Saluto di un giudice che va in pensione
(22 settembre 2026 - Aula della Prima Corte di Assise di appello del Palazzo di Giustizia di Milano)
CARI MOTTINI
Cara Mottina,
caro Mottino,
sto lasciando il sentiero
sul quale voi avete intrapreso il cammino.
Siate pronti a subire
tanto stress e fatica
e spesso,
lo so,
un atroce dubbio vi assalirà:
“ma il gelataio e il fruttivendolo sotto casa
saranno più felici di me?!”
In quei momenti,
ricordatevi sempre
che solo noi amministriamo la giustizia
“in nome del popolo”
e siamo
“soggetti soltanto alla legge”
e decidiamo quindi le cause
liberi da vincoli e condizionamenti.
Svolgerete un lavoro meraviglioso,
se ogni giorno vi ricorderete
che la vostra funzione
è la tutela dei diritti:
non degli umili o dei potenti,
né dei cittadini o degli stranieri,
ma della persona umana,
come, con enfasi non retorica,
ci insegna la nostra Costituzione.
Miei cari Mottini,
siate sempre vigili
anche quando il nostro lavoro quotidiano
potrebbe apparire noioso e ripetitivo.
Già avvertiva Calamandrei:
il vero pericolo per il magistrato
è la pigrizia, che
“porta ad adagiarsi nell’abitudine,
che vuol dire intorpidimento
della curiosità critica...
al posto della pungente pietà
che obbliga lo spirito
a vegliare in permanenza,
subentra con gli anni
la comoda indifferenza del burocrate,
che gli consente di vivere dolcemente in dormiveglia”.
Se nel cammino
perdete l’entusiasmo
e temete che in voi prevalga il burocrate,
indossate la toga,
chiudete gli occhi…
e ritroverete così l’energia vitale
con cui avete vinto il concorso
e l’emozione vissuta nel giorno del giuramento.
E riscoprirete
la ragione profonda
per cui avete scelto questo mestiere.
Non spegnete, dunque,
la vostra personale e ineguagliabile
“curiosità critica”,
soprattutto quando la decisione
non appare coerente
con i principi generali,
con il senso comune,
con la vostra personale coscienza
e umana sensibilità.
Per motivare una nuova soluzione appagante,
a volte occorrono mesi,
vissuti con ansia e tanti studi.
Ma sarete ripagati
dalla soddisfazione
di aver affermato
un nuovo, condiviso, principio di diritto,
o addirittura un nuovo diritto,
ampliando così
il catalogo sempre aperto
dei diritti dell’uomo.
Io, per esempio,
nel 1990,
dissi per la prima volta che…
ma no, scherzo!
Ormai l’avete capito:
non di me
oggi voglio parlarvi!
Vi dico solo che,
come la vita ci insegna,
raggiungere un obiettivo
richiede spesso
fatica e perseveranza.
Un giorno,
un mese,
un anno…
potreste addirittura arrivare alla pensione
e stare ancora tessendo la tela.
Ma, cari Mottini,
ci sono cose ancora più importanti
di cui voglio parlarvi
in questo mio giorno speciale.
Vorrei che nella vostra vita professionale
imparaste a fare cose anche più semplici.
Guardate negli occhi le persone
che entrano nel vostro ufficio
e vi chiedono giustizia:
l’artigiano
al quale è stato negato il giusto compenso,
il lavoratore
che rischia il licenziamento,
le vittime di soprusi
e di incidenti.
Comprendete il dolore
che vivono
le persone che hanno subito danni alla salute
o gravi lutti per la perdita dei loro congiunti,
e provano il vuoto assordante che lasciano,
come ognuno di noi,
purtroppo,
dalla vita ha imparato.
E allora,
non fate uso smodato della,
per me odiosa,
udienza con trattazione scritta,
che inibisce
le tante emozioni
delle persone che vi chiedono giustizia.
L’attore e il convenuto
non sono atti processuali,
non sono un numero di R.G.
Tizio,
Caio,
Sempronio
sono persone vere,
che vogliono
conoscere il loro giudice;
percepire che sono state comprese
le loro ragioni,
che non sono solo economiche,
ma anche,
e a volte soprattutto,
emozionali.
E voi,
quindi,
dovrete spendere
tutte le vostre energie
e tutte le vostre competenze professionali
per fare…
umana giustizia.
Voglio raccontare anche a voi
un piccolo aneddoto della mia vita di giudice.
Tanti anni fa,
un signore di una certa età,
che con passo svelto
camminava in questo Palazzo di giustizia,
mi avvicinò e,
con tono un po’ agitato,
mi chiese:
“Mi scusi,
può dirmi per favore
dove viene discussa la mia causa?!”
Io, perplesso, risposi:
“Ma in questo Tribunale,
ogni giorno,
vengono trattate centinaia di cause.
Mi faccia capire…
è una causa civile?
…penale?”
Quel signore, stizzito, replicò
“Lei non capisce.
Io voglio sapere
dove si decide
la MIA causa!”.
E, allora, compresi
che quel signore voleva
che tutto l’universo giudiziario
si facesse carico
della vicenda umana e personale
che stava vivendo
e rispondesse
subito
alla sua domanda di giustizia.
Cari Mottini,
se non volete seguire questi consigli,
vi chiedo almeno
di essere egoisti!
Sappiate che,
nei grigi Palazzi di Giustizia,
trascorrerete
la gran parte della vostra vita.
Dovete dunque costruirvi
un luogo sereno,
in cui ogni giorno
troverete persone
che vi accolgano col sorriso.
In primo luogo,
non trascurate il personale della Cancelleria.
Sono persone che lavorano con voi,
e bastano poche attenzioni
per conquistare il loro cuore.
E magari,
vi guarderanno
con gli occhi un po’ lucidi,
quando andrete in pensione.
I colleghi sono la vostra squadra.
Difendete con forza
le vostre idee
in Camera di consiglio,
ma rispettate
chi non sarà d’accordo con voi.
Sappiate che
il collega
che viene ricordato
con più affetto
non è quello più bravo in diritto,
ma quello che con voi
condivide le sue umane qualità.
Gli avvocati non sono vostri nemici.
L’udienza non è un campo di battaglia!
Rispettate l’avvocato
come professionista
e come persona.
Ripetete sempre a voi stessi
che non siete solo voi
i protagonisti del processo,
ma i giudici e gli avvocati insieme.
Il pensiero, in questo giorno speciale,
corre ai miei due figli:
la giudice Federica
e l’avv. Pierluigi.
Giudici e avvocati
hanno dunque pari dignità:
sono i pilastri della giurisdizione!
Ancora Calamandrei:
“Bisognerebbe che ogni avvocato,
per due mesi all'anno,
facesse il giudice; e che ogni giudice,
per due mesi all'anno,
facesse l'avvocato.
Imparerebbero così
a comprendersi
e a compatirsi:
e reciprocamente
si stimerebbero di più”.
La soddisfazione più intensa
l’avrete quando l’avvocato,
dopo la lettura della sentenza,
vi dice:
“Ho perso la causa,
ma complimenti, sig. Giudice:
è stato proprio un bel processo!”
Damiano Spera