1. Il documento introduttivo del Seminario rileva il «contrasto violento fra politica e magistratura». Giusto rilievo, questa è la vera grande anomalia del caso italiano in materia di giurisdizione.
In nessun altro paese di cultura liberal-democratica, in nessun altro sistema basato sulla divisione dei poteri, è dato sentire invettive contro specifici atti giudiziari, accuse e ingiurie contro singoli magistrati e contro la magistratura nel suo insieme, così sanguinose come quelle che da noi siamo abituati ad ascoltare da esponenti politici, specie di una parte politica. Conflitti ci sono anche altrove, ma in Italia hanno una magnitudine non confrontabile: è la famosa eccedenza di quantità che si converte in salto di qualità, e così determina gravi minacce di lacerazione del nostro tessuto istituzionale.
Nel primo scorcio degli anni '20 l'avvento dell'impolitico Governo Draghi (forse in combinato disposto con la morte di Berlusconi) aveva indotto molti a decretare la fine della Guerra dei trent'anni fra politica e magistratura (30 anni assumendo come dies a quo il 1992 di Mani pulite). Pia illusione: la guerra è continuata e continua.
2. Per uscirne, il Documento propone un percorso di "Verità e Riconciliazione" sul modello seguito in Sudafrica dopo la caduta del regime di apartheid, e in particolare suggerisce di - cito - «partire da un riconoscimento... delle responsabilità di ciascuno dei soggetti in campo... cioè dei propri errori e del rilevo dei valori dell'altro».
Permettetemi di esprimere qualche dubbio.
C'è una grossa differenza con l'esperienza sudafricana: lì la storia aveva già deciso vincitori e vinti; lì sostanzialmente i vincitori affermano le loro ragioni, i loro principi e valori, fanno emergere le responsabilità dei vinti, e infine li perdonano). Lo schema non è riproducibile nel nostro caso: qui, fra politica e magistratura allo stato nessuno ha vinto; e ciascuno ha (o pensa di avere) ragioni da far valere, e la possibilità di farle pre-valere.
In questa situazione un confronto bilaterale, un tentativo di dialogo fra le parti, è molto probabile che finirebbe in un contraddittorio rissoso, perché ciascuna parte sarebbe inevitabilmente portata a enfatizzare le proprie ragioni e i torti di controparte (Parentesi: se mi chiedessero di allocare ragioni e torti, personalmente non esiterei a rispondere: di certo la magistratura non è senza peccato, ma con altrettanta certezza la responsabilità maggiore di questo conflitto obiettivamente la porta la politica, e a dirla tutta in misura prevalente una parte politica).
3. Dunque conviene puntare non su un'improbabile iniziativa bilaterale, concordata, ma su una mossa unilaterale.
Chi dovrebbe farla? Anzi, chi realisticamente può farla? Realisticamente non può farla la politica, può farla invece la magistratura. Perché fra le due parti c'è asimmetria: la politica è troppo frammentata, divaricata, polarizzata, non è in grado di assumere e mantenere una posizione, un'iniziativa unitaria. La magistratura no, o molto meno: ha una rappresentanza associativa unitaria, dove l'articolazione in correnti non impedisce un dialogo interno e spesso convergenza di posizioni. La magistratura è la sola delle due parti in grado di prendere un'iniziativa di "verità e riconciliazione". E quindi dovrebbe prenderla, unilateralmente.
4. Come? Lo dico in una formula: con qualcosa come una Gardone-bis, o una Gardone 2.0.
Nel 1965 a Gardone la magistratura italiana aveva ripensato sé stessa, rimeditando certe proprie inadeguatezze e prospettando di correggerle in vista di una nuova fase più evoluta del suo percorso culturale, professionale, istituzionale.
Dovrebbe farlo anche adesso, non so se in un congresso ANM o in quale altra forma, esplicitando l'obiettivo strategico e storico di pacificare i rapporti con la politica. A questo fine, dovrebbe essere capace di tenere sotto tono le rimostranze pur giuste nei confronti della politica, e puntare di più sulla dimensione costruttiva delle cose da fare per migliorare il servizio giustizia e normalizzare i rapporti con la politica.
Questo senza rinunciare a chiedere alla politica di fare la sua parte per questi medesimi obiettivi, correggendo sue inadeguatezze (a partire dalla qualità della legislazione, oggi pessima, su cui si è soffermata in apertura la presidente Margherita Cassano). Ma guardando soprattutto a sé stessa, e a quello che per parte sua la magistratura può e deve fare o non fare, senza paura di esprimere qualche autocritica. Niente di male se ci fosse il riconoscimento di qualche eccesso o deragliamento istituzionale nella stagione di Mani Pulite. E più in generale trovo che le cose – molto nette e anche molto forti - dette qui da Massimo Donini potrebbero fornire un’utile traccia per questa riflessione.
5. Ovviamente non sfuggono le differenze – di contesto, di obiettivi, di contenuti – fra Gardone 1965 e la prospettica iniziativa che qui ho provato a evocare. Allora si trattava da un lato di mettere in discussione gli assetti verticistici e gerarchici dell’ordine giudiziario; e dall’altro lato di aprire alle norme e ai principi costituzionali come concreti criteri del giudicare e non solo come direttive meramente programmatiche affidate alla buona volontà del legislatore. Oggi si tratterebbe di fare un’altra cosa: affrontare di petto (epperò in modo non ideologico, ma pragmatico) il tema dei rapporti fra giurisdizione e politica, con l’obiettivo se non di azzerare (sarebbe utopia) almeno mitigare la conflittualità fa i due campi, riportandola a livelli fisiologici e non, come oggi, patologici.
E tuttavia il richiamo a Gardone non sembra improprio. Sia per la dimensione strategica (o perfino, in un certo senso, storica) che l’iniziativa qui prospettata condividerebbe con quella del 1965. Sia per un’altra caratteristica che le accomunerebbe: il fattore fondante e propulsivo sarebbe anche nell’iniziativa di oggi, così come lo fu in quella di ieri, la capacità della magistratura di guardare criticamente a sé stessa, e su questa base di impegnarsi in un esercizio di auto-riforma.
6. Certo, per fare questo ci vogliono lungimiranza e coraggio e pure prontezza (anche se - diciamocelo, per non perdere il senso delle proporzioni - in misura enormemente inferiore a quella di cui dovettero dare prova Nelson Mandela e Desmond Tutu lanciando "Verità e Riconciliazione" nel clima infuocato del 1995 sudafricano).
Avrà la magistratura italiana questa lungimiranza, questo coraggio e anche questa prontezza? Dobbiamo sperare di sì, perché la casa brucia: e se non ora, quando?
Intervento al seminario Giurisdizione, società e politica nel tempo delle democrazie fragili, organizzato dall’associazione Futuri Probabili per la Formazione del Capitale Umano (Roma, Camera dei Deputati, Sala del Mappamondo, 26 ottobre 2026).