Magistratura democratica
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Le domande di Questione giustizia a Rachele Monfredi, componente del comitato direttivo centrale ANM

Questione giustizia pone alcuni interrogativi ad Avvocati e Magistrati, per ragionare collettivamente sull’esperienza e sull’esito della consultazione referendaria unitamente alle prospettive, anche di riforma, che coinvolgono il mondo della Giustizia e i suoi protagonisti. La tavola rotonda “virtuale” si è aperta lunedì con le interviste all’Avv. Franco Moretti e alla Presidente di Medel Mariarosaria Guglielmi ed è proseguita ieri con le interviste all’Avv. Cathy La Torre e al giudice Luca Milani. Si conclude oggi con le interviste all’Avv. Dario Lunardon e alla giudice Rachele Monfredi.

1. La campagna referendaria, e l’esito della consultazione popolare con la sonante vittoria del No, hanno visibilmente restituito un quadro del comune sentire sulla giustizia che può così sintetizzarsi: l’assetto costituzionale della magistratura va difeso, in quanto costituisce efficace baluardo a tutela della indipendenza della magistratura, bene primario che costituisce un perno irrinunciabile dello stato di diritto; tanto non può valere però a nascondere i gravi problemi che affliggono il servizio che i cittadini si aspettano e a cui hanno diritto. E’ l’occasione per promuovere una stagione di riforme che mettano mano ai nodi critici, che sostanzialmente consistono nella durata dei processi e nella omogeneità delle modalità di resa del servizio, ivi compreso il profilo di un comune, apprezzabile livello di qualità della risposta giudiziaria. Condivide questa lettura?

Sì, ma dobbiamo intenderci suo concetto di “qualità”. Certamente i cittadini vogliono una giustizia efficiente, ma la vogliono innanzitutto efficace. Vogliono una giustizia capace di dare risposte in un tempo ragionevole, ma soprattutto capace di comprendere la complessità delle vicende umane da cui scaturisce la relativa domanda e questo è incompatibile con una magistratura omologata, gerarchizzata, intimorita e ripiegata su sé stessa.

I cittadini hanno difeso l’indipendenza della magistratura – imperniata sulla rappresentatività della componente togata del CSM e sulla “politicità” del Consiglio – perché hanno compreso che è indispensabile per garantire che la legge svolga realmente la sua funzione di argine al potere del più forte, così assicurando la tutela effettiva dei diritti. Lo hanno compreso, nonostante la crisi di credibilità della magistratura e le persistenti criticità del servizio, perché hanno capito che la causa di tutto quello che non va non sta nel modello di magistratura disegnato dalla Costituzione, ma nell’allontanamento dal modello costituzionale che si è consumato a partire dal 2006, imputabile certamente anche ai magistrati, ma di cui è stata coprotagonista e regista la politica peggiore.

Certamente bisogna intervenire sul terreno delle risorse e della loro organizzazione ma, soprattutto, bisogna recuperare la funzione strumentale del diritto, abbandonare lo pseudogarantismo imperante in nome delle garanzie vere, smetterla con la logica degli scudi penali e civili per questa o quella categoria e rimettere al centro il modello costituzionale di magistratura che i cittadini hanno salvato con il loro voto e rispetto al quale è ancora cruciale il ruolo del CSM, non a caso bersaglio grosso della riforma bocciata nelle urne e per il quale mi piacerebbe una legge elettorale proporzionale, l’unica in grado di riflettere davvero il pluralismo interno alla magistratura e garantire un confronto alto tra le idee.

 

2. Affrontando il tema delle riforme si pone preliminarmente un interrogativo di non poco momento. E’ stato lucidamente osservato, all’indomani del voto (E. Lupo, Sfiduciato dai cittadini, Nordio non può risolvere i problemi della giustizia, Domani, 29 marzo 2026) che l’esito referendario, con la chiara bocciatura del testo governativo, ha il significato di una sfiducia dell’elettorato in primis nei confronti del Ministro della Giustizia, che pure non ha inteso fare un passo indietro e che continua a rivendicare almeno a parole la sua piena legittimazione a rivestire la carica affidatagli ed a svolgere la funzione di Guardasigilli. Non si tratta evidentemente di pregiudizialità per schieramento politico, ma di un giudizio che deriva dalla stessa assunzione di responsabilità (senza conseguenze sulla carica) che Nordio ha profferito commentando il voto. Lei condivide le osservazioni del Presidente Lupo? Quale autorità, ed autorevolezza politica, può riconoscersi nei confronti di questo Ministero, anche alla luce dei contenuti che ha voluto inserire nella dialettica elettorale?  

