Magistratura democratica
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Le domande di Questione giustizia all'Avv. Dario Lunardon

Questione giustizia pone alcuni interrogativi ad Avvocati e Magistrati, per ragionare collettivamente sull’esperienza e sull’esito della consultazione referendaria unitamente alle prospettive, anche di riforma, che coinvolgono il mondo della Giustizia e i suoi protagonisti. La tavola rotonda “virtuale” si è aperta lunedì con le interviste all’Avv. Franco Moretti e alla Presidente di Medel Mariarosaria Guglielmi ed è proseguita ieri con le interviste all’Avv. Cathy La Torre e al giudice Luca Milani. Si conclude oggi con le interviste all’Avv. Dario Lunardon e alla giudice Rachele Monfredi

1. La campagna referendaria, e l’esito della consultazione popolare con la sonante vittoria del No, hanno visibilmente restituito un quadro del comune sentire sulla giustizia che può così sintetizzarsi: l’assetto costituzionale della magistratura va difeso, in quanto costituisce efficace baluardo a tutela della indipendenza della magistratura, bene primario che costituisce un perno irrinunciabile dello stato di diritto; tanto non può valere però a nascondere i gravi problemi che affliggono il servizio che i cittadini si aspettano e di cui hanno diritto. E’ l’occasione per promuovere una stagione di riforme che mettano mano ai nodi critici, che sostanzialmente consistono nella durata dei processi e nella omogeneità delle modalità di resa del servizio, ivi compreso il profilo di un comune, apprezzabile livello di qualità della risposta giudiziaria. Condivide questa lettura?

È, giustamente, una lettura “di parte”, di chi ha avversato la riforma costituzionale come se si trattasse di un referendum pro o contro la magistratura; faccio questa premessa perché c’è chi, come me, pur essendosi trovato “dall’altra parte” non ha inteso partecipare ad alcuna battaglia contro la magistratura. 

Ecco allora che questa lettura, pur “di parte” (nel senso che proviene da una delle due parti del dibattito), coglie però a mio avviso un elemento oggettivo: l’elettorato ha sicuramente “premiato” la magistratura, identificata come un “potere” di garanzia la cui indipendenza va salvaguardata. 

E questo è sicuramente un dato da raccogliere positivamente, perché durante l’aspro dibattito referendario il rischio di una generalizzata delegittimazione della magistratura si è spesso affacciata pericolosamente. 

Allo stesso tempo – e questo va riconosciuto – il “fronte del no” non ha negato le problematiche che affliggono il sistema della giustizia in Italia (ed anche le criticità di alcune vicende che hanno riguardato la magistratura).

Se questo posso aprire davvero una stagione di riforme, con questo Parlamento che si avvia ormai verso la chiusura della legislatura, francamente non sono ottimista.

 

2. Affrontando il tema delle riforme si pone preliminarmente un interrogativo di non poco momento. E’ stato lucidamente osservato, all’indomani del voto (E. Lupo, Sfiduciato dai cittadini, Nordio non può risolvere i problemi della giustizia, Domani, 29 marzo 2026) che l’esito referendario, con la chiara bocciatura del testo governativo, ha il significato di una sfiducia dell’elettorato in primis nei confronti del Ministro della Giustizia, che pure non ha inteso fare un passo indietro e che continua a rivendicare almeno a parole la sua piena legittimazione a rivestire la carica affidatagli ed a svolgere la funzione di Guardasigilli. Non si tratta evidentemente di pregiudizialità per schieramento politico, ma di un giudizio che deriva dalla stessa assunzione di responsabilità (senza conseguenze sulla carica) che Nordio ha profferito commentando il voto. Lei condivide le osservazioni del Presidente Lupo? Quale autorità, ed autorevolezza politica, può riconoscersi nei confronti di questo Ministero, anche alla luce dei contenuti che ha voluto inserire nella dialettica elettorale?  

Non mi iscrivo tra gli Avvocati che hanno salutato con favore la nomina di Carlo Nordio a Ministro della giustizia e i provvedimenti in tema di giustizia penale e, in particolare, di diritto penale sostanziale hanno confermato le mie preoccupazioni; del resto, alcune sue (apparenti) prese di posizione liberali e garantiste apparivano in evidente contrasto con l’orientamento politico della maggioranza che lo ha espresso.

