile dei processi, la disomogeneità del servizio sul territorio, la disparità nella qualità della risposta giudiziaria a seconda di dove si abita. Un cittadino di Bolzano e uno di Reggio Calabria hanno diritto alla stessa giustizia, e oggi non l’hanno.
Ecco perché credo che il No, per essere all’altezza di sé stesso, debba aprire una stagione di riforme, non chiuderla. Ha difeso il perimetro costituzionale proprio per rendere finalmente possibile lavorare, dentro quel perimetro, su ciò che davvero non funziona.
2. Affrontando il tema delle riforme si pone preliminarmente un interrogativo di non poco momento. E’ stato lucidamente osservato, all’indomani del voto (E. Lupo, Sfiduciato dai cittadini, Nordio non può risolvere i problemi della giustizia, Domani, 29 marzo 2026) che l’esito referendario, con la chiara bocciatura del testo governativo, ha il significato di una sfiducia dell’elettorato in primis nei confronti del Ministro della Giustizia, che pure non ha inteso fare un passo indietro e che continua a rivendicare almeno a parole la sua piena legittimazione a rivestire la carica affidatagli ed a svolgere la funzione di Guardasigilli. Non si tratta evidentemente di pregiudizialità per schieramento politico, ma di un giudizio che deriva dalla stessa assunzione di responsabilità (senza conseguenze sulla carica) che Nordio ha profferito commentando il voto. Lei condivide le osservazioni del Presidente Lupo? Quale autorità, ed autorevolezza politica, può riconoscersi nei confronti di questo Ministero, anche alla luce dei contenuti che ha voluto inserire nella dialettica elettorale?
Le osservazioni del Presidente Lupo colgono un dato che non è di parte, ma istituzionale.
Sul piano della legittimazione formale, nulla quaestio: il Ministro resta nella pienezza delle sue funzioni, il referendum non ha effetti sulla titolarità della carica. Ma esiste un piano, quello dell’autorevolezza politica e su quello il voto ha inciso in profondità. Un Guardasigilli che porta al giudizio del corpo elettorale la riforma-bandiera del proprio dicastero, e la vede respinta a chiare lettere, subisce una sconfessione che non può essere derubricata a incidente di percorso.
Inoltre il Ministro non ha condotto una campagna nel merito. Ha scelto, insieme a una parte del fronte del Sì, un registro di delegittimazione della magistratura, una strategia di «terra bruciata» attorno all’ordine giudiziario. E qui sta il paradosso: chi ha bisogno della magistratura come interlocutore per riformare la giustizia ha passato mesi a descriverla come il problema, anziché come parte della soluzione.
Un Ministro che voglia davvero riformare deve ricostruire le condizioni del dialogo che ha contribuito a demolire.
3. Nel corso della campagna elettorale, sono stati frequenti (da parte di magistrati, avvocati, esponenti della politica e della società civile) i richiami alla necessità di riforme che – fermo restando l’attuale assetto costituzionale – intervengano a porre le condizioni per un miglioramento del servizio. Il primo, e più grave, dei problemi, è costituito sicuramente dalla durata dei processi: ad esso si aggiunge quello dei limiti di efficacia della giurisdizione, sicuramente connesso al primo, senza dimenticare che anche un deficit di trasparenza (nelle modalità di organizzazione concretamente adottate, nelle scelte di investimento, nelle priorità operative e giurisdizionali) non gioca a favore di un maggior livello di fiducia da parte del cittadino, e di una migliore qualità della risposta. Claudio Castelli, in un suo recente intervento su questa Rivista (Una giustizia efficiente è possibile, https://www.questionegiustizia.it/articolo/una-giustizia-efficiente-e-possibile) ha concretamente “messo a terra” la questione nella sua complessità, fornendo un quadro di possibili interventi migliorativi. Analogamente l’Associazione Nazionale Magistrati ha, da ultimo, segnalato al Ministro 4 priorità su cui intervenire con urgenza (-l’ufficio per il processo con la stabilizzazione degli AUPP e la coerenza del loro inquadramento, - le risorse informatiche con l’adeguatezza del processo penale telematico, -il carcere, - e la riforma del gip collegiale, il cui allarme è stato lanciato da Ezia Maccora proprio da questa Rivista - https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-25-agosto-2026-entra-in-vigore-il-gip-collegiale-rischio-di-caos-e-di-paralisi-per-la-giustizia-penale). Lei quali ritiene particolarmente utili e significativi? E quali vedrebbe ulteriormente necessari?
Le quattro priorità indicate dall’ANM mi paiono tutte fondate, e non le disporrei in ordine gerarchico, perché rispondono a urgenze diverse e convergenti. Ne segnalo però alcune che, dal punto di vista di chi esercita la professione forense, incidono più direttamente sulla vita reale dei processi.