La capacità di riconoscere un fallimento ed essere conseguenziali è ormai merce rarissima in ogni ambito della nostra società. Va riconosciuto, però, che il ministro Nordio è stato uno dei più sinceri tra i protagonisti della campagna referendaria e più volte ha detto chiaramente (tra l’altro) che la riforma non incideva in alcun modo sulle criticità del servizio. La valutazione sull’autorevolezza del Ministro (a mio parere) non va basata tanto sui contenuti che ha voluto inserire nella dialettica elettorale, ma su quelli che ha inserito e continua a inserire (e a non inserire) sul piano normativo e organizzativo, che dimostrano mancanza di progettualità e l’assenza di un metodo che dovrebbe essere basato sul confronto vero e ragionato con tutti i protagonisti del sistema giustizia.

Penso al gip collegiale, alla volontà di riaprire alcuni piccoli uffici (assecondando istanze localistiche, invece di affrontare in maniera sistematica la questione della giustizia di prossimità), al disastro di app, allo sdoganamento sostanzialmente incontrollato dell’intelligenza artificiale, all’occasione persa per regolare e rendere stabile l’unico strumento che ha funzionato (tra quelli introdotti dalla riforma Cartabia) che è quello dell’Ufficio per il Processo (le cui sorti continuano a essere del tutto incerte), all’ennesimo rinvio del TPMF (sul quale bisognerebbe dire una parola definitiva, per poi cominciare ad affrontare i problemi degli uffici minorili), alla drammatica questione carceraria e, da ultimo in ordine di tempo, alla situazione delle sezioni immigrazione, investite da una valanga di contenzioso ingestibile con le risorse a disposizione, pronto a essere additato all’opinione pubblica come il capro espiatorio per i fallimenti della politica.

 

3. Nel corso della campagna elettorale, sono stati frequenti (da parte di magistrati, avvocati, esponenti della politica e della società civile) i richiami alla necessità di riforme che – fermo restando l’attuale assetto costituzionale – intervengano a porre le condizioni per un miglioramento del servizio. Il primo, e più grave, dei problemi, è costituito sicuramente dalla durata dei processi: ad esso si aggiunge quello dei limiti di efficacia della giurisdizione, sicuramente connesso al primo, senza dimenticare che anche un deficit di trasparenza (nelle modalità di organizzazione concretamente adottate, nelle scelte di investimento, nelle priorità operative e giurisdizionali) non gioca a favore di un maggior livello di fiducia da parte del cittadino, e di una migliore qualità della risposta. Claudio Castelli, in un suo recente intervento su questa Rivista (Una giustizia efficiente è possibile, https://www.questionegiustizia.it/articolo/una-giustizia-efficiente-e-possibile) ha concretamente “messo a terra” la questione nella sua complessità, fornendo un quadro di possibili interventi migliorativi. Analogamente l’Associazione Nazionale Magistrati ha, da ultimo, segnalato al Ministro 4 priorità su cui intervenire con urgenza (-l’ufficio per il processo con  la stabilizzazione degli AUPP e la coerenza del loro inquadramento, - le risorse informatiche con l’adeguatezza del processo penale telematico, -il carcere, - e la riforma del gip collegiale, il cui allarme è stato lanciato da Ezia Maccora proprio da questa Rivista - https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-25-agosto-2026-entra-in-vigore-il-gip-collegiale-rischio-di-caos-e-di-paralisi-per-la-giustizia-penale). Lei quali ritiene particolarmente utili e significativi? E quali vedrebbe ulteriormente necessari?

