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Fascisti a nostra insaputa?

di Francesco Spaccasassi
già presidente di sezione del tribunale di Padova

A proposito del libro di Roberto Esposito Il Fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica (Einaudi, 2025)

Siamo abituati a considerarci “noi”, gli antifascisti, i buoni, loro, i fascisti, i cattivi. Non è così, sostiene Roberto Esposito in un libro (edito da Einaudi, 2025) dal titolo Il fascismo e noi, un libro inquietante anche se ricco di spunti e suggestioni, con numerosi riferimenti filosofici e psicoanalitici, con stimolanti citazioni di plurimi autori, raggruppati per periodi o aree tematiche. Ma, appunto, inquietante, ed è forse questo lo scopo della tesi di Esposito: andare in profondità, squarciare il velo delle narrazioni stereotipate, indebolire le certezze, indurre ad una sorta di salutare spaesamento che ci consente meglio di comprendere il fascismo per poterlo fronteggiarlo efficacemente[1]. E quel che interessa ad Esposito non è tanto il fascismo

storico ma il profilo paradigmatico del fascismo, quella ideologia che era preesistente al fascismo storico e che permane, con forme e intensità diverse, anche dopo, anche oggi. Secondo l’Autore questa profondità di comprensione non può venire dalla meritoria e indispensabile attività storiografica che avendo ormai sviscerato quasi tutti gli archivi e le fonti non solo non avrebbe più materia di indagine e studio ma si limiterebbe, com’è nel suo statuto epistemologico, ai fatti e alla spiegazione degli stessi mentre la filosofia può penetrare la zona d’ombra non rischiarata dagli studi storici perché «solo le tenebre parlano alle tenebre» e per misurare l’abisso dei tragici orrori e sconvolgimenti degli anni trenta «non è possibile penetrare la notte con gli strumenti del giorno»[2].

Dunque, come recita il sottotitolo del libro, «un’interpretazione filosofica» del fascismo.

Per fascismo, senza ulteriori aggettivi, l’Autore intende il fascismo italiano e il nazismo tedesco con esclusione degli altri fascismi europei (in particolare salazarismo portoghese e franchismo spagnolo) o delle esperienze maturate in Sud America e in Asia poiché «dilaterebbe a dismisura il campo di analisi» e «lo renderebbe alla lunga impraticabile». Rileva l’Autore che pur avendo avuto il fascismo e il nazismo una «differenza d’intensità criminale» ed essendo stato il nazismo «l’apocalisse del fascismo», tuttavia «ciò che è impossibile in termini storici, diventa possibile, ed anche necessario, in termini paradigmatici» con l’inserimento dei due fenomeni storici «in un più vasto orizzonte di intellegibilità». 

L’opera di Esposito, pur con un imponente apparato di note, ha anche un carattere divulgativo per cui si rivolge anche a chi storico non è, né ha dimestichezza con il sapere psicoanalitico. Va qui rilevato che le più note e conosciute interpretazioni del fascismo italiano si limitano a quella di Gobetti del fascismo come «autobiografia della nazione» (debolezza civica e arretratezza dell’Italia post unitaria), a quella crociana di fascismo come parentesi, rispetto alla tradizione liberale, determinata dalla crisi morale post bellica, a quella gramsciana di una violenta reazione della borghesia al biennio rosso e al rischio di una vittoria dei socialisti. Interpretazioni semplici e lineari che, come tutte le spiegazioni di carattere storico, restano fondamentali ma non consentirebbero di giungere in profondità nella comprensione del fenomeno fascista e delle sue atrocità.

Il triplice approfondimento di Esposito, filosofico, psicoanalitico e letterario, e la griglia interpretativa che lo stesso sviluppa con l’analisi del pensiero di vari autori sono sicuramente uno stimolo per  una operazione di “scavo” in profondità, ma già di per sé sufficienti per il lettore non specializzato (come chi scrive) ad avere un quadro d’insieme, originale ed insolito, del fascismo, delle sue origini, delle sue caratteristiche, analizzate attraverso la prospettiva filosofica sia degli intellettuali fascisti (per tutti Gentile ed Heiddeger) che di quelli che sul fascismo hanno scritto e  hanno cercato di capire la genesi, il successo e l’esito fallimentare e catastrofico, ciascuno nel suo terreno di indagine, in particolare negli anni trenta-quaranta del novecento e tra i sessata e settanta del dopoguerra.

