1. La campagna referendaria, e l’esito della consultazione popolare con la sonante vittoria del No, hanno visibilmente restituito un quadro del comune sentire sulla giustizia che può così sintetizzarsi: l’assetto costituzionale della magistratura va difeso, in quanto costituisce efficace baluardo a tutela della indipendenza della magistratura, bene primario che costituisce un perno irrinunciabile dello stato di diritto; tanto non può valere però a nascondere i gravi problemi che affliggono il servizio che i cittadini si aspettano e di cui hanno diritto. E’ l’occasione per promuovere una stagione di riforme che mettano mano ai nodi critici, che sostanzialmente consistono nella durata dei processi e nella omogeneità delle modalità di resa del servizio, ivi compreso il profilo di un comune, apprezzabile livello di qualità della risposta giudiziaria. Condivide questa lettura?
Condivido questa lettura. Il referendum è stato una straordinaria prova di resilienza della nostra democrazia. E, nella misura in cui ha contribuito a mettere in sicurezza l’indipendenza e la legittimazione dell’attuale assetto costituzionale della magistratura, il risultato del referendum ha rafforzato le barriere di protezione della democrazia, che risiedono nei testi costituzionali e nelle istituzioni democratiche. Ma questo non può considerarsi un risultato “statico” ed acquisito una volta per tutte. Ed esso non rappresenta solo il “punto di arrivo” di un tentativo di cambiamento (sbagliato e pericoloso) che è stato respinto. Al contrario. La vittoria del NO ha aperto prospettive che richiedono l’avvio di un nuovo percorso e una nuova assunzione di responsabilità anche da parte nostra. Gli elettori hanno respinto la riforma perché hanno compreso l’ingannevole messaggio del “cambiamento nell’interesse dei cittadini” e restituito “la palla” sulle proposte necessarie al funzionamento della giustizia a chi ha la responsabilità di promuoverle ed attuarle. Se è vero che la risoluzione di problemi annosi e irrisolti di efficienza e qualità della giustizia ( a cui si aggiungono le nuove emergenze create da misure inadeguate quando non esse stesse fonte di ulteriori disfunzioni come APP[1] o da altre riforme dirompenti e di “sistema” come il Gip collegiale), chiamano in causa la responsabilità della politica e del Ministro, la magistratura deve essere e rimanere impegnata “a farsi carico”, insieme alla avvocatura, della qualità del servizio che rendiamo. Con proposte e un dialogo costruttivo, magistratura e avvocatura devono porsi come co-protagonisti del dibattito sulle riforme necessarie per una giustizia al servizio della collettività.
2. Affrontando il tema delle riforme si pone preliminarmente un interrogativo di non poco momento. E’ stato lucidamente osservato, all’indomani del voto (E. Lupo, Sfiduciato dai cittadini, Nordio non può risolvere i problemi della giustizia, Domani, 29 marzo 2026) che l’esito referendario, con la chiara bocciatura del testo governativo, ha il significato di una sfiducia dell’elettorato in primis nei confronti del Ministro della Giustizia, che pure non ha inteso fare un passo indietro e che continua a rivendicare almeno a parole la sua piena legittimazione a rivestire la carica affidatagli ed a svolgere la funzione di Guardasigilli. Non si tratta evidentemente di pregiudizialità per schieramento politico, ma di un giudizio che deriva dalla stessa assunzione di responsabilità (senza conseguenze sulla carica) che Nordio ha profferito commentando il voto. Lei condivide le osservazioni del Presidente Lupo? Quale autorità, ed autorevolezza politica, può riconoscersi nei confronti di questo Ministero, anche alla luce dei contenuti che ha voluto inserire nella dialettica elettorale?