In parte ho già risposto. Condivido totalmente le priorità indicate dall’ANM e l’allarme lanciato da Ezia Maccora. Aggiungo, a proposito della questione delle “risorse informatiche”, che non si tratta solo di assicurare strumenti efficienti e un servizio di assistenza efficace, ma anche di sciogliere il nodo della trasparenza dei contratti e, soprattutto, di affrontare la sfida dell’IA con la consapevolezza degli enormi rischi che comporta per l’interpretazione, che è il cuore del potere diffuso, indispensabile per la tutela effettiva dei diritti e, non a caso, considerata dai fautori della riforma costituzionale un’invasione del campo della politica da parte dei magistrati. Bisognerebbe chiedersi (ma questo è un discorso più generale) se davvero vogliamo lasciare nelle mani di giganti privati le leve di comando del servizio giustizia, che è pure un potere dello Stato, o se non è giunto il momento che lo Stato si riappropri della sua funzione di gestore e organizzatore del servizio. Quale che sia la risposta è comunque indispensabile una costante interlocuzione del Ministero con il CSM, perché la tecnica non è mai neutra e in maniera subdola anche la semplice informatica (figurarsi l’IA) diventa conformativa della giurisdizione se le si lascia campo libero invece di governarla, mentre se si vuole salvaguardare il potere diffuso, è fondamentale governarla tenendo conto delle istanze che provengono dal basso. 

Sono totalmente d’accordo con gli sportelli digitali di prossimità, con un dimensionamento razionale degli uffici e con l’assoluta necessità di farsi carico delle condizioni in cui versano quelli del giudice di pace. Sebbene infatti la presenza degli uffici giudiziari sul territorio abbia anche un importante valore simbolico e politico, non si può non fare i conti con la limitatezza delle risorse e con la presenza di strumenti che consentono di assicurare la presenza fisica e la prossimità in maniera più mirata e flessibile. 

Dissento invece dal modello efficientista fondato sulla specializzazione come valore in sé. Penso che la specializzazione è un valore se arriva dopo un periodo caratterizzato da esperienze diversificate e che occorre recuperare una visione unitaria della giurisdizione, già profondamente incrinata dalla sostanziale impossibilità di cambiare funzioni, molto ridotta proprio nei Tribunali medio grandi – nei quali i cambi di settore per i giudici sono di fatto un’eccezione – e destinata a estinguersi se si distribuiscono le specializzazioni. Su questo terreno un ruolo fondamentale lo hanno le regole dettate dal CSM sui tramutamenti interni ed esterni, ma pure sull’attribuzione degli incarichi e centrale dovrebbe essere la formazione per accompagnare i cambi di settore. Penso che non vada assecondato il modello aziendalista del dirigente manager, che tra l’altro rischia di sdoganare l’idea di una dirigenza estranea alla giurisdizione. Credo piuttosto che nella scelta dei dirigenti le esperienze nella giurisdizione siano un valore imprescindibile e che andrebbe favorito il ricambio nelle funzioni dirigenziali, abbandonando la logica distorta del carrierismo che ha caratterizzato gli ultimi anni.

Penso anche che vada chiarito definitivamente il ruolo della magistratura onoraria il cui apporto continua a essere fondamentale, ma per evitare di ripetere gli errori del passato, ragionerei sulla prospettiva di un’implementazione dell’ufficio per il processo anche attraverso lo stabile inserimento dei magistrati onorari. Non si può poi fare a meno di affrontare il problema degli organici tanto del personale amministrativo, quanto dei magistrati a partire da quello degli uffici di secondo grado, sostanzialmente fermi a un’epoca nella quale non esisteva il giudice unico in primo grado.

 

4. Nella sua qualità di avvocato/magistrato, quale pensa potrebbe essere il significativo contributo della sua categoria di appartenenza ad un percorso riformatore capace di incidere sullo stato delle cose? In altre parole, lei ritiene auspicabile, e percorribile, un percorso di autoriforma che partendo dall’interno di ognuna delle categorie ponga le basi per una precisa assunzione di responsabilità, e di iniziativa, per conseguire il risultato di una giustizia migliore? Nessuna delle corporazioni è indenne, possiamo dirlo, rispetto ad una eccessiva indifferenza, o ad una non sufficiente sensibilità, nei confronti di quella che è l’esigenza democratica di una giustizia che funzioni. La stagione referendaria non può ritenersi avere marcato anche un punto di svolta rispetto a un diverso impegno, che abbandoni ogni chiusura corporativa in favore di un diretto coinvolgimento in una nuova stagione?