La tesi centrale del libro è che «il fascismo non sia solo un regime, un movimento, una dottrina – o meglio che sia tutto questo, ma prima di tutto sia una macchina metafisica che si può definire “generativa” in quanto capace di generare le sue stesse condizioni di esistenza ed espansione». In virtù di questa macchina il fascismo ha avuto una «superiorità strategica tanto sulla destra conservatrice e liberale, quanto sulla sinistra socialista e comunista».

Esposito così la descrive: «la macchina generativa fascista consiste nel suddividere la realtà in due parti opposte, immettendo l’una all’interno dell’altra, dopo averle modificate entrambe. In questo modo può adoperare indifferentemente ideologie di destra e di sinistra, scambiandone i contenuti in base ai propri fini» in tal modo occupando «tutte le posizioni in campo, fino ad espellere l’avversario dal terreno di gioco». Emblematica, rileva Esposito, la provenienza socialista di Mussolini, la qualifica di “nazionalsocialismo” del movimento hitleriano, la qualifica di fascismo e nazismo con connotati opposti: rivoluzionari e conservatori, arcaici e tecnologici, capitalisti e anticapitalisti. Connotazioni rivendicate non in tempi diversi ma amalgamate nello stesso tempo, come ad esempio mito e tecnologia: la macchina generativa non li ritiene incompatibili (essendo l’uno ancorato al passato e l’altra proiettata nel futuro), ma al contempo tecnologicizza il mito e mitizza la tecnologia.

 

Dunque, la macchina generativa fascista ha una modalità di funzionamento che prosciuga idee e contenuti, deformandoli e inglobandoli, degli avversari e la rendono vincente.

Ma la macchina del fascismo agisce anche in termini pulsionali profondi e sono stati gli studi psicoanalitici, sia quelli degli anni trenta-quaranta sia quelli degli anni settanta-ottanta, a gettare luce sull’inspiegabile consenso che il fascismo e il nazismo hanno avuto. Dagli studi sulle dinamiche psichiche che hanno consentito ai capi dei regimi totalitari di soggiogare le masse si è passati all’indagine sul perché «le masse hanno desiderato – e ancora desiderano – farsi soggiogare». Tra gli autori esaminati, di quelli della prima metà del novecento, vi sono Freud, Fromm e Reich. Per la seconda metà Deleuze, Guattari, Foucault, Pasolini. L’Autore procede nella sua analisi per città (Parigi, Francoforte, Vienna, Salò) ed autori (per Parigi, Bataille, Lèvinas, Weil; Bloch, Neumann, Marcuse per Francoforte; Freud, Reich, Fromm per Vienna; Deleuze e Guattari, Pasolini, Littell per Salò). Per ogni capitolo vi è un contrappunto di approfondimento di un autore, Heidegger, Schmitt, Rosenberg, Jünger.

Foucault nella prefazione (Introduzione alla vita non fascista) all’edizione americana dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari scrive che il nemico maggiore, l’avversario strategico, con cui l’Anti-Edipo si confronta, non è «soltanto il fascismo storico di Hitler e Mussolini, che ha saputo mobilitare e impiegare così bene il desiderio delle masse, ma anche il fascismo che è in noi[3], che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta».

Esposito ricorda, inoltre, come per Pasolini il neofascismo del Movimento Sociale Italiano ha avuto un ruolo marginale nella politica italiana, di puntello esterno della Democrazia Cristiana, mentre il nuovo fascismo «sintonizzato con le pulsioni popolari, predica l’edonismo del godimento» e ha come suo valore fondante quello del consumo che genera una omologazione «capace di insinuarsi nella mente e nei corpi degli italiani fino a mutarne radicalmente i connotati». Per Pasolini occorre, pertanto, un antifascismo rinnovato: «Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto e obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più».