Il Ministro non solo ha apposto la sua firma sulla riforma. L’On. Nordio non ha esitato a portare “acqua al mulino” della campagna referendaria per il SI con gli argomenti e il linguaggio utili a trasformare la proposta di revisione dell’assetto costituzionale della magistratura, e il dibattito referendario, nell’attesa “resa dei conti” con i magistrati e in un plebiscito popolare contro una “casta”. Dal Ministro sono arrivate parole sulla necessità di riformare per arrivare a “un riequilibrio dei poteri” e al “controllo” su una magistratura “irresponsabile”; spesso abbiamo sentito affermazioni dirompenti su gravità e frequenza di abusi nelle indagini e delle cadute nell’autogoverno, e riferimenti all’esercizio delle funzioni giurisdizionali non conforme ai doveri di imparzialità. Mi chiedo come oggi il Ministro possa aprire il cantiere delle riforme che interessano il cittadino cambiando “registro” e piano di confronto con quella stessa magistratura uscita “indenne” dalla riforma a suo avviso necessaria per restituirle credibilità e legittimazione.
Ma l’esito del referendum, come ho detto, riporta urgentemente in primo piano la necessità di individuare ed attuare interventi strutturali (e non emergenziali) per una giustizia che sia al servizio del cittadino. E la svolta necessaria in questa prospettiva richiede per la magistratura una visione dei problemi e delle soluzioni, e, operativamente, capacità di interlocuzione e di confronto sul fronte istituzionale, nelle sedi dell’autogoverno, con l’avvocatura e l’accademia.
3. Nel corso della campagna elettorale, sono stati frequenti (da parte di magistrati, avvocati, esponenti della politica e della società civile) i richiami alla necessità di riforme che – fermo restando l’attuale assetto costituzionale – intervengano a porre le condizioni per un miglioramento del servizio. Il primo, e più grave, dei problemi, è costituito sicuramente dalla durata dei processi: ad esso si aggiunge quello dei limiti di efficacia della giurisdizione, sicuramente connesso al primo, senza dimenticare che anche un deficit di trasparenza (nelle modalità di organizzazione concretamente adottate, nelle scelte di investimento, nelle priorità operative e giurisdizionali) non gioca a favore di un maggior livello di fiducia da parte del cittadino, e di una migliore qualità della risposta. Claudio Castelli, in un suo recente intervento su questa Rivista (Una giustizia efficiente è possibile, https://www.questionegiustizia.it/articolo/una-giustizia-efficiente-e-possibile) ha concretamente “messo a terra” la questione nella sua complessità, fornendo un quadro di possibili interventi migliorativi. Analogamente l’Associazione Nazionale Magistrati ha, da ultimo, segnalato al Ministro 4 priorità su cui intervenire con urgenza (-l’ufficio per il processo con la stabilizzazione degli AUPP e la coerenza del loro inquadramento, - le risorse informatiche con l’adeguatezza del processo penale telematico, - il carcere, - e la riforma del gip collegiale, il cui allarme è stato lanciato da Ezia Maccora proprio da questa Rivista - https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-25-agosto-2026-entra-in-vigore-il-gip-collegiale-rischio-di-caos-e-di-paralisi-per-la-giustizia-penale). Lei quali ritiene particolarmente utili e significativi? E quali vedrebbe ulteriormente necessari?
Tutti i fronti che sono stati individuati come prioritari dall’ANM e dagli interventi richiamati dovrebbero essere in cima all’agenda del Ministro e della politica e, come ho detto, oggetto di un confronto costruttivo con magistratura e avvocatura.
Vorrei precisare che del carcere non possiamo neppure più parlare in termini di “priorità”. La situazione di degrado delle carceri in Italia (e purtroppo anche in altri paesi europei), insieme a tutto ciò che si muove intorno al carcere e dentro al carcere, è molto di più. Rappresenta un punto di caduta senza ritorno per lo stato di diritto. Il carcere è il luogo-buco nero della democrazia dove, insieme alle persone, finiscono le nostre Carte fondamentali e i loro principi, a cominciare dalla pari dignità degli individui. E gli interventi richiesti per far cessare una situazione insostenibile di sistemica violazione dei diritti fondamentali, certificata dalla Corte EDU e mai abbastanza denunciata, non sono solo quelle necessarie per far cessare l’emergenza posta dal sovraffollamento. Per quanto questa prospettiva possa sembrare velleitaria nell’attuale contesto e a fronte di politiche che investono su “pacchetti sicurezza”, carcere e criminalizzazione anche per i minori (QG ha dedicato un intero numero alla riflessione su questi temi[2]), le linee di intervento prioritarie da proporre sono quelle capaci di realizzare un radicale cambio di rotta al fine di dare attuazione all’art. 27 della Costituzione. E di cambiare il volto di un sistema di giustizia penale che, come ha scritto Nello Rossi, sa essere diritto penale «dell’amico» e «del nemico», ed assume sempre più i tratti del «diritto penale massimo», «della perenne emergenza» e «dell’insicurezza giuridica e sociale»[3]. Un diritto penale che non può non avere come pendant il carcere e sempre più carcere per chi è ai margini della società, come i migranti e gli “irregolari”. E per dare gambe alla prospettiva di un difficile ma necessario cambio di rotta, io penso alla possibilità e necessità di riprendere ed attualizzare tutte le proposte di riforma della Commissione Giostra.
