1. La campagna referendaria, e l’esito della consultazione popolare con la sonante vittoria del No, hanno visibilmente restituito un quadro del comune sentire sulla giustizia che può così sintetizzarsi: l’assetto costituzionale della magistratura va difeso, in quanto costituisce efficace baluardo a tutela della indipendenza della magistratura, bene primario che costituisce un perno irrinunciabile dello stato di diritto; tanto non può valere però a nascondere i gravi problemi che affliggono il servizio che i cittadini si aspettano e di cui hanno diritto. E’ l’occasione per promuovere una stagione di riforme che mettano mano ai nodi critici, che sostanzialmente consistono nella durata dei processi e nella omogeneità delle modalità di resa del servizio, ivi compreso il profilo di un comune, apprezzabile livello di qualità della risposta giudiziaria. Condivide questa lettura?
Assolutamente sì. Aggiungo che la campagna referendaria ha messo in evidenza l’esistenza di profonde lacune, nell’opinione pubblica, nella conoscenza dell’operatività degli istituti processuali: il confronto che l’Associazione nazionale magistrati, tramite il Comitato Giustodireno, ha avviato sui territori ha dimostrato come spesso i cittadini siano indotti a seguire con apprensione le notizie di cronaca veicolate dagli organi di stampa, senza disporre di strumenti conoscitivi adeguati per comprendere le ragioni per le quali è stato emesso un certo provvedimento, o ne è stato annullato un altro.
La sfiducia verso l’attuale sistema - espressa da coloro che hanno votato “Sì” ma non solo - va combattuta sicuramente con interventi legislativi di ampio respiro, che puntino a restituire credibilità alle decisioni giudiziarie, ma è altrettanto importante agire sull’informazione, per fare in modo che i destinatari di sentenze e ordinanze, ma anche tutti gli altri utenti del servizio giustizia, non siano all’oscuro dei meccanismi di funzionamento del sistema.
2. Affrontando il tema delle riforme si pone preliminarmente un interrogativo di non poco momento. E’ stato lucidamente osservato, all’indomani del voto (E. Lupo, Sfiduciato dai cittadini, Nordio non può risolvere i problemi della giustizia, Domani, 29 marzo 2026) che l’esito referendario, con la chiara bocciatura del testo governativo, ha il significato di una sfiducia dell’elettorato in primis nei confronti del Ministro della Giustizia, che pure non ha inteso fare un passo indietro e che continua a rivendicare almeno a parole la sua piena legittimazione a rivestire la carica affidatagli ed a svolgere la funzione di Guardasigilli. Non si tratta evidentemente di pregiudizialità per schieramento politico, ma di un giudizio che deriva dalla stessa assunzione di responsabilità (senza conseguenze sulla carica) che Nordio ha profferito commentando il voto. Lei condivide le osservazioni del Presidente Lupo? Quale autorità, ed autorevolezza politica, può riconoscersi nei confronti di questo Ministero, anche alla luce dei contenuti che ha voluto inserire nella dialettica elettorale?
Non intendo esprimere valutazioni politiche riguardo all’opportunità delle scelte assunte sino ad ora dal Ministro. Senza dubbio, non può essere sottaciuto come l’On. Carlo Nordio abbia affrontato la campagna referendaria con una intensa esposizione personale, connotata anche da dichiarazioni clamorose e per molti aspetti sconcertanti.
La sola cosa che mi sento di rilevare riguarda la sostanziale sospensione, per tutto il periodo della campagna referendaria, della gestione di numerose problematiche aventi diretta incidenza sul funzionamento del sistema: si pensi, solo a titolo di esempio, alle criticità endemiche dei sistemi informatici o alla questione dell’assunzione a tempo indeterminato degli Addetti all’ufficio per il processo.
Riguardo a questi ultimi, per esempio, all’annuncio, risalente alla settimana antecedente all’inaugurazione dell’anno giudiziario, relativo alla “stabilizzazione”, non è seguita alcuna iniziativa concreta fino alla fine di maggio. Un silenzio che ha provocato enormi disagi nell’organizzazione del personale amministrativo all’interno degli Uffici: dopo la gioia della notizia della stabilizzazione, gli impiegati non hanno più avuto notizie certe sul loro destino, fino alla scelta della sede effettuata, in ciascun Distretto di Corte di Appello, il 1° luglio 2026, senza alcun preavviso e senza tener conto della pendenza di domande di trasferimento interno presentate da altri dipendenti da anni.
Al di là degli interventi svolti nella campagna referendaria, dunque, ciò che, personalmente, ritengo molto deludente è stata questa mancanza di attenzione verso le peculiarità del corrente.