Per l’Autore «la frequentatissima categoria di “antifascismo”, indispensabile sul piano politico, è inservibile per la filosofia. E tanto più per la psicoanalisi e la letteratura, come hanno spiegato Deleuze, Pasolini e Littell». Affermazione questa che è stata ritenuta un «azzardo concettuale»[4].

 

Una volta riemersi dalla lettura del libro di Esposito, pur sotto lo stordimento di una prospettiva filosofica insolita, tornando allo zoccolo duro dell’antifascismo per così dire tradizionale, che anch’esso è in «noi», sorgono delle perplessità relative ad alcuni aspetti su cui si regge la impalcatura di un fascismo filosoficamente analizzato.

Uno dei libri più noti sulle caratteristiche del fascismo è «il fascismo eterno» di Eco[5] in cui l’autore individua alcune caratteristiche, tra cui il culto della tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, l’appello alle classi frustrate. Esposito ritiene che «fascismo eterno» sia uno stereotipo trattandosi di una «espressione erronea sul piano fattuale e debole su quello filosofico». Anche lo storico Emilio Gentile ha ritenuto erronea la tesi di Eco poiché «la tesi dell’eterno ritorno del fascismo può favorire la fascinazione del fascismo sui giovani che poco o nulla sanno del fascismo storico, ma si lasciano suggestionare da una sua visione mitica, che verrebbe ulteriormente ingigantita dalla presunta eternità del fascismo»[6].

L’obiezione che Gentile rivolge ad Eco potrebbe avere una sua valenza anche per Esposito che avendo individuato un fascismo che ha una sua potente macchina generativa pronta a riemergere per scompaginare e disorientare gli avversari, conferisce al fascismo, che peraltro è anche in noi, una insidiosa e pericolosa latenza pronta a riaffiorare anche in forme diverse ma comunque con una sua intrinseca blasonata impronta metafisica.

L’autore restringe il campo di analisi al fascismo intendendo per tale quello italiano e il nazismo tedesco (pur con le loro evidenti differenze) con esclusione di tutti gli altri fascismi, europei e non. Effettivamente sarebbe stato impraticabile un allargamento a tutte le esperienze novecentesche del fascismo o che si richiamano al fascismo o che dello stesso abbiano avuto alcuni elementi. Ma se allargando il campo si rischia di vedere tutto sfuocato, tuttavia da un campo di analisi, per quanto significativo, ristretto essenzialmente al nazismo e in parte al fascismo, si rischia di attribuire al tutto i caratteri della parte, senza peraltro delle verifiche, verrebbe da dire dei carotaggi, che consentano di verificare la tenuta (anche parziale) nei vari fascismi del paradigma delineato dall’Autore[7].

Va qui evidenziato che Pasolini è stato un grande e versatile artista sempre più conteso dalla cultura di sinistra e di destra. Ma non è certo esente da critiche. La tesi pasoliniana del nuovo fascismo identificato nella omologazione conseguente al consumo imposto dal neocapitalismo, per quanto suggestiva (si pensi ai concetti di “mutazione antropologica” o “genocidio culturale”), al più coglie le caratteristiche delle nuove forme del capitalismo che tuttavia non paiono potersi definire fasciste. Walter Siti, che ha curato l’opera completa di Pasolini per «I Meridiani» di Mondadori, ritiene che Pasolini sia una figura priva di teoria e soprattutto di filosofia e la sua opera sarebbe priva di rigore metodologico e permeata da conflitti interiori.

Altra severa critica proviene dall’antropologo Alfonso M. di Nola secondo cui l’opera di Pasolini «è carente, mistificata, non intenzionalmente, da un sentimentalismo romantico o post-romantico che si traduce in nostalgia e rimpianto»[8]. In occasione del cinquantenario della morte, il dibattito sulla eredità culturale di Pasolini si è riacceso. La fondazione Alleanza Nazionale ha organizzato un convegno su Pasolini conservatore con le conclusioni affidate al Presidente del Senato Ignazio La Russa. Da tempo la destra ha inserito Pasolini nel suo pantheon, operazione che è stata contestata. Ad esempio, Desogus[9] evidenzia come da tempo prevalgono errate letture dell’opera di Pasolini «che ne fanno un personaggio pulsionale, fisico, governato da un’irrazionalità che ha trasformato la sua indagine sulla modernità in una sommatoria scomposta di parole d’ordine».