4. Nella sua qualità di avvocato/magistrato, quale pensa potrebbe essere il significativo contributo della sua categoria di appartenenza ad un percorso riformatore capace di incidere sullo stato delle cose? In altre parole, lei ritiene auspicabile, e percorribile, un percorso di autoriforma che partendo dall’interno di ognuna delle categorie ponga le basi per una precisa assunzione di responsabilità, e di iniziativa, per conseguire il risultato di una giustizia migliore? Nessuna delle corporazioni è indenne, possiamo dirlo, rispetto ad una eccessiva indifferenza, o ad una non sufficiente sensibilità, nei confronti di quella che è l’esigenza democratica di una giustizia che funzioni. La stagione referendaria non può ritenersi avere marcato anche un punto di svolta rispetto a un diverso impegno, che abbandoni ogni chiusura corporativa in favore di un diretto coinvolgimento in una nuova stagione?
Se non raccogliessimo questa indicazione chiara venuta dal referendum, sviluppandone tutte le implicazioni interne ed esterne alla magistratura, commetteremmo un errore imperdonabile. Nel corso della campagna referendaria, intorno alla difesa della Costituzione, la magistratura si è riunita: abbiamo dato prova di unità; abbiamo voluto trasmettere l’immagine di una magistratura consapevole del suo ruolo costituzionale; abbiamo rinnovato il nostro impegno di magistratura che, avendo ben presente i suoi limiti e le sue contraddizioni, le cadute che ci sono state e le dinamiche di chiusura corporativa da contrastare, vuole essere sempre all’altezza del ruolo che la Costituzione ci assegna. A cominciare dall’autogoverno e dal lavoro nella nostra casa comune che è l’ANM, dobbiamo dare un seguito a questa prospettiva. Pensando alla esperienza di questi mesi in MEDEL e delle manifestazioni di solidarietà e vicinanza che abbiamo ricevuto attraverso MEDEL dai magistrati europei e dalle loro associazioni, vorrei aggiungere che l’esempio della magistratura che si unisce intorno alla difesa dei principi della Costituzione, dello stato di diritto e di una sua istituzione chiave, come il Consiglio Superiore, ha assunto un valore oltre i confini nazionali. Il nostro sistema è ed è considerato l’esempio di una esperienza di autogoverno effettivo nel quale la magistratura può mettere le proprie prerogative di indipendenza al servizio di una Giustizia che garantisca i diritti e l’eguaglianza delle persone. Abbiamo difeso questo modello. E la svolta per l’esigenza democratica di una giustizia che funzioni deve essere evidente anche all’interno del sistema di autogoverno.