3. Nel corso della campagna elettorale, sono stati frequenti (da parte di magistrati, avvocati, esponenti della politica e della società civile) i richiami alla necessità di riforme che – fermo restando l’attuale assetto costituzionale – intervengano a porre le condizioni per un miglioramento del servizio. Il primo, e più grave, dei problemi, è costituito sicuramente dalla durata dei processi: ad esso si aggiunge quello dei limiti di efficacia della giurisdizione, sicuramente connesso al primo, senza dimenticare che anche un deficit di trasparenza (nelle modalità di organizzazione concretamente adottate, nelle scelte di investimento, nelle priorità operative e giurisdizionali) non gioca a favore di un maggior livello di fiducia da parte del cittadino, e di una migliore qualità della risposta. Claudio Castelli, in un suo recente intervento su questa Rivista (Una giustizia efficiente è possibile, https://www.questionegiustizia.it/articolo/una-giustizia-efficiente-e-possibile) ha concretamente “messo a terra” la questione nella sua complessità, fornendo un quadro di possibili interventi migliorativi. Analogamente l’Associazione Nazionale Magistrati ha, da ultimo, segnalato al Ministro 4 priorità su cui intervenire con urgenza (-l’ufficio per il processo con la stabilizzazione degli AUPP e la coerenza del loro inquadramento, - le risorse informatiche con l’adeguatezza del processo penale telematico, -il carcere, - e la riforma del gip collegiale, il cui allarme è stato lanciato da Ezia Maccora proprio da questa Rivista - https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-25-agosto-2026-entra-in-vigore-il-gip-collegiale-rischio-di-caos-e-di-paralisi-per-la-giustizia-penale). Lei quali ritiene particolarmente utili e significativi? E quali vedrebbe ulteriormente necessari?
Non dimentico come ci sia stato un momento, collocabile una decina di anni fa, in cui la produzione normativa in tema di giustizia è stata orientata a realizzare una maggiore efficienza del sistema, puntando verso l’attuazione dei principi costituzionali e internazionali, tra cui la ragionevole durata dei processi e la promozione della rieducazione della pena.
Solo a titolo esemplificativo, si possono ricordare gli interventi di depenalizzazione, l’introduzione della clausola della “particolare tenuità del fatto”, la soppressione degli uffici giudiziari di piccole dimensioni, l’introduzione del processo civile telematico, le riforme tendenti a ridurre l’incidenza dell’avveramento dei termini di prescrizione del reato sullo svolgimento del processo. Le proposte elaborate dai componenti della Commissione istituita dall’allora Ministro della Giustizia Marta Cartabia avrebbero dovuto, infine, conferire sistematicità e organicità a tutte queste iniziative riformatrici, delineando un innovativo quadro di sistema.
Purtroppo, però, le successive letture parlamentari dei lavori della predetta Commissione e gli ulteriori interventi normativi, spesso effettuati con il ricorso alla decretazione in via d’urgenza, hanno visto il prevalere di altre logiche, tra cui l’esigenza di attribuire centralità al tema della sicurezza e alla severità della sanzione.
Oggi, il solo fatto di tornare a parlare della riapertura dei tribunali di piccole dimensioni, in un sistema nel quale - grazie all’avvio di applicativi digitali - si dovrebbe invece riflettere sulla necessità di ulteriori accorpamenti di Uffici giudiziari, anche per garantire una maggiore specializzazione dei magistrati, lascia sgomenti, anche perché si pone in contro tendenza rispetto ad altre proposte, come quella riguardante l’introduzione del c.d. Gip collegiale.
4. Nella sua qualità di avvocato/magistrato, quale pensa potrebbe essere il significativo contributo della sua categoria di appartenenza ad un percorso riformatore capace di incidere sullo stato delle cose? In altre parole, lei ritiene auspicabile, e percorribile, un percorso di autoriforma che partendo dall’interno di ognuna delle categorie ponga le basi per una precisa assunzione di responsabilità, e di iniziativa, per conseguire il risultato di una giustizia migliore? Nessuna delle corporazioni è indenne, possiamo dirlo, rispetto ad una eccessiva indifferenza, o ad una non sufficiente sensibilità, nei confronti di quella che è l’esigenza democratica di una giustizia che funzioni. La stagione referendaria non può ritenersi avere marcato anche un punto di svolta rispetto a un diverso impegno, che abbandoni ogni chiusura corporativa in favore di un diretto coinvolgimento in una nuova stagione?
La vittoria del No non può essere interpretata come la certificazione di una condizione di buona salute del pianeta giustizia: non può essere trascurato, anzitutto, come quasi metà degli elettori abbiano orientato il proprio voto verso il Sì, spinti da una generalizzata sfiducia verso il sistema.
Occorre, per la magistratura, fornire un contributo tecnico in grado di costituire un punto di riferimento per le riforme legislative più opportune e adeguate a risolvere i problemi che affliggono l’ordinamento. Al contempo, però, è necessario anche proseguire nell’attività di dialogo con la cittadinanza, per fare in modo che l’opinione pubblica non ignori i meccanismi di funzionamento del sistema e possa sviluppare un consapevole spirito critico. A questo scopo, solo l’Associazione nazionale magistrati può farsi carico di un simile compito, prestando attenzione a evitare strumentalizzazioni della propria attività informativa.
Infine, non può essere trascurata l’esigenza di un funzionamento più trasparente dell’Organo di Autogoverno, oggetto delle incisive proposte di riforma sottoposte allo scrutinio referendario. Per un verso, è necessario che le procedure dirette al conferimento degli incarichi dirigenziali siano svolte con maggiore trasparenza, in applicazione di criteri oggettivi e con discrezionalità limitata. Per altro verso, è imprescindibile pretendere che la funzione disciplinare venga svolta con il ricorso a procedure rapide e con l’applicazione di sanzioni adeguate alla gravità dei casi.