 

Gli scritti degli autori analizzati da Esposito per corroborare la sua tesi sul fascismo si riferiscono quasi tutti alla prima metà del Novecento e alcuni agli anni Settanta.  Ma la società di quei tempi non esiste più: sono radicalmente cambiati i costumi, i mezzi di comunicazione, le tecnologie, le modalità di partecipazione alla vita pubblica, l’assetto geopolitico del mondo. Il web, i motori di ricerca, gli smartphone, le tecnologie digitali, lo smartworking, le fake news, gli influencer, gli algoritmi hanno profondamente mutato la società e le relazioni interpersonali.

Per quanto si voglia ritenere che i meccanismi psichici individuali e collettivi abbiano dinamiche che resistono e si adattano a qualsivoglia mutamento tecnologico e assetto sociale, tuttavia le veloci e radicali trasformazioni hanno sollecitato studi che hanno colto, in vario modo, il carattere radicalmente nuovo della società, dagli studiosi diversamente definita: società liquida, società della comunicazione, società dell’informazione, società della globalizzazione, società della prestazione, società dei consumi.

Significativa la diversa prospettiva di Foucault e di Byung-Chul Han: per il primo il potere controlla, spia, sorveglia (prigione, scuola, fabbrica, ospedale, ospizio), per il secondo, con l’avvento della tecnologia digitale, l’individuo si sente libero mentre in realtà consegna volontariamente al potere plurimi dati su di sé tramite il computer, lo smartphone, le app, i social network, le chat. Dalla biopolitica alla psicopolitica[10]. Secondo Byung-Chul Han «il totalitarismo plasma una massa obbediente, che si sottopone a un capo… Il regime dell’informazione., invece, isola gli esseri umani. Persino quando si riuniscono, essi non costituiscono una massa, bensì sciami digitali che non seguono un capo, ma i loro influencer».

Un filosofo che ha focalizzato i suoi studi sulle derive autoritarie e sui meccanismi che le alimentano è Jason Stanley.[11] Egli si è dedicato all’analisi delle politiche di alcuni Stati caratterizzati (tuttora o in passato) da un populismo nazionalista (Donald Trump, Viktor Orbán, Jair Bolsonaro, Recep Tayyip Erdoğan) che a suo avviso si possono definire fasciste. Nel suo saggio Noi contro loro. Come funziona il fascismo[12] ha individuato, in dieci pilastri, i meccanismi della retorica fascista finalizzati ad avere consenso creando ad arte fratture  nella società: il passato mitico, la propaganda manipolatrice, il discredito degli intellettuali, le fake news e le teorie complottiste, i gruppi dominanti per razza o religione, la narrazione vittimistica del gruppo dominante, le politiche repressive verso le minoranze, la difesa della famiglia tradizionale, l’autenticità della vita rurale e la decadenza delle metropoli. Particolarmente significativo il pilastro della repressione caratterizzato da una radicale lotta alla criminalità di cui però sarebbero attori solo i migranti e gli oppositori politici. Anche la propaganda nelle politiche fasciste svolge un ruolo fondamentale attraverso la manipolazione del linguaggio politico che mina un dialogo di lealtà e verità per sostituirlo con la cieca fedeltà al leader.

Esposito analizza il fascismo storico in profondità cogliendone le pulsioni, a suo avviso sempre presenti, che ne consentirebbero, anche se in forme diverse, la riattivazione. Stanley resta in superfice ma la analizza scrupolosamente, disattendendo ogni minimizzazione del fenomeno, indicando dove oggi il fascismo si è già insediato e con quale tecnica. Il termine «fascismo americano» (per Stanley l’America è già oltre le mere politiche fasciste) è contestato e molti ritengono che l’America di Trump sia caratterizzata solo da un populismo di destra. Tuttavia, lo slogan «Make America Great Again» ( il passato mitico), il potenziamento della brutale, e impunita, polizia federale ICE - U.S. Immigration and Customs Enforcement- (criminalizzazione delle minoranze di immigrati), l’attacco alle università come luogo di indottrinamento ideologico “woke” e la politica del taglio dei fondi agli atenei (l’Anti–intellettualismo) sono elementi così marcati e dirompenti che con difficoltà possono ricondursi solo entro un perimetro di mero populismo di destra.