Assolutamente sì. I magistrati hanno difeso il diritto di scegliere i loro rappresentanti nel CSM, ora devono scegliere in maniera responsabile e consapevole (nonostante la pessima legge elettorale), perché il recupero del modello costituzionale orizzontale di magistratura – indispensabile per una giustizia di qualità e assai sbiadito negli ultimi anni – passa da un autogoverno responsabile, non corporativo, che recida i legami distorti con la politica e assicuri indipendenza esterna e interna. La normazione secondaria dettata dal CSM e la sua applicazione sono uno snodo cruciale, perché hanno una ricaduta diretta sulla vita professionale (e anche personale) dei magistrati e di conseguenza pure sulla qualità della giurisdizione, per non dire della leva delicatissima del disciplinare, del tipo di interlocuzione con il Ministero e del rapporto con la SSM, la cui creazione è stata il primo colpo vero al CSM .

E’ importante che i magistrati partecipino al governo autonomo, interessandosi alle relative dinamiche, vigilando a partire dai territori, perché è questo l’unico antidoto alle degenerazioni. E’ fondamentale che affrontino il lavoro quotidiano con la consapevolezza che il diritto non è fine a se stesso, ma serve a risolvere i problemi e per riuscirci bisogna abbandonare l’ossessione “per le carte a posto” e non perdere di vista “il bene della vita” che sta dietro alla domanda di giustizia, stare con i piedi per terra, immergersi nella realtà, mantenere un’interlocuzione costante con tutti gli altri attori del sistema giustizia, a partire dagli avvocati, al fine di individuare soluzioni ed elaborare proposte che siano davvero utili a superare le criticità.

E’ altresì fondamentale non disperdere il valore aggiunto dell’esperienza referendaria: restare in contatto con la società civile, per spiegare la macchina della giustizia e recuperare credibilità agli occhi dei cittadini, che è cosa diversa dal consenso. 

 

5. I drammatici sviluppi che stiamo vivendo – l’attacco al diritto internazionale, le flagranti violazioni della legge umanitaria, i colpi inferti a tutto il sistema sovranazionale di protezione dei diritti umani – hanno segnato un ulteriore cambio di paradigma, in un contesto caratterizzato da un processo ormai globale di autocratizzazione e di crisi dello stato di diritto. L’intolleranza crescente verso il ruolo di garanzia della giurisdizione e la sua funzione di tutela dei diritti e delle libertà è una costante di questi sviluppi. Non solo l’indipendenza dei sistemi giudiziari nazionali e il ruolo delle Corti europee e internazionali, ma la funzione dell’avvocatura - come ci dimostra quel che accade negli USA- oggi sono gravemente sotto attacco.  Nell’Europa colpita da più di un decennio di regressione democratica, Ungheria e Polonia restano gli esempi delle più dirompenti strategie attuate dai governi per smantellare il sistema di pesi e contrappesi e le garanzie istituzionali e ordinamentali di indipendenza della magistratura, manipolando  le sue istituzioni chiave (come i Consigli di giustizia), delegittimando i magistrati e  limitando (o tentando di limitare) la  loro libertà di parola  e di  associazione con aggressive campagne mediatiche. In questo contesto, il tema centrale diventa la capacità di resilienza dello stato di diritto e di una giustizia indipendente, che risiede anzitutto nei testi costituzionali e nelle istituzioni. E come ha ricordato Medel intervenendo sui rischi della riforma costituzionale in Italia, in questo contesto le autorità nazionali dovrebbero rafforzare il sistema di controlli e contrappesi anziché indebolirli. Eppure, nella campagna referendaria il confronto fra magistratura e avvocatura, soprattutto quella schierata per il SI, su questi temi è del tutto mancato; né vi sono state prese di posizione nette da parte del fronte per il SI contro la pericolosa strategia referendaria diretta a fare terra bruciata intorno alla magistratura.  La difesa dello stato di diritto, dei diritti e libertà fondamentali e della giurisdizione nazionale e sovranazionale non deve essere oggi più che mai un terreno di impegno comune specifico per magistrati e avvocati?  In un contesto come quello nazionale in cui la giustizia continua ad essere terreno di scontro e divisione, un'analisi condivisa sulle minacce attuali per lo stato di diritto e una riflessione sulle misure necessarie per metterlo in sicurezza non deve rappresentare il punto di partenza comune a magistratura e avvocatura per discutere delle riforme necessarie alla giustizia?

