Sono, queste - per me come per gli altri candidati - settimane di viaggio tra gli uffici giudiziari di un Collegio che comprende regioni e realtà tanto prossime geograficamente quanto diverse per ambiente, clima, peculiarità.
E’ una sorta di cammino esperienziale e, in certa misura, introspettivo, che riserva, ad ogni tappa, emozioni, scoperte, sorprese.
Credevo, all’avvio, che il dibattito si sarebbe sviluppato a partire dal tema della trasparenza delle nomine e dei criteri di selezione della dirigenza; ben presto, però, sin dalla prima assemblea in un periferico, ma vivacissimo, tribunale circondariale, mi sono reso conto che la base - che tanto citiamo e che, tuttavia, così poco conosciamo - reclama, innanzitutto, che le vengano assicurate le condizioni materiali per rendere un servizio all’altezza delle aspettative che i cittadini, ancor più dopo la stagione referendaria, nutrono nei nostri confronti.
Ho capito, poi, che al bisogno di calibrare ed estendere i carichi, esigibili e\o sostenibili, e di individuare accettabili standard di rendimento si accompagna quello, non meno pressante, di imprimere una svolta alla questione degli organici ed alle politiche della mobilità.
Al CSM si chiede, sul primo aspetto, di cambiare passo, avvalendosi dei presidi tecnologici di ultima generazione e della disponibilità di dati finalmente controllabili e - nell’ottica della leale collaborazione tra le istituzioni e, al contempo, della rivendicazione della propria posizione costituzionale - di pungolare e stimolare il Ministero della Giustizia al corretto esercizio delle sue prerogative in vista del superamento delle sperequazioni esistenti, e in qualche caso eclatanti, che sono frutto tangibile di intollerabili particolarismi ed occasionali contingenze.
Il Consiglio è, ancora, chiamato ad un approccio più consapevole al tema – percepito ovunque come nevralgico – della mobilità.
Oggi, dopo un un lungo periodo in cui abbiamo costantemente convissuto con un tasso di scopertura medio-alta, cui si è fatto fronte, per necessità, con strumenti emergenziali (tra tutti, gli incentivi riservati a chi ha accettato di trasferirsi nelle cc.dd. “sedi disagiate”), siamo alle porte di una stagione di tendenziale, integrale copertura degli organici, stante l’ingresso di migliaia di magistrati di nuova nomina, che sarà completato entro i prossimi due anni.
Si tratta di un’opportunità che il CSM non può perdere e che richiede una gestione moderna e flessibile del turnover, in equilibrio tra l’aspirazione di ciascuno a vivere e lavorare nel luogo più gradito e l’interesse dell’istituzione ad una maggiore stabilità degli uffici.
Anche in questo campo, la riserva di competenza, in capo al Ministero della Giustizia, in ordine alla materiale attuazione dei trasferimenti (e, in specie, dei possessi anticipati, ordinari e posticipati), non esonera da responsabilità l’organo di governo autonomo, tenuto a cooperare, se necessario anche in chiave critica e di denuncia, affinchè vengano restituite razionalità e nitore ad un settore che appare spesso gestito secondo logiche imperscutabili, foriere di danni tutt’altro che marginali al quotidiano esercizio della giurisdizione.
Il richiamo alla sinergia tra gli attori istituzionali, alla valorizzazione del rango costituzionale del CSM e, in ultimo, alla salvaguardia della autonomia e indipendenza della magistratura si estende, del pari, all’interazione con il Parlamento in occasione dei pareri e delle proposte fornite ex art 10 legge 24 marzo 1958, n. 195, oltre che, ancora, con il Ministero della Giustizia, tanto più in un momento storico caratterizzato da endemica carenza di risorse e da investimenti in materia di innovazione sovente non adeguati.
I magistrati di Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia aspirano, ugualmente, a che il Consiglio sia sereno, attento, fattivo, capace di nominare dirigenti scelti con procedure rinnovate e cristalline, connotate da una discrezionalità esercitata in ossequio a criteri chiari e preventivamente stabiliti e condensata in una motivazione che dia conto delle ragioni che sottendono, realmente, alle scelte effettuate, la cui responsabilità il Consiglio, in linea con la sua posizione nell’architettura costituzionale, deve assumersi, accettando un controllo diffuso che costituisce la fondamentale garanzia dell’autorevolezza e della credibilità dell’istituzione.