Esposito ci esorta a riconoscere in noi, per neutralizzarle, le pulsioni che potrebbero favorire il riaffiorare del fascismo. Sebbene l’indagine e la prospettiva siano diverse, sono senz’altro di immediata utilità i saggi di studiosi come Stanley che prospettano qui ed ora dove si stanno affermando o consolidando politiche fasciste e con quali meccanismi. La differenza è tra un pericolo potenziale ed uno già in atto[13].

Peraltro, nello scantinato della psiche si trova di tutto, non solo energia distruttiva. «Hitler e Mussolini, prima di convincere, eccitano le masse. Questo spiega» sostiene Esposito «la loro perdurante presenza nell’immaginario contemporaneo – perché ne siamo tutti, anche i più radicati antifascisti, tanto attratti da non perdere nessun fotogramma, o nessuna pagina, neanche le più truculente, che li riguardi».[14] 

La psiche e le sue pulsioni mal si prestano ad una spiegazione esaustiva di fenomeni storici determinati spesso da più cause, geopolitiche, militari, religiose, economiche. Per restare in tema di tenebre, in un tragico contesto di efferata violenza, si pensi al fenomeno dei desaparecidos durante la dittatura militare di Videla in Argentina. Potremmo chiederci quali dinamiche, consce e inconsce, abbiano attraversato la psiche del pilota di uno dei vuelos de la muerte o del militare che squarciava l’addome del prigioniero, ancora vivo, prima di farlo precipitare nel Rio de la Plata affinché il cadavere fosse divorato dai pesci e non affiorasse in superfice o quella degli ufficiali che con falsi certificati hanno adottato i figli delle madri dissidenti detenute che il regime uccideva subito dopo il parto. Un abisso oscuro al quale si contrappone la luce dell’azione delle mamme e delle nonne di Plaza de Mayo. Ed anche di quella, sicuramente sofferta e lacerante, della associazione Historias Desobedientes fondata nel maggio 2017, composta dai figli e dai familiari dei militari che si erano macchiati di orrendi crimini ripudiando pubblicamente le condotte dei propri padri. 


 
[1] Simonetta Fiori, Repubblica, 01.09.2025, Perché non possiamo non dirci fascisti?: «È un libro coraggioso e inquietante, Il fascismo e noi, che va maneggiato con molta cura. Perché al centro della nuova indagine di Roberto Esposito è un legame inconfessato e lungamente rimosso, una zona oscura in cui è riuscita a penetrare solo la letteratura. Al di là della sua finitezza storica, il fascismo ci appartiene? È dentro di noi, intride di sé le strutture psichiche profonde, individuali e collettive? E, pur nella sua catastrofica rottura, può vantare un’indiscussa familiarità con la storia e con il pensiero occidentale? Un corpo a corpo con noi stessi da cui il lettore in cerca di consolazione uscirà ammaccato. Dalla dotta e limpida dissertazione lunga trecento pagine (l’editore è Einaudi) potrà ricavare solo risposte poco rassicuranti». https://www.repubblica.it/cultura/2025/09/01/news/perche_non_possiamo_non_dirci_fascisti_simonetta_fiori-424818230/ 

[2] Esposito, Il fascismo e noi, Einaudi, 2025, pag. 197: «Come Deleuze e Foucault invitano, prima di combattere il fascismo altrui, a disfarsi del proprio, così Pasolini, di fronte al nuovo fascismo, sollecita a porsi alla sua altezza, per non rischiare di rafforzarlo orientando la propria critica su un obiettivo sbagliato».