5. I drammatici sviluppi che stiamo vivendo - l’attacco al diritto internazionale, le flagranti violazioni della legge umanitaria, i colpi inferti a tutti il sistema sovranazionale di protezione dei diritti umani - hanno segnato un ulteriore cambio di paradigma, in un contesto caratterizzato da un processo ormai globale di autocratizzazione e di crisi dello stato di diritto. L’intolleranza crescente verso il ruolo di garanzia della giurisdizione e la sua funzione di tutela dei diritti e delle libertà è una costante di questi sviluppi. Non solo l’indipendenza dei sistemi giudiziari nazionali e il ruolo delle Corti europee e internazionali, ma la funzione dell’avvocatura - come ci dimostra quel che accade negli USA - oggi sono gravemente sotto attacco. Nell’Europa colpita da più di un decennio di regressione democratica, Ungheria e Polonia restano gli esempi delle più dirompenti strategie attuate dai governi per smantellare il sistema di pesi e contrappesi e le garanzie istituzionali e ordinamentali di indipendenza della magistratura, manipolando le sue istituzioni chiave (come i Consigli di giustizia), delegittimando i magistrati e limitando (o tentando di limitare) la loro libertà di parola e di associazione con aggressive campagne mediatiche. In questo contesto, il tema centrale diventa la capacità di resilienza dello stato di diritto e di una giustizia indipendente, che risiede anzitutto nei testi costituzionali e nelle istituzioni. E come ha ricordato Medel intervenendo sui rischi della riforma costituzionale in Italia, in questo contesto le autorità nazionali dovrebbero rafforzare il sistema di controlli e contrappesi anziché indebolirli. Eppure, nella campagna referendaria il confronto fra magistratura e avvocatura, soprattutto quella schierata per il SI, su questi temi è del tutto mancato; nè vi sono state prese di posizione nette da parte del fronte per il SI contro la pericolosa strategia referendaria diretta a fare terra bruciata intorno alla magistratura. La difesa dello stato di diritto, dei diritti e libertà fondamentali e della giurisdizione nazionale e sovranazionale non deve essere oggi più che mai un terreno di impegno comune specifico per magistrati e avvocati? In un contesto come quello nazionale in cui la giustizia continua ad essere terreno di scontro e divisione, un'analisi condivisa sulle minacce attuali per lo stato di diritto e una riflessione sulle misure necessarie per metterlo in sicurezza non deve rappresentare il punto di partenza comune a magistratura e avvocatura per discutere delle riforme necessarie alla giustizia?
L’aspra campagna referendaria che abbiamo affrontato ha seminato divisioni e contrapposizioni. Non abbiamo assistito ad un confronto dialettico che, anche quando severo e acceso, si svolge fra interlocutori che si riconoscono reciproca legittimazione. Come ho detto, la campagna referendaria è stata condotta da molti con l’obiettivo di fare terra bruciata intorno alla magistratura. Ci sarebbe molto da riflettere su questo aspetto: dovrebbe suonare come un segnale forte di allarme per lo stato di diritto il messaggio che arriva quando si vuole ottenere l’approvazione di riforme strutturali dell’assetto democratico a furor di popolo, proponendole “contro” una istituzione della democrazia. Queste “dinamiche” ci allineano a quei contesti e paesi, anche europei, dove è questo genere di comunicazione che è stato scelto e serve tuttora ad ottenere il consenso per riforme che, se nell’immediato riguardano l’assetto di indipendenza della magistratura, come punto di arrivo hanno sempre politiche regressive e restrittive per i diritti e le libertà, la “neutralizzazione” del ruolo di garanzia imparziale che deve svolgere la giurisdizione indipendente, l’alterazione del sistema di checks and balances. E come ho già scritto in altre occasioni, è stato difficile per me dover constatare la mancanza di una presa di distanza aperta, anche da parte dell’Avvocatura per il Sì, dal pericoloso tentativo portato avanti da esponenti politici e media di delegittimare la magistratura, e persino la storia dell’associazionismo giudiziario e della istituzione consiliare.
Gli avvocati sono attori essenziali di una giurisdizione indipendente e oggi, in ragione di ciò, nel contesto di regressione democratica, l’avvocatura è sotto attacco dovunque. Nella mia esperienza in MEDEL ho osservato in questi anni quanto importante sia lavorare insieme – anzitutto magistrati ed avvocati- per rafforzare la resilienza della giurisdizione indipendente ed unire l’impegno collettivo delle nostre associazioni nella difesa dello stato di diritto. Non esiste una giustizia indipendente né può esistere un giusto processo senza avvocati liberi e in grado di svolgere la loro funzione di garanzia per la libertà delle persone.