Io credo che sarebbe un errore identificare l’avvocatura italiana con le camere penali, nel cui ambito pure, peraltro, ci sono state voci dissonanti in occasione del referendum, o considerare comuni alla maggioranza degli avvocati le posizioni espresse da chi pure riveste ruoli istituzionali. Tantissimi sono stati gli avvocati che si sono schierati per il NO. Molti, tra i più autorevoli avvocati italiani, anche penalisti, si sono impegnati attivamente nelle articolazioni territoriali del comitato “Giusto dire no”, non a caso presieduto da un avvocato penalista. E’ nato addirittura un comitato di avvocati per il NO e non poteva non accadere. 

Il ruolo dell’avvocato è diverso da quello del magistrato, ma non certo meno importante per la tutela dei diritti, tanto nel civile quanto nel penale. Anzi, i primi alfieri dei diritti sono proprio gli avvocati, senza i quali la funzione dei magistrati sarebbe svuotata di contenuto. Una magistratura omologata, intimorita, ripiegata su sé stessa, incapace di dare risposte di qualità alla domanda di giustizia, è frustrante innanzitutto per gli avvocati e i tanti professionisti che hanno consapevolezza della centralità del proprio ruolo – e di conseguenza non hanno verso i magistrati un atteggiamento livoroso e manco  ossequioso – lo hanno compreso, anche alla luce del drammatico quadro internazionale che ha certamente contribuito a rendere chiara la finalità ultima della riforma.  

 

6. Quale potrebbe essere concretamente il terreno migliore per far ripartire un dialogo costruttivo tra magistratura, avvocatura, e altri operatori, al fine di una messa in mora della politica e di un nuovo protagonismo che li accomuni in un senso più autenticamente democratico e popolarmente condiviso?  Serve progettare un percorso che parta dal basso e che riesca ad ascoltare ed a coinvolgere anche quell’elettorato che ha votato No e che in gran parte non era stato intercettato da sondaggisti, analisti, politologi, ma che è stato decisivo per l’esito finale?

A mio parere il terreno ideale è quello dell’associazionismo. L’esperienza della campagna referendaria ha dimostrato la straordinaria forza dei corpi intermedi nel nostro Paese, la loro capillarità, la loro capacità di arrivare ai cuori e alle menti, suscitando incontri e confronti tra persone in carne e ossa nell’era di Internet.

L’ANM ha dato il via all’impegno attivo per il NO, quando la vittoria del SI’ era data per certa. Ribaltare la previsione sembrava impossibile e invece è accaduto. Il merito è stato di tutti quelli che si sono impegnati mettendo la propria credibilità personale agli occhi dell’opinione pubblica a servizio della causa (e tanti sono stati pure i demeriti dei sostenitori del fronte opposto), ma un ruolo determinante lo ha avuto la galassia dei corpi intermedi: associazioni del mondo laico e cattolico, sindacati, associazioni di professionisti, di studenti e di cittadini comuni si sono mobilitate dando vita a comitati vari, che sono stati pure un pungolo per l’impegno dei partiti.

Dall’esperienza di alcuni di quei comitati sono nate nuove associazioni, a partire dalla Camera Forense per la Costituzione e il comitato dei 15 che ha messo in moto la raccolta delle firme determinando il cambio di passo della campagna è stato un piccolo grande laboratorio.

A mio parere non bisogna perdere quello spirito e impostare un metodo basato sul dialogo e sul confronto franco e costruttivo che (recuperando il modello degli osservatori per i temi tecnici) elabori proposte e individui soluzioni partendo dalle istanze e dai bisogni veri dei cittadini, nel settore della giustizia e nel Paese.   

22/07/2026
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