[3] «Il nazismo è sempre ancora dentro di noi» è stata una fugace affermazione di Luchino Visconti (autore del film La caduta degli Dei) pronunciata nel 1970 in una trasmissione RAI (Cinema 70). https://www.youtube.com/shorts/g5PM6g6mz8Y. Anche la recensione di Francesco Pacifico al libro Autunno tedesco (di Stig Dagerman) sul settimanale Repubblica Robinson, 4 febbraio 2018, ha come titolo Storia. Il nazismo che è in noi» in Pagine Ebraichehttps://moked.it/2018/02/06/storia-il-nazismo-che-e-in-noi/

[4] C. Corradetti, Antifascismo: una categoria concettuale obsoleta?, Micromega, 6 ottobre 2025: «Sembrerebbe questa una conclusione affrettata che non solo non si giustifica a partire dalle premesse date, ma ancor peggio non riflette la tradizione intellettuale europea della prima metà del Novecento che su quelle stesse premesse aveva messo a tema l’esperienza brutale della Seconda guerra mondiale». Corradetti ritiene che «la decostruzione filosofica dell’opposizione fascismo/antifascismo annunciata dall’autore non può dirsi riuscita. La militanza antifascista non soltanto deve tener conto di una visione filosofica radicalmente alternativa e a volte utopistica che possa inspirarla nella condotta pratica, ma altresì deve contare sulla possibilità di manifestarsi direttamente come militanza intellettuale antifascista».

[5] U. Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, 2018.

[6] E. Gentile, Chi è fascista, Laterza, 2019, p. 5.

[7] In U. Eco, Il fascismo eterno, cit., p. 33 alcuni telegrafici esempi della adattabilità del termine “fascismo”: «Il termine “fascismo” si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista. Togliete al fascismo l’imperialismo e avrete Franco o Salazar; togliete il colonialismo e avrete il fascismo balcanico: Aggiungete al fascismo italiano un anticapitalismo radicale (che non affascinò mai Mussolini) e avrete Ezra Pound. Aggiungete il culto della mitologia celtica e il misticismo del Graal (completamente estraneo al fascismo ufficiale) e avrete uno dei iù rispettati guru fascisti, Julius Evola».

[8] Sia Siti che di Nola citati da Desogus, In difesa dell’umano, Pasolini tra passione e ideologia, recensione e intervista, in Città Pasolini https://www.cittapasolini.com/post/paolo-desogus-in-difesa-dell-umano-pasolini-tra-passione-e-ideologia-recensione-e-intervista

[9] P. Desogus, In difesa dell’umano, Pasolini tra passione e ideologia, La nave di Teseo, 2025; Desogus, Antidoti allo svuotamento di un intellettuale indocile, Il Manifesto, 28 ottobre 2025.

[10] Byung-Chul Han, Infocrazia, Einaudi, 2023, p. 5: «Al contrario, il regime dell’informazione – la cui nascita Foucoult non ha evidentemente colto – non persegue alcuna biopolitica. Esso non è interessato al corpo, ma si impadronisce della psiche attraverso la psicopolitica».

[11] Stanley (di origine ebraica) fortemente preoccupato per la politica del secondo mandato di Trump (limiti ed ostacoli alla ricerca accademica, la brutale repressione delle minoranze) ha lasciato la prestigiosa cattedra della Yale University per trasferirsi in Canada, presso l'Università di Toronto.

[12] Edito da Solferino, 2019. Sempre per i tipi della Solferino, 2025, J. Stanley, Cancellare la storia. Come i fascisti riscrivono il passato per controllare il futuro.

[13] Anche Esposito, cit., pag. XVIII ritiene che è nei populismi che il fascismo si annida: «La lotta contro il fascismo sconta questa difficoltà di principio: non si può bloccare, o contrastare frontalmente, la macchina pulsionale perché è parte integrante di noi. Si può solo orientarla in direzione diversa. Da qui i ricorrenti fallimenti che la sinistra continua a sperimentare contro i populismi in cui si è trasformato, o travestito, il fascismo».

[14] R. Esposito, cit. XVII: «uno dei filmati più guardati nelle trasmissioni sul nazismo sia quello che ritrae Magda Goebbels uccidere i propri bambini nel bunker di Hitler, ormai attorniato dai soldati sovietici». Invero, anche le trasmissioni sui delitti, da ultimo Garlasco, hanno ascolti molto alti senza che per questo si possa dedurre che in tale morbosa curiosità si annidi negli spettatori una potenziale pulsione omicida.

16/09/2026
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