L’auspicabile adattamento, nel senso appena indicato, delle Circolari non è, però, sufficiente a garantire che tribunali e procure siano organizzati e guidati in termini rispondenti alle attese, perché il Consiglio, dopo avere individuato i magistrati più idonei all’assunzione di quei ruoli, deve essere in grado di verificare come, in concreto, quegli stessi ruoli vengono effettivamente svolti; se, cioè, quei dirigenti sono stati o meno all’altezza del compito; se, prima ancora, siano stati loro stessi messi in condizione di farlo; se abbiano garantito l’indipendenza interna dei magistrati e ne abbiano tutelato quella esterna.
Il principio, di derivazione costituzionale, di orizzontalità della magistratura non può, dunque, essere contraddetto e vanificato da modalità di gestione poco attente all’effettiva partecipazione nell’adozione delle soluzioni organizzative che restano, comunque, rimesse alla responsabilità dei dirigenti.
Allo stesso modo, a fronte di attacchi esterni sempre più frequenti e veementi, sino a raggiungere i toni dell’intimidazione, spesso rivolti a singoli componenti degli uffici, al dovere del CSM di attivarsi a tutela del libero esercizio della giurisdizione si affianca – come, anche di recente, dimostrato da vicende di notevole clamore mediatico - quello dei dirigenti di intervenire, se del caso, nei modi e nei tempi appropriati, a supporto dei magistrati coinvolti.
Lo stato dell’arte al riguardo - per quanto emerge da incontri, confronti, colloqui - è, nella mia percezione, tutt’altro che soddisfacente, in primis perché le fonti di conoscenza continuano ad essere, a dispetto degli sforzi sin qui profusi, abbondanti in aggettivazioni quanto carenti nell’oggettiva e verificabile rappresentazione degli elementi salienti, sì da risultare, dunque, incomplete e, talora, francamente inattendibili: un deficit, questo, trasversale, che, peraltro, attinge tutti gli ambiti di intervento consiliare, trovando plastica rappresentazione in quello delle valutazioni di professionalità, e che finisce, nei casi più gravi, con il porre il CSM nella scomoda, e sconfortante, condizione di sostanziale ignoranza di eventi, situazioni, rapporti rilevanti nell’ottica della più appropriata conduzione dell’azione consiliare.
I magistrati delle regioni meridionali pretendono, ancora, dal CSM che, muovendosi nel perimetro delle proprie attribuzioni, alzi il livello dell’interlocuzione con la Scuola Superiore della Magistratura al fine di favorire una correzione della rotta sulla quale sembra essersi incanalato il circuito della formazione laddove, già dal tirocinio iniziale, pone in risalto gli aspetti burocratici della professione ed i connessi rischi, specie di natura disciplinare, così da accreditare atteggiamenti conformistici che snaturano l’essenza intima della funzione.
I colleghi auspicano, soprattutto, che la magistratura che, ancora pochi mesi fa, si è stretta attorno al proprio statuto costituzionale e, con uno slancio che ci ha tutti rinfrancato, gettando il cuore oltre l’ostacolo, ha contribuito all’esito della consultazione referendaria non disperda, ora, quel prezioso patrimonio avvilupandosi in contrapposizioni che – se, forse, assicurebbero ad alcuni risultati di breve periodo e, a mio avviso, di corto respiro – sarebbero, temo, l’anticamera, per tutti, di nuove e nefaste iniziative riformatrici.
Non mancano, al riguardo, segnali di allarme.
La declamazione, in apparenza confortante, di fedeltà alle parole d’ordine che hanno contraddistinto l’azione della magistratura associata e dei comitati referendari non elide il pericolo, che ritengo esiziale, che - per passiva rassegnazione o per un preciso calcolo opportunistico - la componente togata che sta per essere eletta si allontani, nelle scelte fondamentali, da un lungimirante e sagace spirito unitario, imprescindibile presupposto affinchè possa nuovamente acquisire, nell’agone consiliare, quella centralità e quella forza propulsiva che le hanno consentito, in passato, di far da scudo agli attacchi esterni e, più in generale, ai, pur legittimi, tentativi di pervenire, magari in modo carsico, all’alterazione del punto di equilibrio tra le diverse articolazioni dello Stato.
È questa, credo, la sfida che attende il prossimo CSM e che assume centrale rilevanza nel dibattito che precede l’appuntamento elettorale.
In tanto sarà possibile raggiungere quegli obiettivi comuni a gran parte dei candidati e di chi, individui o gruppi, li sostiene in punto di condizioni di lavoro, organici, mobilità, formazione, in quanto sarà chiaro che non può in alcun modo deflettersi – tantomeno in nome di una pretesa, teorica neutralità - dal rigoroso approccio alla materia della separazione dei poteri.
I magistrati chiedono al CSM di essere all’altezza del credito loro elargito dai cittadini: è questa la ragione del mio impegno e farò quanto sarà nelle mie possibilità per mantenervi fede.