La prima è l’ufficio per il processo. È la vera riforma strutturale di questi anni, quella che ha inciso sui tempi più di qualunque intervento normativo. Ma è nata precaria: la stabilizzazione degli AUPP e un loro corretto inquadramento non sono un tema sindacale, sono la condizione perché quell’investimento non venga disperso. Formare persone per anni e poi lasciarle andare è uno spreco che il sistema non può permettersi.
La seconda è l’adeguatezza delle risorse informatiche, e in particolare del processo penale telematico. Chi lo pratica sa che una digitalizzazione fatta male non è neutra: scarica sugli operatori - magistrati e avvocati - i costi di un’infrastruttura fragile e produce nullità, ritardi, contenzioso aggiuntivo. La tecnologia deve servire il processo, non complicarlo.
Sul carcere: il sovraffollamento e il numero dei suicidi ci collocano fuori dal perimetro dell’articolo 27. È un’emergenza che precede ogni riforma.
Quanto al gip collegiale, l’allarme lanciato da Ezia Maccora va preso sul serio: un’entrata in vigore, quella del 25 agosto 2026, senza le risorse per reggerla rischia di tradursi in paralisi.
Aggiungo, dal versante dell’avvocatura, i temi che il dibattito referendario ha lasciato in ombra: l’effettività dell’accesso alla giustizia, il patrocinio a spese dello Stato, la crisi silenziosa della giustizia civile. Una giustizia efficiente non è solo una giustizia veloce: è una giustizia accessibile.
4. Nella sua qualità di avvocato/magistrato, quale pensa potrebbe essere il significativo contributo della sua categoria di appartenenza ad un percorso riformatore capace di incidere sullo stato delle cose? In altre parole, lei ritiene auspicabile, e percorribile, un percorso di autoriforma che partendo dall’interno di ognuna delle categorie ponga le basi per una precisa assunzione di responsabilità, e di iniziativa, per conseguire il risultato di una giustizia migliore? Nessuna delle corporazioni è indenne, possiamo dirlo, rispetto ad una eccessiva indifferenza, o ad una non sufficiente sensibilità, nei confronti di quella che è l’esigenza democratica di una giustizia che funzioni. La stagione referendaria non può ritenersi avere marcato anche un punto di svolta rispetto a un diverso impegno, che abbandoni ogni chiusura corporativa in favore di un diretto coinvolgimento in una nuova stagione?
Rispondo da avvocata, e quindi con una premessa di onestà: nessuna corporazione è innocente, e la mia non fa eccezione.
Credo profondamente in un percorso di autoriforma, e credo che debba partire da un esame di coscienza. L’avvocatura ha, a volte, difeso interessi di categoria spacciandoli per princìpi; ha guardato alla giustizia come al proprio campo di attività prima che come a un bene democratico. Se chiediamo alla magistratura di uscire dalle proprie chiusure, dobbiamo essere disposti a uscire dalle nostre.
Il contributo specifico che l’avvocatura può dare è duplice. Da un lato, un contributo alla funzionalità del sistema: una deontologia esigente, un uso responsabile degli strumenti processuali, un impegno serio nella deflazione del contenzioso attraverso la mediazione e gli strumenti alternativi, la partecipazione attiva ai luoghi in cui il servizio si organizza.
Dall’altro un contributo di garanzia. L’avvocato è il primo presidio dei diritti del cittadino di fronte al potere: è la garanzia che nessuno resti solo davanti allo Stato, all’accusa, alla parte più forte. Difendere il ruolo dell’avvocatura significa difendere il diritto di difesa, che è un diritto di tutti.
La stagione referendaria può e deve segnare una svolta. Abbiamo passato mesi a discutere di come dividere le carriere altrui: usiamo la stessa energia per assumerci, ciascuno, la nostra parte di responsabilità.