Anche se è indubbio che il referendum costituiva l’unica riforma costituzionale che il Governo Meloni ha saputo portare in qualche modo a compimento, confidando di riuscire a raccogliere il favore popolare, io fatico a ricavare dall’esito referendario una vera e propria delegittimazione del Ministro della giustizia, se non sul piano della responsabilità politica. Una responsabilità politica però condivisa con l’intero Governo, tant’è che alcuni sondaggi hanno dimostrato che a “pesare” sull’esito referendario sono stati in modo determinante alcune vicende internazionali che nulla avevano a che vedere con la riforma e la giustizia.

 

3. Nel corso della campagna elettorale, sono stati frequenti (da parte di magistrati, avvocati, esponenti della politica e della società civile) i richiami alla necessità di riforme che – fermo restando l’attuale assetto costituzionale – intervengano a porre le condizioni per un miglioramento del servizio. Il primo, e più grave, dei problemi, è costituito sicuramente dalla durata dei processi: ad esso si aggiunge quello dei limiti di efficacia della giurisdizione, sicuramente connesso al primo, senza dimenticare che anche un deficit di trasparenza (nelle modalità di organizzazione concretamente adottate, nelle scelte di investimento, nelle priorità operative e giurisdizionali) non gioca a favore di un maggior livello di fiducia da parte del cittadino, e di una migliore qualità della risposta. Claudio Castelli, in un suo recente intervento su questa Rivista (Una giustizia efficiente è possibile, https://www.questionegiustizia.it/articolo/una-giustizia-efficiente-e-possibile) ha concretamente “messo a terra” la questione nella sua complessità, fornendo un quadro di possibili interventi migliorativi. Analogamente l’Associazione Nazionale Magistrati ha, da ultimo, segnalato al Ministro 4 priorità su cui intervenire con urgenza (-l’ufficio per il processo con  la stabilizzazione degli AUPP e la coerenza del loro inquadramento, - le risorse informatiche con l’adeguatezza del processo penale telematico, -il carcere, - e la riforma del gip collegiale, il cui allarme è stato lanciato da Ezia Maccora proprio da questa Rivista -  https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-25-agosto-2026-entra-in-vigore-il-gip-collegiale-rischio-di-caos-e-di-paralisi-per-la-giustizia-penale). Lei quali ritiene particolarmente utili e significativi? E quali vedrebbe ulteriormente necessari?

Fare l’elenco delle priorità è sempre difficile. Sicuramente non era una priorità la riforma del gip collegiale. Sicuramente sono delle priorità le dotazioni personali (penso agli AUPP ma anche al personale amministrativo) e tecniche (penso al processo penale telematico) del settore giustizia.

Sicuramente dovrebbe essere una priorità il carcere: i costanti gridi di allarme cadono perennemente nel vuoto e anche questa legislatura si chiuderà senza alcun intervento realmente risolutivo.

Io credo che il cittadino “medio”, che per sua fortuna non ha avuto modo di incontrare nella sua vita il mondo della giustizia, ne abbia un’idea e un’immagine estremamente distorta. Per altro verso, chi invece ha dovuto affrontare una causa civile o un processo penale, è estremamente disilluso e sconfortato.

La durata dei processi / delle cause è sicuramente un tema centrale, che può essere visto addirittura come un’emergenza nazionale. Un processo penale che ha una durata irragionevole è un processo che lascia senza risposte adeguate le vittime, ma prim’ancora è un processo che – in caso di condanna – si conclude con una pena/sanzione che rischia di restare del tutto priva di ogni efficacia rieducativa. Una causa civile che ha una durata irragionevole è fonte di incertezze (e costi) che spesso dissuadono addirittura le aziende dall’effettuare investimenti nel nostro Paese[1].

È necessario e quantomai urgente un vero “percorso” di riforma, che deve prendere avvio attivando un tavolo di confronto serio e senza alcun pregiudizio da parte di tutti i protagonisti (magistratura e avvocatura, ma non solo), individuando i singoli problemi e le possibili soluzioni.

Non ci si può limitare a semplici restyling di singoli istituti (come spesso la politica tende a fare).

Ma soprattutto, e più di tutto, servono risorse, perché le riforme non possono contare solo sulla “buona volontà” di chi è chiamato poi a metterle in pratica.

In altre parole non si può pensare di riformare la giustizia “a costo zero”.

