Le immagini dell’affannosa ricerca di una via per essere in Europa attraverso le acque attorno a Ceuta, di quella forza di giovani e giovanissimi, inclusi molti di minore età, che ricercano una esistenza migliore anche mettendo a rischio la loro vita, e l’osceno gioco messo in campo da chi sfrutta tali desideri e tali difficoltà per propri mezzucci di politica interna e internazionale, hanno evidenziato plasticamente l’inconsistenza dell’attuale residuo di quell’idea di Europa solidale, capace di riconoscersi nell’affermazione dei diritti, che pure aveva alimentato molte antiche promesse. Ne resta il doppio volto di un luogo che continua a essere speranza per chi viene da speranze ben minori e, al contempo, di un mero assemblaggio di interessi nazionalistici uniti solo da pulsioni difensive e da sostanziale subalternità a logica ed economia di guerra.
Una doppiezza che non può non interrogarci. Perché di una diversa Europa abbiamo bisogno. Certamente però ben distante da quella centralità dell’egoismo protettivo che è alla base, per esempio, del continuo tentativo di condizionare la stessa Corte di Strasburgo nell’interpretazione della Convenzione per i diritti umani, quando si tratti di diritti delle persone migranti destinatarie di espulsioni o rimpatri forzati: la dichiarazione adottata a Chișinău nel maggio scorso dai quarantasei ministri degli esteri dei paesi del Consiglio d’Europa e, in ambito Unione europea, la lettera sottoscritta dai leaders di ventidue paesi e indirizzata al presidente di turno dell’Unione vanno in questa ansiosa, distruttiva e miope controdirezione.
Riflettendo su questi temi di fronte a quel desiderio di “altrove” che le immagini di Ceuta comunicano e soprattutto guardando ammutolito il carico di più di cento vite distrutte in tale desiderio di speranza, ho ripercorso una mia esperienza passata, di più di venti anni fa, e sono tornato alla sensazione avuta quando venni mandato dal Consiglio d’Europa a monitorare la situazione nell’altra enclave spagnola nel territorio africano, Melilla, dopo un analogo forte afflusso di persone che avevano superato le recinzioni con il territorio del Marocco.
In quella tarda estate del 2005 un gran numero di persone aveva tentato di entrare nelle due enclave spagnole nel continente africano: la probabile “colonna d’Ercole” Ceuta e la fenicia Melilla. I tentativi erano stati alla fine di agosto, nella prima settimana di settembre e di nuovo all’inizio di un tiepido ottobre. A Melilla, il tentativo non era avvenuto via mare, bensì scavalcando le due alte recinzioni che delimitano quel territorio rispetto al resto del Marocco. Nel difficile percorso tra le due alte pareti di sbarre sormontate da concertina di nastro d’acciaio con affilate lame e distanti due metri l’una dall’altra, molti avevano riportato ferite e ben nove erano morti. Sulle cause di questo drammatico epilogo era allora in corso uno scambio di accuse tra le autorità spagnole e quelle marocchine. Oggi i morti sembrano contare meno; ci siamo abituati a questi eventi a margine, casualties.
Ovviamente già allora era chiaro, forse perché le autorità governative europee ancora conoscevano la geografia e il rispetto del diritto internazionale era un valore, che entrare a Ceuta e Melilla significava entrare in Europa, ma non poter liberamente muoversi nel territorio continentale europeo perché l’accordo di accesso della Spagna (25 giugno 1991) al più generale “Accordo Schengen” del giugno 1985 aveva una chiara riserva rispetto a tale possibilità. Al capo III, punto 1 delle regole dell’Accordo era esplicitamente stabilito il mantenimento dei controlli tra queste due enclave e il resto dei paesi europei, Spagna inclusa. Era previsto allora e lo è tuttora: la restrizione è stata mantenuta in tutti i successivi aggiornamenti di quelle regole. Di fatto, quindi, si tratta di un accesso in termini di generale impianto ordinamentale e diritti, ma non di libertà di movimento verso altri paesi: quest’ultima era ed è possibile solo con le due città marocchine limitrofe, rispettivamente Tetuan per Ceuta e Nador per Melilla. Quindi, la centralità dell’osservazione della situazione di cui con la mia delegazione ero responsabile non nasceva dall’allarme per i paesi dell’Unione, bensì per la complessità in sé del contesto che tale afflusso determinava, considerato anche che la gran parte di coloro che avevano dato l’assalto alle due recinzioni non provenivano dal Marocco – col quale esisteva, allora e ora, un accordo di rapido rimpatrio – bensì da territori subsahariani. Si trattava, quindi, di persone spinte da motivazioni importanti e spesso drammatiche, che avevano percorso lunghi cammini e le cui attese e spesso disperazione sarebbero gravate su piccole enclave, con il rischio di difficili problemi di interazione.