L’iniziativa degli avvocati che con il comitato per il NO hanno preso la parola per spiegare le ragioni della loro opposizione alla riforma è stata fondamentale per far comprendere i rischi per la tenuta dell’assetto costituzionale della nostra democrazia e del sistema di pesi e contrappesi di cui è parte essenziale l’indipendenza della magistratura.
Dalla messa in sicurezza della Costituzione e dalla condivisione dei suoi valori dobbiamo adesso ripartire per un nuovo dialogo, che non mi aspetto facile né scontato, nel quale magistrati e avvocati riescano a mettere al centro del loro impegno comune una giustizia e un processo che funzionino nella pienezza delle garanzie per i diritti e le libertà delle persone.
6. Quale potrebbe essere concretamente il terreno migliore per far ripartire un dialogo costruttivo tra magistratura, avvocatura, e altri operatori, al fine di una messa in mora della politica e di un nuovo protagonismo che li accomuni in un senso più autenticamente democratico e popolarmente condiviso? Serve progettare un percorso che parta dal basso e che riesca ad ascoltare ed a coinvolgere anche quell’elettorato che ha votato No e che in gran parte non era stato intercettato da sondaggisti, analisti, politologi, ma che è stato decisivo per l’esito finale?
Credo molto nella prospettiva di un percorso dal basso, di reciproco coinvolgimento di tutti i protagonisti del dibattito sulla giustizia e di attenzione al dialogo con la società civile. Ancora una volta l’esperienza di MEDEL è stata decisiva per comprendere alcuni meccanismi democratici di “salvaguardia” necessari in un momento, come quello che stiamo vivendo, in cui i governi eletti si propongono come gli unici interpreti della volontà popolare e in nome di ciò delegittimano il ruolo di magistratura, della libera stampa, dell’opposizione politica e della società civile che “dissente” e “vigila”. L’esperienza della Polonia in particolare ci ha dimostrato chiaramente il ruolo fondamentale che le organizzazioni della società civile e la libera stampa possono avere nella difesa dei diritti e dello stato di diritto. Abbiamo compreso attraverso le vicende di quel paese l’importanza di una magistratura associata che si impegna per spiegare il senso autentico dell’indipendenza dei giudici, quale garanzia per i diritti dei cittadini e non privilegio professionale; abbiamo constatato l’importanza di saper dialogare su questi temi e di partecipare alle sedi di confronto aperte dove la magistratura- attraverso le sue associazioni- sappia a sua volta “mettersi in ascolto”. Il referendum ci ha spinti a fare un grande passo in avanti in questa direzione. Non è solo un problema di saper comunicare. E’ il sentirsi parte del dibattito democratico del paese. E non semplici spettatori che guardano dall’alto, e a distanza di sicurezza, a quel che accade intorno a noi. Vorrei chiudere ricordando quello che ha scritto la Rete dei Consigli di Giustizia (ENCJ) nella Dichiarazione di Riga nel giugno 2025 Affrontare le minacce allo stato di diritto: «È necessario adottare misure volte a instaurare e mantenere una cooperazione efficace con le organizzazioni delle altre professioni legali. La società civile può rappresentare un alleato forte e affidabile per la magistratura nei momenti di bisogno. La fiducia della società nella magistratura può essere consolidata attraverso la trasparenza e la responsabilità di quest’ultima. Anche una diffusa conoscenza dello Stato di diritto riveste un ruolo fondamentale. I Consigli di giustizia dovrebbero pertanto investire nella sensibilizzazione e nell’educazione del pubblico, in particolare dei giovani».
[1] L’applicativo informatico ministeriale per il processo penale telematico ha, sin dal primo giorno di operatività, dimostrato gravissimi e strutturali problemi di funzionamento, e- da strumento che avrebbe dovuto rendere più celere l’attività- si è rivelato una ulteriore causa di disfunzione dell’attività giurisdizionale.
[2] QG 3/2025, Il diritto penale della destra, https://www.questionegiustizia.it/rivista/articolo/il-diritto-penale-della-destra-ovvero-il-diritto-penale-dell-insicurezza-giuridica-e-sociale
[3] N. Rossi, Il diritto penale della destra. Ovvero il diritto penale dell’insicurezza, giuridica e sociale, in QG 3/2025, cit.