 

4. Nella sua qualità di avvocato/magistrato, quale pensa potrebbe essere il significativo contributo della sua categoria di appartenenza ad un percorso riformatore capace di incidere sullo stato delle cose? In altre parole, lei ritiene auspicabile, e percorribile, un percorso di autoriforma che partendo dall’interno di ognuna delle categorie ponga le basi per una precisa assunzione di responsabilità, e di iniziativa, per conseguire il risultato di una giustizia migliore? Nessuna delle corporazioni è indenne, possiamo dirlo, rispetto ad una eccessiva indifferenza, o ad una non sufficiente sensibilità, nei confronti di quella che è l’esigenza democratica di una giustizia che funzioni. La stagione referendaria non può ritenersi avere marcato anche un punto di svolta rispetto a un diverso impegno, che abbandoni ogni chiusura corporativa in favore di un diretto coinvolgimento in una nuova stagione?

Questo è un tema che mi sta particolarmente a cuore e rispondo per quella che è la mia personale esperienza e convinzione.

Ritengo che l’avvocatura debba dare non soltanto un necessario contributo di idee e proposte – inteso come capacità di offrire possibili soluzioni ai singoli problemi che si vogliono affrontare – ma debba anche dimostrare la capacità di sapersi mettere in gioco affrontando le sfide della modernità e dei cambiamenti.

Io credo che la nostra categoria (ma non mi pare che quella della magistratura sia molto diversa in questo) dimostri una resistenza ai cambiamenti che spesso rischia di pregiudicare ogni seria spinta riformatrice. 

Permettetemi un esempio molto banale, sul terreno del processo penale. La riforma Cartabia ha voluto una regola di giudizio più severa dell’udienza preliminare e, nel contempo, ha introdotto l’udienza predibattimentale. Lo scopo (condivisibile) della duplice sovrapponibile modifica era ed è quella di evitare processi inutili: eppure avvocati e magistrati si sono spesi in tutte le occasioni di confronto per cercare di svuotare di significato queste novità, trasformando l’udienza predibattimentale in un (inutile) duplicazione di una (inutile) udienza preliminare.

Un altro esempio è quello della giustizia riparativa: abbiamo dedicato più energie a coglierne possibili profili di criticità che non a comprendere la portata realmente rivoluzionaria che essa può portare.

Non voglio dire che le riforme non si possano criticare, ma neanche la riforma più (astrattamente) positiva ed efficace può sortire risultati se avvocati e magistrati non accettano i cambiamenti.

 

5. I drammatici sviluppi che stiamo vivendo - l’attacco al diritto internazionale, le flagranti violazioni della legge umanitaria,  i colpi inferti a tutti il sistema sovranazionale di protezione dei diritti umani - hanno segnato un ulteriore cambio di paradigma, in un contesto caratterizzato da un processo ormai globale di autocratizzazione e di crisi dello stato di diritto. L’intolleranza crescente verso il ruolo di garanzia della giurisdizione e la sua funzione di tutela dei diritti e delle libertà è una costante di questi sviluppi. Non solo l’indipendenza dei sistemi giudiziari nazionali e il ruolo delle Corti europee e internazionali, ma la funzione dell’avvocatura- come ci dimostra quel che accade negli USA- oggi sono gravemente sotto attacco.  Nell’Europa colpita da più di un decennio di regressione democratica, Ungheria e Polonia restano gli esempi delle più dirompenti strategie attuate dai governi per smantellare il sistema di pesi e contrappesi e le garanzie istituzionali e ordinamentali di indipendenza della magistratura, manipolando  le sue istituzioni chiave (come i Consigli di giustizia), delegittimando i magistrati e  limitando (o tentando di limitare) la  loro libertà di parola  e di  associazione con aggressive campagne mediatiche. In questo contesto, il tema centrale diventa la capacità di resilienza dello stato di diritto e di una giustizia indipendente, che risiede anzitutto nei testi costituzionali e nelle istituzioni. E come ha ricordato Medel intervenendo sui rischi della riforma costituzionale in Italia, in questo contesto le autorità nazionali dovrebbero rafforzare il sistema di controlli e contrappesi anziché indebolirli. Eppure, nella campagna referendaria il confronto fra magistratura e avvocatura, soprattutto quella schierata per il SI, su questi temi è del tutto mancato; nè vi sono state prese di posizione nette da parte del fronte per il SI contro la pericolosa strategia referendaria diretta a fare terra bruciata intorno alla magistratura.  La difesa dello stato di diritto, dei diritti e libertà fondamentali e della giurisdizione nazionale e sovranazionale non deve essere oggi più che mai un terreno di impegno comune specifico per magistrati e avvocati?  In un contesto come quello nazionale in cui la giustizia continua ad essere terreno di scontro e divisione, un'analisi condivisa sulle minacce attuali per lo stato di diritto e una riflessione sulle misure necessarie per metterlo in sicurezza non deve rappresentare il punto di partenza comune a magistratura e avvocatura per discutere delle riforme necessarie alla giustizia?