Arrivai a Melilla il 16 dicembre 2005 e mi colpì immediatamente l’immagine che l’Europa offriva di sé, anche visivamente rispetto alla disperazione e all’attesa preveniente dal continente africano. Sulle due alte recinzioni di sei metri, con in più la concertina, sventolavano bandiere dell’Unione europea; poste a indicare l’inizio dell’inaccessibile altrove. Le due recinzioni rappresentano la frontiera esterna terrestre (quella marittima è tra i due diversi moli di Melilla e di Nador) e sono poste a distanza di due metri l’una dall’altra così da creare un percorso tra esse che viene monitorato da una cabina di controllo ove è segnalata una qualsiasi presenza di una certa dimensione, talvolta un animale: trascorsi una notte nella cabina di controllo per monitorarne l’operatività.
Nei limiti del mandato di una delegazione del Comitato per la Prevenzione della Tortura (CPT) il compito della mia delegazione era quello di esaminare l’effettiva tutela della dignità e dell’integrità fisica e psichica delle persone che, una volta superata penosamente le recinzioni, erano trattenute nel “centro di accoglienza” di Melilla, allora indicato come Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes (CETI): era un centro aperto durante il giorno e il controllo delle persone trattenute avveniva a sera, attraverso una tesserina da strisciare contenente l’impronta digitale. Al di là delle condizioni materiali, spesso segnate dal sovraffollamento, il centro aveva la caratteristica di limitazione, ma non di privazione della libertà personale; tuttavia il non rientro serale faceva scattare una situazione totalmente diversa caratterizzata dal trattenimento in un centro chiuso. La durata della permanenza dipendeva dagli accordi con altri paesi: rapida con i limitrofi, ben diversa con i paesi centroafricani.
L’immagine maggiore che colpiva era la provenienza assolutamente prevalente di coloro che tentavano l’assalto alle recinzioni. Il termine “assalto” è appropriato perché nella fascia di territorio marocchino di circa 150 metri formalmente qualificata come “terra di nessuno”, si accampavano con continuità giovani provenienti da paesi subsahariani, i quali avevano percorso molta strada, costellata da difficoltà e ricatti. Lunghi percorsi di speranza che portavano a insediamenti numericamente consistenti: nel 2005 si era arrivati a 20mila presenze nello stesso periodo. Di fronte a loro, al termine del lungo cammino, quell’immagine delle temute recinzioni con le bandiere europee sventolanti, a comunicare l’inaccessibilità. Dietro di loro, le speranze, l’investimento personale nel difficile cammino e spesso l’investimento delle comunità di appartenenza perché si trattava quasi sempre di giovani su cui le piccole realtà locali, di villaggio, avevano investito in cultura preparazione e anche capacità fisica. Il loro tempo si consumava nell’attesa, costruendo un numero incredibile di scale a pioli con i pezzi di legno tenuti insieme da buste di plastica annodate. In attesa, fino alla decisione di tentare: periodicamente il gruppo divenuto cospicuo dava assalto alle recinzioni, ben sapendo il pericolo che tale prova fisica comportava, il rischio della reazione da parte delle forze dell’ordine, nonché le difficoltà da affrontare anche nel caso di aver scavalcato positivamente quel pomposo e tronfio ostacolo posto dall’Europa al proprio confine africano. Ho ancora foto delle molte cataste di scale che erano state utilizzate nell’ultimo episodio di scavalcamento delle grate e in mente i racconti del proprio successo o della speranza per un nuovo tentativo.
Era evidente – e questa era la sensazione immediata vedendo che i nuovi accampamenti, erano già folti a pochi mesi dall’ultimo evento tardo estivo – l’inutilità sostanziale della costruzione di nuovi sbarramenti, di nuove grate e recinsioni, sia fisiche sia normative con leggi sempre più dure e orientate al respingere. Ancora non era stata coniata la parola “remigrazione” e già erano sufficientemente crudeli una cultura e una legislazione che sfruttano la sofferenza delle persone – quelle giunte al confine europeo o quelle rocambolescamente entrate – per inviare un messaggio a chi vorrebbe mettersi in cammino. Ma se la cultura del rifiuto e del respingere aggrediva irreversibilmente quella cultura della solidarietà e dei diritti su cui avevamo costruito un’ipotesi diversa per l’Europa dopo le catastrofi della prima metà del secolo scorso, gli strumenti messi in campo mostravano già allora la loro intrinseca debolezza. Perché la forza di chi si mette in moto per un altrove diverso è tale da superare in ogni modo la più dura azione di contenimento da parte di chi a tale desiderio si oppone. Si può determinare maggiore sofferenza, si possono avere più vite perse o costruire su questa azione contenitiva un effimero consenso, ma la sua effettività è storicamente destinata a fallire.
L’Italia di quei giorni – era il 2005, pieno governo berlusconiano – era quella che tre anni prima aveva creato il vero tappo alla possibilità di ingresso regolare nel nostro paese e, nel contempo, aveva incrementato le espulsioni dei migranti irregolari: la legge Bossi-Fini era stata la pietra miliare nel cammino della costruzione simbolica del “nemico” su cui guadagnare consenso. L’Italia di oggi è quella che cerca di far pagare al governo spagnolo il prezzo del suo non allineamento passivo a tale costruzione. L’Europa continua a essere quella che con il ditino alzato indica la necessità di sempre più alte grate, su cui far sventolare le bandiere, però scolorite. Deve ritrovare il suo volto.
10 agosto 2026