5. I drammatici sviluppi che stiamo vivendo - l’attacco al diritto internazionale, le flagranti violazioni della legge umanitaria, i colpi inferti a tutti il sistema sovranazionale di protezione dei diritti umani - hanno segnato un ulteriore cambio di paradigma, in un contesto caratterizzato da un processo ormai globale di autocratizzazione e di crisi dello stato di diritto. L’intolleranza crescente verso il ruolo di garanzia della giurisdizione e la sua funzione di tutela dei diritti e delle libertà è una costante di questi sviluppi. Non solo l’indipendenza dei sistemi giudiziari nazionali e il ruolo delle Corti europee e internazionali, ma la funzione dell’avvocatura - come ci dimostra quel che accade negli USA - oggi sono gravemente sotto attacco. Nell’Europa colpita da più di un decennio di regressione democratica, Ungheria e Polonia restano gli esempi delle più dirompenti strategie attuate dai governi per smantellare il sistema di pesi e contrappesi e le garanzie istituzionali e ordinamentali di indipendenza della magistratura, manipolando le sue istituzioni chiave (come i Consigli di giustizia), delegittimando i magistrati e limitando (o tentando di limitare) la loro libertà di parola e di associazione con aggressive campagne mediatiche. In questo contesto, il tema centrale diventa la capacità di resilienza dello stato di diritto e di una giustizia indipendente, che risiede anzitutto nei testi costituzionali e nelle istituzioni. E come ha ricordato Medel intervenendo sui rischi della riforma costituzionale in Italia, in questo contesto le autorità nazionali dovrebbero rafforzare il sistema di controlli e contrappesi anziché indebolirli. Eppure, nella campagna referendaria il confronto fra magistratura e avvocatura, soprattutto quella schierata per il SI, su questi temi è del tutto mancato; né vi sono state prese di posizione nette da parte del fronte per il SI contro la pericolosa strategia referendaria diretta a fare terra bruciata intorno alla magistratura. La difesa dello stato di diritto, dei diritti e libertà fondamentali e della giurisdizione nazionale e sovranazionale non deve essere oggi più che mai un terreno di impegno comune specifico per magistrati e avvocati? In un contesto come quello nazionale in cui la giustizia continua ad essere terreno di scontro e divisione, un'analisi condivisa sulle minacce attuali per lo stato di diritto e una riflessione sulle misure necessarie per metterlo in sicurezza non deve rappresentare il punto di partenza comune a magistratura e avvocatura per discutere delle riforme necessarie alla giustizia?
Questo, per me, è il cuore. E la mancanza che lei segnala l’assenza, nella campagna, di un confronto su questi temi è la vera occasione perduta.
Viviamo un processo globale di autocratizzazione che ha un bersaglio ricorrente: la giurisdizione come limite al potere. In Ungheria e in Polonia abbiamo visto smantellare, pezzo per pezzo, le garanzie di indipendenza: la manipolazione dei Consigli di giustizia, la delegittimazione sistematica dei magistrati, i tentativi di comprimerne la libertà di parola e di associazione con campagne mediatiche aggressive. Negli Stati Uniti stiamo assistendo a qualcosa che pochi anni fa avremmo ritenuto impensabile in una democrazia occidentale: l’attacco diretto all’avvocatura, con provvedimenti ritorsivi contro gli studi legali che difendono cause o clienti sgraditi al potere. Colpire l’avvocato che difende è il modo più efficace per colpire chi va difeso.
C’è un filo che tiene insieme tutto questo, ed è l’intolleranza verso i contropoteri. La giurisdizione indipendente e la libertà dell’avvocatura sono due facce della stessa garanzia.
Ed è esattamente qui che la strategia referendaria del «fare terra bruciata» attorno alla magistratura rivela la sua natura: non era un capitolo tecnico dell’ordinamento giudiziario, era un tassello di una tendenza più ampia alla delegittimazione dei contrappesi. Per questo la difesa dello stato di diritto, dei diritti fondamentali, della giurisdizione nazionale e sovranazionale non può che essere terreno di impegno comune di magistrati e avvocati.
6. Quale potrebbe essere concretamente il terreno migliore per far ripartire un dialogo costruttivo tra magistratura, avvocatura, e altri operatori, al fine di una messa in mora della politica e di un nuovo protagonismo che li accomuni in un senso più autenticamente democratico e popolarmente condiviso? Serve progettare un percorso che parta dal basso e che riesca ad ascoltare ed a coinvolgere anche quell’elettorato che ha votato No e che in gran parte non era stato intercettato da sondaggisti, analisti, politologi, ma che è stato decisivo per l’esito finale?
Partirei da tre cose. La prima: i luoghi in cui magistratura e avvocatura già lavorano insieme, e funzionano. Penso all’esperienza degli Osservatori sulla giustizia civile, dove magistrati, avvocati e personale si siedono allo stesso tavolo per costruire prassi condivise, protocolli, soluzioni. Non è teoria: è un metodo che esiste, che produce risultati e che andrebbe esteso e valorizzato.
La seconda: la formazione comune. Magistrati e avvocati formati separatamente si riconoscono come controparti; formati insieme, almeno in parte, si riconoscono come operatori di un servizio comune. È un investimento di lungo periodo, ma è quello che cambia la cultura.
La terza, e la più impegnativa: ascoltare. Il No ha vinto anche grazie a un elettorato che sondaggisti e analisti non avevano intercettato. È un dato politico enorme, e non va sprecato. Quell’elettorato ci dice che la difesa dell’indipendenza della magistratura non è un tema per addetti ai lavori: può diventare sentire popolare, se le si parla con verità e non con paura. Progettare un percorso dal basso significa coinvolgere non solo chi ha votato No, ma anche chi non è stato ascoltato, e restituire alla questione giustizia la sua dimensione democratica.
La politica va messa in mora, è vero. Ma la si mette in mora non con un cartello di corporazioni che rivendicano, bensì con un fronte di operatori e cittadini che propongono.