5. I drammatici sviluppi che stiamo vivendo - l’attacco al diritto internazionale, le flagranti violazioni della legge umanitaria, i colpi inferti a tutto il sistema sovranazionale di protezione dei diritti umani - hanno segnato un ulteriore cambio di paradigma, in un contesto caratterizzato da un processo ormai globale di autocratizzazione e di crisi dello stato di diritto. L’intolleranza crescente verso il ruolo di garanzia della giurisdizione e la sua funzione di tutela dei diritti e delle libertà è una costante di questi sviluppi. Non solo l’indipendenza dei sistemi giudiziari nazionali e il ruolo delle Corti europee e internazionali, ma la funzione dell’avvocatura- come ci dimostra quel che accade negli USA- oggi sono gravemente sotto attacco. Nell’Europa colpita da più di un decennio di regressione democratica, Ungheria e Polonia restano gli esempi delle più dirompenti strategie attuate dai governi per smantellare il sistema di pesi e contrappesi e le garanzie istituzionali e ordinamentali di indipendenza della magistratura, manipolando le sue istituzioni chiave (come i Consigli di giustizia), delegittimando i magistrati e limitando (o tentando di limitare) la loro libertà di parola e di associazione con aggressive campagne mediatiche. In questo contesto, il tema centrale diventa la capacità di resilienza dello stato di diritto e di una giustizia indipendente, che risiede anzitutto nei testi costituzionali e nelle istituzioni. E come ha ricordato Medel intervenendo sui rischi della riforma costituzionale in Italia, in questo contesto le autorità nazionali dovrebbero rafforzare il sistema di controlli e contrappesi anziché indebolirli. Eppure, nella campagna referendaria il confronto fra magistratura e avvocatura, soprattutto quella schierata per il SI, su questi temi è del tutto mancato; nè vi sono state prese di posizione nette da parte del fronte per il SI contro la pericolosa strategia referendaria diretta a fare terra bruciata intorno alla magistratura. La difesa dello stato di diritto, dei diritti e libertà fondamentali e della giurisdizione nazionale e sovranazionale non deve essere oggi più che mai un terreno di impegno comune specifico per magistrati e avvocati? In un contesto come quello nazionale in cui la giustizia continua ad essere terreno di scontro e divisione, un'analisi condivisa sulle minacce attuali per lo stato di diritto e una riflessione sulle misure necessarie per metterlo in sicurezza non deve rappresentare il punto di partenza comune a magistratura e avvocatura per discutere delle riforme necessarie alla giustizia?
Sicuramente, anche per evitare i tentativi di revisionismo di certi fenomeni, purtroppo sempre più diffuse, persino in ambito scolastico.
In quest’ottica, un compito fondamentale che la magistratura deve continuare a svolgere è quello del coltivare la memoria dei colleghi che hanno perso la vita svolgendo il proprio dovere, in periodi storici segnati da profonde contrapposizioni e fenomeni criminali ancora non compiutamente studiati.
L’Associazione Nazionale Magistrati deve, in questo senso, rafforzare i contatti con l’Accademia e altri divulgatori di cultura, non tanto per trasformare i propri caduti in martiri, ma per mantenere vivo il ricordo di certe fasi della storia, in cui la violenza è divenuta lo strumento per contrastare la legalità e l’affermazione dello Stato di diritto.
6. Quale potrebbe essere concretamente il terreno migliore per far ripartire un dialogo costruttivo tra magistratura, avvocatura, e altri operatori, al fine di una messa in mora della politica e di un nuovo protagonismo che li accomuni in un senso più autenticamente democratico e popolarmente condiviso? Serve progettare un percorso che parta dal basso e che riesca ad ascoltare ed a coinvolgere anche quell’elettorato che ha votato No e che in gran parte non era stato intercettato da sondaggisti, analisti, politologi, ma che è stato decisivo per l’esito finale?
La diffusione della cultura della legalità e della giurisdizione resta un punto fondamentale sul quale insistere coralmente.
È necessario che ciascuno comprenda come la decisione giudiziale, specificamente quella penale, non costituisca il prodotto di arbitrio o superficiale applicazione di regole cangianti, ma come rappresenti il risultato di una profonda valutazione di prove e riscontri, espressa al di là di ogni ragionevole dubbio.
In un mondo nel quale l’intelligenza artificiale sta dilagando, rendendo possibile lo sviluppo di processi conoscitivi sempre più complessi, occorre affermare come l’autenticità e l’autorevolezza del giudizio della magistratura non siano sostituibili: affinché una simile convinzione si diffonda, è opportuno, da un lato, che i cittadini siano consapevoli delle dinamiche di svolgimento dei processi e, dall’altro, che i magistrati siano messi in condizione di lavorare serenamente, senza che il peso della decisone debba convivere con preoccupazioni inerenti al malfunzionamento dei sistemi informatici o all’assenza di ausilio del personale amministrativo.