Sono d’accordo con molte affermazioni, salvo quella in cui si dice che non vi sarebbero state “prese di posizione nette da parte del fronte per il SI contro la pericolosa strategia referendaria diretta a fare terra bruciata intorno alla magistratura”. Non è vero.

Vi è stata una parte dell’Avvocatura – non so dire quanto grande o piccola – che ha sempre detto chiaramente, durante la campagna referendaria (e non solo), che la nostra non era una posizione contro la magistratura. 

Non nego che una parte della politica, in primis larghi settori della maggioranza che ha votato la riforma, l’abbia intesa e voluta in tal senso – ma il testo della riforma non autorizzava a mio avviso una lettura di questo tipo.

Detto questo, io credo che avvocatura e magistratura debbano continuare (o, forse dovrei dire, riprendere) a dialogare sulla tematica dei “diritti”, nel senso più ampio del termine. Io voglio sperare che le rigidità che ci hanno contrapposti nel (brutto) dibattito referendario non siano un ostacolo insuperabile a tornare a comporre i fili di un dialogo e un confronto che sono “generativi” di una visione realmente progressista del diritto. Senza quel dialogo e quel confronto tra noi, le rispettive posizioni rischiano di restare splendide speculazioni incapaci di trovare concreta attuazione. 

Ecco allora che alla domanda se serve un “impegno comune” di avvocatura e magistratura in un tempo in cui lo stato di diritto, i diritti e le libertà fondamentali sono messi in discussione e in pericolo, la mia risposta è un grande e convinto sì.

Perché senza un avvocato che si rivolge a un giudice con una domanda di giustizia e senza un giudice che sa dare una risposta a quella certa domanda di giustizia, il diritto resta sulla carta. E io credo che nessuno di noi voglia un diritto fatto soltanto di carta.

 

6. Quale potrebbe essere concretamente il terreno migliore per far ripartire un dialogo costruttivo tra magistratura, avvocatura, e altri operatori, al fine di una messa in mora della politica e di un nuovo protagonismo che li accomuni in un senso più autenticamente democratico e popolarmente condiviso?  Serve progettare un percorso che parta dal basso e che riesca ad ascoltare ed a coinvolgere anche quell’elettorato che ha votato No e che in gran parte non era stato intercettato da sondaggisti, analisti, politologi, ma che è stato decisivo per l’esito finale?

Questo è forse l’interrogativo più difficile che mi ponete, perché al crocevia tra due distinte crisi: quella della giustizia e quella della politica.

Che la giustizia sia in crisi lo abbiamo detto, seppur da prospettive diverse, tutti quanti: il punto è che la politica ha dimostrato di non essere in grado di dare una risposta a questa crisi. La riforma costituzionale – che doveva sancire la separazione dalle carriere tra magistratura requirente e magistratura giudicante – evidentemente non era una riforma in grado di dare una risposta alle criticità che abbiamo già evidenziato.

Ma se siamo tutti d’accordo nel dire che la giustizia è “in crisi”, le soluzioni possibili divergono enormemente anche all’interno di un fronte apparentemente compatto qual era quello del “NO”: un fronte estremamente eterogeneo per cultura politica e anche, credo di poter dire, per approccio alla tematica dei diritti (soprattutto rispetto al processo penale).

Che fare? Non ho risposte.

Credo però che spetti a ciascuno e ciascuna di noi, di coloro che hanno partecipato al dibattito referendario portando la propria “competenza” giuridica, cercare di far sì che la “giustizia” non sia soltanto un terreno di scontro politico buono per ottenere un qualche risultato elettorale da spendere per la propria parte politica. 

Abbiamo dato, pur da punti di vista enormemente differenti, un contributo al dibattito pubblico e quindi anche politico: non torniamocene (soltanto) negli studi professionali e nei tribunali, ma rimaniamo nella società.


[1] Si v. questo interessante, anche se ormai dato, studio: https://lavoce.info/archives/1321/con-tribunali-lumaca-limpresa-resta-piccola/ 

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